Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

“Liberazione anticipata speciale”-perché tale norma deve ritenersi anticostituzionale

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Marcello Dell’Anna, attualmente detenuto nel carcere di Badu e Carros a Nuoro, è davvero quello che si può definire un “un cultore del diritto”.

Bisogna però spogliarsi da tutti gli inevitabili pregiudizi che accostare certi termini a determinati soggetti crea.

Bisogna andare oltre ogni facile giudizio. E vedere Marcello in tutto il suo percorso.

Marcello in questi lunghi anni di carcere ha fatto su di sé un lavoro enorme. Ha innescato nella sua vita un mutamento di valori radicale. Non si è risparmiato nell’impegno e non ha accettato né di restare ancorato alla difesa totale di tutto ciò che lui un tempo era, né di spegnersi nella recita del perfetto detenuto “istituzionalizzato”.

Ha cercato il cambiamento profondo. Ha cercato le tracce di valori, che potessero appartenergli. Si è appassionato allo studio. Si è innamorato del diritto. Quando si laureò, il Magistrato di Sorveglianza gli diede 14 ore di permesso senza scorta. Ha scritto libri, ricevuto encomi. Ma la cifra più importante del suo percorso non è fare una sommatoria di cose o eventi, ma l’input spirituale. Ovvero la tensione morale che ti conduce al cambiamento e a smentire i pregiudizi che portiamo verso noi stessi e verso gli altri e che gli altri portano verso di noi, oltre che (pur spesso non sapendolo) verso se stessi.

Ho preferito dire questo piuttosto che soffermarmi sul merito del saggio di Marcello, che ci è giunto tramite Grazia Paletta. Questa è la prima parte.

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“LIBERAZIONE ANTICIPATA SPECIALE”

PERCHE’ TALE NORMA DVE RITENERSI ANTICOSTITUZIONALE

(Art.4 comma 1, legge n.10 del 21.012.2014 di conv. con modif. del D.L. n.146/2013)

a cura di Marcello Dell’Anna (*)

Le presenti osservazioni, che possono apparire come eccessivamente articolate, tendono a domandare all’Operatore del diritto (Magistratura di Sorveglianza, Suprema Corte di Cassazione, Corte Costituzionale) un’interpretazione “costituzionalmente orientata” della quaestio in esame per riportarla nell’alveo dei principi costituzionali in ossequio agli artt. 3, 27, co. 3, 117, quest’ultimo in riferimento all’art. 3 CEDU.

In questa trattazione, lo scrivente si riporta all’esplicazione di Alcuni Casi Concreti che interessano proprio la questione in esame, sino a muovere le conseguenti osservazioni di incostituzionalità sulla Legge di conversione n. 10/2014 perché ritenuta violativa delle norme penitenziarie, costituzionali e sovranazionali.

Ma veniamo in medias res.

La questione principale muove da due concrete Ordinanze, emesse dai Magistrati di sorveglianza di diverso distretto (Nuoro, Ancona, Roma), riguardanti il rigetto della liberazione anticipata speciale, ed attinenti ad istanze nelle quali è stato chiesto al Magistrato di Sorveglianza (d’ora in poi MdS) l’integrazione del beneficio della liberazione anticipata cd. speciale, sulle detrazioni di pena già connesse in ordine ai periodi di pena espiati a far data dal 01.01.2010, secondo quanto prevedeva il comma 4 dell.art. 4 del D.L. 23.12.2013, n. 146.

Le istanze in parola venivano inoltrate e giungevano ai competenti Uffici di sorveglianza nel mese di gennaio u.s., ossia durante la vigenza del D.L. n. 146/2013, ma decise tuttavia dopo la legge di conversione.

Secondo chi scrive, le ordinanze risultano essere meritevoli di garbata critica, laddove nel corpo motivazionale entrambi i Magistrati di sorveglianza giungono ad un iter argomentativo inidoneo (e manifestamente contradditorio) a giustificare la decisione assunta.

  1. Nella prima ordinanza, nella parte motiva del diniego è dato leggere che l’istanza non può essere meritevole di accoglimento, perché “essendo oramai convertito con modificazioni il decreto legge n. 146/2013, la legge di conversione n. 10/2014 con emendamento soppressivo avente efficacia ex tunc, esclude i condannati per taluno dei delitti previsti dall’art.4/bis O.P., dalla liberazione anticipata speciale di cui all’art. 4 della Legge suindicata, e che in tale materia vale la regola del principio del tempus regit actum”.
  2.  Nella seconda ordinanza, nella parte motiva del diniego è dato leggere che “l’istanza si dichiara inammissibile perché, essendo oramai convertito con modificazioni il decreto legge n. 146/2013, la Legge di conversione n. 10/2014 esclude i condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4/bis O.P., dalla liberazione anticipata speciale”

Da quanto sopra, dunque, e prescindendo dalle differenti motivazioni, le Ordinanze risultano viziate sotto un duplice profilo. 

-1. Il primo vizio, secondo chi scrive, si rinviene nel ritardo della disanima delle istanze che ha portato al conseguente rigetto, procurando in capo agli interessati un evidente pregiudizio nonché un trattamento in peius, per responsabilità a loro certamente non addebitabili, atteso che il beneficio della liberazione anticipata speciale era stato chiesto sotto il vigore di una precedente disciplina più favorevole.

A tal riguardo meritano attenzione due rilevanti particolari che interessano la posizione giuridica e la condizione detentiva degli stessi interessati che si sono rivisti rigettare il beneficio in parola.

                                                                    i.            Alcuni di loro si sono visti rigettare il beneficio in parola per il solo fatto di essere stati condannati per uno dei diritti rientranti nell’art. 4/bis o.p., potevano essere scarcerati – perché il loro fine pena era sotto ai due anni – se avessero fruito dell’integrazione dei 30 gg. Di liberazione anticipata speciale richiesta sui semestri già fruiti a far data dal 1.1.2010 (casi concreti di persone detenute nei reclusori di Nuoro e di Fossombrone).

In questi casi non v’è chi non veda che la norma avrebbe assolto non solo agli scopi per la quale era stata prefissata ma prodotto gli effetti voluti dal legislatore.

                                                                   ii.            Altre persone condannate si sono viste rigettare il beneficio in parola per il solo fatto di essere condannate per uno dei diritti rientranti nell’art. 4/bis o.p., pur non considerando che le stesse -si badi- fruiscono da diverso tempo di misure extramurarie di tipo premiali (permessi premio) o addirittura di misure alternative alla detenzione (affidamento in prova al servizio sociale) in ragione di un percorso di risocializzazione già compiuto, sin dal 2009, come da relazioni di sintesi (casi concreti di persona condannata e posta in regime di affidamento in prova al servizio sociale nel comune di Roma e di persona detenuta a Fossombrone ma fruente di misure extramurarie di tipo premiali).

Lo scrivente lascia agli Esimi Operatori del diritto le dovute conclusioni.

1.1.Ritornando al primo vizio di cui sopra, mi è doveroso osservare che i rilievi di criticità che si muoveranno da qui ad un momento, valgono implicitamente anche per l’inammissibilità dichiarata dal MdS nella seconda Ordinanza (supra B)

Orbene, la parte motiva di rigetto adotta dal MdS nella prima Ordinanza (supra A) secondo la quale “la normativa che regola la concessione di benefici penitenziari non ha natura sostanziale ma processuale e, pertanto, non soggiace alle regole dell’art.2 cod. pen. Ma al principio “tempus regit actum”, avrebbe anche potuto avere un fondamento giustificativo di natura logico-giuridica, ma solo quando la richiesta fosse stata inoltrata e, quindi, pervenuta al medesimo MdS, con notevole ritardo o nelle more di conversione del D.L.146/2013.

Ma così non è stato!

Ed è per questo che la suindicata parte motiva non si ritiene sufficientemente legittima ma addirittura carente e contraddittoria. Invero, le istanze inoltrate dagli interessati, in entrambi i casi, sono pervenute agli uffici di sorveglianza già prima del 15 gennaio 2014. Da ciò ne discende che i possibili ritardi o inerzie della magistratura di sorveglianza non si possono imputare a discapito del detenuto, perché ciò è sufficiente a mettere in crisi il principio della progressività trattamentale. Non può, infatti, gravare sull’espiando il ritardo nei tempi dell’attività del MdS legato ad una situazione di totale “disastro” sotto il profilo delle risorse umane organizzative e dei tempi procedurali.

1.2.Inoltre, la parte motiva di rigetto adottata dal MdS sempre nella prima Ordinanza (supra A) secondo la quale “la legge di conversione n. 10/2014 ha escluso i condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4/bis O.P. dalla liberazione anticipata speciale con un emendamento soppressivo (del comma 4) avente efficacia ex tunc“, è altrettanto non condivisibile per carenza e contraddittorietà della stessa motivazione, perché tale regola vale solo per le decisioni sulle quali ancora non si è formato un giudicato durante il periodo di conversione del D.L.. Tanto è ancor più vero che l’emendamento soppressivo succitato non ha alcun effetto ex tunc tale da inficiare l’ordinanza emessa e passata in giudicato durante la vigenza del comma 4 dell’art.4 del D.L. n. 146/2013.

In merito a questa parte motiva, sappiamo che, secondo giurisprudenza di legittimità, il D.L. convertito con emendamento non perde efficacia ex tunc in ogni caso in cui la legge di conversione non rappresenti una completa, totale, ricezione e riproduzione testuale delle norme emanate con la decretazione di urgenza. Ma, nel caso di specie, la legge di conversione non ha inciso totalmente sulle norme emesse dalla decretazione d’urgenza, né le medesime norme sono state totalmente annullate e/o ristrutturate ex novo. Questo scrivente, dunque, sostiene che l’emendamento apportato nella legge di conversione n.10/2014, sebbene sia stato ispirato da un intento chiaramente discriminatorio e non conforme al dettato costituzionale, non abbia valore soppressivo, bensì modificativo, atteso che non ha inciso in modo sostanziale sull’oggetto e sul senso della originaria disposizione, ma ha escluso dalla disciplina una “tipologia” di persone detenute sulla base del loro “titolo di reato”.

 

  1. Il secondo vizio relativo alle Ordinanze supra citate, è insito proprio nella Legge di conversione n.10/2014 la quale, escludendo i condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4/bis O.P. dalla liberazione anticipata speciale, perviene ad una presunzione iuris et de iure di non rieducabilità difficilmente conciliabile con il dettato costituzionale.

 E’ doveroso rispettosamente rammentare che la ratio per la quale l’organo esecutivo ha deciso di intervenire con la decretazione d’urgenza è stata proprio quella di restituire ai soggetti reclusi condizioni di vita umane e dignitose nonché di affrontare (appunto con urgenza) il fenomeno dell’ormai edemico sovraffollamento carcerario.

In effetti, il Presidente della Repubblica (con messaggio alle camere), la Corte Costituzionale (sent. N. 279/2013) e, principalmente, la corte EDU (sent. Torreggiani e al. c/Italia) hanno tutti richiamato l’attenzione parlamentare affinché adottasse, prima del termine ultimo fissato per il 28 maggio 2014 onde evitare la sanzione europea, decisivi interventi riformatori capaci di porre rimedio alla grave e drammatica situazione carceraria.

E’ risaputo che le intollerabili condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari sono, con crescente intensità, motivo di denuncia e condanna da parte degli organi di giustizia nazionale ed europea. La stessa Corte EDU ha individuato nel sovraffollamento e nel degrado delle carceri italiane un fattore di crisi strutturale del nostro sistema penitenziario ed una delle più significative e ricorrenti ipotesi di violazione da parte dell’Italia della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, segnatamente sotto il profilo della violazione dell’art.3.

Sempre la Corte europea, non dimentichiamolo, ha rilevato che l’articolo 3 CEDU pone a carico delle autorità statali “un obbligo positivo” che consiste nell’assicurare che le condizioni di detenzione siano compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della misura non sottopongano l’interessato (nessuno escluso) ad uno stato di sconforto né ad una prova d’intensità che ecceda l’inevitabile livello di sofferenza insita nella detenzione e che, tenuto conto delle esigenze pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano assicurati adeguatamente.

E’ patrimonio conoscitivo comune che la Corte Costituzionale, nell’intento di eliminare la chiara strumentalizzazione della fase esecutiva alle esigenze della politica criminale realizzata dalla decretazione d’urgenza sin dagli anni Novanta, è più volte intervenuta a “rappezzare” l’art. 4/bis ord. Penit. Con declaratorie d’illegittimità parziale, ricorrendo proprio al principio -di rango indubbiamente costituzionale- della c.d. “progressione trattamentale”.

Ai fini del caso in esame, ricordiamo che la Consulta, sin dalla sua prima decisione (n.306/1993), ha dichiarato parzialmente illegittima –per contrasto con i canoni di colpevolezza, individualizzazione della pena ed uguaglianza di cui agli artt. 27 commi 1 e 3 Cost. –la disciplina di cui all’art.4/bis comma 1 ord. penit.

Partendo da questa prima timida affermazione, sulla base dell’eadem ratio decidendi, il Giudice delle leggi ha ritenuto che fondare un diniego alle misure alternative sul mero “titolo di reato” finirebbe per tradire “l’aspettativa del condannato a vedere riconosciuto l’esito positivo del percorso di risocializzazione già compiuto”, aspettativa ormai trasformatasi “nel diritto ad espiare la pena con modalità idonee a favorire il completamento di tale processo”.

E ciò vale anche nell’ipotesi in cui una nuova legge venga a modificare in peius la soglia dell’ammissibilità delle misure alternative stricto sensu intese, qualora non si tenga conto della meritevolezza di risocializzazione del detnuto –meritevolezza che, appunto, deve valutarsi esclusivamente sulla base del comportamento in concreto tenuto da quest’ultimo- altrimenti si finirebbe per integrare “un meccanismo a connotazioni sostanzialmente ablative” degno, in quanto tale, della censura costituzionale.

Ciò posto, si evince come la Consulta, esaltando quale valore insopprimibile la funzione rieducativa della pena, ne abbia fatto discendere una sorta di status, immodificabile in peius, del condannato definitivo che tuttavia abbia raggiunto un determinato stadio dell’iter riabilitativo prima dell’introduzione della normativa più rigida. Ma no solo. La stessa concessione o l’eventuale diniego di misure alternative alla detenzione deve modularsi soltanto sul parametro della condotta del condannato.

Non può, dunque, ostacolarsi il conseguimento dell’ideale risocializzativo precludendo l’accesso a determinati benefici o a determinate misure alternative a chi, al momento in cui è entrata in vigore una legge limitativa, abbia già realizzato tutte le condizioni per usufruire di tutti quei benefici o di quelle misure.

Il Giudice delle Leggi ha così conferito il “crisma della sacralità costituzionale” al diritto alla salvaguardia della c.d. “progressione tratta mentale”.

Non si discute che nella fase dell’esecuzione il “gancio costituzionale “ cui appigliarsi per garantire la “legalità” del sistema punitivo e, nel caso di specie, per regolare la possibilità di introdurre una disciplina restrittiva delle misure lato sensu rieducative, sia rappresentato (anche) dall’art. 27 comma 3 Cost., letto non solo in prospettiva di tutela degli obiettivi risocializzanti raggiunti, ma anche come usbergo di quelli potenzialmente perseguibili.

E proprio dalla disanima delle pronunce sull’art. 4 /bis o.p., emerge la settorialità che connota il richiamo esclusivo al parametro desumibile dell’art. 27, co. 3 Cost.: la Consulta infatti, pur tenendo ferma la medesima tesi argomentativa, è costretta, come ha fatto in passato, a pronunciarsi caso per caso su tutte le identiche questioni che verranno ineludibilmente sollevate in merito a tutte le restanti opzioni trattamentali. Come nel caso di cui oggi trattiamo la cui legge n. 10/2014, esclude i condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4/bis o.p. dalla cosidetta liberazione anticipata speciale.

Di qui, forse, l’opportunità di prospettare una sorta di complementarietà tra il parametro della rieducazione ex art. 27 comma 3 Cost. ed il principio di non regressione imposto dall’art. 25 comma 2 Cost., come canone idoneo ad impedire eventuali e disparitari trattamenti lato sensu peggiorativi del condannato. Una garanzia, quest’ultima, dal carattere assolutamente rigido e niente affatto “bilanciabile” con esigenze retributive e finalità afflittive della sanzione penale reputate preminenti.

 

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Un pensiero su ““Liberazione anticipata speciale”-perché tale norma deve ritenersi anticostituzionale

  1. Giuseppe Rotundo. in ha detto:

    Grazie Alfredo
    Una prefazione meravigliosa,che mette in luce davvero l uomo,il suo essere profondo,la sua smisurata passione, e quel energia positiva proveniente dalle parole che nn possono,e nn devono rimanere blindate all interno di quattro mura per sempre.
    Ecco l arricchimento……..Quel arricchimento che questo Stato in-civile nn sa/o nn vuole riconoscere come proprio a causa di un auto-imposizione rientrante nella squallida sfera sulle politiche securitarie che preferiscono strumentalmente,e incivilmente, tenere l uomo prigioniero dei propri errori- PER SEMPRE!
    Piuttosto che valorizzarne la persona e renderla risorsa vitale per tutta la società
    Per questo la voce dell amico Marcello, unitamente a quella di moltissimi altri detenuti,giunge al mio cuore preziosa.
    Ciao Marcello,spero di poterti riabbracciare presto
    Tuo amico Giuseppe.

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