Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Corte EDU: caso Del Rio Prada c. Spagna e art. 4 bis OP (irretroattività)… di Claudio Conte.

Indiritto

Il nostro Claudio Conte, detenuto a Catanzaro, potremmo definirlo il “cultore del diritto” del Blog.

E’iscritto alla facoltà di giurisprudenza, ma quella per il diritto per lui è una vera passione, che vive -anche se sembra una contraddizione in termini- con rigore totale. Passione e rigore si compenetrano nel suo approccio alla legge. Le sue analisi sono il frutto di anni e anni di studio costante e approfondito. 

Nel testo che pubblico oggi, Claudio commenta la recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo “Del Rio Prada c. Spagna”. Sentenza che sembrerebbe dare una speranza a tanti ergastolani.

——————————————————————————————————

Nel procedimento Del Rio Prada c. Spagna la Grande Camera della Corte Europea di Strasburgo il 21 ottobre 2013 ha stabilito l’irretroattività delle modifiche peggiorative, di norme “sostanzialmente” penali riguardanti l’esecuzione della pena, metodi di computo per applicazione di benefici penitenziari e d’indirizzo giurisprudenziali, per violazione delle leggi domestiche da parte dei giudici nazionali

In sintesi (poiché la sentenza consta di 50 pagine), la ricorrente, Del Rio Prada (detenuta dal 1987) è stata condannata come esponente dell’Eta, per stragi e altri atti di terrorismo, a 3 mila anni di carcere (ultima condanna nel 2000), ridotti  alla massima pena di 30 anni di reclusione, come stabilito dal Code Penal spagnolo del 1973, che tra l’altro  prevede una riduzione di pena pari a un giorno ogni due di lavoro (esclusa in caso di cattiva condotta o nuovi crimini). Nell’aprile 2008 l’autorità penitenziaria fissa il fine pena al 2 luglio 2008, ma il 19 maggio l’Audencia Nacional (giudice che controlla l’esecuzione), rigetta e fissa il fine pena al 2017, applicando un nuovo metodo per la computazione dello sconto pena, non più sul cumulo a 30 anni di reclusione, ma su ogni singola pena precumulo, per effetto del nuovo orientamento (“dottrina Parot”) espresso dalla Corte Suprema il 28 febbraio 2006, reinterpretando le modifiche al Code Penal apportate nel 1995.

La Grande Camera muovendo da tali premesse, ha stabilito che nonostante siano norme applicate durante l’esecuzione della pena, devono garantire le aspettative che il condannato poteva avere già al momento della commissione del delitto (CGJ§111ss), in questo caso  nel 1987, in ordine non solo alla pena, ma anche alle sue conseguenze nell’esecuzione. E’ un fatto che la Del Rio Prada poteva prevedere che avrebbe scontato dei 30 anni di pena (massimi previsti) solo venti anni, per effetto degli sconti di pena per il lavoro che avrebbe svolto, date le leggi e interpretazioni vigenti al momento di commissione del delitto, come dimostra anche il computo effettuato dall’autorità penitenziaria, fissando il fine pena al 2008. Favorevole alla computazione dello sconto pena cumulata, si era espressa anche la Corte Suprema nel 1994, prima di cambiare orientamento in peius nel 2006.

Come anticipato la Grande Camera ha accolto il ricorso per violazione del principio di irretroattività (art. 7.2 CEDU) poiché anche la Del Rio Prada aveva delle fondate aspettative di espiare 2/3 della pena massima a 30 anni di reclusione, stabilendo che non solo le norme modificate nel 1995, ma finanche il nuovo indirizzo peggiorativo della Corte Suprema non poteva essere applicato ai condannati per delitti antecedenti, anche se in esecuzione di pena, perché nella pratica ha privato la ricorrente dei benefici degli sconti di pena già garantiti: The Supreme Court’s new interpretation, which render ineffective any remission of sentence already graanted, led in practice to the applicant and other people in similar situations being deprived of  the benefits of the remission system (CGJ§ 114). Concludendo, molto comprensibilmente, anche in inglese “On this point, the Court reiterates that article 7 of the Convention unconditionally prohibts the retrospective application of the criminal law where it is an accused’s disadvantage (CGJ§ 116).

La Grande Camera ha inoltre ritenuto violato anche l’art. 5 CEDU, per detenzione senza titolo, in riferimento al periodo di detenzione successivo al 2 luglio 2008 con relativo ristoro pari a 30mila euro.

Tanto in premessa quali applicazioni e analogie possono trarsi in relazione alla legge dell’8 agosto 1992 n. 356 modificatrice dell’art. 4 bis OP? (Ordinamento Penitenziario L.n. 354/1975).

Sulla datazione delle modifiche peggiorative della norma (1992) e della sua interpretazione (2003).

A) L’art. 4 bis OP è stato modificato in peius con legge dell’8 agosto 1992 n. 352, introducendo la condizione della collaborazione con la giustizia per l’ammissione ai benefici penitenziari ivi indicati, per quei delitti formalmente indicati al comma 1 o gravati dall’art. 7 DL 152/91. L’art. 4 bis OP ha poi avuto diverse e ulteriori modifiche fino alla L. n. 172/2012, sulle quali non è rilevante soffermarsi, poiché la condizione peggiorativa in discussione è quella relativa alla collaborazione con la giustizia, che di fatto modifica struttura, criteri e ratio di altre norme (es. 176 cp).

B) A partire dal 2003 vigeva un diverso orientamento costante della stessa Suprema Corte di Cassazione italiana, che stabiliva l’individuazione dei delitti ostativi attraverso il criterio formale e l’ammissione ai benefici penitenziari, previa scissione del cumulo giuridico, in caso di concorrenza di pene per delitti ostativi e non ostativi anche se finalisticamente collegati (v. Cass Pen. Sez. I, 23 ottobre 2003 n. 40301; 8 marzo 2000 n. 990; Cass. S.U. 30 giugno 1999 n. 14 – Ronga; Cass Sez. I, 12 maggio 1999 n. 2529; 22 marzo 1999 n. 613; 4 marzo 1999 n. 941; Cass S.U. 28 feb. 1998 n. 15- Vernelli; Cass. Sez. I, 30 agosto 1996 n. 4060 e Corte cost. 27 luglio 1994 n. 361).

Dunque, prima del 2003, chi era condannato a più pene per delitti concorrenti  non e ostativi, anche se finalisticamente collegati, aveva fondate aspettative giuridicamente tutelate (da costante interpretazione della legge), che espiata la pena per il delitto ostativo, previa scissione del cumulo, poteva accedere alla liberazione condizionale (176 cp) senza collaborare con la giustizia. Ciò anche nel caso di pene concorrenti con l’ergastolo, che come scritto (in assenza di aggravante ex art. 7 L. 203/91), non era ritenuto ostativo ai benefici penitenziari. D’altra parte è un dato storicizzato che i condannati all’ergastolo (anche per delitti finalisticamente collegati ad associazioni di tipo mafioso) fino al 2003, accedevamo ai benefici penitenziari dopo avere espiato le pene per delitti concorrenti ex art 4 bis OP di “prima fascia” (comma 1).

Analogia e natura penale della disposizione (e combinato disposto ex artt. 4 bis OP e 176 cp)

Un’altra premessa necessaria è quella di stabilire la “natura penale” degli istituti e norme incise da tale rinovellazione legislativa e modifica interpretativa per poter argomentare in via analogica col caso Del Rio Prada.

Sotto tale profilo la Grande Camera ha chiarito che bisogna guardare non al nomen iuris delle disposizioni legali, ma alla loro “sostanza penale”, stabilendo che anche se “le misure  concernenti la remissione di una pena o la modificazione del sistema di liberazione condizionale, non fanno propriamente parte integrante della pena ai sensi dell’art. 7 CEDU. Ciononostante la distinzione tra non/penale non può essere sempre netta” (§111ss CGJ), giungendo così, attraverso un’evoluzione giurisprudenziale, ad ampliare l’ambito applicativo dall’art. 7 CEDU, anche a quelle misure che pur regolando l’esecuzione della pena di fatto incidono sulla stessa.

Per il parallelismo che ci interessa prospettare, in particolare con la liberazione condizionale ex art. 176 c.p., non v’è alcun dubbio sulla natura penale di quest’ultima disposizione, riconfermata dalla Corte Costituzionale (204/74), così come indubbio è l’aumento di pena in considerazione dell’esclusione o aggravamento delle condizioni per accedere a tale istituto ed estinguere la pena.

L’art. 176 presente nel codice penale del 1930 (modificato con L. del 25 nov. 1962 n. 1634 e L. 10 ottobre 1986 n. 663) stabilisce l’accesso ai condannati che hanno espiato almeno 30 mesi o metà della condanna (26 anni in caso di ergastolo), abbia tenuto un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento e abbia adempiuto alle obbligazioni civili derivanti dal reato, salvo dimostri di trovarsi nell’impossibilità di adempierle.

Dunque tre condizioni. Tra le quali, giova anticipare, non esiste la collaborazione con la giustizia. Infatti, anche per l’accertamento della condizione “meno oggettiva”, ossia il “ravvedimento”, costante giurisprudenza ha sempre escluso la collaborazione come criterio indispensabile, anzi, non solo non è previsto, ma è addirittura ammessa la mancata ammissione delle proprie responsabilità, che non può essere indice di mancato ravvedimento (Cass. Pen. Sez. I, 8 giugno  1993 n. 1907- Dijabuskji- si noti anche successivamente al 1992, e modifica dell’art. 4 bis OP). E ancora, sempre la Suprema Corte stabilisce che al fine della concessione della liberazione condizionale, il ravvedimento del condannato non può ritenersi escluso per il solo fatto che quest’ultimo continui a proclamare la sua estraneità ai fatti, qualora risulti che egli, oltre a mantenere una buona condotta, abbia tenuto comportamenti positivi e sintomatici, in riferimento ai quali sono orientativi, quelli indicati nell’art. 71 del Regolamento di Esecuzione dell’Ordinamento Penitenziario (Cass. Sez. I, 5 giugno 1990 n. 1392- Pevinati). Che altri siano i criteri per l’accertamento  del ravvedimento si desume, come scritto, da una consolidata giurisprudenza, vedi anche: Cass. Sez. I, 8 giugno 1993 n. 1503; 25 gen. 1991 n. 4369; 18 luglio 1990 n. 2042; 13 ottobre 1984 n. 1826; 14 dicembre 1983 n. 1777) solo per citarne alcune.

Funzionale a dimostrare che pe ravvedimento non debba essere inteso come collaborazione, leggi la sua recente sentenza del 2009 (Cass. Sez. I, 27 febbraio 2009 n. 9001- Membro), riguardante una esponente dei NAR (F. Mambro mai dissociata o collaborante, come il compagno Giusva Fioravanti) che continua nel solco tracciato da un’ultra ventennale giurisprudenza, che per quanto ci interessa, per ravvedimento non è inteso la collaborazione con la giustizia.

Tanto al fine di escludere anticipatamente che nel concetto di ravvedimento si possa sostenere che vi sia la collaborazione come elemento indispensabile. Tutt’altro.

Dunque la Grande Camera sottolinea come si debba guardare alla natura sostanziale delle norme per stabilire quali abbiano natura penale e operi il principio di irretroattività nella lettura combinata con l’art. 4 bis OP. Può escludersi la natura penale degli istituti relativi  all’art. 30 ter  OP (permesso premio) e art. 50 ter OP (semilibertà) è una modalità di esecuzione della pena in semidetenzione.

Riguardo l’art. 54 OP (liberazione anticipata), invece deve farsi una considerazione diversa, anche se di natura penale per gli effetti di ridurre ed estinguere la pena, non è interessato dal principio di irretroattività, in quanto l’art. 4 bis OP non ha determinato alcuna modifica peggiorativa del preesistente regime, diversamente si sarebbe avuto identità di quaestio con il caso Del Rio Prada.

Discorso diverso deve farsi per le disposizioni relative all’art. 47 OP (affidamento in prova) e l’art. 176 cp (liberazione condizionale), poiché di natura penale per gli effetti ridurre ed estinguere la pena, modificate dalla lettura combinata con l’art. 4 bis OP che introduce un’ulteriore condizione (quella della collaborazione per l’accesso), modificando la struttura, criteri e ratio per l’ammissione ai suddetti istituti.

Con l’effetto di aumentare la pena da espiare, l’art. 47 OP, infatti, consente di trascorrere in affido gli ultimi tre anni di reclusione anche  se residuo di pena maggiore con effetto estintivo al termine di tale periodo. Allo stesso modo l’art. 176 c.p. estingue la pena (dopo 5 anni in caso di ergastolo).

E’ un dato di fatto che l’aggravamento delle condizioni di ammissibilità hanno reso impossibile l’accesso a tali istituti con l’aumento di pena da espiare. Nel caso dell’ergastolo poi l’ha resa perpetua. E che la liberazione condizionale ex art. 176 cp sia norma penale lo conferma la Corte Costituzionale (204/74) che tra l’altro legittima la pena dell’ergastolo (264/74).

Si è scritto che la lettura combinata ex art. 4 bis OP con una delle disposizioni segnalate (176 cp, 30 ter, 47, 50, 54 OP) ne modifica la struttura, criteri e ratio. Sul punto si accenna brevemente, che basta considerare come la condizione della collaborazione con la giustizia per essere ammessi, modifichi la struttura, in quanto aggiunge una condizione ulteriore a quelle previste dalle singole disposizioni (es. aggiungendosi alle 3 già  previste dall’art. 176 cp: 26 anni, ravvedimento, adempimento obbligazioni). Allo stesso modo altera i criteri di valutazione, poiché si richiede un comportamento che annulla il criterio di progressività nel trattamento richiesto dalla legge: es. nel permesso premio è richiesta solo la buona condotta; nell’affidamento in prova un grado di reinserimento maggiore del permesso ma inferiore al ravvedimento richiesto per la condizionale. Stessa cosa può scriversi  per la ratio delle singole disposizioni : la funzione del permesso premio è quella d’incentivare l’adesione all’attività trattamentale e ai nuovi valori sociali; l’affidamento in prova esula da tale passaggio, infatti ne è prevista la conoscenza, anche senza il passaggio detentivo e relativa osservazione; la liberazione condizionale ha quella di reinserire il reo nella società non quella di farne uno strumento per il proseguimento dei reati. La cieca applicazione a tutte le singole disposizioni che hanno struttura, criteri e scopi diversi, ne alterano, in peius, la stessa natura e funzione.

In conclusione, alla luce di queste premesse e nel rispetto del principio di irretroattività:

a) Non può applicarsi la L. dell’8 agosto 1992 n. 356, modificativa in peius dell’art. 4bis OP, ai delitti commessi precedentemente a tale data.

b) Non può applicarsi l’ìnterpretazione peggiorativa  circa l’individuazione dei delitti inclusi nell’art. 4 bis, l’OP attraverso il criterio sostanziale, ai delitti precedenti al 2003. Per i delitti  commessi precedentemente al 2003 deve invece continuare ad applicarsi quella giurisprudenza (citata nel § B di questo scritto) che individuava i delitti ex art. 4bis OP attraverso il criterio formale, che consente, previo scorporo della pena dei delitti ostativi, l’ammissione all’istituto ex artt. 176 cp (restando in tal modo inoperante l’art. 4 bis OP). L’indirizzo precedente al 2003 escludeva la collaborazione ai delitti non formalmente elencati nell’art. 4 bis co. I OP, come l’omicidio ex art. 575 cp (elencato nella <<seconda fascia>> del comma 302/91) e assiologica con i principi costituzionali: favor rei e determinatezza della norma. L’interpretazione letterale del testo ex art. 4 bis OP: e tutti i delitti commessi avvalendosi dell’art. 416 bis cp” (e uso del criterio sostanziale), si caratterizza, invece, per indeterminatezza e e asistematicità: contraddice, infatti, l’intepretazione sistematica (ex artt. 4 bis OP e 7 L. n. 203/91) adottata fin dal 1992, nel rispetto del criterio formale per l’individuazione dei delitti ex art. 4 bis OP, che perdura ancora oggi. L’eccezione di adottare  il criterio sostanziale, infatti, è usata solo per i delitti puniti con l’ergastolo privi dell’aggravante dell’art. 7 L. n. 203/91. Alla luce della sentenza Del Rio Parda che ha stabilito l’irretroattività di interpretazioni giurisprudenziali sfavorevoli, sembra scontato il dovere continuare ad applicare ai delitti consumati fino al 2003, l’indirizzo giurisprudenziale  più favorevole per le aspettative che tale interpretazione aveva prodotto fin al 2003 (utilizzazione del criterio formale per l’individuazione dei delitti ex art. 4 bis OP) e di conseguenza, ammissione alla liberazione condizionale (176) dopo 26 anni di reclusione, senza i vincoli ex art. 4 bis co. 1 OP.

c) Per i delitti puniti con la pena dell’ergastolo e gravati dall’art. 7 L.n. 203/91 è necessaria altra riflessione e conclusione. C’è da sottolineare che solo con la sentenza a SU del 18 dic. 2008 n. 337, si è avuta l’estensione di tale norma ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo (prima vietata), anche se limitatamente per li effetti diversi della determinazione della pena. In questo caso siamo di fronte a una (illegittima) sentenza “manipolativa” peggiorativa dell’art. 7 L. 203/91. Di conseguenza l’irretroattività  di tale interpretazione dovrebbe operare  fino ai delitti precedenti al 18 dicembre 2008, per i quali l’esclusione di tale aggravante, dovrebbe determinare, per l’ammissione alla liberazione condizionale, con relativa inoperatività dell’art. 4 bis OP al quale l’art. 7 L..n. 203/91 rinvia, oppure anche per questi, fino al 2003, anno in cui si è iniziato ad adottare il criterio sostanziale per l’individuazione dei delitti ex art. 4 bis OP, coerentemente con quanto sostenuto nel precedente paragrafo. Fermo restando che nella stessa giurisprudenza ve ne è un’autorevole parte che censura l’adozione del criterio sostanziale per eccesso di competenza funzionale del giudice dell’esecuzione e sorveglianza, violazione di intangibilità della res judicata, del potere d’azione del PM (Cass. Sez. I, 27 giugno 2008 n. 25954) e del potere di valutazione della gravità del reato ex art. 133 cp.

In definitiva, alla luce dei principi tracciati dalla sentenza sul caso Del Rio Prada ed estesi alla legge e giurisprudenza italiana, ma non possono trovare applicazione in caso di librazione condizionale o affidamento in prova: a) la L. agosto 1992 n. 356 modificativa dell’art. 4 bis OP, per i delitti precedenti all’8 agosto 1992; b) l’interpretazione giurisprudenziale peggiorativa che (dal 2003) ha adottato il criterio sostanziale per l’individuazione dei delitti ex art. 4 bi I OP, per i delitti successivi all’8 agosto 1992 ma precedenti al 2003; c) l’applicazione dell’art. 7 L. 203/91 ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo, se non per quei delitti successivi alla sentenza del 18 dic. 2008 n. 337, che ne ha esteso l’applicabilità per gli effetti diversi dalla determinazione della pena (con l’effetto di attrarre tale delitto nell’art. 4 bis OP modificativo dell’art. 176 cp).

In quanto, una diversa applicazione di queste norme od indirizzi giurisprudenziali peggiorativi, realizzerebbero la violazione del principio di irretroattività ex art. 7 CEDU (così come interpretato dalla Grande Camera per un caso analogo) e l’art. 117 della Costituzione, nel caso di mancata applicazione della norma pattizia.

Claudio Conte

Catanzaro, 8 novembre 2013

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: