Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Non tutte le oche sono al mare… di Milan Enrico

oche

Il nostro Domenico D’Andrea è un personaggio da romanzo. Due lauree (di cui una in giurisprudenza), vari master (di cui uno in criminologia), capace di costruire bellissimi velieri partendo dal sughero, dagli stecchini, e da altro materiale “povero”.. e autore di libri. Domenico D’Andrea sarebbe un vulcano che potrebbe dare tanto alla società, se lo si facesse uscire.

Uno dei suoi ultimi testi si chiama “Carceropoli” ed è un insieme di racconti sul carcere scritti dallo stesso Domenico e da altri detenuti.

Alcuni racconti hanno molto di inventato, ma c’è sempre in essi qualcosa di reale, che si ricollega a persone conosciute, fatti, esperienze.

I racconti hanno una forte connotazione ironica. Ma l’ironia non è mai fine a se stessa.. c’è sempre anche qualcos’altro che essa veicola… come il racconto che adesso leggerete.

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NON TUTTE LE OCHE SONO AL MARE

(di Milan Enrico)

E’ molto difficile rendere comprensibile a tutti la persona che cercherò di descrivere, con i suoi pregi, pochi, e i suoi difetti, molti. Il contesto è problematico per chi non vive “l’hotel mille sbarre” ma cercherò di renderlo accessibile ai non addetti. Fatta questa premessa comincio.

Renatino, anni 60, longilineo, vecchio stampo del galeotto che entra ed esce dalle patrie galere d’Italia, isole comprese. Solo, senza affetti. La sua famiglia è lui stesso. È un clochard per sua stessa scelta e con una pena di venti anni da scontare per un cumulo di chissà quante rapine.

Circa quattro anni fa ha fatto il suo ingresso nella mia casa (la mia casa altro non è che la mia cella). A causa del sovraffollamento ci è stata imposta la famigerata terza branda, ed ecco risolto il problema dell’edilizia carceraria. Servono posti letto? Si mette una branda in più et voilà, ed eccolo il Ministro della Giustizia proclamare alla Tv d’aver risolto il problema delle carceri. Tralasciamo che siamo pigiati come sardine, abbiamo degli spazi creati per 25 persone, ma ne siamo stipati in 75, l’ingegnere che ha progettato questo carcere è stato arrestato, l’assessore Verecchia? Arrestato e cosi altre persone che ci hanno messo le mani, sono state quasi tutte arrestate, ed è stato un po’ come la mazza di Sant’Antonio. L’onorevole Brambilla ha ottenuto delle leggi per determinare le misure delle gabbie per animali e chi non rispetta tali misure viene immediatamente sanzionato con sequestri vari inerenti il corpo del reato, camion, gabbie e pollame vario. Perché gli animali vengono tutelati e i detenuti no? beh, potremmo sempre chiede aiuto al WWF (scusatemi mi sono lasciato trasportare), malformazione (non deformazione) professionale. In fondo in fondo noi detenuti siamo stati sempre dei gran piagnoni. Il lamento è insito nel nostro DNA e siamo abituati a sputare sempre nel piatto in cui mangiamo, insomma non ce ne va bene o non ce ne piace una. Ci danno tutto e ci lamentiamo anche che ci danno troppo … siamo proprio degli ingrati. Figuratevi che ci danno addirittura un, dico uno, rotolo di carta igienica alla settimana. Sembra poca ma qualche volta, dovete sapere, ce la danno anche di color rosa per coloro che volessero provare il brivido del proibito e sentirsi donna almeno nei momenti più intimi. Si però quando c’è la crisi, tutto il paese deve fare enormi sacrifici e ci si può arrangiare anche con la pagina di un quotidiano, ma dai non vi basta? Per scopare, ma cosa avete capito, non scopare in quel senso, intendevo spazzare, scopare per terra, se avete 4,90 euro scopate, sennò andate in bianco, cioè sono cavoli vostri. Si però basta non avere soldi ed avere la patente da barbone o da nulla tenente che qualcosa la riesci ad avere, una bella busta di spazzatura nera piena di prodotti igienici, ma che dico piena, sembra piena perché tolte le tare del prodotto non resta proprio nulla e con quel nulla ci devi fare anche due mesi, se non te li ruba qualcuno più barbone di te. Certo che siete proprio degli ingrati e vi lamentate sempre!

Ritorniamo al caro Renatino e al nostro primo e magico incontro.

Io e il mio primo compagno di cella, alias “Lo svizzero”, sommando le nostre rispettive pene arrivavamo a circa un secolo di carcere. Ma dato che per lo stato l’età media di vita era di poco inferiore, ci hanno favorito con un trentennale ciascuno e dopo quattro anni di convivenza siamo stati riconosciuti “coppia di fatto” perché la legge prevedeva qualcosa del genere anche per le coppie esterne al carcere. Amavamo la famiglia allargata. Ne io e ne lo svizzero potevamo avere dei figli (per ovvie ragioni) quindi abbiamo deciso di prenderci Renatino, capite? Lo abbiamo adottato cosi potevamo avere una famiglia e non essere più solamente una coppia. Quando ci fecero vedere Renatino era ancora “in fasce”, aveva appena finito la poppata e prima di entrare in cella aspettavamo che facesse il famigerato ruttino per evitare il rigurgito. Evvai. Rutto libero con tanto di ventata al luppolo, cioè dal sapore e l’odore di birra, insomma aveva bevuto di brutto. Tutto il suo corredino era fatto di una maglietta bianca. Cera qualche macchia di vino, di birra e di cibo, quindi non è che era proprio bianca bianca eh! Un pantalone con qualche strappetto, sì, ma andavano anche di moda i pantaloni strappati e un paio di scarpette ginniche che sembravano un maggiolone con il cofano aperto. Capelli e barba … avete presente l’immagine di Mosè o di Giobbe o di Abramo? Beh più o meno ci siamo.

Venne subito bloccato dallo svizzero vicino al cancello, lo abbiamo accompagnato in doccia e gli abbiamo fatto una bella strigliata proprio come si fa con i cavalli. Gli abbiamo buttato via tutti i vestiti che aveva nel sacco e lo abbiamo rivestito dalla testa ai piedi di cose nuove. Con una specie di tagliaerba lo abbiamo rasato, sembrava proprio un’altra persona è inutile dirvelo. La prima cosa che chiese Renatino fu una sigaretta, non aveva nemmeno quelle, ma quando gli dicemmo subito all’unisono che nessuno fumava in quella cella era quasi tentato di andarsene via, per trovarsi una cella di fumatori, magari generosi. Da qui capimmo che era una vero mago dell’arte dell’arrangiarsi, ci disse di aspettare un attimo e dopo un po’ tornò con un pacco di tabacco, uno di cartine, un pacco di filtrini e con, addirittura, una macchinetta per farsi le sigarette. Li aveva avute in prestito senza preoccuparsi come avrebbe fatto a restituirle. Era proprio un gran paraculo, non avevamo dubbi. Un paraculo come pochi ma decidemmo di tenerlo ugualmente e durante la prima cena riuscì a stipulare addirittura un contratto, cioè un vero e proprio trattato internazionale tra Italia “barbonica” e svizzera: io e lo svizzero dovevamo prendergli un pacco di tabacco e due cartine a settimana, più tutto l’occorrente igienico e ovviamente doveva mangiare a scrocco. In cambio lui ci faceva dormire di notte e ci faceva qualche servizio in cella. Un pacco di tabacco, però, Renatino se lo fumava un due giorni quindi la sua unica ragione di vita divenne quella di uscire la mattina e con le sue paraculoidate procurarsi quanto più tabacco poteva. Come un vero predatore adocchiava le sue vittime, le seduceva, le corteggiava e le mollava solo quando aveva la sua bella dose di tabacco in tasca. Decideva lui quale tattica usare in quella giornata. La tattica del tossico: offro prima io una sigaretta o una caramella e poi me ne faccio dare 5 così non possono dirmi di no; La tattica del baratto era quella più complicata ma la più sicura, con lo stratagemma del baratto portava sempre qualcosa a casa. Lo svizzero gli regalò una scatolina per le sue cose personali ma lui ci metteva dentro la sua farmacia abusiva. In quella scatola aveva veramente di tutto: pastiglie per il mal di testa, purghe, pomate varie e addirittura anche le mascherine anti fumo che si faceva dare dall’infermiere (diceva di avere l’asma) ma che non metteva mai perché il fumo in sezione ce lo buttava proprio lui. Se qualcuno aveva qualche problemino di salute doveva ricorrere a lui. Una pastiglia per il mal di denti 5 sigarette, per chi non fumava bastavano tre bolli. Con 10 bolli prendeva un pacco di tabacco. Nei giorni di colloquio si piazzava davanti al cancello perché sapeva che quando un detenuto incontrava un suo familiare era così contento che elargiva sigarette più generosamente.

E poi questo famigerato e sedicente, diciamolo pure, inesistente avvocato. Doveva scrivere sempre al suo avvocato per una questione urgente e chiedeva a tutti un bollo e una busta. Be per scrivere all’avvocato nessuno si tira mai indietro. Tutte le sere rientrava in cella per ultimo e svuotava il suo bottino sul letto, lo sistemava nella cassetta e il giorno dopo ritornava a barattare il suo bottino con un pacco di tabacco. Se la richiesta di tabacco avveniva il giorno prima della distribuzione della spesa (cioè quando ormai tutti l’avevano finito) Renatino regalava in omaggio anche le buste, oltre ai bolli con i quali pagava il tabacco.

Si offriva sempre di aiutare tutti ma quando si offriva aveva sempre un perché. Quando aiutava lo spesino a distribuire le cose che tutti i detenuti compravano, lo faceva solo per vedere chi comprava qualcosa in più per poi poterla chiedere. Ci diceva sempre, e ci pregava pure, di chiamarlo nel caso avessimo avuto bisogno di lui, ma quando avevamo veramente bisogno lui non cera mai, si imboscava quasi sempre appena sentiva chiamare il suo nome. Dico “quasi” perché quando lo chiamavamo per il pranzo o per la cena arrivava ancora prima di terminare l’urlo con il suo nome. Ai nostri rimproveri ribadiva con contro rimproveri starnazzanti come oche. Ah! Renatino amava le oche e non abbiamo mai capito il perché!

Sono trascorsi ben quattro anni a stretto contatto con Renatino, 24 ore su 24, lo abbiamo visto dormire, lo abbiamo sentito russare, ma poi ci si abitua al punto da farlo diventare parte integrante di noi.

Adesso Renatino non è più qui con noi, non è stato trasferito in un altro Hotel, ma è uscito libero nonostante i suoi sedici anni da scontare. Essì, magari fosse un miracolo ma non lo è. Aspettate non fatemi correre troppo, ritorniamo indietro di qualche mese cosi capite meglio che fine ha fatto il nostro amico. Renatino aveva cominciato ad avvertire dei dolori al collo, respirava male e per una settimana lo curarono con una semplice aspirina, la seconda settimana i medici pensavano ad un influenza e passarono all’attacco con (addirittura) la tachipirina. Questo durò fino a quando qualcuno, tra i vari medici, si accorse che aveva dei noduli sul collo e dovette attendere il tempo che ci vuole per una visita ospedaliera. Finalmente dopo mesi la visita specialistica arrivò e dopo un po’ di tempo anche il “verdetto”. All’improvviso lo chiama il Dirigente Sanitario che, molto gentilmente (è raro vedere qualche operatore gentile e in questi casi c’è solo da preoccuparsi), gli chiede: “ma lei ha qualche familiare da avvisare?” Renatino risponde: “no, non ho nessuno”. “Ha qualche posto dove andare? Che ne so una casa?” “No, non ne ho”. “Lei non può più stare qui perché ha un tumore, ora mandiamo tutto al magistrato che le sospenderà la pena, va bene?” Sicuramente Renatino rispondeva dentro di se che va bene un corno, sto per morire e questo mi chiede se va bene?. Quel giorno Renatino non uscì dalla cella per fare i suoi traffici e a raccattare bolli da barattare con il tabacco. Se ne stette seduto con la testa piegata a riflettere. Dopo un mese arriva l’oracolo del magistrato: dato che non sa dove andare e dato che non è in imminente pericolo di vita si rimanda la decisione a 9 mesi. In pratica il magistrato gli ha detto che deve prima aspettare che la morte si avvicini di più e poi vedremo cosa fare. Le bolle sul suo collo diventavano sempre più grosse, quasi grosse come una palla da tennis e Renatino stava ancora qui ad aspettare la morte. Non riusciva più a deglutire e a mangiare. Stava diventando sempre più magro. I nove mesi trascorsero e la tiri tera si ripete con il dirigente sanitario, che dopo averlo convocato per la seconda volta gli chiede: “ha qualche familiare da avvisare? Ha qualche posto dove andare, che ne so una casa?” Ma Renatino questa volta non rispose nemmeno a quelle domande che avevano il sapore dell’inganno. Si alzo dalla sedia e se ne andò mentre il dirigente sanitario continuava a dire: “Manderemo tutto al magistrato che deciderà per la sospensione della pena, va bene?” Va bene un cazzo rispose Renatino tra sé e sé. Le palle da tennis che aveva al collo cominciavano a fargli sempre più male, sempre più male, sempre più male fino a quando finalmente giunge l’urlo di qualche guardia scocciata che con accento siciliano dice: “Renatino fatti la robba che sei scarcerato, e vieni qua che ce la matricola”. Renatino va in matricola e l’addetto ricomincia: “Mi dia un domicilio … ha un posto dove andare? Che ne so una casa? Ha qualche familiare da avvisare?” E mentre l’addetto della matricola compilava le sue scartoffie Renatino sotto gli occhi di tutti sparisce. Si era completamente dissolto nell’aria e non lo trovavano più. Tutta la sezione si mette alla ricerca di Renatino e solo qualche ora più tardi lo trovammo nascosto in una cella non sua, l’ultima in fondo al lungo corridoio. Era terrorizzato dal fatto di dover uscire e di non sapere dove andare a morire. O forse era terrorizzato di essere nato senza un soldo e di dover morire anche senza un soldo in tasca.

Tutta la sezione si mobilitò per una colletta che faticammo a monetizzarla per poterlo far uscire con qualche soldo in tasca. Raccogliemmo 120 euro. Così almeno Reantino poteva prendere un taxi. Forse il primo taxi della sua vita, quello che, come Caronte, lo avrebbe condotto da carcere alla morte. Con quella piccola somma almeno questo viaggio dal carcere alla morte lo poteva fare con lo stomaco pieno mangiandosi un panino in qualche posto dove qualcuno, il cameriere, lo avrebbe chiamato, forse per la prima volta “signore”.

Ci avete mai pensato se questa storia sarebbe capitata a qualcuno di voi?

Senza una meta, senza un amico e senza nessun familiare fuori ad attenderlo, Renatino esce dal carcere per andare incontro al suo destino. Al carcere gli è bastato un calcio nel culo. Se l’è tenuto fino a pochi mesi prima della sua morte per poi vomitarselo fuori con l’unico intento di evitare i costi del suo funerale, ma ha scontato la sua pena fin dove ha potuto.

Lo tenevano in vita fin che pagasse fino a quando ha potuto tutte le sue malefatte.

Passarono alcune settimane dalla sua scarcerazione quando mi arriva una cartolina raffigurante tre oche che stavano al mare, sdraiate sulla spiaggia a sorseggiare qualcosa di fresco, con su scritto di suo pugno e con una calligrafia tramante: “Non tutte le oche sono al mare!”

Dopodiché non ho saputo più nulla di lui, non so se è vivo, è morto, è in paradiso o all’inferno ma sono sicuro che ovunque si trovi è ancora lì a raccattare bolli tra gli angeli del paradiso per poi comprare pacchi di tabacco dai diavoli dell’inferno, anche loro circuiti dai trucchetti di Renatino. E già me lo vedo lì, disteso su qualche nuvola bianca a fumare virginia, con accanto un boccale di birra, una maglietta sudicia e qualche bollo in tasca.

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4 pensieri su “Non tutte le oche sono al mare… di Milan Enrico

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    E quanti Renatino ci sono nelle case di detenzione, non abbiamo idea d quanti… è triste, troppo triste pensare a Renatino che non sa dove andare a morire, ma se l’ha fatto in riva al mare forse l’ha fatto perchè amava il mare, spero che qualche angelo abbia accettato i suoi francobolli in cambio di: Dammi la mano e non avere paura, la morte non è niente”

  2. Rose Caramassi in ha detto:

    Complimenti Domenico.
    Complimenti perché scrivi benissimo e racconti le cose con leggerezza ed ironia.
    La leggerezza è importante, non la superficialità.
    L’ironia è pungente e va a infastidire come uno spillo dei punti profondi.
    Solidali sempre,
    un abbraccio.

  3. Giuseppina Zito in ha detto:

    sono infortunata col dito medio destro stritolato dallo sportello della macchina mentre mi affrettavo a chiuderlo ..lo leggerò domani sperando di mandarti un messaggio …grazie

  4. Giuseppina Zito in ha detto:

    Eccomi , stamane col dito dolorante , ma con un cuore pulsante, dopo aver letto questa storia, ti confesso un fluire di lacrime mi ha commosso.
    La storie è viva, passa attraverso le emozioni, e nn si fermano, hanno bisogno di essere accarezzate dal quel dolore che stritola gli uomini, dentro il suo essere per darle pace, anche se questa pace si deve rincorrere, acchiapparla si deve!!
    E nel percorso della nostra esistenza che la cerchiamo ” pace ” …
    Un saluto amichevole ti giunga in pace da me ….

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