Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

L’Odissea di Davide Emmanuello

Il 28 novembre pubblicai una lettera inviataci da Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro; nella quale si rivolgeva  a Norma Rangieri, direttrice del Manifesto (vai al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/11/28/lettera-di-pasquale-de-feo-a-norma-rangieri/). In questa lettera Pasquale De Feo denunciava che a Davide Emmanuello, sottoposto attualmente al regime di 41 bis nel carcere di Ascoli Piceno, era stata impedita la lettura de “Il nome della rosa” di Umberto Eco e del quotidiano “Il Manifesto”.

La pubblicazione di questa lettera ha avuto un notevole impatto. E negli ultimi giorni il pezzo è stato ripreso da molti media nazionali come Rainews, il “Corriere della Sera” e “La Repubblica”; oltre che da molti siti e blog. Credo che ad avere colpito sia stato da una parte il fatto che fosse stato vietato un libro a un detenuto, per quanto in regime di 41 bis; e che il libro vietato fosse “Il nome della rosa”, libro celebre e molto simbolico.

In questi giorni praticamente tutti i media che hanno ripreso la vicenda, parlando del detenuto a cui è stata impedita questa lettura, Davide Emmanuello, si sono limitati a definirlo un boss, detenuto al 41 bis. Nessun altro riferimento concreto sulla persona e la sua vicenda è presente.

E allora, visto che noi ci siamo occupati  di Davide Emmanuello, ci sentiamo in dovere di riprendere, proprio in questa occasione, il suo caso.

Perché quella di Davide Emmanuello è una vicenda penitenziaria estrema, che desta tante perplessità e suscita molti interrogativi, al punto da poter essere definita “un odissea”.

Mesi orsono pubblicammo in tre puntate una lunga lettera dove Davide descrisse quanto gli è accaduto da quanto è stato detenuto. Questa lettera venne scritta dopo che era stata annullata la sentenza che aveva revocato il terzo 41 bis, e Davide aspettava che egli fosse sottoposto, per la quarta volta, a questa misura.  

 

Il succo di tutta la vicenda è che Davide Emmanuello, in carcere da 20 anni, per tre volte ha avuto il regime del 41 bis revocato, e per quattro volte, gli è stato applicato nuovamente. E non è che nel frattempo Davide è uscito di galera e ha compiuto atti su cui possono emergere sospetti. E’ sempre la stessa persona che è in carcere da venti anni, di cui quindici in condizioni di isolamento totale. Eppure, per gli stessi argomenti rimasti fermi a venti anni fa per quattro volte gli è stato riattribuito il 41 bis, dopo che per tre volte, tre tribunali avevano revocato questa misura.

 

Facciamo una sintesi di massima.

Davide Emmanuello è da venti anni che è in carcere.

Di questi venti anni,  ne ha passati quindici in regime di 41 bis. Questi anni di 41 bis gli hanno procurato patologie psichiatriche e nel tempo si sono aggravate.

 

La vicende penitenziaria di Davide Emmanuello inizia nel 1993. E con essa l’immediata sottoposizione al regime del 41 bis.

 

-Dal 1993 al 2003 gli furono notificati 19 decreti di proroga del regime del 41 bis.

 

-Nel 2003 il tribunale di sorveglianza di Roma gli revoca la misura; dopo dieci anni di in assenza di qualsiasi elemento, mi veniva riconosciuto insussistente il pericolo di collegamenti con la criminalità.

 

-Il 10 gennaio 2007, dopo anni di permanenza  in regime di E.I.V. (Elevato Indice di Vigilanza diventato poi AS), l ministro della giustizia firmava un nuovo decreto di attribuzione del 41bis. E Davide venne trasferito nella sezione 41 bis del carcere di Ascoli Piceno.

 

-Dopo alterne vicende. Il tribunale di Sorveglianza di Ancona, l’11 luglio 2008 disponeva la revoca della tortura del 41bis

 

-Disposta la revoca, Davide fui trasferito nella sezione abusiva di E.I.V. Del carcere di Voghera (PV).

 

-Dopo quattro mesi, il 18 novembre 2008 i ministro firmava un nuovo decreto, e Davide si ritrovò nella sezione 41 bis del carcere di Opera.

 

-Dopo un anno, nell’udienza del 28 ottobre 2011,  il Tribunale di Sorveglianza di Roma, decretò l’annullamento del decreto ministeriale e il venire meno del regime del 41 bis.  

 

-A quel punto Davide fu trasferito nella sezione A.S.1 di Catanzaro.

-Dopo tutta un’altra serie di vicende, il 18 febbraio 2013  il ministero gli applica il 41 bis per la quarta volta.

 

La vicenda di Davide Emmanuello ha colpito tutti coloro che ne sono venuti a conoscenza. Anche detenuti, come Pasquale De Feo, che hanno preso molto a cuore la sua causa, tanto da inviare una lettera al Presidente della Camera (vai al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/?s=davide+emmanuello).

Prima di lasciarvi alla lunga lettera in cui Davide Emmanuello racconta la sua vicenda, voglio riportare un estratto, dove parla del trattamento che ebbe nel primo 41 bis, che gli fu dato agli inizi degli anni ’90:

 

Concretamente significò che il primo lodevole graduato che incontrai, pretendeva che quando entravo nel suo ufficio, avrei dovuto rivolgermi a lui, solo dopo essermi messo con la faccia girata verso il muro, cioè di schiena.

Le stesse modalità dovevano essere rispettate all’interno della cella durante le operazioni d’ispezione, la conta. Operazioni che venivano effettuate giorno e notte, con la pretesa notturna che avrei dovuto farmi trovare alzato, con il letto in ordine, quando al richiamo urlato conta sarebbero da lì a poco iniziate le operazioni ispettive.

La luce rimaneva rigorosamente accesa giorno e  notte. La cella era stata privata della finestra originaria e sostituita da un pannello-gelosia opacizzato, che, saldato ermeticamente, assicurava che l’estraneo sole e l’intruso vento non accedessero dove gli era stato proibito.

La cella veniva chiusa da un cancello interno e sigillata da un portoncino blindato. Potevo uscire solo per un’ora allo scadere delle 24 ore. Il passeggio non conosceva il cielo, non sapeva cosa significasse il sole, era all’ombra, umido, c’era un freddo che penetrava le ossa.

Si contavano cinque passi a Nord e cinque a Sud. Quest’unica ora d’aria comprendeva due perquisizioni corporali, delle quali taccio la modalità, e un’ispezione, anche della bocca, prima di uscire dalla cella e un’altra al rientro. Non si parlava; l’obbligo era di stare in silenzio; al televisore veniva tarato il volume. Il “braccetto” era isolato dalle altre sezioni e la distanza tra queste impedivano anche ai rumori di farti compagnia”.

 

Davide non è il primo che racconta cose del genere che sarebbero accadute nei regimi del 41 bis negli anni ’90, e cosa accadde in luoghi off legem quali furono le isole dell’Asinara e di Pianosa. Tra gli altri, lo stesso Pasquale De Feo, che nel 41 bis c’è stato, scrive

 

“Negli anni novanta la tortura del 41 bis era molto fisica. Non solo limitazioni di acqua, cibo, igiene, vestiari. Eravamo bastonati e manganellati quotidianamente..Chi scrive è stato per circa cinque anni nelle cayenne italiane dell’Asinara  di Pianosa, dove la barbarie aveva superato ogni limite umano. “

 

Parliamo di anni estremi. Gli anni successivi a quella che fu definita “emergenza criminale”. Anni in cui nacquero le “leggi emergenziali”:

Negli anni successivi probabilmente queste barbarie vennero in gran parte meno. Ciò che restò e si consolidò fu un “tranquillo” regime di restrizione totale. Un regime produttore di inesorabile desertificazione morale ed emotiva. Una vita controllata nei minimi dettagli. con i rapporti famigliari distrutti.. si pensi che il recluso al 41 bis ha diritto solo ad un’ora di colloquio al mese, con i suoi cari, un’’ora di colloquio da dietro un vero divisore e con un citofono.

 

A coloro che in questi giorni sono rimasti estremamente colpiti dal fatto che a un detenuto fosse stato impedito di leggere “ il nome della rosa” di Umberto Eco, voglio fare leggere questo estratto, contenuto nel testo di Davide Emmanuello che tra poco leggerete. Un estratto dove si coglie qualcosa, giusto qualcosa, del 41 bis dei giorni nostri:

 

“Essere sottoposto per venti anni alla censura significa  subire una perquisizione interiore che  profana lo spazio dell’anima che dovrebbe rimanere un angolo segreto nel quale potersi rifugiare.

Nel regime di tortura, pensa, anche la scelta culturale è organizzata dall’Area educativa che decide quali testi e autori mettere all’indice. Uomini di cultura, laureati, che al servizio della repressione, con metodi medievali gestiscono il sapere del recluso, trattando le biblioteche non più come granai per le riserve materiali dello spirito, ma come laboratori scientifici per la manipolazione delle coscienze.

All’interno di queste sezioni è inibito anche l’acquisto dei quotidiani locali, pur essendo intervenuta la Corte suprema censurando tale comportamento. Cosi come è vietato ricevere libri dall’esterno, mentre quelli che scelgono e ti permetto di acquistare devono poi essere lasciati al patrimonio del carcere. Scandalo  che nemmeno il pessimo Mussolini ha immaginato contro il nemico, non solo politico, Gramsci.

Ad Antonio Gramsci la storia ha concesso l’opportunità di regalare al pensiero occidentale quegli scritti dal carcere che neanche l’infamia mussoliniana, che pure lo aveva privato ingiustamente della libertà fino a cagionarne la morte, gli ha impedito di realizzare per i posteri, lasciando quell’eredità intellettuale di cui tutti senza distinzione ci possiamo pregiare.

E’ un crimine contro la civiltà sottrarre le migliaia di testi conservati nelle biblioteche alle tante intelligenze che invece sono obbligate ad oziare. E tuttavia nessuno ne è informato, tutti tacciono, tutti applaudono, mentre le segrete medievali traboccano di martiri che guardano se stessi nel grigio invecchiato del cemento della vergogna che li tiene sepolti.

Sono i sentimenti migliori a morire nell’assenza di un riscontro affettivo, nel quale si subisce una paralisi emotiva che annichilisce l’interazione col prossimo. Così scopri la tua identità violata che cerca di identificarsi, di riconoscersi, mentre non avendo più l’orizzonte emotivo c che dia senso alla realtà artificiosa che stai subendo, rimani schiacciato tra il vuoto interiore e il tempo che rallenta la corsa verso il futuro, imprigionati nell’afflizione instancabile del presente.

Il presidio sanitario preposto alla salute psico-affettiva che opera dentro quelle sezioni di tortura, realizza protocolli diagnostici-terapeutici finalizzati a mantenere compatibile la salute del recluso con il regime afflittivo a cui è sottoposto.

Nessuna cura ha per scopo il benessere psico-fisico del paziente. Dottori in medicina al servizio della legge e non del malato, il cui razzismo scientifico nei confronti dei pazienti reclusi si manifesta nel pregiudizio delle diagnosi di simulazione a priori e a posteriori dell’indagine clinica.”

 

Per tanti anni il 41 bis è stato solo celebrato,  e il chiederne un sempre maggiore irrigidimento è stato un requisito imprescindibile per chiunque volesse essere visto come campione della legalità. Per anni  i detenuti collocati in 41 bis sono stati considerati, indistintamente, tra i peggiori mostri della terra. Per anni chi osava criticare o esprimere perplessità su tale regime è stato fatto passare come tenero verso la criminalità.

Se anche si pensasse che il fine giustifica ogni mezzo, se anche si volesse accettare un principio di questo genere, l’epoca dell’emergenza criminalità è passata da più di quindici anni..

Forse, forse, è possibile provare ad affrontare temi come il 41 bis -la sua legittimità, le sue condizioni, i suoi presupposti, le sue concrete modalità attuative, le differenti vicende dei detenuti che vi si trovano sottoposti, i tanti lati oscuri-   andando oltre le ideologie, oltre il sospetto, oltre la paura, oltre la “retorica armata”. Forse potremmo essere capaci di sanare queste violenze contro la Costituzione; artt. 4 bis e il 41 bis. Forse possiamo andare anche oltre i nostri stessi ruoli, quei ruoli che comprendono in sé anche la certezza di avere sempre ragione, la certezza di non sbagliare mai. Forse, anche chi ha sempre difeso a spada tratta questi regimi, può essere capace di avere il dubbio che c’è qualcosa che non va nella vecchia via, e che è possibile, è possibile un’altra via. Forse possiamo essere migliori, tutti noi, di quello che crediamo di essere; migliori di quello che ci siamo abituati ad essere.

 

E nel frattempo, ricordate anche che dietro a una persona come Davide, forse non c’è necessariamente un mostro. E che certe storie sono più complesse di come vengono raccontate.

 

Di seguito la lunga lettera in cui Davide Emmanuello racconta la sua “odissea” giudiziaria.

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Ciao Alfredo,

ho atteso (in compagnia dei tuoi scritti) che le ricorrenze esaurissero quella carica illusoria che certe sane speranze alimentano, e ne approfitto adesso che sono terminate per ritornare alla disillusione di queste speranze senza fondamento, e rivivere la realtà in tutta la sua drammatica verità. Dai “sepolcri imbiancati romani”, giorno 23 novembre in anticipo di 4 settimane e 5 giorni, il “sinedrio” ha deliberato per la celebrazione del mio Venerdì…

Le “vestali” di Nemesi, cieche mute e sorde rispetto alla Temi di ancestrale memoria, in ossequiosa riverenza, a ben noti professionisti sciasciani, ormai al timore del ministero orwelliano, hanno rigettato ogni evidente prova dell’insostenibilità del provvedimento del 41 bis di tortura, e accolto la richiesta manifestamente infondata del ripristino del decreto che era stato revocato già per tre volte…

Obbedienti al tribunale politico della Prima sezione di Cassazione, territorio occupato dalla DNA, che come ho già scritto nell” Odissea che hai già letto, ritiene legittima l’illazione che alla morte di mio fratello il clan si è indebolito, rafforzandosi al suo interno il mio ruolo di comando.

Questo è amico mio il paradosso che il TdS romano, in composizione sapientemente studiata per non offendere quegli gnomi del diritto, è arrivato a sostenere, compiendo un disastro logico, con un argomento così contraddittorio, d rendere palese la scelta repressiva. Una scelta ingiustificabile poiché lede la legge: abusando del loro mandato compiono un vero e proprio falso ideologico, cioè non si attengono ad atti processuali assolutori la cui rilevanza è inconfutabile. Un comportamento tale da poter sostenere che non di un un tribunale della Repubblica si tratti, ma di un presidio di illegalità.

Non meravigliarti, pensa che nel 1992 la Corte di Cassazione dovette piegarsi alle c.d. “procure in trincea”, come amano definirsi quanti continuano ad utilizzare la legge a fini esclusivamente “militari”, che i procedimenti di natura mafiosa dovevano essere sottoposti ad una turnazione tra le diverse sezioni della Cassazione per evitare che una sezione e giudici ben individuati potessero favorire qualcuno con sentenze addomesticate.

E guarda caso, oggi la DNA è riuscita a realizzare un sistema giudiziario parallelo in materia di regime speciale, così che ogni decreto ministeriale è “controllato” attraverso l’unico tribunale di sorveglianza di Roma e la Prima sezione di Cassazione, laddove si dovrebbe discutere il ricorso avverso la decisione del primo tribunale. E non è finita.

Questa stessa sezione della Cassazione, piegata ai voleri della DNA, che eufemisticamente chiamo tribunale politico, produce quella stessa giurisprudenza che la DNA propone, in barba all’autonomia  e imparzialità del giudice terzo.

Ciò sono riusciti ad ottenere con la legge del 2009, realizzare un sistema di tribunali speciali (TdS di Roma e Prima sezione Cassazione) e così gli echi di mussoliniana memoria inondano e si fissano con segni d’inchiostro sulle pagine delle varie decisioni che condannano uomini come me a una non vita, ad ammuffire in sezione mortori.

Naturalmente quelle probe “procure in trincea” di nulla si accorgono, di nulla sospettano, nulla dicono dell’occupazione militare di quegli organi di garanzia, Cassazione e tribunale, che con la formula del sospetto hanno espugnato prima, e senza sospetto sic! controllano adesso.

Questo ti farà comprendere il perché nei casi di reclami al tribunale e dei ricorsi in Cassazione le regole possono essere violate impunemente, senza lasciarti possibilità di difesa alcuna, lasciandoti senza la possibilità di vedere valutata la tua posizione da un organo di controllo terzo e indipendente.

Nel mio caso ti ho spiegato che al TdS ho prodotto le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, le stesse di cui è in possesso anche la DNA e non le ha mai prodotte, con le quali è provata la mia estraneità al gruppo, oltre  a smentire che sia divenuto il capo dopo la morte di mio fratello. D’altra parte se ero a regime di 41 bis?

E’ chiaro amico mio? Gli stessi che si autoaccusano di essere i responsabili ed i nuovi capi del gruppo escludono quei postulati investigativi che, se fossero supportati da un minimo elemento logico, avrebbero comportato come conseguenza diretta l’emissione di un mandato d’arresto o un’indagine nei miei confronti. Sono questi fatti che pongono la parola fine a qualunque deduzione che il tribunale politico della Cassazione ha potuto fare.

Quest’illazione, perché di questo si tratta, che quegli gnomi del diritto hanno tentato di trasformare alchemicamente in un fatto penale preziosissimo, l’ho smentita documentalmente. Ciononostante il tribunale, divenuto presidio di illegalità, senza nemmeno considerare la rilevanza “morale” dell’innocenza, evitando un errore alla giustizia, conclude a favore di tale illazione, commettendo però un falso ideologico, così come ha fatto la DNA con le stesse omissioni e alterazioni.

Nella sana prospettiva di chi non è un giacobino della repressione, un episodio luttuoso è da considerare un dramma umano, da rispettare, niente di eroico o di divino. Invece il TdS dell’illegalità arriva a farne strazio con argomentazioni che appaiono più acrobazie di logica, della quale non sfugge l’errore sia “semantico” che “logico”.

Se prendono atto che da venti anni, cioè da quando sono in carcere, non sono raggiunto da ordinanze di custodia cautelare, perché sottoposto al 41 bis, come possono affermare allo stesso tempo che sono a capo di un sodalizio votato al delitto? Se loro stessi confermano che l’isolamento relativo al regime speciale è efficace, come posso diventare capo di un sodalizio che è all’esterno? Un sodalizio che per ammissione degli stessi componenti, poi collaboratori di giustizia, si è sfaldato?.

Dunque cosa sono? Un capo posto in isolamento che guida un gruppo dissolto?

Come vedi siamo di fronte ad un ginepraio logico che si sarebbe potuto evitare, semplicemente se ci si fosse attenuti alla documentazione prodotto da me e celata dalla DNA, invece di emettere una decisione degna di una nuova colonna manzoniana.

Purtroppo i parametri di valutazione dei decreti del regime speciale non esigono garanzie di carattere penale, essendo gli stessi di natura amministrativa, non configurandosi come reato il 41 bis sfugge alle maglie strette imposte dal diritto, permettendo in sede di verifica un accertamento in termini di plausibilità, senza una necessaria dimostrazione in termini di certezza.

Eppure quest’atteggiamento di tolleranza del legislatore e di una giurisprudenza giacobina (favorevole all’allargamento probatorio) non sarebbe stato sufficiente all’atto amministrativo per aggirare il diritto. Così, con sapienza, gli stessi in trincea, ottenendo l’accentrazione giurisdizionale ad un unico TdS, utilizzano quei parametri di verifica, sottraendo a più fonti del diritto, cioè a tutti i TdS della nazione, l’esercizio del loro mandato, e saggiamente lascia la valutazione di legittimità ad un unico tribunale politico rappresentato dalla Prima sezione di Cassazione, il quale in merito alla coerenza delle deduzioni potrebbe ridare simmetria fra la tolleranza eccessiva, regalata, e la necessità probatoria.

All’udienza-farsa del 23 il TdS dell’illegalità sostiene che essendo uno scopo del regimi de 41 bis impedire a chi vi è sottoposto la continuità con il delitto, l’assenza di provvedimenti in tal senso nei miei confronti non è un elemento valido a mia discolpa.

Proprio perché appare plausibile quest’argomento dimostra la mala fede di chi lo adopera. A mia difesa produssi le revoche del regime di tortura, dimostrando che, in quei periodi di libertà dalle attenzioni orwelliane, l’assenza di provvedimenti dipendevano dalla volontà del sottoscritto a vivere condotte ineccepibili.

Fatto questo integrato delle dichiarazioni di quanti autoaccusandosi, come ti ho scritto, mi escludono totalmente dal contesto.

Riscontro che dovrebbe essere messo in relazione fra la condotta e dato di fatto, ed essere utilizzato per raggiungere quella deduzione logica e coerente richiesta.

Invece, ricorrendo al concetto di possibilità, ed evitando gli elementi di certezza, i servi della repressione aggiungono un mattone della vergogna a quella colonna infame manzoniana che già hanno innalzato con l’ultima decisione, arrivando a quella verticalmente superiore storica e  meritevole di Traiano che di Roma ne celebra i fasti anziché le infamie.

L’atto amministrativo del regime 41 bis di tortura nasce come esercizio del potere per “gabbare” il diritto. Disattende le timide garanzie costituzionali, istituzionalizza l’esercizio illegale di alcuni apparati dello Stato, i quali, realizzato un progetto eversivo dell’ordine costituzionale, che in assenza di un giusto equilibrio tra poteri, si sottrae alle forze democratiche.

Il TdS romano, divenuto presidio di illegalità, non si pone  il problema etico-deontologico dell’utilizzo delle fonti investigative, che perdono valore quando le stesse sono superate da sentenze penali d’assoluzione che se contraddette con illazioni in qualunque procedimento, si viola la legge. E questo è gravissimo da parte di chi in nome della legge è chiamato all’accertamento leale della verità.

Una verità che sostengo, producendo a mio favore un’assoluzione, dichiarazioni auto-accusatorie di collaboratori di quelle stesse procure che li utilizzano per incarcerare altre persone.

E dimostro che, non essendo chiamato tra la “rosa degli accusati”, di fatto non sono né indagato né sospettato, sia penalmente che moralmente, per reati che si sono consumati fuori delle mura del carcere. I cui “officianti”, confortati dall’immunità a posteriori della legge dei pentiti, compiono prima e confessano poi, smentendo qualunque partecipazione del sottoscritto.

Si riduce  così l’ipotesi  investigativa a mera spazzatura, fortemente inquinante sul piano ecologico, ma soprattutto su quello probatorio.

Ciononostante il TdS dell’illegalità continua a trarne utilità.

Ecco che l’esercizio del potere si è avvalso dell’atto amministrativo per “gabbare” il diritto: attraverso un funambolismo giuridico investigativo, si è utilizzato le note investigative, che in termini di prevenzione dovrebbero rappresentare l’intelligenza investigativa, e invece in assenza di un reale confronto probatorio, diventa un espediente legale che attraverso la violazione studiata del controllo giurisdizionale permette la permanenza illegittima dei reclusi nelle sezioni di regime di tortura del 41 bis a tempo indeterminato.

Scriveva 23 secoli fa Aristotele nei suoi studi di retorica che, tra la verità e l’errore c’è uno spazio intermedio dominato dal verosimile, dal’incerto, dall’opinabile.

E sicuramente la concretezza dei fatti sono una realtà che dà la misura del vero, è questo, nelle deduzioni logiche di certi “gnomi del diritto”, non dovrebbe essere opinabile.

Ad esempio, il tribunale dell’illegalità romano, scrive nella sua deplorevole ordinanza che tramite familiari pregiudicati in libertà potrei inviare ordini… Non tenendo in nessuna considerazione che non ho famigliari pregiudicati e gli stessi famigliari, nel senso stretto del termine, non hanno la disponibilità di raggiungermi nei luoghi della mia reclusione. Mia madre è un’ottantenne sulla sedia a rotelle, fatti incontrovertibili, documentati e confermati dal riscontro istruttorio penitenziario. Ma continuano gli acrobati, nel vuoto logico del loro argomentare, arrivando a sostenere che l’assenza dei colloqui potrebbe essere una strategia, così come la scelta di non presentarmi nei processi per non incontrare i coimputati, tacendo sul piccolo dettaglio che così facendo resto isolato da coloro con i quali mi vorrebbero in combutta.

Seguendo il ragionamento di questi acrobati della logica, che resta uno strumento d’indagine razionale, ci siamo ritrovati nel paradosso che della logica è il contrario.

Non incontrare nessuno, significa non parlare con nessuno. Non parlare con nessuno significa che nessuno riceve le mie parole. Non parlare per 20 anni  con nessuno a quale conseguenza logica porta? Solo a quella di uno stato d’isolamento.

Uno stato d’isolamento che non può conciliarsi con la logia di un capo al comando.

Dunque, quale significato logico può darsi alla mia “strategia” d’isolamento, riconosciutami anche dal Tribunale dell’illegalità, se non quella che non sono a capo di nulla? E perché lo stesso tribunale da tali premesse giunge poi ad altre paradossali conclusioni?

Chi è quello scemo che si erge a capo senza comandare?

Stante i fatti, chi è più vicino alla verità io o gli gnomi del diritto?

Cos’è preferibile? La verità o la retorica, la scienza  l’opinione, la pedagogia o l’adulazione, domandava Platone. Ma noi la risposta la conosciamo.

Questi sono i dilemmi che popolano i miei pensieri, mentre la mente giace dove il mio corpo  riposa, perché caro Alfredo, niente evade dal buio della cella, niente a parte l’immaginazione, vola oltre il perimetro delle mura di cinta del carcere. E l’immaginazione  è un prodotto del pensiero, la proiezione del materiale che si trova  nella mente, depositato nelle regioni della memoria. Immaginare è come guardarsi allo specchio. Ed in quest riflettersi, della memoria, gli orrori subiti assumono quelle fisionomie mostruose, come lo sono quelle esperienze oniriche che si vivono negli incubi.

Quando nel 1993 ancora incensurato, fui sottoposto, come altre centinaia di persone, ai rigori del regime di tortura, vennero sospese nei miei confronti tutte le regole trattamentali previste dall’ordinamento penitenziario a garanzia dei diritti fondamentali.

Concretamente significò che il primo lodevole graduato che incontrai, pretendeva che quando entravo nel suo ufficio, avrei dovuto rivolgermi a lui, solo dopo essermi messo con la faccia girata verso il muro, cioè di schiena.

Le stesse modalità dovevano essere rispettate all’interno della cella durante le operazioni d’ispezione, la conta. Operazioni che venivano effettuate giorno e notte, con la pretesa notturna che avrei dovuto farmi trovare alzato, con il letto in ordine, quando al richiamo urlato conta sarebbero da lì a pochi minuti iniziate le operazioni ispettive.

La luce rimaneva rigorosamente accesa giorno e notte. La cella era stata privata della finestra originaria e sostituita da un pannello-gelosia opacizzato, che saldato ermeticamente assicurava che l’estraneo sle e l’intruso vento non accedessero dove gli era stato proibito.

La cella veniva chiusa da un cancello interno e sigillata da un portoncino blindato. Potevo uscire solo per un’ora allo scadere delle 24 ore. Il passaggio non conosceva il cielo, non sapeva cosa significasse il sole; era all’ombra, umido. C’era un freddo che penetrava le ossa .

Si contavano cinque passi a Nord e cinque a Sud. Quest’unica ora d’aria comprendeva due perquisizioni corporali, delle quali taccio le modalità, e un’ispezione, anche della bocca, prima di uscire dalla cella e un’altra al rientro. Non si parlava; l’obbligo era di stare in silenzio; al televisore veniva tarato il volume. Il “braccetto” era isolato dalle altre sezioni e la distanza da queste, impedivano anche ai rumori di farti compagnia.

Questa verità smentisce le retorica delle “penne armate” della propaganda, quei “manovali della repressione” che sono le avanguardie degli “uomini in trincea”. Questa scienza dei fatti sbugiarda quegli uscieri da condominio della giustizia, che giocano col potere persuasivo delle opinioni. Sarebbe necessaria una rinnovata formula psicologica per ridare alle coscienze quella consapevolezza smarrita da quando vivono nell’ampolla di cristallo dell’adulazione.

Certamente il Tribunale dell’illegalità per costruire le proprie ordinanze deve avvalersi dell’opinione e non della scienza dei fatti, deve utilizzare la retorica e non la verità, perché la forza di chi rappresenta il potere comprende in sé sia la forza del denaro per persuadere e sia la forza militare per convincere. Così, e senza nessuna vergogna, l’ideologia repressiva si arricchisce di strumenti sempre più sofisticati. Nel mio caso prima mi hanno mostrificato mediaticamente, fino all’inverosimile,  gli stessi urlatori del panico sociale che proponendosi come unica soluzione del problema ne hanno guadagnato in consensi a fini politici, arricchendosi nello stesso tempo i loro conti in banca, oggi raggiungono la santificazione nascondendo con abili giochi di prestigio l’unico reale merito conquistato, guadagnato e ottenuto, con quel metodo torquemadiano: il premio “Auschwitz”.

Adesso con la legge del 2009, voluta trasversalmente da tutte le forze politiche che “civilmente” siedono in parlamento, questo regime di tortura può essere rinnovato all’infinito senza una reale attuale motivazione. Cioè la repressione legittimata dal parlamento, recupera dall’esperienza manicomiale dell’interno senza fine, quella metodologia fallimentare che si fondava sul preteso sapere medico della prognosi di pericolosità. Sapere medico sconfessato dalla scienza e che tuttavia nei decenni scorsi è causato l’annientamento di tanti uomini. Utilizzando tale metodo, nell’analisi della personalità, non collegata ad elementi di fatto, succede che un nano del diritto possa decidere sul destino di un recluso, segregandolo a vita in un regime di tortura finalizzato all’esclusivo annientamento fisico e morale.

Questo caro Alfredo vivo dal 1993, cioè da 20 anni, di cui 15 trascorsi nelle sezioni di tortura del 41 bis.

La pena di morte è stata abolita in Italia, ma la pena fino alla morte che sto scontando con l’ergastolo ostativo mi espropria della possibilità di vivere la vita e questo non è certo un progresso per la civiltà. Ancor peggio se pensi alle condizioni disumane studiate a tavolino per rendere terribili i giorni dei reclusi all’ergastolo da certi maestri dell’afflizione che si spendono in questo disegno. Nemmeno i sentimenti più intimi sfuggono alla crudeltà che  pianifica il controllo delle emozioni.

Essere sottoposto per venti anni alla censura significa  subire una perquisizione interiore che  profana lo spazio dell’anima che dovrebbe rimanere un angolo segreto nel quale potersi rifugiare.

Nel regime di tortura, pensa, anche la scelta culturale è organizzata dall’Area educativa che decide quali testi e autori mettere all’indice. Uomini di cultura, laureati, che al servizio della repressione, con metodi medievali gestiscono il sapere del recluso, trattando le biblioteche non più come granai per le riserve materiali dello spirito, ma come laboratori scientifici per la manipolazione delle coscienze.

All’interno di queste sezioni è inibito anche l’acquisto dei quotidiani locali, pur essendo intervenuta la Corte suprema censurando tale comportamento. Cosi come è vietato ricevere libri dall’esterno, mentre quelli che scelgono e ti permetto di acquistare devono poi essere lasciati al patrimonio del carcere. Scandalo  che nemmeno il pessimo Mussolini ha immaginato contro il nemico, non solo politico, Gramsci.

Ad Antonio Gramsci la storia ha concesso l’opportunità di regalare al pensiero occidentale quegli scritti dal carcere che neanche l’infamia mussoliniana, che pure lo aveva privato ingiustamente della libertà fino a cagionarne la morte, gli ha impedito di realizzare per i posteri, lasciando quell’eredità intellettuale di cui tutti senza distinzione ci possiamo pregiare.

E’ un crimine contro la civiltà sottrarre le migliaia di testi conservati nelle biblioteche alle tante intelligenze che invece sono obbligate ad oziare. E tuttavia nessuno ne è informato, tutti tacciono, tutti applaudono, mentre le segrete medievali traboccano di martiri che guardano se stessi nel grigio invecchiato del cemento della vergogna che li tiene sepolti.

Sono i sentimenti migliori a morire nell’assenza di un riscontro affettivo, nel quale si subisce una paralisi emotiva che annichilisce l’interazione col prossimo. Così scopri la tua identità violata che cerca di identificarsi, di riconoscersi, mentre non avendo più l’orizzonte emotivo c che dia senso alla realtà artificiosa che stai subendo, rimani schiacciato tra il vuoto interiore e il tempo che rallenta la corsa verso il futuro, imprigionati nell’afflizione instancabile del presente.

Il presidio sanitario preposto alla salute psico-affettiva che opera dentro quelle sezioni di tortura, realizza protocolli diagnostici-terapeutici finalizzati a mantenere compatibile la salute del recluso con il regime afflittivo a cui è sottoposto.

Nessuna cura ha per scopo il benessere psico-fisico del paziente. Dottori in medicina al servizio della legge e non del malato, il cui razzismo scientifico nei confronti dei pazienti reclusi si manifesta nel pregiudizio delle diagnosi di simulazione a priori e a posteriori dell’indagine clinica.

Quindi, come semplice deduzione, anche il medico umanamente e professionalmente migliore indossa non il camice ma la divisa. Alla sua penna è proibito l’inchiostro deontologico, poiché gli imploderebbe tra le mani nella stesura di relazioni condite di gratuite stigmatizzazioni che calpestano la sofferenza.

Nessuna meraviglia. Quando studiavo ero ancora aodelescente, raccontava che i campi concentramento nazisti furono ispirati alle Finetrelle, situata sulle Alpi, con la differenza che questa utilizzo la calce viva per eliminare i suoi prigionieri, , mentre i tedeschi, per i suo loro deportati utilizzarono i “forni crematori”.

Annoiato sui banchi di scuola chiedevo all’insegnante che cosa potesse riguardarci di un carcere sepolto da decenni di storia. Lui rispose che era stata fatta l’Italia politica colonizzando militarmente le terre del Sud, mentre a “Fenestrelle” morivano torturati gli italiani meridionali che si erano opposti a tale conquista. Uomini che arrivarono a conoscere l’inferno savoiardo, istituito con la legge Pica che avrebbe inaugurato i genocidi nel successivo secolo dell’orrore.

Quell’insegnante, che oggi ricordo con ammirazione, profetava sul destino che ancora dovevo sperimentare, rivolgendo quella lezione a noi figli del profondo Sud che a “Fenestrelle” avevamo perso la Patria. Figli di un dio minore, di fatto “colonizzati”, siamo trattati ancora come un problema di ordine pubblico.

Così come i nostri patrioti meridionali conobbero gli stati di assedio e le deportazioni, noi subiamo retate e incarcerazioni di massa. Come loro conobbero la “Fenestrelle” savoiarda, noi conosciamo le sezioni di tortura piemontesi; loro la legge Pica, noi quelle emergenziali del 41 bis.

Spesso si sente ripetere che l’unica industria al Sud che non conosce pressione è quella della repressione. Questa per auto-legittimarsi e mantenere inalterati i privilegi, necessita che la tensione sia sempre alta, la pericolosità sempre attuale e la criminalità sempre più forte.

E solo il carcere è la soluzione, ma solo gli atti vili come le erbe velenose fioriscono ne carcere, tutto quanto di buono vi è nell’uomo  qui  va in rovina e avvizzisce per sempre… scriveva Oscar Wilde.

Il tuo amico

Dal Jetsemani catanzarese

Davide Emmanuello

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