Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Intervista sul 41 bis, all’ex parlamentare europeo Maurizio Turco (prima parte)

41bis

Il nostro Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro, ci ha inviato il testo di una interessantissima intervista fatta dalla redazione di Ristretti Orizzoni (a questo link troverete la versione online del numero di Ristretti in cui è presente anche questa intervista http://www.ristretti.it/giornale/word/13/01.pdf) a Maurizio Turco, ex parlamentare europeo. L’intervista è incentrata sul cuore di tenebra del sistema penitenziario italiano, il regime del 41 bis.

L’intervista è fatta a più voci, nel senso, che sono più persone, quasi tutti detenuti nel carcere di Padova, a fare, di volta in volta, le domande.

Si tratta di una intervista di tale lucidità e chiarezza, anche per l’esperienza e l’impegno che Maurizio Turco ha da anni su questi temi, che voglio riprodurla a puntate. E oggi ne pubblico la prima parte.

Prima di lasciarvi alla lettura di questa prima parte, cito un passaggio emblematico:

“Io so solo che Giuseppe Ayala, già membro del pool con Falcone  e Borsellino, e già sottosegretario alla Giustizia, e che nel 2002 era membro della Commissione antimafia, nell’ambito della discussione in Commissione sulla stabilizzazione del 41 bis, disse… “… saranno stati centinaia i provvedimenti che ho firmato, le motivazioni delle proroghe appartengono a quella categoria di cose che si firmano previa bendatura degli occhi (tanto è un’azione automatica che sappiamo fare tutti e con l’occhio bendato viene meglio)”. Perché prorogava ad occhi bendati la permanenza in 41 bis? Perché ci sono persone che continuano a restare in 41 bis sulla base della dichiarazione dei e carabinieri di un paese del quale magari mancano da 30 anni. Carabinieri che affermano che questa persona continua ad avere rapporti con la gente del luogo pur essendo da 10 anni in 41 bis: questa è negazione del diritto, della giustizia, della logica e dell’intelligenza.”

Maurizio non è la prima persona a dire queste cose. In pratica ci sono detenuti da anni in un regime durissimo, quale è il 41 bis, peri i quali le motivazioni della proroga costituiscono, in sostanza, una sorta di continuo copia e incolla. Ci sono detenuti che non vanno nel loro paese di origine da più di venti anni, ma ancora nei loro confronti si riproducono i testi delle originarie valutazione di vicinanza a contesti criminali.

Il 41 bis ha il potere simbolico che qualunque strumento innalzato a livello di mito della lotta contro il crimine. E’ diventato ideologia. Non viene quasi mai veramente affrontato in tutti i suoi meandri. Farlo suscita sospetti e accuse di “morbidezza” verso il crimine. Ma essere moralmente onesti vuol dire sempre raccontare le cose come sono.

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Oddone Semolin: Noi abbiamo cercato di mettere a fuoco i meccanismi di come funziona il 41 bis, quello che volevamo sapere è come pensate si possa superare questo regime, perché siamo consapevoli che la resistenza rispetto alla possibile abolizione di queste forme di carcerazione è trasversale, politicamente parlando, per cui crediamo sia molto difficile. Quali strumenti pensate di adottare per fare questo passaggio, concretamente, perché si arrivi al superamento? C’è uno spiraglio, una possibilità?

Maurizio Turco: Penso che non ci sia nessuno spiraglio, né alcun cambiamento in vista, anzi, penso stiamo andando verso una sempre maggiore militarizzazione del sistema carcerario, in assenza di possibilità alcuna di un carcere che risponda a quelli che sono i dettami costituzionali. Il resto è resistenza. Noi stiamo cercando di resistere al fatto di un peggioramento del 41 bis, ma so se ci riusciremo, nel senso che già parlano di riaprire Pianosa, l’Asinara, e sappiamo che cosa significa. Io sono stato questa estate a Badu e Carros (Nuoro) e c’è solo un detenuto in 41 bis, ed è un fatto contrario alla legge, perché comunque  anche i detenuti in 41 bis hanno diritto alla socialità, per quanto simbolica. Le condizioni di detenzione  stanno sempre più peggiorando, nel senso che ormai c’è una parte di detenuti in 41 bis che scontano un 41 bis aggravato e sono tutti quelli che sono in aree riservate, che sono completamente isolate dal resto del mondo, e c’è ancora la difficoltà per noi di poterli andare a vedere nelle necessarie condizioni, per cui voi capite che è una situazione che va sempre più ingarbugliandosi, nel senso di violazioni sempre più dure, violente, della legge. La nostra prima proposta è quella del rispetto della legge così come è scritta. Il fatto che poi ci siano tutta una serie di regolamenti che il DAP ha emamato, che hanno reso il 41 bis quello che è oggi nella realtà, una realtà contraria alla legge. Noi siamo riusciti in una occasione a fare andare il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa non nei posti dove di solito si andava, ad esempio Spoleto, dove c’è una realtà molto più aperta, diciamo. Quando siamo però riusciti a fare andare il Comitato a Parma, lì sono venute fuori 50 pagine di critica al sistema penitenziario, al sistema italiano, all’applicazione della legge italiana. Ecco perché il problema che oggi dobbiamo porci come obiettivo è quello di fare rispettare la legge, il 41 bis, in tutti i luoghi di privazione della libertà, da parte dello Stato e nella società intera. Se noi riuscissimo a fare rispettare la legge, quella scritta, le condizioni di detenzione sarebbero completamente diverse da quelle che sono. Purtroppo ogni tentativo di riforma di mettere il carcere in condizione di essere rispondente alla legge, non ha sinora portato a nulla.

Elton Kalica: Prima c’erano delle garanzie, ora che invece è diventato un sistema, quali tutele ci sono?

Maurizio Turco: Intanto vanno ricordati positivamente i 16 senatori e 44 deputati che, tra ottobre e dicembre 20o2, votarono contro la legge istitutiva in senso permanente del 41 bis. Il regime straordinario è stato reso ordinario attraverso una “stabilizzazione”, perché era una legge che doveva essere rinnovata ogni due anni, proprio per le particolari -cioè, lo ripeto, violente- condizioni di detenzione. Poi, nel 2002, il Parlamento ha deciso di farlo diventare un sistema “ordinario”. Andrebbero studiati gli ultimi sei mesi del 2002. Quello che veniva detto in Parlamento e cosa veniva pubblicato sui giornali e nelle agenzie. Io so solo che Giuseppe Ayala, già membro del pool con Falcone  e Borsellino, e già sottosegretario alla Giustizia, e che nel 2002 era membro della Commissione antimafia, nell’ambito della discussione in Commissione sulla stabilizzazione del 41 bis, disse… “… saranno stati centinaia i provvedimenti che ho firmato, le motivazioni delle proroghe appartengono a quella categoria di cose che si firmano previa bendatura degli occhi (tanto è un’azione automatica che sappiamo fare tutti e con l’occhio bendato viene meglio)”. Perché prorogava ad occhi bendati la permanenza in 41 bis? Perché ci sono persone che continuano a restare in 41 bis sulla base della dichiarazione dei e carabinieri di un paese del quale magari mancano da 30 anni. Carabinieri che affermano che questa persona continua ad avere rapporti con la gente del luogo pur essendo da 10 anni in 41 bis: questa è negazione del diritto, della giustizia, della logica e dell’intelligenza. E di questo il sottosegretario Ayala che prorogava i 41 bis ad occhi bendati se ne è accorto? Certo che se ne era accorto, tant’è che aggiunge: “… Questo lo dico senza avanzare assolutamente critiche nei confronti degli organi che erano di volta in volta chiamati a fornire gli elementi, ma perché certe volte è quasi una probatio diabolica”.

Per quella che è la mia esperienza, ho visto poche persone uscire dal 41 bis e le ho ritrovate quasi tutte, ancora insieme, a… Badu e Carros, a Nuoro, in Sardegna. L’unico cambiamento è stato un peggioramento delle condizioni di detenzione. Intendo con questo soprattutto la difficoltà ad avere rapporti con i familiari, perché è chiaro che quanto ti sbattono in Sardegna, se hai parenti in qualsiasi parte d’Italia, diventa un costo serio, sei tagliato fuori da qualsiasi possibilità di un rapporto costante. Fra pochi mesi in Sardegna risiederanno la metà dei detenuti in 41 bis e quasi tutti coloro che ci sono passati e sono vittime (e sottolineo: vittime) di un reato ostativo, cioè sono condannati a non uscire mai. In altre parole questo significa avere introiettato il senso dell’impunità da parte di chi dovrebbe applicare la legge ed invece la viola. C’è un giovane detenuto che ho incontrato una volta in 41 bis e due volte a Badu e Carros ristretto in alta sorveglianza. L’ultima volta mi ha detto “noi qui rappresentiamo il fallimento dello Stato. Siamo da decenni in galera. Siamo condannati all’ergastolo ostativo. La Costituzione non permette la restrizione a vita, ma c’è una legge che la consente attraverso un meccanismo dal quale risulta che siamo noi che vogliamo restare in carcere. Ogni volta che viene e ci trova ancora qui deve pensare: abbiamo fallito”.

Sandro Calderoni: Ci racconti come si vive nel 41 bis?

Maurizio Turco: Vivere? Tanto per cominciare non si potrebbero tenere le telecamere in cella, soprattutto se sono puntate sui servizi igienici, ma questo continua ad accadere in tutte le aree riservate. Ho avuto modo di vedere una cosa allucinante a Badu e Carros, dove c’è un solo detenuto in 41 bis. C’è un corridoio con diverse celle, ma una sola è occupata, ha una telecamera puntata sui “servizi igienici”, che consistono in un bagno alla turca anomalo, non si trova ad altezza di pavimento, ma è rialzato di un metro per ovvie ragioni, perché c’è la volontà di manifestare un potere fisico, di umiliarlo di fronte alla telecamera, quando deve fare i suoi bisogni, e questo è qualcosa che è intimamente connaturato al 41 bis. La legge prevede espressamente che chi va in 41 bis può uscire unicamente se si pente. Noi siamo riusciti -triste consolazione!- a fare morire a casa almeno due persone, una c’è rimasta in agonia dieci giorni, l’altra non hanno fatto in tempo a farla uscire dall’ambulanza che è morta sull’uscio di casa. C’è proprio anche una logica dimostrativa per gli altri, nel senso che una di queste due persone era stata curata per tutt’altra patologia. La cartella clinica è stata inviata al professore Tirelli, del centro oncologico di Aviano, il quale disse: questa persona ha una prognosi infausta certa. Può avere un mese di vita. E dopo un mese è morto. Devo dire grazie al ministro Castelli che risposto positivamente al nostro appello a non farlo morire come un cane ed è morto a casa sua. Di solito un detenuto in 41 bis muore in ospedale dove viene trasportato dal carcere in prossimità del decesso. Morire nella propria casa è un fatto rarissimo. Certi accadimenti hanno solo un senso dimostrativo. E’ chiaro che non c’è nessun problema di sicurezza per quella persona ammalata di tumore che sta morendo, però il tenerla lì è di esempio per gli altri. Diciamo che lo Stato ha fatto propria, ha assimilato e riprodotto la logica mafiosa. Lo Stato, cioè, chi dovrebbe prevenire e contrastare il formarsi di una tale logica.

(FINE PRIMA PARTE)

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3 pensieri su “Intervista sul 41 bis, all’ex parlamentare europeo Maurizio Turco (prima parte)

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Come siamo civili…………… che tristezza.

  2. rosa in ha detto:

    il 41bis e’ una tortura! un uomo non ha piu’ una dignita!

  3. Giuseppina Zito in ha detto:

    vedo che non è cambiato nulla, anzi si va sempre a peggiorare …

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