Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Vi prego, aiutate mio figlio

ansia-e-solitudine

Quando Annamaria Rosati mi ha scritto alcuni frammenti della sua vicenda e della dolorosa vicenda di suo figlio, le ho telefonato e mi sono fatto raccontare questa storia.

Questa donna non va lasciata sola.

Chiunque può intervenire per aiutarla e aiutare suo figlio, va sollecitato a fare qualcosa.

Chi è questo ragazzo che ora sta per perdere una gamba?

Potevi essere tu, poteva essere tuo figlio. Questo ragazzo è stato lasciato solo, senza protezione, senza difesa. Con un disturbo bipolare, con un grave problema a una gamba, nessuno l’ha seguito, nessuno l’ha tutelato. Lo si è solo buttato in carcere, per sputarlo fuori ancora più destabilizzato. Poi ha commesso altri reati e ha pregiudicato un’altra gamba. Ma di chi è davvero la colpa di quei reati?

Fosse nato in un’altra famiglia, in un altro contesto, sarebbe stato curato fin dall’inizio, sarebbe stato seguito, sarebbe stato protetto. Non sarebbe stato tenuto a muoversi perennemente con le stampelle e con una gamba gonfia che adesso rischia di perdere. Non sarebbe stato tenuto con un disagio interiore sempre più forte senza nessun VERO intervento. E la madre? Non si sarebbe trovata costretta a lavorare in un call center erotico per poter lavorare.

L’unica persona che ha davvero aiutato Annamaria e che la sta aiutando è Giovanni Tripodi, un avvocato del gratuito patrocinio del foro di Roma, che, senza venire pagato naturalmente, si sta davvero impegnando per questa vicenda. Un esempio di quello che vuol dire fare l’avvocato con onore.

Adesso deve essere chiaro ciò che NON deve avvenire. E NON deve avvenire che questo ragazzo perda una gamba e che, per questo e per altro, la sua vita venga segnata fino in fondo.

E’ un ragazzo giovane che merita dignità e speranza. Come li merita la madre.

Chiunque può fare qualcosa, chiunque può intervenire, dovrà farlo.

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Raccontami la tua vicenda Annamaria.

Mi chiamo Annamaria, sono una donna di 48 anni e vivo a Roma. Ho sempre avuto una vita “normale”; fino a 4 anni fa quando la mia vita si è trasformata a causa della vicenda giudiziaria in cui  siamo stati coinvolti io e mia figlio. Io sono stata arrestata circa 4 anni fa per un reato da me non commesso. Sono stata accusata di essere la mandante di una estorsione di una aggressione con un tentato omicidio. Come esecutore materiale fu imputato mio figlio che all’epoca aveva 18 anni, e altre due persone, solo che queste due persone furono scagionate per mancanza di prove. Premetto che il mio fu un processo del tutto indiziario.

Comunque, il giorno dell’arresto erano le cinque di mattina, dovevo andare al lavoro, e alla porta ho avuto la sorpresa di trovare 12 carabinieri, sei pattuglie dei carabinieri sotto casa mia,  e non capivo. Loro mi dissero all’epoca che dovevo andare alla caserma di Civitavecchia per dei chiarimenti e che in giornata sarei comunque tornata a casa. Invece sono stata portata direttamente nel carcere di Civitavecchia, in attesa del processo di I° grado, perché avrei potuto falsare le prove. Sono stata sottoposta alla carcerazione preventiva. E’ durata un anno la mia permanenza nel carcere di Civitavecchia. Immaginatevi una donna che si era alzata per andare a lavorare, e si è ritrovata in carcere, con il figlio agli arresti domiciliari. Con il figlio semi-invalido all’epoca. All’epoca era già seminvalido, non del tutto come lo è adesso.

Per via di questa vicenda mia figlia dovette lasciare Perugia dove frequentava l’università e venne da noi. Noi eravamo l’unica famiglia che aveva. Di colpo si è ritrovata la madre e il fratello in galera. In pratica ha fatto un po’ da tramite tra noi e il mondo esterno. Una ragazza che all’epoca aveva 23 anni.  Anche lei si è ritrovata catapultata in una vita abbastanza strana.

Alla fine del processo di primo grado, io e mio figlio veniamo condannati, le altre persone vengono scagionate perché estranee al fatto. Un processo senza prove; solo  indizi. Io vengo condannata a 4 anni di reclusione, e mio figlio a due anni e sei mesi. Entrambi eravamo incensurati. Io non ho mai commesso un reato in vita mia. Ho sempre lavorato per vent’anni. Ero una cuoca. All’epoca lavoravo per la Pellegrini S.P.A. In carcere mi è arrivò la lettera di licenziamento. Durante le prime due sentenze, tra il primo e il secondo grado, ho avuto i domiciliari. Il magistrato mi rifiutò addirittura il permesso di uscire una volta a settimana per fare la spesa per il mio sostentamento.

Successivamente entrambi dai domiciliari siamo passati all’obbligo di firma. Io tutti i giorni, avevo l’obbligo di firma quotidiano, e mio figlio tre volte a settimana. Senonché il ragazzo aveva già cominciato la sua trasformazione. Da quando ero uscita dal carcere aveva già perso trenta chili, e ogni tanto ci dava giù con l’alcool. Premetto che mio figlio ha sempre avuto disturbi di bipolarismo. Un disturbo che non è gravissimo; e se viene curato e seguito da persone competenti, le persone affette da questa patologia possono fare una vita quasi “normale”e ci si può convivere. Però tutto questo non è successo, mio figlio è stato lasciato solo, e nel tempo è peggiorato sempre di più, anche per via dell’alcol. Un giorno venne arrestato perché fu trovato in giro in stato di ebbrezza che minacciava le persone con dei coltelli. Quindi, non avendo adempiuto agli ordini di firma dettati dal magistrato, fu portato in carcere. Dopo tre mesi di carcere mio figlio è uscito. Nel frattempo erano passati quasi due anni da quando ero stata arrestata, ed ero sempre senza lavoro. Il mutuo sono quasi tre anni che non lo pago più; non ho soldi. Ho perso il lavoro, ho perso tutto. Ho ripreso all’inizio un po’ a fare la cuoca, perché non sapevo proprio come sopravvivere. Però niente da fare, avendo l’obbligo di firma, non potevo coprire delle turnazioni troppo lunghe e non volevo raccontare la mia storia agli altri.  L’Italia è un posto pieno di pregiudizi. Mi hanno impedito di trovarmi un lavoro decente. Mi sono arrangiata a lavorare con queste società interinali. Trovai l’unico lavoro che mi è stato possibile trovare e che mi consente non di vivere, ma di sopravvivere, perché si guadagna pochissimo. Lavoro in un call center erotico. Praticamente sono un’operatrice del sesso, faccio psicoterapia sessuale al telefono, con i più grandi porci italiani. Però va bene così. E’ l’unico lavoro che ho trovato. A me mi sta bene, non mi vergogno a dirlo.

Nel frattempo mio figlio è uscito dal carcere e ha continuato con i suoi disagi. Era sempre più magro. Lui aveva un handicap a una gamba, all’epoca la gamba destra. Quando aveva 17, cadde da un terrazzo di otto piani. Si salvò la vita perché rimase appeso con un polpaccio a uno spuntone, i suoi amici per salvargli la vita, lo tirarono da questo spuntone e perse il muscolo della gamba. Comunque, cominciò a fare reati. In carcere lo avevano incattivito; perché la giustizia in Italia, invece di salvare un ragazzo, lo ha reso più aggressivo e pericoloso.  Comprava delle armi, e ha cominciato a minacciare le persone anche con spade. Arriviamo al suo primo tentato omicidio; perché lui  è stato complessivamente accusato di due evasioni e di due tentati omicidi. Lui aveva una ragazza di Ostia -che anche adesso non c’è più, ha la sua vita, non può stare appresso a mio figlio- e andò a trovare questa ragazza, “evadendo” dagli arresti domiciliari. Durante questa evasione diede un calcio alla vetrata della stazione di Ostia facendo cadere tutta la vetrata sull’altra gamba, lesionandosi tutti i tendini della gamba sinistra. E’ stato operato, però non ha più ripreso l’uso della gamba. Attualmente zoppica,  si muove con le stampelle e ha una gamba gonfia. Secondo me c’è anche il principio di qualche infezione. Dopo l’intervento alla seconda gamba, l’ortopedico mi disse di fare delle terapie costosissime. Anche se ho l’esenzione al ticket, ogni radioterapia costava 50 euro e lui ne doveva fare dieci; figuriamoci se me lo potevo permettere. Andavamo avanti con stampelle, con fasciature, ma la gamba si gonfiava sempre di più. E mio figlio non riusciva neanche più ad appoggiarla.

E poi c’è anche il problema del cibo. Lui ha smesso di mangiare quando è uscito dal carcere. Io non ho potuto cucinare per quasi due anni a casa mia, perché anche solo l’odore del cibo, lo innervosiva, mi buttava tutto dal balcone. Lui era arrivato addirittura a mangiare una mela, delle foglie di insalata. Lui prima di mangiare si pesava, si mangiava una mela, si allenava un’ora per smaltire i grassi secondo lui accumulati, e poi si ripesava, e poi era in pace con se stesso. Era diventato magrissimo. Qgni tanto cercavo di farlo mangiare, approfittando del fatto che c’erano degli amici suoi, e allora lui non poteva schierarsi contro di me, perché secondo lui ero io la causa del suo male, ero io che lo facevo diventare ciccione. Praticamente le persone, soprattutto i ragazzi che hanno questi disturbi, tendono ad odiare la madre. Quindi tutte le colpe sono della madre. Ma va bene, io ho accettato questo, perché ho capito che non era con tutto se stesso che mi odiava. C’era una parte di se che mi odiava. E una parte di sé che mi amava come non mai. E comunque ha continuato a peggiorare sempre di più, beveva, ecc. Fino al giorno in cui andò a trovare con le stampelle la sua ragazza ad Ostia. Il padre non ha mai accetto mio figlio; figuriamoci se qualcuno può accettare un ragazzo del genere. Pensa che prima che mio figlio cominciasse ad avere questi disturbi sia fisici che mentali mio figlio era un ragazzo allegro, anche molto carino, molto simpatico. Praticamente lo hanno rovinato. Era andato a trovare la ragazza.. con le gambe fasciate e le stampelle; perché ormai non cammina più. Non ha quasi più nessuna delle due gambe e se continua così rischia di perderla in maniera permanente la gamba danneggiata. Il padre della ragazza lo  ha minacciato, dandogli calci sulla gamba malata. Mio figlio per rispetto della sua ragazza è rimasto inerme. Finché il padre ha rotto una bottiglia, gli ha fatto una cicatrice sul collo e gli ha detto “se non te ne vai ti uccido”. Mio figlio ha tirato fuori il coltello e l’ha pugnalato. Per fortuna che quest’uomo si è salvato. Questo è il suo secondo tentato omicidio. Ritornò a casa ma i carabinieri vengono, lo prendono e lo portano in carcere. Io ho fatto il possibile per stargli vicino.

Nel frattempo io ho cambiato avvocato, perché non avevo più soldi. Ora ho un avvocato bravissimo, che meriterebbe una medaglia. E’ un avvocato calabrese del gratuito patrocinio. L’ho trovato per caso su internet. Un bravissimo avvocato del foro di Roma, patrocinante in Cassazione. La prima volta che sono stata nel suo studio, vidi un fila di vu cumprà, e allora mi sono sentita a mio agio. E mi sono detta “finalmente un avvocato come si deve”. Da allora sono sempre stata seguita da lui. Non mi ha mai chiesto soldi, anche perché non ne ho. E mi ha detto che comunque potevo essere salvata in tempo se fossi stata seguita da un avvocato decente, però ha preso in mano la situazione e mi ha fatto togliere le firme dopo due anni e a febbraio avrò finalmente la Cassazione. Ma ormai non ci spero più, la Cassazione mi darà la terza e ultima condanna e dovrò scontare gli ultimi due anni di pena che mi sono stati sospesi. Non tutti sanno che, firmando, la pena si ferma, rimane “sospesa”. Quindi fino alla nuova ordinanza del giudice io sono in una situazione di stallo.

L’avvocato ha fatto in modo che  mio figlio venisse trasferito in comunità. Dal carcere di Civitavecchia mio figlio doveva assolutamente essere trasferito in una comunità. Lui non aveva e  non ha bisogno di un carcere, ha bisogno di una comunità con persone che sanno che tipo di problematiche ha e come comportarsi. Io saprei come fare, però sono la madre e non sono all’altezza. Non sono la figura idonea per potere aiutare mio figlio. C’è un rapporto di odio e amore tra di noi. Nel frattempo mia figlia si è molto allontanata da me e non voglio più coinvolgerla in questa storia. Io ho perso due figli. Io avevo due figli e ora sono sola.

Nel frattempo, tramite questo avvocato, mio figlio riesce ad entrare in una comunità, la comunità di San Cesareo, in provincia di Fano, nelle Marche. E’ una comunità terapeutica per tossicodipendenti, alcolisti e ragazzi affetti da problemi psicologici, come mio figlio.  Io non sapevo niente. Un giorno stavo andando in carcere e mi arrivò la telefonata della comunità, dicendomi che mio figlio era là già da dieci giorni, ma non avevano saputo come contattarmi. Dopo dieci giorni quindi riuscii a parlare telefonicamente con mio figlio. Quando lo sentii quella prima volta, mio figlio era molto diverso, era “dopato”, era talmente imbottito di psicofarmaci che stentava a parlare. Praticamente mi chiedeva aiuto, diceva “sto così.. ho firmato..vado via…non voglio stare qui..”. Gli operatori mi hanno detto che potevo chiamare tutti i venerdì alla stessa ora, però non ci potevo andare. A parte che non potevo andare perché avevo le firme. Io per due anni non mi sono potuta allontanare da Roma. Comunque,a prescindere da ciò, io non sarei potuta andare finché non avessi ricevuto l’invito della stessa comunità, perché i pazienti della comunità non possono avere contatti con i famigliari finché non lo dicono loro.

Il venerdì successivo telefonai e gli operatori mi dissero“eh dobbiamo fare una riunione per suo figlio, suo figlio non è in grado di stare in comunità, ci sono state già due risse”. E io ho detto “voi siete una comunità, che cosa volevate? Il figlio di Padre Pio. Se sta in una comunità un motivo ci sarà. Mio figlio è così. Voi siete in grado di aiutarlo?”.

Quanto telefonai il secondo venerdì, mi dissero che era evaso dalla comunità, ma lo avevano recuperato dato che aveva fatto poca strada, lui non cammina, si muove con le stampelle.

-“Ma lo avete portato a fargli visitare la gamba?”

-“Signora ci vuole il permesso del magistrato?”

-“Ma che cazzo state dicendo? Mio figlio sta perdendo la gamba. Che cazzo di magistrato ci vuole?”

-“Noi senza il permesso del magistrato non possiamo portarlo da nessuna parte.”

Il terzo venerdì mi dissero che lo avevano trasportato nel carcere di Pescara, perché non poteva stare in comunità.

Mio figlio mi avevano detto che lo avevano mandato ad un carcere .. ma non riuscivo a capire quale carcere.. poi, un po’ per l’avvocato, un po’ perché mi sono messa a urlare al telefono, mi hanno dato l’indirizzo del carcere dove stava mio figlio, e dove tuttora ci sta, il cercare di Pesaro. E allora mi sbrigai a prendere la sua cartella clinica dall’ospedale di Ostia, dove aveva subito l’intervento alla gamba e l’avvocato, tramite fax,  l’ha mandata al magistrato che si occupa di mio figlio, per avere l’urgente trasferimento almeno nel centro clinico di Rebibbia o di Regina Coeli, per farsi curare e salvare questa gamba.

Nel frattempo non so se mio figlio ha preso peso, se continua a mangiare, se continua a riempirsi di tatuaggi. Perché durante la sua detenzione ai domiciliari, mio figlio si era costruito una macchinetta con le sue mani, si era comprato della china e si era riempito il corpo di scarabocchi, disegni di ogni tipo. Se li faceva da ubriaco, cose oscene, io ogni volta che lo vedevo restavo sconvolta.

Io, come ti dicevo prima, sono convinta che sarò condannata anche in Cassazione e sicuramente sarò mandata ai servizi sociali. Premetto che sono l’unico sostentamento di mio figlio. Se vengo meno io, mio figlio è abbandonato in carcere, col rischio di perdere una gamba e col rischio dei suicidi in carcere o di cose come l’anoressia. Mio figlio è anoressico, ha gravissimi problemi di alimentazione. Ma nessuno dice niente.

Io che faccio? A chi mi rivolgo? Sto perdendo la casa. Ho un cassetto pieno di raccomandate della banca, tutte rate insolute del mutuo. E chi ce l’ha i soldi per pagare? Io da un momento all’altro mi aspetto che mi cambiano la serratura e non potrò più entrare in casa mia. Che faccio?

Ormai non mi aspetto più niente da nessuno. Ma, visto anche il periodo, figuriamoci a chi gliene può fregare di una persona che è stata rinchiusa in carcere. Sono stata giorni senza mangiare, perché non avevo da mangiare. Mi sono rivolta anche a strutture di volontariato, col cavolo che danno.

Quando io e mio figlio eravamo ai domiciliari, la mia famiglia mi portava un po’ di spesa, ma mi è stata vicina fino a un certo punto, poi mi hanno detto “basta, in questo guaio ti ci sei cacciata tu e tu te ne esci”. Inoltre mio figlio non è ben visto neanche nella mia famiglia. Mio figlio non è ben visto da nessuno. Non è accettato da nessuno. Io sono la madre e quindi tendo a difenderlo e vengo vista di cattivo occhio anch’io.

La caritas inizialmente mi portava un pacco con pasta, riso e cose del genere. Quando sono uscita dai domiciliari e avevo l’obbligo di firma, per loro io ero libera e sostanzialmente autosufficiente. Ma comunque anche se lavoro, e prendo 500 euro, non sono tornata alla normalità. Ho un figlio sulle spalle, una figlia che non ho potuto aiutare. E questa è una cosa che mi ha distrutto, perché purtroppo io ne ho due di figli. Ho dovuto non dare a una figlia per dare all’altro. Perché per potere stare dietro a mio figlio, non potevo dare a mia figlia le attenzioni che avrebbe dovuto avere.

Comunque le buste della Caritas alla fine si erano ridotte a due pacchi di pasta e una scatola di pomodori. E io dicevo “Invece della pasta, datemi da qualcosa di fresco (frutta o verdura) o anche solo del latte, perché mio figlio il latte lo beve, ma la pasta e il pomodoro non li sopporta”. Ma a loro non importava. Non ci sono più andata perché per due pacchi di pasta, e sentirsi anche umiliata, non ne valeva lapena.

Tramite l’assistente sociale, finii in una lista del comune di Roma con un servizio di sostegno gestito da volontari di sinistra che una volta al mese mi portano un pacco. Almeno questo pacco è da cristiani.. portano caffè, olio, te.. cose più a livello umano. Non sono quei due schifosi pacchi di pasta. Anche se adesso il pacco è diventato più scarso perché dicono che hanno meno fondi.

Adesso sono sola, sono tre mesi che non vedo mio figlio, non so più le sue condizioni fisiche. Mio figlio mi scrive. Adesso ha bisogno di un pacco per il periodo di Natale, non so se riuscirò a mandarglielo, perché non ho  soldi. Mio figlio ha molto freddo. Dice che lì fa molto freddo, non esce all’aria perché dice che lì c’è il ghiaccio. Ha detto che il carcere è completamente  diverso dalle altre carceri.

Forse c’è la possibilità che venga trasferito a Pisa, dove c’è sempre un carcere ma dove c’è anche un grande centro clinico. E forse finalmente potrà curarsi questa gamba. Ma c’è il rischio che finché resta in carcere riprenda con risse interne e l’avvocato mi ha detto che a quel punto mio figlio rischia l’OPG. Voi sapete cos’è l’OPG per un ragazzo di 21 anni? Vuol dire che chi entra là, esce tra vent’anni.

Mia figlia ormai si è allontanata. Mio figlio è in carcere, soffre psichicamente, praticamente cammina con le stampelle, e rischia da un momento all’altro di perdere una gamba. Io cerco in qualche modo di aiutarlo con quel poco che guadagno in un call center erotico, l’unico lavoro che ho potuto trovare.

Mi sento sola, abbandonata da tutti. Che posso fare?

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3 pensieri su “Vi prego, aiutate mio figlio

  1. Giuseppe Rotundo in ha detto:

    Conosco molto bene questa storia,e provo (nonostante tutto) un immenso dolore
    mi auguro che tutto possa risolversi al meglio
    mi auguro che le cose possano al più presto migliorare sia per lei,
    e sia per suo figlio.
    Certo nn è facile….E nn va assolutamente lasciata sola!
    Tanti Auguri di buona Vita.

  2. angela basile in ha detto:

    Questo stato ammazza chi non ha armi per combattere…io pirtroppo sono sola senza un familiare e mio marito in xarcere (innocentemente)da 2 anni…altrimenti non esiterei ad’aiutare qsta donna e suo figlio! Dio mio…vorrei che qualche angelo le faccia trovare la voglia di sorridere ancora…non ho parole! A questa donna dó un abbraccio con affetto e tanti auguri per il figlio di un futuro “almeno dignitoso”

  3. Non si puo ignorare una storia del genere,a 21 anni si ha tutta la vita davanti, proprio per questo merita l’opportunita’ di riprendersi,opportunita’ che in carcere non esiste,prima di tutto va curata la sua gamba..siamo persone non bestie.
    Ragazzi cosi’ giovani non possono essere lasciati marcire in un carcere,piu’ tosto seguiti adeguatamente …
    Spero si muova qualcosa e la situazione migliori per entrambi..un abbraccio forte…

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