Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Lettera dei detenuti di Carinola all’Unione Camere Penali

Rap.

Pubblico oggi questa lettera firmata da TUTTI i detenuti del carcere di Carinola e inviata all’Unione delle Camere Penali.

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UNIONE CAMERE PENALI

P.C. Garante Diritti Detenuti Campania Dott.ssa A. Tocco

Avere letto sui giornali dello sciopero della camera penale di S.M. Capua Vetere ci fa ben sperare che la classe forense si sia resa conto che è arrivato il momento di adoperarsi per far sì che la detenzione, possa diventare meno avvilente e meno offensiva della dignità delle persone detenute, sarebbe ora che si adoperasse per far cessare la tortura legalizzata all’interno delle carceri campane.

Il termine tortura legalizzata è un ossimoro. La tortura non può essere mai legalizzata, né volontariamente inflitta. La tortura di cui parliamo è quella che nasce da quelle pratiche che portano ognuno a compiere la sua parte di dovere funzionale, il cui esito finale sfugge al singolo, ma nell’insieme realizza un travalicamento dei limiti del dovere.

Un modo di operare che realizza non lo Stato di Diritto, non il giusto governo della legge e della regola penitenziaria, ma lo stato di arbitrio, che permette di usare le leggi sempre contro, allo scopo di togliere sempre un pezzo di libertà e di dignità in più, non solo alle persone detenute, ma anche a quegli operatori che credono, prima di tutto e soprattutto nella legge, prima fra tutte la Costituzione.

In un sistema dove l’autorità non si conquista con la capacità di educare le proprie pulsioni prevaricatrici, ma da quelle spinte che tendono a sopraffare l’altro. Questo modo di operare oggi è diventato la normalità, che si è trasformata in normativa, che a sua volta si è fatta regola, una regola non sempre frutto di volontà persecutorie, ma sempre, tuttavia, dettata dal desiderio di dimostrare un’onnipotenza che fa gonfiare il petto di soddisfazione anche nel negare il giusto, il dovuto e persino ciò che sarebbe imposto dalla legge.

Tutto questo rappresenta, soprattutto per gli ergastolani, il fallimento dello Stato di Diritto e della stessa democrazia, perché un Paese che vuol definirsi civile deve condannare chiunque commette un reato, ma non può applicare una pena che diventi capitale, attraverso l’ostatività ai benefici penitenziari nei confronti di alcune categorie di autori di reati.

Uno Stato che, in base al reato d’autore di nazista memoria, nega i principi di Giustizia che si è dato, fa diventare gli ergastolani stranieri alle leggi e a se stessi e questo non consente loro di sfuggire alla stretta schiacciante di una detenzione disumana, capace di fare apparire la vita peggiore della morte.

Esimi avvocati, sapete bene che l’ergastolo, alle condizioni in cui si sconta oggi, soprattutto negli istituti campani, è una oltraggiosa violenza che fa diventare il suicidio non più una questione di scelta ma di necessità, in quanto resta l’unica risposta possibile per liberare se stessi e i propri affetti da una pena che non finirà mai.

Quando qualcuno di noi si lega un cappio al collo, non lo fa perché affetto da una turba psichica che ne segue l’inesorabile sorte. Noi, come i condannati a morte, lo facciamo quando veniamo dati in pasto ad un potere tutto umano che ha perso ogni senso di umanità, che, senza giustificazioni, ci allontana dal bene più prezioso di cui disponiamo, la famiglia, che rappresenta l’unico vero antidoto con i suicidi, per spingerci nel tunnel di una disperazione che uccide in noi la speranza e la volontà di vivere.

Un potere tutto umano che ha perso ogni senso dei doveri e indifferente ai valori giuridici che ci costringe a pagare le nostre colpe, ma è ben lontano dall’assolvere nel rispetto del senso di umanità e della funzione rieducativa della pena, principi previsti dalla Costituzione, infatti se non si collabora con la giustizia, oggi si è ritenuti per definizione pericolosi anche dopo 30/40 anni di detenzione e le istanze per l’ottenimento delle misure alternative vengono dichiarate tutte inammissibili.

Ritenere la delazione come unico criterio di valutazione del ravvedimento, significa essere andati oltre l’inaccettabile dialettica tra norma e stato di eccezione, siamo di fronte all’obbedienza a qualcosa di illegale ed illogico, utile soltanto a consentire il potere discrezionale di negare, in alcuni distretti giudiziari, e tra questi quelli campani, quel po’ che consentono le norme in vigore e che in altri distretti rappresenta la regola.

E’ su questi aspetti che la classe forense, soprattutto campana, dovrebbe prendere una seria posizione, per porsi come argine a quelle prassi e interpretazioni che, nel negare tutto, oltraggiano i principi costituzionali sulla funzione rieducativa della pena e sui diritti irrinunciabili e inalienabili di tutti i condannati, in quanto persone.

Recentemente il Presidente della Repubblica ha usato parole veramente forti sullo stato della giustizia e delle carceri nel nostro Paese, il ministro della Giustizia, all’apertura dell’anno giudiziario, ha affermato che: “il carcere è una tortura più di quanto sia la detenzione che deve portare alla rieducazione”.

Da tempo parole simili avremmo voluto sentirle pronunziare, con la forza necessaria, a Voi avvocati, che sapete bene quanto le prassi adottate nei tribunali di sorveglianza e all’interno delle carceri si discostano dalla legge scritta.

La nostra speranza è che vi rendiate conto che il vostro silenzio è diventato assordante, non foss’altro in difesa del vostro uolo, anche perché abbiamo un apparato normativo che, se correttamente applicato, consentirebbe di concepire il carcere come luogo penoso sì, però pieno di garanzie di diritti.

Esimi avvocati, se non ora, quando vi riapproprierete della dignità del vostro ruolo?

GLI ERGASTOLANI IN LOTTA PER LA VITA DI CARINOLA

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Un pensiero su “Lettera dei detenuti di Carinola all’Unione Camere Penali

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Se non ora quando? Svegliatevi perchè è già molto tardi esimi avvocati

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