Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Perché dopo il carcere non ci sia un altro carcere

prigione mentale

La libertà non è solo.. scontare la pena e uscire dal carcere-istituzione.

Ma la libertà è anche, potere vivere con dignità.

Non si tratta solo di uscire dalla costrizione fisica, ma di non essere schiacciati dalla costrizione del bisogno, di non essere tramortiti dalla solitudine.

Ho riportare questo articolo (tratto da http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/450056/Se-la-liberta-diventa-un-incubo-L-appello-di-Claudio-Pomes-cresciuto-in-carcere) che riporta la lettera di Claudio Pomes, detenuto nel carcere di Enna da diciannove anni e che, in modo apparentemente paradossale, teme la “libertà”.

Ad Enna ha trovato finalmente una forma di lavoro, e si è sentito finalmente apprezzato come persona.

Adesso ha paura di perdere tutto. Quel senso di “sicurezza” che comunque, seppure in un luogo di costrizione, sente accanto a sé. Quel lavoro che per lui è anche un simbolo del fatto che qualcuno ha “creduto in lui”. Quell’avere comunque garantito il cibo e delle amicizie.

Adesso ha paura che.. fuori dal carcere.. sarà lasciato solo.

La lotta per la dignità delle persone carcerate si innesca, ormai è evidente a tanti, con la lotta della dignità della persona in questa realtà sociale.

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Detenuto a Enna, a breve sarà fuori e teme nuovamente per la sua libertà perché è senza famiglia, senza soldi e senza lavoro. “Qui ho ricominciato a sorridere e vorrei poterlo fare anche fuori. Temo che quando questi cancelli si apriranno, io mi troverò davanti al baratro”

27 novembre 2013

PALERMO – La paura di non trovare nessuno e di non avere niente fuori dal carcere ha spinto Claudio Pomes a scrivere una lettera aperta rivolta a tutti coloro vogliano accogliere il suo appello.

Per diversi anni, infatti, ha girato le carceri d’Italia per diversi reati commessi durante la sua vita: a breve però, adesso, dovrà lasciare la casa circondariale di Enna dove è recluso da 19 mesi.

Claudio Pomes, 47 anni originario di Lecce, teme però che questa libertà che sta per riavere possa trasformarsi in una sorta di “prigione sociale” peggiore perché è solo, senza famiglia, senza soldi e senza un lavoro.

L’uomo, infatti, in carcere ha avuto un lavoro e un posto dove vivere ma adesso fuori si prospetta il nulla. “Lavoro con quello che qua dentro chiamano art. 21, pulendo le stanze dell’amministrazione e della direzione – scrive -. Dopo anni di diffidenza la fiducia che mi è stata data, sia dalla direttrice del carcere che dal capo dell’area educativa, mi hanno ridato la forza”.

“Ho passato più tempo dentro il carcere che in libertà – dice nella lettera -. Sono detenuto da quando ero giovanissimo. Purtroppo, e mentre lo scrivo sorrido, tra poco sarò scarcerato. Un momento che sogno da anni, ma ogni giorno che passa si trasforma in un incubo. Fuori da qui, infatti, io sono solo e non so dove andare. Il carcere di Enna, tra i tanti che ho girato, mi ha ridato la speranza e la fiducia nella vita. Purtroppo quando sbagli una volta è difficile ricominciare. A Enna ho trovato degli operatori che mi hanno ascoltato e guardato per la prima volta come un uomo”.

“Dentro il carcere sono al caldo, ho un pasto, un letto, posso lavarmi – dice ancora nella lettera -. Ma appena sono fuori? Quando questi cancelli si apriranno io mi troverò davanti al baratro. Il mio debito con la giustizia l’ho pagato e voglio cambiare vita. Vivo nel terrore perché so già che se nessuno mi aiuterà in carcere ci tornerò presto. Si parla tanto di carceri sovraffollate, di disumanità, di disservizi. Io ad Enna ho ricominciato a sorridere e vorrei poterlo fare anche fuori, in quella società che oltre che civile dovrebbe essere responsabile dando corso a quel reinserimento di cui tanto si parla.Voglio chiedere aiuto perché la vita è bella – conclude – e non voglio sprecarla dentro la cella di un carcere”.

La vita di Claudio Pomes non è stata facile: è stato abbandonato da piccolo, trascorrendo la sua infanzia in istituto. “Ho lavorato e per un periodo ho anche aperto una piccola ditta e vivevo con una ragazza di Bergamo – si legge nella sua lettera -. Purtroppo quando sbagli una volta è difficile ricominciare. Per noi è tutto più complicato e spesso la strada più facile è quella di tornare a rubare”. 

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2 pensieri su “Perché dopo il carcere non ci sia un altro carcere

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Già, di solito purtroppo, la pena continua ed è per questo che mi batterei volentieri per evitare che le fedine penali rimangano sporche. Quando una persona ha pagato il suo debito con la pena dovrebbe poter ricominciare senza pendenze e invece, si verifica poi che la vita fuori è difficile e a volte impossibile. Io auguro a questo signore di farcela, di combattere anche fuori per non morire. E’ giustificata e motivata la sua paura ma con lk’autostima necessaria ce la potrà fare, in bocca al lupo.

  2. Giuseppina Zito in ha detto:

    Un percorso difficile il tuo, ma il passato si sa nutre il futuro, devi solo munirti di tanta forza, perché l’esterno non è diverso dall’interno, dove hai trovato umanità, la troverai anche fuori, scuotiti di dosso tutto quello che hai visto e provato, adesso si apre una nuova pagina pulita, tocca a te adesso colorarla di buoni propositi e metterci del tuo “esperienze positivi “..:
    So che non sarà facile, ma devi necessariamente riadattarti in un clima che sembra immutato, ma tu si, credi in te stesso il resto e solo da visionarlo , ma per l’amor di dio non farti indebolire sei forte il mondo a bisogno anche di te, come tutti noi …coraggio

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