Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Celle aperte in carcere- contraddizioni impreviste.. di Domiria Marsano

Aperte

Il testo di Domiria Marsano che leggerete tra poco ha qualcosa di raro.

Domiria la conosciamo da qualche anno. In carcere per reati finanziari, aveva da diversi mesi ottenuto la semilibertà. Semilibertà che recentemente le era stata revocata per via di alcune contestazioni, ma che le è stata da pochissimo “restituita”, avendo il Magistrato di Sorveglianza riscontrato che non erano, in effetti, venute meno le condizioni per la semilibertà.

Domiria è stata coraggiosa a inviarci le riflessioni che pubblico oggi. Coraggiosa perché è il tipo di riflessioni che può suscitare incomprensioni, e generare ostilità da parte di altri detenuti. Ed inoltre Domiria rivela -e non è la prima volta- la sua lucidità mentale, quella capacità di descrivere le cose, cercando di farlo il meno possibile come “parte”, ma da un punto di vista che possa essere il più obiettivo possibile.

Naturalmente questo non vuol dire che ciò che lei ha riscontrato nel carcere di Lecce sia estensibile a tutte le carceri italiane. Però va apprezzato per avere indicato, con tanta chiarezza, alcune delle problematicità, che una misura auspicata da tutti, noi compresi -ovvero le celle aperte- sta provocando.

In gran parte delle carceri, il regime ordinario di detenzione, prevedeva come “canonica” la regola delle celle chiuse. Il detenuto restava in cella tutto il giorno, a meno di .. ore d’aria.. corsi scolastici.. corsi di altro genere.. messa.. e.. (a seconda delle carceri).. sala hobby.. sala informatica.. palestra. Oltre ai casi di “socialità”, ad esempio in presenza di feste (Natale, Pasqua). Insomma.. la possibilità di uscire dalla cella era condizionata a “cose da fare”.. che sia passeggiare nell’ora d’aria, frequentare corsi, ecc.

Molti hanno spesso sostenuto come un regime carcerario più civile e degno, non può tenere un detenuto dentro una cella dalla mattina alla sera.. a meno di questi possibili eventi. Ma dovrebbe garantire una maggiore “socialità”. Ovvero rendere la possibilità di muoversi per il piano una regola, e le ore obbligatorie da passare in cella, una eccezione.

Anche io, personalmente, ho sempre auspicato che si riducesse il tempo obbligatorio da passare in cella. E che non vi fossero più gli estremi di chi, avendo poche opportunità di seguire corsi o altre iniziative, si ritrovava in cella fino a  quasi venti ore.

Da poco tempo nelle carceri si stanno sperimentando le “celle aperte”. Ovvero la possibilità per il detenuto, entro un determinato margine orario, di potere muoversi nel suo piano di sezione, e di non essere obbligato a stare chiuso in cella.

Domiria ci racconta di alcune problematicità che questo sta provocando.

Problematicità che, a dire il vero, mi sono state segnalate recentemente anche in qualche altro carcere.

In pratica, sembra che, con le “celle aperte”.. siano diminuiti drasticamente i detenuti che partecipano all’ora d’aria, e che siano diminuiti i detenuti che partecipano a tutte le altre iniziative.. corsi scolastici.. corsi d’altro genere.. la messa..ecc.

Sembrerebbe che, dopo anni e anni di un regime che faceva della cella, il proprio fondamentale ambito di vita, e che rendeva le occasioni di “socialità” una eccezione, l’improvvisa “apertura” delle celle abbia fatto venire in secondo piano tutte quelle occasioni di “respiro sociale” che sono sempre state ardentemente ricercate dai detenuti.

Domiria si è “ritrovata” in carcere proprio nei primi tempi di sperimentazione delle “celle aperte”. E lei ha riscontrato che questo ha portato un enorme aumento del tempo passato dalle detenute nelle celle delle loro compagne, a parlare e stare insieme. E una drastica diminuzione della partecipazione all’ora d’aria, e ad altre occasioni di “socializzazione”.

Chi vedesse nell’analisi di Domiria un fare da bastian contrario, o una facile critica del nuovo, prenderebbe una colossale cantonata. Domiria fa invece un ragionamento molto profondo… dove collega quanto ha visto avvenire con le “celle aperte”, a una “restrizione” che si è radicata nell’anima, a una sorta di “castrazione” provocata dal sistema carcerario nell’anima dei detenuti. Cito un passaggio di Domiria:

“Se ci si sofferma facendo un’analisi più profonda non può non venire il dubbio che l’errore, la privazione di ieri, stia fruttando oggi. A stare chiusi per ore, giorni, mesi, in un piccolo spazio, gli orizzonti si accorciano. Quella chiusura si espande, ti entra dentro finendo con il limitare non solo il tuo corpo….Pensare è doloroso, disimpari a farlo. Pensare non serve, c’è chi decide per te. Amare da dietro le sbarre ti logora; eviti. Scrivere, leggere, vedere il mondo di cui non fai più parte può renderti folle. Giorno dopo giorno inizi a chiudere e a chiuderti in quel piccolo spazio fatto di piccole cose sicure. Ti senti un precario della vita e crei certezze costruendoti un personale mondo di cristallo. Ogni tanto fai capolino dal tuo cancello numerato perché la voglia di tornare non si spegne mai. Ed ecco la scuola, il lavoro, i colloqui, i corsi, la camminata all’aria.”

Ed è bellissimo il modo in cui Domiria conclude la riflessione precedente:

“Bisogna prepararsi per quel giorno bellissimo che arriverà. Arriverà e se avrai usato una piccola parte di quel tempo infinito per migliorarti e, comunque vada, avrai vinto.”

Il tempo è prezioso. Questo è il senso del discorso di Domiria. E’ normale, è comprensibile che dopo anni costretti a stare gran parte del proprio tempo in cella, un detenuto, una volta “aperte le celle”, senta la novità liberatoria di potere stare finalmente con i suoi compagni gran parte della giornata. Ma questo non deve spegnere la spinta al proprio auto-miglioramento.. allo studio… alle opportunità di crescita personale.. la spinta all’espansione.. a mettersi in gioco.

Non credo che la soluzione possa essere un ritorno alle “celle chiuse”; ma valutare, con equilibrio, che tipo di effetti stiano portando in tutta Italia gli effetti delle “celle aperte”, per -qualora le problematicità descritte da Domiria siano generalizzabili,   cercare di apportare degli interventi che possano incentivare il più possibile la partecipazione a tutte le opportunità di svolgere attività, e di partecipare ad occasioni di crescita morale ed intellettuale.

—————————————————————————————————

Celle aperte:”occasione in fuga?”

 Pur rischiando:

1)il linciaggio da parte dei/lle miei compagni/gne di sventura;

2)di passare(come spesso mi è stato rimproverato) per un’ingrata nei confronti di chi impiegando molto tempo (circa 20 anni), lavoro e caricandosi di un ulteriore responsabilità, è riuscito ad applicare uno dei benefici previsti dalla legge Gozzini; mi accingo a scrivere quanto segue.

Nel carcere di Lecce, poco barocco e molto vintage, dal 20/09/13 nella sez. Femm., in via sperimentale, sono state aperte le celle dalle 8.30 alle 18.00. Ricordo la data in quanto quel giorno mi veniva sospesa la semilibertà e ho avuto modo, per 34 giorni, di vivere la detenzione con questa nuova apertura. La differenza è notevole, dato che prima si stava 20 ore su 24 nella cella 3×2.

Purtroppo,come si dice, non è tutto oro quello che luccica. Non è il voler a tutti i costi cercare il pelo nell’uovo. Semplicemente lo scopo è quello della critica costruttiva. Nel caso specifico direi anche autocritica! La prima cosa che ho notato è: pochissime persone, spesso nessuna, utilizza più l’ora d’aria. Qui da noi non fa molto freddo e in ogni caso, quasi tutti, usufruivano, anche con tuoni e fulmini, della possibilità di muoversi, di far circolare il sangue, di respirare in un luogo aperto per apportare ossigeno al cervello… necessario per un suo buon funzionamento.

L’altra cosa è la scarsa voglia di partecipare ai corsi e in alcuni casi(rari) addirittura di non lavorare. Prima ogni occasione era buona per fare aprire quel cancello, adesso? Possibile che l’esigenza fosse solo quella di prendere il caffè con le amiche, farsi la fumatina e chiacchierare, ciarlare, chiacciherare…chiacchiere spesso sterili e causa di litigi.

In questo mese sono stata testimone già di un “accapigliamento”. Per carità è accaduto anche in passato a stanze chiuse. Le persone sono state punite, oggi come allora, fine della questione.

Se ci si sofferma facendo un’analisi più profonda non può non venire il dubbio che l’errore, la privazione di ieri, stia fruttando oggi. A stare chiusi per ore, giorni, mesi, in un piccolo spazio, gli orizzonti si accorciano. Quella chiusura si espande, ti entra dentro finendo con il limitare non solo il tuo corpo….

Pensare è doloroso, disimpari a farlo. Pensare non serve, c’è chi decide per te. Amare da dietro le sbarre ti logora; eviti. Scrivere, leggere, vedere il mondo di cui non fai più parte può renderti folle. Giorno dopo giorno inizi a chiudere e a chiuderti in quel piccolo spazio fatto di piccole cose sicure. Ti senti un precario della vita e crei certezze costruendoti un personale mondo di cristallo.

Ogni tanto fai capolino dal tuo cancello numerato perché la voglia di tornare non si spegne mai. Ed ecco la scuola, il lavoro, i colloqui, i corsi, la camminata all’aria.

Bisogna prepararsi per quel giorno bellissimo che arriverà. Arriverà e se avrai usato una piccola parte di quel tempo infinito per migliorarti e, comunque vada, avrai vinto.

Allora si può unire la chiacchiera sterile, la risata isterica con la ricostruzione. Per fare questo ci serve aiuto ma sopratutto volontà e impegno. Ho saputo che anche in altre carceri stanno sperimentando le celle aperte e sono alle prese con le stesse reazioni.

A Lecce ad esempio alcuni incontri con delle volontarie stanno avvenendo in sezione, nella saletta ricreativa. Probabilmente ciò non può avvenire sempre e dappertutto. Magari si potrebbe incentivare con un sistema premiante. Tipo,partecipazione attiva e per tutta la durata del corso un’ora di colloquio.

Niente è soltanto buono o solo cattivo.

La forza non sta nel tornare indietro ma nell’andare avanti e tracciare un sentiero.

Questa è la vera forza.

Domiria Marsano

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

2 pensieri su “Celle aperte in carcere- contraddizioni impreviste.. di Domiria Marsano

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Forse è solo questione di abituarsi a questo nuovo sistema? Può darsi che per il primo periodo si abbiano queste reazioni ma che poi col tempo si riprenda a frequentare i corsi e tutto diventa più vivibile. Chissà, ai posteri l’ardua sentenza

  2. Grazia in ha detto:

    Grazie per questa tua testimonianza, aiuta ad entrare dentro, a capire, perché per quanto ci si provi non si riesce mai abbastanza.
    La reazione alle celle aperte è comprensibile (là dove sono aperte… perché non è così scontato) e quando diventerà una normalità l’avere la porta aperta, almeno quella della cella, si creerà un nuovo equilibrio e le persone davvero interessate parteciperanno alle attività con la giusta carica.
    Ritengo sia più gratificante e costruttivo per tutti fare attività con chi ha piacere effettivo di mettersi in gioco in modo diverso, fosse anche uno solo, piuttosto che con dieci che stanno lì a inventarsi qualcosa solo per uscire.
    Poi con gli altri nove casomai si può chiacchierare, e chissà… magari il desiderio di attivarsi nasce spontaneamente.
    La motivazione non va d’accordo con la costrizione.
    Spero le aprano ovunque quelle porte…e si vada avanti a tracciare il sentiero, la giungla è ancora fitta.
    Un caro saluto,
    Grazia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: