Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Periferie della vita (prima parte) … di Pierdonato Zito

periferie

Pierdonato Zito è qualcuno diventato davvero Uomo.

Ardua è la strada per diventare Uomini… è un viaggio fin nelle profondità della notte, oltre tutti i vicoli oscuri, oltre i muri coperti di simboli di morte. E’ un viaggio in tutte le catene, quelle che ci hanno messo all’esterno di noi e quelle che abbiamo messo dentro di noi. E’ un andare dove ci sono solo deserti e ogni pozza d’acqua sembra un miraggio. E’ un vivere il tempo senza farsi prosciugare dal tempo. E’ un cogliere il cuore quando l’altro entra in noi e noi entriamo nell’altro e non dimenticare mai quei momenti. E’ sapere ricordare senza sfrondarsi nell’oblio, ma anche senza farci spezzare dalla nostalgia. E’ la capacità di non farsi distrarre dalle onde, eppure, nonostante tutto amarle quelle onde. E’ tenere viva la propria indignazione, ma arrivare ad amare anche la necessità. Amare la necessità.. invece di maledirla.

E’ tenere accesa una passione… che ti soffi alle spalle… come un fuoco sacro che viene da lontano e che non morirà anche sotto la pioggia che sferza giorni sempre uguali.

E’ la perenne Disciplina. Dedizione e Disciplina, come legno secco che si intaglia col tempo, che intagli col tempo.. in un forgiarti perenne, dove ogni conquista è sudore e Dono.

E’ tutto questo e tanto altro che ti porta a diventare Uomo.

Qualunque sia la storia di Pierdonato prima del carcere, in carcere, in tutti questi anni è diventato Uomo.

Passano lunghi intervalli tra un testo e l’altro che ci invia, ma ogni volta è un testo che non si dimentica.

Il modo in cui i suoi pensieri incedono sulla carta, lo stesso stile, è pregno di cultura classica, nello spirito dei classici greci – romani. Il ritmo è pacato e armonioso, la forma sobria, il pensiero profondo. Nessuna frase sembra fuori posto. Nessuna parola a caso. Tutto concentrato. Tutto essenziale.

Pierdonato ci ha inviato anche molte riproduzioni delle sue opere.

E altri suoi testi.. che hanno sempre il sapore… di lunghe lettere.. a futura memoria.. dove non c’è attualità o frenesia.. ma ritorno in se stessi, ritorno nel senso della vita, nel senso degli incontri, nel senso della memoria, nel senso dei volti, degli sguardi.

Sono lettere di quelle che ti aspetteresti di leggere in qualche grande romanzo russo, di quelli che vivono nel tempo.

E questo ultimo testo di Pierdonato è talmente bello che ho voluto non pubblicarlo tutto in una volta, ma dividerlo in due parti, di cui oggi pubblico la prima.

————————————————–

Siamo a metà luglio. E’ sera. Fuori è ormai buio. A quest’ora siamo tutti chiusi nelle nostre celle. C’è un silenzio totale. Per via del caldo ho la finestra aperta. Questo mi permette di ascoltare in lontananza il… chiurlare di un assiolo. Questo piccolo uccello rapace notturno che da tempo si aggira nei dintorni qui del carcere di Voghera, con il suo “canto” mi tiene quasi compagnia a quest’ora della sera. Al di là della finestra, nascosto nell’ombra, forse su uno degli alberi che costeggiano le mura del carcere.

E’ noto che il passato sopravvive nelle immagini, negli odori, nei sapori e, come in questo caso, anche nei “suoni”. Questo in particolare mi riporta d’improvviso al magico luogo dell’infanzia in un paesino del Sud dell’Italia, quando nelle stesse sere d’estate ascoltavo questo misterioso canto notturno, accompagnato dalle rassicuranti spiegazioni di mia madre. I ricordi si materializzano lentamente, come bolle che risalgono in superficie da un fondale buio.

La notte quando tutto tace e le luci sono spente, capita allora di passare in rassegna mentalmente oggetti, gesti, atmosfere, stati d’animo che ci appartengono, che abbiamo attraversato e vissuto, e che viviamo o che comunque non ci sono più nel reale.

Tutte queste cose se ne stanno in un cantuccio della nostra memoria. Ciascuno di noi ha il suo “inventario” dover frugare e contemplare. Ritrovarli questi ricordi, queste sensazioni, sia pure nella memoria, serve forse al gioco della vita.

Scomparire è destino di tutto quello che esiste. La nostra società, la nostra cultura, quindi la nostra vita sono fondate sul nuovo: su notizie e mode che sorgono e scompaiono senza lasciare traccia.

Come vecchie fotografie sbiadite dal tempo, mi appaiono i tanti paesi e borghi della mia regione, sonnacchiosi sulle gialle colline d’argilla, verdi di grano in primavera e bionde d’estate. In autunno e nell’inverno, invece, i colori mutano e così i paesi, quasi sempre incoronati da una rocca su borghi medievali, assomigliano sempre più a presepi. Ed è proprio in quel lembo d’Italia che io nacqui.

Mentre sto scrivendo è passato l’agente per il suo abituale giro di controllo. Ha dato una rapida occhiata a me e alla cella dallo spioncino; mi ha puntato il raggio di una piccola torcia negli occhi, mi ha salutato ed è andato oltre. Aveva una barba poco curata e baffi cespugliosi, ma occhi gentili che, da sotto le sopracciglia incolte, irradiavano una calma riflessiva. Sento i suoi passi progressivamente che si allontanano.

Torna così di nuovo il silenzio assoluto.  E con esso le mie riflessioni. Mi colpisce un pensiero improvviso e spaventoso:.. io non ho un fine pena, se non abrogano l’ergastolo… io sono destinato a morire in carcere. Questo pensiero costringe la mia mente dolorante a riavvolgere le immagini degli ultimi istanti che ho vissuto da uomo libero.

Era un caldo pomeriggio di giugno del 1995, quando vidi passare velocemente, di fronte al cancello dell’abitazione dove ero alloggiato, un uomo armato di pistola, unitamente sentii un fragore di auto avvicinarsi e voci concitate.

Impiegai poco a realizzare cosa stava succedendo: mi avevano localizzato e stavano effettuando l’accerchiamento. Il mio destino stava per compiersi. Infatti da lì a poco più di qualche minuto, la mia vita imboccò una strada ed un viaggio senza mai più ritorno.

Sono trascorsi lunghissimi anni da allora. Il mondo esterno si è nel frattempo trasformato a grande velocità sotto i miei occhi, mentre io sono rimasto chiuso in questo cubo di cemento e di ferro, a guardare dalla finestra la vita che passa.

Dal paradiso all’ìnferno il passo è breve mi disse un detenuto calabrese che incontrai nel carcere di Secondigliano, a Napoli, dove fui subito trasferito. Lì, chiuso in isolamento, passai drasticamente da uno stato di libertà ad uno di totale costrizione. Ero chiuso tra quattro pareti spoglie, solo, con i miei pensieri. Il futuro si prospettava davanti a me come una incognita non calcolabile, avevo cioè di fronte a me un percorso che non conoscevo.

Avevo la sensazione di avere di fronte un grande spazio che dovevo riempire. Cominciarono allora lunghissimi soliloqui con me stesso. In primis dovevo reggere l’urto e restare in piedi. Non era per niente facile. Gli psichiatri chiamano il timore di restare da soli <<autofobia>>, mentre Pascal dice che forse tutta l’infelicità umana consiste proprio nel non saper stare da soli in una stanza. Chiaramente la mia era uno stato di costrizione il che era diverso.

Quando si vive isolati e senza relazioni con gli altri, si è pervasi da un’ansia tale che si fa fatica a sviluppare un sentimento della propria identità. In questi lunghi anni di permanenza in questi luoghi ho drammaticamente visto e sentito molti detenuti suicidarsi. La detenzione è anche volta alla riflessione critica del proprio vissuto, senza autocommiserazione e senza scadere in quello che gli psicologi chiamano “l’egocentrismo della vittima”. Ma se non aiutata può diventare sterile e portare anche al suicidio. Va perciò aiutato nel percorso di crescita.

Ero solo in cella, con poca aria, poca luce, poco spazio e pensavo che ogni uomo ha assoluta necessità di provare un sentimento di sé, un senso di identità. Impazziremmo se non avessimo questo senso di noi stessi. Tutto quanto possiedo, comprese le mie cognizioni, il mio corpo, i miei ricordi costituisce il mio io.

Scrivere sulla perdita della libertà e sulla privazione della “vita normale” che ho sperimentato su me stesso, è un argomento piuttosto complesso. I primi tempi, provavo una nostalgia molto forte di tutto, soprattutto delle persone che mi erano vicine. E poi nostalgia di atmosfere e di luoghi a me cari.

(FINE PRIMA PARTE)

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

6 pensieri su “Periferie della vita (prima parte) … di Pierdonato Zito

  1. Giuseppe Rotundo in ha detto:

    Grazie di cuore Pierdonato,senza nessun sforzo mentale riesco a vederti seduto sullo sgabello ricurvo sul solito blok notes,in cui si incidono i pensieri che nn si possono confidare personalmente a qualcuno in tempo reale……..Lo sforzo invece devo assolutamente farlo per sentire il grido di dolore della tua anima sarebbe per me sufficente questo ascolto per liberarti immediatamente e a farti ritornare in questo mondo in cui il chiurlare dell assiolo,nn lo ascolta più quasi nessuno.
    Io ritengo,e sono certo amico mio,che molto presto qualcuno metterà mano,a quel obbrobrio giuridico dell art 4,che toglie speranze e uccide prima ancora di morire davvero………Tu resta vivo,ascolta il chiurlare,e nn perdere mai la speranza.Qui,cè un sacco di gente che segue questo drammatico argomento,e attraverso voi Uomini Ombra….Riusciremo a far riconoscere a questo Stato che il diritto alla vita è il bene primario in questa civiltà…..
    Ti abbraccio forte Pierdonato.
    …. tuo amico Giusè.

  2. Alessandra lucini in ha detto:

    Scrivi molto bene Pierdonato e come sempre ti faccio i miei complimenti, un caro abbraccio con la speranza che si decidano a rimuovere il fine pena mai, è troppo crudele, e troppo incivile.

  3. Giuseppina Zito in ha detto:

    Mio caro amico ho letto tutto e mi rattrista il tuo stato, ti vedo seduto in quattro mura e nel tuo silenzio trovare risorse per esercitare la tua mente a tenerti sveglio in un tempo che passa e che le notizie sono sempre fredde e troppo rumorosi per chi aspetta un fine pena che non arriva. Ma come dici sei entrato che non eri uomo e oggi si chi lo sei, sei riuscito col tuo buon senso di aver fiducia in te stesso ecco perchè riesci a stare solo e non temi, passando e ripassando tra passato e pressate, trovi soluzioni che danno e ti danno emozioni.
    Ti ammiro Pierdonato

  4. Domiria in ha detto:

    ….amare la necessità anzicchè maledirla…bellissimo testo,grande uomo.

  5. grazia in ha detto:

    vorrei che tutti avessero la tua forza, in carcere e fuori…se solo sapessero di quanta bellezza si tengono rinchiusa lì dentro…
    Ti abbraccio,
    Grazia

  6. LUNA SPERA in ha detto:

    a te piega il cuore in solitudine, esilio di oscuri sensi in cui trasuda ed ama ciò che parve nostro ieri e ore è sepolto nella notte (S. Quasimodo)
    Diffiile e tortuosa è la strada per diventare uomo lasciandosi alle spalle, il passato, che lo ha portato a un lungo peregrinare. Periferie della vita ricordo di un passato tumultuoso che lo ha condotto verso una strada a senso unico senza ritorno…ma è proprio in questo contesto che PD. è alla ricerca di una nuova identità.Nell’ anima c’è una luce che non si spegne mai e PD ha sfidato l’ oscurità nei momenti più tristi e difficili della sua detenzione, aprendosi al mondo con la forte volontà di vivere e amare difendendosi da quella oscurità che lo opprimeva e lo ha fatto continuando ad amare sanando le sue ferite. Attraverso il sapere ha riscattato la sua mente e ha riconquistato la libertà! arricchendo il suo spirito. Viaggiando tra i meandri più oscuri e profondi del suo cuore si è ritrovato “Uomo Diverso”, discosto dall’ uomo che lo aveva costretto in un regime di ristrettezza, di solitudine, di sofferenza, di privazione. A volte il cielo è vuoto dai nostri sogni, ma i sogni a volte si avverano e la speranza ci aiuta a VIVERE. Per trovare la luce bisogna attraversare la più fitta oscurità e PD lo ha fatto combattendo la battaglia più difficile della sua esistenza. Nel silenzio della sera, al buio nella sua cella, scava negli anfratti del suo cuore. Il chiurlare di un assiolo lo riporta in quella terra che lo ha visto fanciullo, adolescente, uomo. Ricordi che in una sera di mezza estate riemergono vividi, dolci e dolorosi allo stesso tempo. La descrizione della sua terra amata e l’ improvviso pensiero di un non più ritorno, strugge il suo cuore e colpisce profondamente la mia anima di lettore e un brivido percorre il mio essere. Qual è il senso dell’ ergastolo ostativo? Ed è proprio questo che lo tormenta tanto da riavvolgere la matassa intricata della sua vita, quando da uomo libero in un pomeriggio del 1995 il suo destino si compie. Questi lunghissimi anni di detenzione hanno forgiato l’uomo PD. Hanno forgiato l’uomo che oggi noi tutti conosciamo attraverso i suoi scritti, le sue poesie, e i suoi dipinti. Un Uomo dotato di grande capacità intellettiva, di tenacia, di umiltà, di sentimenti puri, capace di analizzare se stesso, capace di amare la vita anche con le negatività che la stessa offre. Aprire il suo cuore all’ amore per gli altri. Essere felice di quel poco che ha che è tanto per chi non ha nulla.Ogni giorno rinascere libero da pregiudizi, volare in un cielo terso su, sempre più su, sempre più su, dove nessun cancello nessuna strada potrà mai privarlo della sua libertà di pensiero. Comandante di sè stesso, continuerà a combattere le catene che questa società gli ha inflitto. E’ questo e lungo faticoso viaggio costellato da privazioni ingiustizie, nefandezze lo hanno fortificato e PD è oggi “UOMO”. La solitudine non è più per lui fonte di disagio di paure, perchè la ricchezza che possiede gli dà forza di andare avanti migliorandosi, giorno dopo giorno. Nel suo cuore c’è un “forziere colmo d’ amore”. La maggior parte delle persone compie errori: presa dai piaceri del mondo, si lascia assuefare da essi, anzi finisce per fare di essi il motore che muove la vita. L’ esistenza diventa una corsa a godere, godere sempre di più e sempre in modo disordinato perchè come dice Dante, l’ uomo è quella “bestia che bramosa fame mai sazia, ma dopo il pasto ha più fame che pria”.
    PD. è un’ anima alla ricerca sincera di sè stesso della verità della sua vita. Cosa sono chiamato a fare della mia esistenza in questo momento? Cosa posso fare adesso? La nostra società è arrivata al punto di rinnegare la cosa più bella mai creata, il vero motore della felicità: l’ Amore. Oggi si vuole negare l’ esistenza dell’ anima, cosa che Platone già nel IV secolo a.c. non si sarebbe mai sognato di affermare in nome di una falsa libertà di fare ciò che si vuole (teoria del dualismo metafisico). Noi ci rendiamo conto che la vera libertà è felicità, non lontana da noi e non risiede nel rendere lucido tutto. Tommaso da Kempis, scrittore medievale, sosteneva che è inutile vagare alla ricerca della pace, libertà, felicità se prima non la troviamo dentro di noi, e questo PD lo ha trovato dentro di sè. Nel profondo del suo cuore esiste una luce superiore a qualsiasi sorgente luminosa, una forza che trasforma, purifica, rinnova: basta una scintilla di questa sorgente per cambiare la nostra esistenza. Ha compreso che è giusto accettare le situazioni che la vita ci presenta, non con la remissione, ma combattendo nella certezza che tutto può accadere. PD. ritiene che l’uomo non è un foglio bianco su cui la società può scrivere. Ogni persona è dotata di una dignità che sia da malato in un letto d’ ospedale, sia da detenuto di un carcere gli potrà mai essere tolta. E’ l’ uomo stesso che scrive la sua storia, con le sue azioni, i suoi comportamenti e le sue scelte. E’ lui che lascia il segno con il suo passaggio per questo cammino terreno. Pur vivendo lontano dal suo mondo non chiuso in sè stesso anche se rinchiuso fra quattro mura in uno spazio ristretto ma, motivato può dire oggi di aver raggiunto lo scopo della sua vita. Come scriveva Lucio Anneo Seneca, scrittore e filosofo stoico del I secolo d.c. “La natura umana seppur incline al male già dalla nascita, ha potenzialmente una forza incredibile, che si sprigiona quando la persona viene a trovarsi di fronte alle difficoltà”.
    Di fronte alle difficoltà l’ uomo fa appello a tutte le sue risorse per risultare vincitore e dalle prove uscire rinforzato. “La pena non sia solo punitiva o risarcitiva, ma diventi fondamentalmente redentiva per un autentico riscatto morale e civile”da queste parole pronunciate dal Santo Padre Giovanni Paolo in una lettera ai carcerati, da molti anni emerge in me: che non c’è reato per quanto grave, che possa essere punito con l’ ergastolo ostativo che non è altro che una Pena di Morte Lenta…. PD una lunga camminata in questo mondo alle volte così ingiusto… un mondo che non potrà mai toglierti: la speranza che la S maiuscola ovvero quella virtù teologale che deve sempre muovere le nostre giornate, quella forza sovrumana che ci fa continuare anche nel buio della notte, che ci consola quando sembra che tutti ci siano contro e che le circostanze volgono a nostro sfavore. Luna Spera

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: