Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

totò

Il nostro Domenico D’Andrea -detenuto a Padova- ci ha inviato questo racconto di cui pubblico oggi la prima parte.

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LO SCROCCONE SIMPATICO 

In 17 anni di carcere mi è capitato di vedere veramente di tutto nelle carceri italiane. Detenuti provenienti dalle nazioni più disparate, da tutte le regioni d’Italia e provenienti da diverse esperienza delittuose. Alle volte credevo di averle già viste tutte e che non ci fosse più nulla e nessuno da scoprire, nessun mondo da esplorare e nessun personaggio da vedere o da osservare. Ero di questa opinione fino al giorno in cui mi sono imbattuto in Salvatore Lo Gatto, uno dei personaggi più pittoreschi  che io abbia mai conosciuto nell’emisfero carcerario. Quando Sasà entro in sezione un po’ tutti pensavano che fosse uno scherzo della natura e nessun detenuto preferiva intrattenersi con lui e lo tenevano un po’ in disparte forse solo a causa del suo aspetto fisico. Ma Salvatore Lo Gatto riuscì dopo un po’ di tempo ad accalappiarsi le simpatie di tutti. Poteva essere alto circa un metro e sessanta, forse uno e sessantacinque. La sua protuberanza addominale era abbastanza accentuata e sembrava una mongolfiera vestita da uomo, il suo culone non era da meno, sporgeva di parecchio dalla sua schiena e visto di profilo sembrava una gigantesca ESSE gotica capovolta o un otto volante disegnato male. Mai vista poi una testa cosi ovale, sì era proprio ovale e i bulbi oculari erano prominenti più del normale. Aveva intorno ai 45 anni, anno più anno meno, ma con quell’aspetto importava davvero poco quell’anno in più o quell’anno in meno. Ma ciò che contava veramente per noi detenuti era il rosso dei suoi capelli. Insomma, se volete avere una vaga idea dell’aspetto fisico di Salvatore Lo Gatto potete rivedervi qualche puntata dei Simpson. Ohmer SImpson era la sua copia spiccicata. Quel qualcosa però che lo rendeva certamente più simpatico e più pittoresco era il suo accento napoletano. La sua voce era simpaticamente rauca, con una fonetica mista tra il ruggito di un leone e il brontolio di un serial killer. Avete mai provato ad immaginare un napoletano che non pronuncia nemmeno una parola in italiano? Lui era solito dire con fare saccente che parlava ben due lingue: un po’ l’italiano e bene bene il napoletano.

Il giorno che arrivò in sezione era abbastanza incazzato perché gli avevano tolto l’unica cinta che aveva portato dentro nel giorno del suo arresto. Solo per una settimana ci parlò di questa cintura di pelle di coccodrillo firmata “Dolce e Gabbana”. Solo una settimana perché quando qualcuno gli fece notare che Dolce e Gabbana erano froci e che molti omosessuali vestivano con le cinture dei due stilisti famosi, quella cintura diventò improvvisamente e quasi per magia di pelle di cammello e disegnata direttamente da Gallevin Glainn. Gli avevano detto che quest’ultimo stilista poteva essere un più mascolino e virile rispetto ai due precedenti.

Ogni due minuti Lo Gatto era solito tirarsi su i pantaloni  accompagnando la tirata del pantalone con una ondeggiante sculettata e ogni volta che lo faceva rivendicava la sua cintura di pelle, di pelle… di pelle cioè ogni volta era di una pelle diversa e di uno stilista diverso. L’unica cosa che non cambiava mai era il costo della stessa. Lui aveva pagato quella cintura 800 euri napoletani. Ottocento euri napoletani corrispondevano  con il cambio ufficiale a circa 400 euro regolari. Bé forse non lo avete ancora capito che Salvatore Lo Gatto, ogni volta che tirava su i pantaloni e reclamava la sua cintura di pelle di chissà quale raro animale non faceva altro che dire esplicitamente “io sono Salvatore Lo Gatto, quindi per favore regalatemi una cintura”.

Sasà era anche il classico partenopeo che prima di chiedere qualcosa a qualcuno avviava una perfetta sceneggiata napoletana a suon di sviolinate. Qualcosa di veramente divertente, piacevole ed unico nel suo genere. Il terzo giorno, quando ormai Sasà aveva cercato di fare amicizia con tutti i detenuti più benestanti della sezione, arrirvò anche il mio turno. Si fermò vicino alla mia cella alle ore 16.00 del pomeriggio e, prima di entrare, si guardò intorno  con fare sospetto, come per dirmi “non ti preoccupare perché nessuno mi ha visto entrare?”, come se fosse veramente convinto che anch’io potesi vergognarmi di lui. Busso tre volte vicino all’armadietto, quando già era entrato nella mia cella e si avvicinò senza attendere la mia risposta. Insomma, prima entrò e poi bussò: “sciusat avvocato posso? Posso disturbarla? Piacere io mi chiamo…” Salvatore Lo Gatto dissi io anticipandolo. Sapevo ormai tutto di questo Sasà, lo vedevo spesso la mattina uscire dalla sua cella di buon ora con due bicchieri vuoti in mano bestemmiando e commentando ad alta voce che gli era appena caduto per terra il pacco di caffè Lavazza e che mentre cercava di afferrarlo era riuscito a fare cadere anche il contenitore dello zucchero. Insomma Salvatore Lo Gatto era rimasto senza zucchero e senza caffé e, se coloro che lo stavano sentendo bestemmiare in quel momento non si facevano avanti per dargli un po’ di zucchero e un po’ di caffé, entrava lui nelle celle più fornite per chiedere. Le sue uscite dalla cella con i bicchieri in mano erano ormai un rituale mattutino. Il suo unico problema era mantenere i due bicchieri nelle due mani e riuscire a tirarsi su i pantaloni che gli scappavano giù alle volte fino al ginocchio. Si vociferava addirittura che avesse un calendario dove erano segnate preziose informazioni sui giorni delle sue uscite: nei giorni dispari si faceva le celle dispari e nei giorni pari si faceva le celle con numeri pari, in modo tale da non confondersi ed entrare nella stessa cella due volte con la stessa scusa per chiedere la stessa cosa. Salvatore Lo Gatto mi diede subito la mano, una mano decisamente da muratore e cominciò a parlarmi  a bassa voce per evitare che qualcuno ci sentisse: avvocato, mi hanno detto che di lei ci si può fidare e io sono tanti anni che sono in galera e so quando ci si può fidare. Poi avvocato, parliamoci chiaro noi persone che abbiamo studiato siamo un po’ diverse da queste che stanno qui, forse vui non lo sapete ma quest’anno mi sono preso la terza media nel carcere di Poggioreale e quando mi hanno dato la carta in mano mi sentivo diverso, e sì noi. Io e vui, siamo proprio di un’altra pasta perché abbiamo… ” io sorridendogli gli mollai la mano e gli chiesi se voleva un caffé. Mentre lui continuava la sua sviolinata finalizzata sicuramente a qualche richiesta. “Avvocà si vede benissimo che siete in forma… ma fate tanta palestra? E si vede che siti OMM, sit proprio OMM int e fora e si vede che sit na persona bella e generosa, e sì che si vedono subito le persone come voi…”. E mentre lo diceva si guardava intorno per vedere cosa avevo nella stanza e cosa poteva dunque chiedermi. Sul tavolino era poggiata una confezione di polpa di pomodoro, il mio compagno doveva fare un sugo per la cena e l’aveva poggiata sul tavolo mentre tagliava la cipolla. Sasà vedendola raddoppiò la dose di complimenti e ricominciò con la sua bella sceneggiata: “avvocato vui mi dovete aiutare, io mi fido solo di voi, perché si vede che sit proprio una persona perbene e cum se dice a Napoli siete proprio un uomo d’onore e di tutto rischpetto io sono sicuro che di uomini come voi qui non ce ne sono pecché ho sputo che tutti vi portano rispetto e… ma… ma… ma mica vi serve quel pelato? Io cercavo proprio nu bell pelato per fare una bella pasta asciutta per questa sera. Avvocato mica me lo potete favorire con il dovuto rispetto per la vostra persona?” E io non potei non rispondergli dicendogli: “eeee Lo Gatto, ma vaffanculo, io cominciavo veramente a credere ai tuoi complimenti, prenditi questo pelato e sparisci!”

(FINE PRIMA PARTE)

 

 

 

 

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4 pensieri su “

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Aspetto il resto del racconto, è davvero simpatico LO GATTO e tu sei accattivante nel tuo modo di scrivere, a presto. 🙂

  2. laura marino in ha detto:

    Quando leggeremo la seconda parte? ciao Domenico D’Andrea ….

  3. Giuseppina Zito in ha detto:

    Sei simpatico come sempre riesci a darmi qualche brezza …aspetto la seconda parte ….

  4. Giuseppina Zito in ha detto:

    ma si tutto sommato , se si vive intra un contenitore e che contenitore, dove i suoni devono essere per forza alimentati da tante emozioni e tu si proprio adatto avvocatu te saluto e mi raccomando trattatelo bene stu napolitano che per la sua dimensione cerca di entrare come si dice in sicilia , ” a trasere trasere ” ma se ti scappa na bella parola , fai con comodo sei a caa toa, con tutto rispetto te saluto a te e Lo Gatto …ciao 😉

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