Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Quando la montagna partorisce un topolino.. di Marcello Dell’Anna

Artes9

I testi di Marcello Dell’Anna non sono mai banali.

A volte sono vere e proprie riflessioni acute sui meccanismi normativi e giurispurdenziali.

Come nel caso del testo che pubblico oggi, che è stato trascritto per noi dalla nostra Grazia Paletta.

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Quando una Montagna Partorisce un Topolino

di Marcello Dell’Anna

Premesso che la Sentenza della Corte costituzionale n.210 depositata il 18 luglio 2013 meriterebbe ben più ampi commenti, tanto fattuali quanto giuridici, se comparata con le argomentazioni addotte nell’Ordinanza di rimessione n. 34472/12, delle Sez. Un. Cass. Del 19.04-10.09/12, e soprattutto con la sentenza della Grande Chambre del 17.9.2009 “caso Scoppola c/Italia”. Ma su questo ci penseranno insigniti Giuristi.

Col presente testo, invece, io mi limito solo a riportare alcuni chiarimenti utili, non certo e presuntuosamente per gli operatori del diritto, ma solo per i miei compagni di detenzione i quali necessitano di comprendere, con parole semplici, la portata di questa (comunque) importante pronuncia.

La LEGGE 16 dicembre 1999, n.479 in vigore dal 2 gennaio 2000 aveva disposto che “Alla pena dell’ergastolo (con o senza isolamento diurno) è sostituita quella di reclusione di anni trenta”.

L’art. 4-ter. del DECRETO LEGGE 7 aprile, 2000, n.82 disponeva che quandanche fosse scaduto il termine per la proposizione della richiesta di giudizio abbreviato ed era già in corso il dibattimento si poteva chiedere di essere giudicati col rito abbreviato se non era ancora iniziata l’istruzione dibattimentale alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto (5 giugno 2000).

Se prima della data di entrata in vigore della legge 16 dicembre 1999, n.479, ossia del 2 gennaio 2000 era scaduto il termine per la proposizione della richiesta di giudizio abbreviato, l’imputato, nella prima udienza utile successiva alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto (ossia il 6 giugno 2000), poteva chiedere che il processo fosse definito col rito abbreviato, e la richiesta era ammessa se fosse stata presentata.

a)      Nel giudizio di primo grado prima della conclusione dell’istruzione dibattimentale;

b)      Nel giudizio di appello, qualora sia stata disposta la rinnovazione dell’istruzione ai sensi dell’articolo 603 del codice di procedura penale, prima della conclusione dell’istruzione stessa;

c)       Nel giudizio di rinvio, se ricorrono le condizione di cui alle lettere a) e b).

d)      Il 24 novembre 2000, venne emanato il DECRETO LEGGE n.341 il quale disponeva la modifica dell’art 442 c.p.p. (e che quando fu emanato in data 24.11.00 tali modifiche avevano effetti retroattivi ) che al comma 2 così recita: “In caso di condanna, la pena che il giudice determina tenendo conto di tutte le circostanze è diminuita di un terzo. Alla pena dell’ergastolo (ergastolo inteso, secondo il presente D:L., quello che non comporta la sanzione penale dell’isolamento diurno) è sostituita quella della reclusione di anni trenta. Alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno, nei casi di concorso di reati e di reato continuato, è sostituito quella dell’ergastolo.

Chiarito quanto sopra, con la Sentenza della Corte Cost. del 18.07.2013 n.210 è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale del -solo- art.7 comma 1, del decreto legge n.341 del 24 novembre 2000, mentre, la questione di costituzionalità sollevata anche per l’art.8 del medesimo decreto è stata dichiarata inammissibile così come inammissibile è stata dichiarata la violazione sempre del medesimo decreto con l’art.3 Cost., ben sapendo – il Giudice delle leggi – che verrà nuovamente investito in ordine proprio all’art.8 del succitato decreto legge e ben sapendo che passeranno comunque degli anni per la decisione, ma tanto in carcere ci siamo noi e, in fondo, quale fretta c’è…noi siamo sempre del fine pena MAI…

In sostanza l’art. 7 comma 1, del decreto legge n.341 del 14 novembre 2000, con il suo effetto retroattivo, ha determinato la condanna all’ergastolo di imputati ai quali era applicabile il precedente testo dell’art. 442, comma 2,c.p.p. (LEGGE 16 dicembre 1999, n.479 in vigore dal 2 gennaio 2000 aveva disposto che: “Alla pena dell’ergastolo (con o senza isolamento diurno) è sostituita quella della reclusione ad anni trenta”) e che in base a questo avrebbero dovuto essere condannati alla pena di trenta anni di reclusione.

Ma chi sono gli interessati-detenuti che oggi possono beneficiare degli effetti di cui alla succitata sentenza della Corte Costituzionale?

Tutti coloro i quali si trovano nella identica posizione del caso Scoppola, ossia:

 

  1. Possono beneficiare: tutti coloro i quali che, a partire dal 2 gennaio 2000 (giorno in cui era entrata in vigore la legge 16.12.1999, n.479) sino al 24.11.2000 (giorno del varo del D.L: n.341), avevano chiesto, nei giusti termini previsti dalla legge [1]  di venire giudicati col rito abbreviato; a seguito di tale richiesta, sono stati concretamente ammessi al rito abbreviato; 
  1. Possono beneficiare: tutti coloro i quali che, a seguito di tale richiesta, sono stati concretamente ammessi al rito abbreviato, ma che purtroppo prima della conclusione del procedimento è stato varato il D.L. n.341 del 24 novembre 2000 e anziché essere condannati ad anni 30 di reclusione, sono stati condannati alla pena dell’ergastolo senza isolamento diurno, attesa la natura retroattiva delle disposizioni di questo D.L.
  1. 3.       Possono beneficiare: tutti coloro i quali che a seguito della scelta del rito abbreviato sono stati condannati (ad esempio: in primo grado) ad anni 30 di reclusione, ma che in appello, invece, dato che nel frattempo era stato varato il D.L. del 24 novembre 2000  sono stati condannati alla pena dell’ergastolo senza isolamento diurno.
  1. 4.       Possono beneficiare: tutti coloro i quali che, ad esempio, nel giudizio di appello, a seguito della disposta rinnovazione dell’istruzione dibattimentale (secondo quanto previsto dall’art. 4/ter. del D.L. del 7 aprile 2000, n. 82) hanno chiesto e ottenuto di essere giudicati col rito abbreviato e che prima della conclusione del giudizio essendo intervenuto il D.L. 24 novembre 2000 sono stati condannati alla pena dell’ergastolo anziché essere condannati ad anni 30 di reclusione.

In tutti questi succitati casi, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale del 18 luglio 2013 n.210, la pena dell’ergastolo deve essere commutata in anni trenta di reclusione.

Ora, secondo Lubrano ma anche secondo noi “la domanda sorge spontanea”.

E per tutti gli altri casi che presentano caratteristiche e proprietà analoghe?

  1. A.      Per esempio: per tutti coloro i quali, durante la vigenza di questa legge più favorevole (dal 2 gennaio 2000 al 24 novembre 2000), che prevedeva la condanna ad anni trenta di reclusione anziché la pena dell’ergastolo, pur trovandosi processualmente in fasi già avanzate : di primo grado o di appello o di cassazione e che non erano nei termini stabiliti dalla legge per essere ammessi al rito, avessero comunque chiesto al giudice di essere giudicati coll’abbreviato, ma tale richiesta fosse stata rigettata, quale regime sanzionatorio è giusto applicare?
  2. B.      Oppure, per esempio, per tutti coloro i quali che avessero richiesto nei giusti termini stabiliti dalla legge di essere ammessi al rito abbreviato e che a causa del sopravvenuto D.L. n.341, del 24 novembre 2000, hanno dovuto rinunciare (incolpevolmente) al rito abbreviato preferendo di proseguire col rito ordinario, quale regime sanzionatorio è giusto applicare?

Secondo chi scrive e per non essere acritico, la Corte Costituzionale avrebbe potuto (ma non lo ha fatto – e non a caso – ) pronunciarsi oltre quella linea di confine per la quale era stata interessata, atteso che la materia riguardava (e riguarda) una pena non proprio degna di un paese che si ritiene – ancora – civile, per la quale tanto si sta dibattendo negli ultimi tempi.

Riguardo ai succitati casi di cui ai punti A) e B), occorre qui evidenziare un fondamentale principio giuridico richiamato dalla Grande Chambre della Corte E.D.U. proprio nel caso Scoppola, secondo il quale, “nel caso in cui non venga inflitta all’imputato la pena più mite tra quelle previste dalle diverse leggi succedutasi dal momento del fatto a quello della sentenza definitiva, si incorre nella violazione dell’art. 7 CEDU”.

Tale ultima precisazione, ricordata anche nell’Ordinanza di rimessione n. 34472/12, Sezioni Unite cass., emessa il 19.04-10.09/12, è chiaramente riferita all’individuazione del termine entro il quale la modifica normativa in mitius del trattamento sanzionatorio deve essere intervenuta, perché se ne ritenga l’applicabilità e non certo al limite temporale entro il quale la violazione della norma convenzionale può essere dedotta dinanzi al giudice nazionale.

Appunto per questo, secondo chi scrive, la mancata applicazione della pena più mite (quella di anni 30 di reclusione in sostituzione della pena dell’ergastolo), a tutti coloro i quali che pur avendo richiesto di essere giudicati col rito abbreviato (perché era in vigore una legge più favorevole) non sono stati ammessi per il solo fatto che il giudizio pendeva in varie fasi processuali ed era già avviato oltre i termini previsti per avanzare una legittima richiesta, non può non comportare ingiustificate disparità di trattamento, affidate casualmente ai variabili tempi processuali, tra soggetti che comunque versano in una posizione sostanziale, contando proprio sulla possibilità di un’applicazione della norma penale più favorevole anche ex art. 2 c.p. comma 4[2], in forza della affermazione della natura anche sostanziale e – cioè “penale” – della disposizione di cui all’art. 442 c.p.p. espressa nella sentenza della Corte di Cassazione, Sezioni Unite, n. 2297 del 6 marzo 1992, Peccillo + 1 (peraltro richiamata anche dalla sentenza della Grande Chambre Corte EDU 2009, nel “caso Scoppola”).

In questi casi, bisogna che gli avvocati difensori si diano da fare per adire il giudice dell’esecuzione dinnanzi al quale, oltre a chiedere in via principale la commutazione della pena dell’ergastolo in quella ad anni trenta di reclusione per i motivi giuridici e fattuali che riterranno più consoni, sollevino pure questione di legittimità costituzionale[3]; proporre ricorso per cassazione in caso di rigetto da parte del giudice dell’esecuzione, sollevando sempre questioni di legittimità costituzionale. In ultimo, in caso di rigetto da parte della Corte di cassazione bisogna inderogabilmente adire, entro sei mesi del rigetto del ricorso, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Nuoro, 29 luglio 2013


[1] Il giudizio abbreviato può essere instaurato su richiesta dell’imputato, presentata oralmente o per iscritto, nel corso dell’udienza preliminare al g.u.p., fino a che non siano state formulate le conclusioni, ai sensi dell’art.421, co. 3,c.p.p. in seguito alla declaratoria di incostituzionalità dell’art.438, co.6, c.p.p.1, (cfr.Corte cost., sentenza 19-23 maggio 2003, n.169) in caso di rigetto della richiesta di giudizio abbreviato condizionata, l’imputato può rinnovare la richiesta prima della dichiarazione dell’apertura del dibattimento di primo grado. Inoltre tutti coloro i quali erano già in dibattimento e a far data dal 5 giugno 2000, hanno chiesto di esser giudicati col rito abbreviato se non era però ancora iniziata l’istruzione dibattimentale.

Ed ancora, l’imputato, nella prima udienza utile alla successiva alla data del 6 giugno 2000 ha chiesto che il processo fosse definito col rito abbreviato, e la richiesta era ammessa se fosse stata presentata:

a)      Nel giudizio di primo grado prima della conclusione dell’istruzione dibattimentale;

b)      Nel giudizio di appello, qualora sia stata disposta la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale e prima della conclusione della istruzione stessa;

c)       Nel giudizio di rinvio, se ricorrevano le condizioni di cui sopra.

 

[2] Il comma 4 dell’art.2 c.p. dispone che “Se la legge del tempo in cui fu confessato il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile”.

[3] Occorre quindi verificare se, sotto il profilo del diritto ad un equo processo (art. 6 della convenzione EDU) e del rispetto del principio di eguaglianza di cui all’art.3 Cost, non sia ravvisabile una illegittimità costituzionale (per contrasto quindi, rispettivamente, con gli artt. 117, 24, 25 e 3 Cost.) dell’art. 8 del decreto legge n.341 del 24 novembre 2000; dell’art 4 ter del D.L. N. 82/2000, nella parte in cui non prevedeva la possibilità di richiedere il giudizio abbreviato all’imputato il cui giudizio fosse già avviato oltre i termini e non prevedeva la rimessione in termini per poter avanzare al GUP la richiesta di ammissione al rito abbreviato. Sempre a tal proposito, vale la pena ricordare che la Corte Costituzionale ha reiteratamente affermato l’incostituzionalità della disciplina del rito abbreviato (e segnatamente degli artt. 247 disp. art. cpp, 442 e 438 cpp) nella parte in cui non riconosceva il diritto allo sconto di pena, proprio del rito abbreviato, all’imputato al quale detto rito fosse stato ingiustamente negato (cfr. sentenze C.Cost. n. 66/90, 81/1991, 23/1992; 169/2003), stabilendo il principio in forza del quale il giudice del successivo segmento processuale ha il potere di valutare l’eventuale ingiustificatezza del diniego del rito, e se del caso procedere egli stesso ad operare la relativa riduzione di pena, ed il principio appare estensibile (in senso tecnico, apparendo trattarsi di un’interpretazione estensiva di una disciplina relativa al caso tipico e non eccezionale del diniego ingiustificato del rito) senza problema alcuno anche ai casi qui in commento, in cui si è effettivamente di fronte ad una vicenda in cui, verificata la natura penale del rito abbreviato alla stregua di quanto affermato dalla Corte EDU, deve rilevarsi che il Giudice, rigettando la richiesta di tale rito adeguandosi al diniego opposto dal P.M. in ragione della ritenuta non ammissibilità del rito, deve affermarsi che si sia operata una applicazione retroattiva della norma penale più sfavorevole, e pertanto il Giudice abbia illegittimamente rigettato la richiesta del rito abbreviato.

Quindi, da quanto sopra se ne discende che la questione di legittimità costituzionale deve essere sollevata in ordine agli artt. 25 Cost. e 7 CEDU, agli artt. 117 (avendo per norma interposta gli artt. 6 e 7 della CEDU), e 3 Cost., nella parte in cui ha posto gli interessati in una posizione di trattamento deteriore, rispetto a chiunque altro avesse commesso lo stesso tipo di reati a loro ascritti, privandoli dei benefici sostanziali propri del rito abbreviato, pur avendolo, peraltro, tempestivamente richiesto, e negando loro così il diritto ad un processo equo ed all’applicazione del trattamento penale più favorevole, e, come accennato, si pone un problema di incompatibilità di tale disciplina con i principi di eguaglianza e di diritto di un processo giusto.

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