Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

L’ergastolo “ostativo”: una creazione giurisprudenziale (terza parte).. di Claudio Conte

Muroi

Ho già pubblicato la prima e la seconda parte (vai ai link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/07/26/11374/ e https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/08/03/lergastolo-ostativo-una-creazione-giurisprudenziale-seconda-parte-di-claudio-conte/) del testo inviatoci dal nostro Claudio Conte -detenuto a Catanzaro- dedicato all’argomento decisivo dell’ergastolo ostativo, inteso come creatura essenzialmente giurisprudenziale.

Oggi pubblico la terza e ultima parte.

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Di errore in errore

La contraddizione si fa ancora più palese se si confrontano quelle sentenze della Cassazione che ammettono la qualificazione giuridica del fatto reato da parte del giudice di sorveglianza (ossia la non necessaria contestazione formale dell’aggravante ex art. 7 DL) e la sentenza a Sezioni Unite n. 337/2008 che invece arriva a derogare la legge pur di rendere possibile tale contestazione anche ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo (espressamente esclusi).

La sentenza 337/2008 delle Sezioni Unite, al di là della grave distorsione che effettua sulla norma relativa all’art. 7 DL 152/91, dimostra come coloro che ritenevano possibile la riqualificazione giuridica del fatto reato in assenza della formale contestazione dell’aggravante da parte dei giudici di sorveglianza, siano in torto. Diversamente non avrebbe senso la stessa decisione, tesa ad estendere la contestabilità dell’aggravante ex art. 7 DL ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo per gli effetti diversi dalla determinazione della pena…

Si rammenta come la suddetta sentenza abbia esteso l’applicabilità per stabilire la competenza della DDA e per gli effetti dell’esecuzione della pena. Orbene è risaputo che, nel primo caso la competenza della DDA si affermi già al momento dell’iscrizione nel registro della notizia di reato e non dell’iscrizione nel registro dell’indagato o la formulazione dell’accusa, così come è avvenuto dall’istituzione della DDA fino al 2008; di conseguenza l’unico reale motivo resta quello relativo all’esecuzione, ma se non fosse necessaria la contestazione formale dell’aggravante in questione, non sarebbe necessaria neanche tale decisione.

D’altra parte, coerentemente, la stessa Corte di Cassazione, in materia di indulto, ha censurato la visione sostanziale del reato, evidenziando come i giudici dell’esecuzione (e dunque anche della sorveglianza) che aderiscano a tale visione, violino due principi del sistema processuale, quello del (potere del) l’azione penale e quello della netta distinzione  di competenze funzionali tra il giudice dell cognizione e il giudice della esecuzione, rilevando che la continuazione non costituisce vincolo giuridico di trasmissione delle circostanze aggravanti non contestate; né è certamente consentito al giudice dell’esecuzione superare il dato formale delle aggravanti non contestate e, comunque, non ritenute dal giudice della condanna (Cass. Pen. Sez. I, del 27.06.2008, n. 25954).

Non può infatti escludersi che il giudice di cognizione, al quale è riservato ex art. 133 cp in modo esclusivo  il potere di valutare la gravità del reato agli effetti della pena, in presenza di contestazione dell’art. 7 DL, non addivenisse ad altra determinazione.

E che la continuazione dei reati, ossia l’unico disegno criminoso, non costituisca elemento inclusivo nel comma 1 ex art. 4 bis OP, lo confermano, come abbiamo visto, le decisioni espresse a Sezioni Unite (sent. del 30.6.99- Ronga) che ammettono lo scorporo dei reati ostativi da quelli non ostativi anche se ritenuti in continuazione per l’ammissione ai benefici penitenziari.

(Solo per ridondanza… la ritenuta continuazione dei reati tra un’associazione mafiosa e delitti fine, presuppone che tutti i reati siano  finalizzati all’agevolazione dell’associazione mafiosa… unico disegno criminoso. Ciononostante, per le Sezioni Unite che ammettono la scindibilità, non è possibile qualificarli come “ostativi”).

Si può concludere che, ad oggi, risulta contrastante con la più autorevole giurisprudenza di legittimità e costituzionale, l’ipotesi che si possa attrarre nel comma 1 ex art. 4bis OP un qualunque delitto (nominalmente non incluso nel comma ex art 4bis OP) che non abbia la contestazione formale dell’aggravamento ex art 7 DL 152/91, come invece è sostenuto, senza alcun fondamento normativo, in alcune sentenze (Cass. Sez. I, sent. 4091/2010), anche se si trattasse di delitti finalisticamente collegabili a reati cd ostativi ex art. 4bis OP.

(Per completezza, la sentenza n. 135/2003 della Corte Costituzionale che ammette la compatibilità della pena dell’ergastolo con i divieti ex art. 4bis OP, non si esprime sui temi sopra trattati: riqualificazione giuridica del fatto reato, in assenza di formale contestazione dell’aggravante ex art. 7 DL, né sulla sua estensione anche ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo, nonostante il divieto della legge. La Corte si è pronunciata, invece, esclusivamente in relazione al principio di rieducazione ex art. 27.3 Cost).

Resta in piedi, ma solo grazie all’illegittima “manipolazione” giurisprudenziale effettuata sull’art. 7 DL 152/91 (con l’estensione ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo) il monstrum giuridico dell’ergastolo “ostativo”, una creazione giurisprudenziale; non previsto, anzi escluso, dalla legge ed incompatibile con la Costituzione.

Mentre nel caso di pena dell’ergastolo che non abbia irrevocabilmente ricevuto la contestazione formale dell’aggravante suddetta, è assolutamente insostenibile la sua riconducibilità ai divieti posti ex art. 4 bis comma I OP, risultando disciplinato dal comma I ter dell’art. 4 bis OP.

Catanzaro-carcere, 14 luglio 2013

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