Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

“Io Vivo già Morto”- introduzione… di Marcello dell’Anna

fuogos

Il nostro Marcello Dell’Anna di cui abbiamo già pubblicato nel corso di questi mesi, in tre puntate, il testo “Regime penitenziario” (oltre a tanti altri pezzi, articoli, riflessioni), ci ha inviato un altro suo testo, dal titolo:

“Io Vivo-Già Morto”
La “pena di morte viva” in Italia
L’ergastolo ostativo

Questo testo comincia con delle “Riflessioni personali” a mo di introduzione. Riflessioni che fanno capire la portata morale e intellettuale del testo di Marcello.

Marcello, trasferito nel carcere di Badu e Carros a Nuoro, da fine luglio dell’anno scorso, è una persona che simboleggia il cammino di trasformazione in carcere. Incarna alla perfezione le infinite possibilità del cambiamento umano. Nel tempo si è appassionato alla cultura, e si è dedicato totalmente allo studio, fino alla laurea. La seduta di laurea la visse da “uomo libero”; ricevendo un permesso di 14 ore senza scorta.

Marcello ha scritto libri, ricevuto encomi ed apprezzamenti. 

In lui si percepisce quel rinnovamento esistenziale che è una fioritura di nuovi valori nell’essere. La sua è stata una “riscoperta della vita” da tutti i punti di vista. Prima di lasciarvi alla lettura di queste “Riflessioni”, cito un brano dal testo che leggerete:

“A cosa serve il tempo se non lo si impiega in prospettiva di qualcosa? E’ il tempo l’ancora che permette di ritrovare se stessi e in carcere con il tempo costruisci tutto. Anche in carcere la vita passa, ma nulla dipende da te, tutto dipende dagli altri. Solo il tempo dipende da te, solo il tempo è tuo. L’importante è non farselo togliere dal “primo venuto” perché è con il tempo che si costruisce tutto ciò che serve per poter dire che la civiltà deve essere uguaglianza, parità di diritti , rispetto delle regole e rispetto per gli altri. E’ solo così che il carcere con la sua solitudine diventa il punto di arrivo del proprio passato e il punto di partenza per il “verde” futuro. Sì, proprio in quelle “mura”, fatte soprattutto per togliere e non per dare. Oggi vedo con “nuovi” occhi che mi permettono di poter guardare oltre quel “muro”, altrimenti perpetuamente infinito, che per tanti anni ha rappresentato una barriera che mi impediva di “guardare” fuori, mi impediva di sognare, mi impediva di vivere…”.

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Riflessioni personali

Ergastolo….

…. E’ ovvio che per essermi meritato una simile condanna, i miei reati siano stati gravissimi. Però, per quanto siano gravi i reati che ho commesso – e per quanto mi abbiano segnato in maniera irrimediabile- essi sotto il profilo temporale rappresentano comunque solo una frazione  infinitesimale della mia vita: la mia condanna. Fine pena MAI riguarda infatti reati che ho commesso tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

Il confronto con la realtà di oggi, invece, ha aperto nuovi scenari e infiniti interrogativi nella stessa misura in cui i titoli di studio conseguiti hanno spalancato in me canali di luce schiarendomi le ombre e illuminando la mia esistenza. Luce che anche oggi continua ad indicarmi la strada e che, per quanto faticosa sia, gli interessi culturali sono così abbaglianti tanto da arrecarmi un appagamento interiore.

Le circostanze passate mi hanno spinto a pormi molte domande alle quali credo di avere risposto nel modo migliore. E seppure il mio cammino sembra ricolmo di insidie, ciò contribuisce a maturare lo stato di cose attuale e, nell’immediatezza, l’evidente crescita culturale non lascia margini di dubbio. Mi auguro di vivere a lungo perché mi piace sottolineare che sarà il tempo a cristallizzare il responso sull’opera di domani.

L’errore “di un tempo” è stato annientato dalla riflessione, così come l’ignorante e l’arrogante “d’antan” ha lasciato il posto all’umile studente di oggi.

Del mio passato, tutto è diverso, perché tutto è cambiato e se nulla è più come prima, lo devo a me stesso; al mio senso critico; alla voglia di rispondere alle infinite domande che quotidianamente affollavano la mia mente; ala voglia di guardare in faccia i miei cari facendolo a testa alta.

Sono certo che questa mia “metamorfosi” contribuisca a riparare alle mie sciagurate azioni di un tempo. I sacrifici ripagano sempre e ritengo un vanto potere affermare che giorni, mesi e anni ingobbito sui libri di scuola hanno rivoluzionato e fatto crollare tutto ciò che di inutilmente nocivo albergava in me.

Oggi, guardandomi indietro, mi sembra incredibile che io possa essere stato diverso di come invece sono diventato. Ma tant’è!

Sia chiaro però che, ponendo l’accento su quel pugno d anni che hanno segnato per sempre la mia vita, non intendo affatto accampare scusanti o giustificazioni, o peggio ancora ridurre le mie responsabilità. Intendo solo rivendicare il mio umano diritto a non riconoscermi soltanto in quel giovane ragazzo che, oltre 20 anni fa e per tutta una serie di circostanze estreme e irripetibili, si è ritrovato a compiere atti che ora paga amaramente. E pagare non significa soltanto scontare, giorno dopo giorno, una condanna lunga come tutta la vita che hai davanti. Pagare vuol dire anche  convivere con un peso sulla coscienza che il trascorrere del tempo non riesce ad allentare, perché ti insegue giorno e notte, impedendoti di dormire serenamente anche quando sei stanco morto. Per quel che mi riguarda, è come se non fossi mai veramente solo: ho come la sensazione di vivere fianco a fianco con il rimorso per la gravità delle azioni che ho commesso. Come in una sequenza fotografica proiettata all’infinito, le immagini di quegli atti si ripetono nella mia mente. E poi il processo, lo sguardo delle persone “insopportabile” da reggere. Un brivido di dolore e un forte senso di colpa ogni volta che ci ripenso e ciò avviene troppo spesso… Non si può rimediare del tutto al reato commesso né pretendere il perdono delle persone coinvolte. Si può soltanto sperare di raggiungere un equilibrio interiore per cercare di diventare persone migliori, e, questo può essere realizzato solo tentando  un approccio per essere ascoltati… Se oggi scrivo cose così intime e delicate, non è per impietosire qualcuno (per nulla al mondo strumentalizzerei così meschinamente le sofferenze altrui) ma lo faccio per farvi capire quando sia pesante il conto che il carcere e la propria coscienza presenta a tutti. E sono anche certo che non esistano pene in nessun ordinamento giuridico che siano in grado di rafforzare l’autorevolezza della legge o tali da raggiungere l’obiettivo di cancellare il dolore dalle eventuali vittime dei reati.

Nelle mie considerazioni sul fatto che mi trovo in carcere, io e la mia vita spezzata veniamo per ultimi: ed è giusto così, perché in fondo… “io me la sono cercata”. I miei cari invece non fatto nulla, ma proprio nulla, per meritarsi il dolore, l’angoscia e i mille disagi materiali e morali che gli ho procurato. Vorrei che questo messaggio passasse senza volere sminuire in alcun modo la responsabilità delle mie azioni, senza cercare giustificazioni, senza avere un atteggiamento vittimistico. Non per usare captatio benevolenti o sterili frasi ad effetto, ma la mia vita, e soprattutto la mia personalità, sono divenute tutt’altra cosa di quanto sventuratamente decisi di adottare un sistema di vita del tutto miserevole. Vorrei francamente convincervi in tutta buona fede che tutto il grappolo dei miei comportamenti antigiuridici si è diramato come una fallace conseguenza e concatenazione di episodi antigiuridici  figli di una stessa madre ovvero quella associazione criminale volgarmente ma efficacemente denominata nelle sedi tribunalizie come Sacra Corona Unita. Associazione criminale che di Sacro non aveva assolutamente nulla e, in termini attuali, la ritengo francamente una oscenità giuridica e civile. Giungere oggi alla persona che sono e  non a quella che ero è stato per me la rescissione radicale di rapporti, relazioni, brame di facile arricchimento, abbandonando una certa forma mentis e certe logiche deviate e devianti che hanno prodotto come risultato la distruzione quasi totale della mia vita. Ho ritenuto di riappropriarmi di quanto è possibile riappropriarsi della propria esistenza, dei propri affetti famigliari e della propria dignità. Oggi ho preso piena e totale coscienza di quanto fatto, e, quindi, dello scotto che ho dovuto giustamente pagare.

In tutti questi anni ho avuto il tempo per cercare dentro me quelle “risposte” sul perché “oggi” sento il dovere di poter parlare di giustizia per la giustizia. La migliore forma di giustizia è quando la società contribuisce a guarire coloro che “ieri” si sono trovati ad infrangere le regole e che “domani” possono ritornare con una visione diversa sentendosi anche loro parte integrante della società sana e onesta. 

Il problema che più scoraggia la società e tutti gli addetti ai lavori, è bene dirlo, sono le realtà poco felici di coloro che approfittano per ritornare ad essere peggio di com’erano prima. In qualunque ambiente  ci sono le realtà  negative. Allora domando: perché bisogna sacrificare i vari tanti per i vari pochi? Se ognuno di noi volgesse lo sguardo verso i migliori si ridimensionerebbero da soli anche i peggiori…

A cosa può servire emarginare questi luoghi quando prima o poi l’emarginato d’oggi si ritrova in mezzo alla “folla” di domani? Come emarginato può costruire solo un piccolo e misero bagaglio negativo che, gioco forza, “domani” porterà e userà fuori in mezzo alla società.

Invece la società può e deve rappresentare un’alternativa al passato, mentre il detenuto sta scontando la sua pena. Serve che la società tenda  ad eliminare le condizioni che favoriscono quei comportamenti devianti agendo efficacemente sulle cause e non, come solitamente accade, enfatizzandole e lasciandosi “travolgere” dagli effetti.

La società è la madre dei propri “figli”.. ed è da dentro il carcere che si possono dare quelle risposte concrete a quella “domanda” sempre più crescente e legittima di sicurezza per tutti i cittadini. Diversamente, quando arriverà il fatidico giorno, colui che ritorna libero rischia di sapere fare meglio solo quello che “sapeva fare prima” perché nessuno ha “saputo” offrirgli quell’alternativa che probabilmente lo potrebbe levare da quell’ambiente che lo aveva visto protagonista in negativo.

Ma per “vivere” l’alternativa serve che lo stesso detenuto sia fortemente motivato, disponibile a rimettersi in gioco e a ripartire; e ciò può avvenire quando ognuno di noi è in grado di riconoscere e risolvere costruttivamente e positivamente i problemi del presente in prospettiva del futuro.

Sono fermamente convinto che il  più efficace deterrente per la sicurezza dei cittadini sia principalmente investire con coraggio nella fiducia di quanti come me hanno  conosciuto il male e si sono incamminati verso il bene. Di quanti come me intendono il carcere non uno “squallido parcheggio” ma un “filtro rigeneratore”: Ma tutto ciò può avvenire solo se la Società civile non assuma le sembianze di un “gigante” che divora i propri “figli”… ma accolga nel suo “seno” quanti sono usciti dal proprio “grembo”:

Si dice che a sbagliare non si è mai da soli, ma si rimane nel momento in cui si deve pagare. Purtroppo tutti ci siamo trovati di fronte a dei bivi e non sempre si è avanzato nella direzione giusta ma, anche attraverso una realtà negativa, si può e si deve trovare l’occasione per cercare la sua parte positiva e anche gli errori, se è così, servono per crescere ed emanciparsi.

Non va dimenticato, inoltre, che dentro il carcere ci sono persone che hanno commesso degli errori e persone che hanno subito degli errori e l’errore più grave sta nel convincersi che sia gli uni sia gli altri diventino, “d’ufficio”, la casta dei pari, per un verso, e gli irrecuperabili per l’altro.

La vita ci lancia continuamente guanti di sfida, temprando i più forti, fiaccando i più deboli, questa vita che non risparmia nessuno e nessuno può penetrare gli arcani. Ed è proprio il mistero della vita stessa che dovrebbe renderci più u mili, farci capire la nostra fragilità su tutto quello che ci accade e che ci circonda. Anche per questo non dobbiamo mai sentirci arbitri degli altri ma solo di noi stessi. 

Il detenuto, mano a mano che passano gli anni, avverte sempre di più il peso ed i “morsi” della solitudine. Oggi, dopo tanti anni, non mi sento solo. Forse tutto questo è servito a farmi riflettere, a farmi crescere e a farmi capire e vedere cosa c’è dentro di me, ma, soprattutto, cosa mi mancava e cosa stavo cercando.

In carcere ho vissuto un lungo periodo dove la condizione di solitudine era determinata dal regime stesso a cui si era sottoposti. Sentivo sempre la mancanza di qualcosa che mi permettesse di potere contrapporre me alla solitudine. Mi mancavano quelle motivazioni che danno altri sentimenti”!

A cosa serve il tempo se non lo si impiega in prospettiva di qualcosa? E’ il tempo l’ancora che permette di ritrovare se stessi e in carcere con il tempo costruisci tutto. Anche in carcere la vita passa, ma nulla dipende da te, tutto dipende dagli altri. Solo il tempo dipende da te, solo il tempo è tuo. L’importante è non farselo togliere dal “primo venuto” perché è con il tempo che si costruisce tutto ciò che serve per poter dire che la civiltà deve essere uguaglianza, parità di diritti , rispetto delle regole e rispetto per gli altri.

E’ solo così che il carcere con la sua solitudine diventa il punto di arrivo del proprio passato e il punto di partenza per il “verde” futuro. Sì, proprio in quelle “mura”, fatte soprattutto per togliere e non per dare. Oggi vedo con “nuovi” occhi che mi permettono di poter guardare oltre quel “muro”, altrimenti perpetuamente infinito, che per tanti anni ha rappresentato una barriera che mi impediva di “guardare” fuori, mi impediva di sognare, mi impediva di vivere…

Tra mille difficoltà e diffidenze credo che anche in carcere, dove tanto “ossigeno” che si “respira” è fatto di ferro e cemento, può nascere la speranza che permette di sentirsi vivi… vivi dentro. Anche chi è privo della libertà, come da tanti anni, può fare delle scelte: io sono riuscito a ritrovar me stesso, e con me stesso ho scelto di rinascere e crescere divenendo una persona diversa e migliore di quella che ero, attraverso lo studio, il lavoro, l’amore per la mia famiglia. L’AMORE: sentimento e vocazione per cui vale veramente la pena di combattere ogni anno della propria vita.

Da qui la necessità di un rinnovamento, una rinascita che coinvolge l’essenza più intime dell’essere in senso socialmente positivo e produttivo. Queste riflessioni vogliono essere un ulteriore, totalmente produttivo e altruistico gesto della mia vita. A voi amici lettori porgo il frutto di queste riflessioni maturate in questi anni di carcere.

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2 pensieri su ““Io Vivo già Morto”- introduzione… di Marcello dell’Anna

  1. Giuseppe Rotundo(senza più alias) in ha detto:

    Cosa Dire mio carissimo amico Marcello. Nulla,o poco meno di niente……..hai già detto tutto tu,in queste tue riflessioni vi è l essenza della giustizia,quel equilibrio che tutti ci aspetteremmo che fosse promulgato da autorevoli sociologi,e inserito in quel pacchetto di leggi che dessero garanzie a chi come te vuole affannosamente ritornare alla vita…..Come è GIUSTO che sia……..Ma qui caro amico mio, sembra di essere sulla luna,su quel pianeta che per anni abbiamo sognato di andarci,ricordo perfettamente l estate del 69,quando insieme a tutti i miei amichetti dell epoca salimmo sulla terrazza per osservare quegli uomimi che sbarcavano sul quel pianeta ……tutto a quel punto sembrava potesse essere realizzabile…….Invece siamo qui,ad ingannarci,a dedicarci questo piccolo spazio di tempo,pieni di timori,e di angoscia……….Vorrei poterti dare speranze certe,e dirti parole confortanti,invece mi rendo conto che sto dicendo solo cazzate………Scusami.ma io di più nn so proprio cosa dire,anche perchè sono ancora fortemente inquinato ……….
    Ti lascio un forte abbraccio amico mio……..Questo ancora lo possiamo fare…Senza che nessuno ci autorizzi!

  2. francesca in ha detto:

    Queste sue riflessioni, signor Marcello dell’Anna , hanno risposto a tanti interrogativi che mi ponevo leggendo in questo blog….grazie…..la saluto con tanto affetto..Francesca

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