Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

L’ergastolo “ostativo”: una creazione giurisprudenziale (Claudio Conte)

Muroi

Il nostro Claudio Conte -detenuto a Catanzaro- è ormai un vero e proprio cultore di diritto.. che studia anche all’Università. E su certe tematiche ne sa di più di tanti professori.

E’ lui che è stato l’ideatore della rubrica giuridica di questo Blog, IN DIRITTO, di cui ha inviato quasi tutti i contenuti pubblicati.

Recentemente Claudio ci ha inviato questo testo dedicato all’ergastolo ostativo. 

Per la profondità del tema e per l’accuratezza dell’argomentazione, ritengo che sia un testo da pubblicare in parti.

Oggi pubblico la prima parte.

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Erroneamente si pensa che l’ergastolo “ostativo”  (ostatività al’ammissione alle misure alternative alla detenzione, dal combinato disposto ex artt. 22 cp e 4 bis OP) sia stato introdotto con leggi d’emergenza  del 1992. In realtà questo monstrum giuridico è il risultato di una creazione gìurisprudenziale di molti anni dopo.

Per avere chiara la questione basterebbe leggere le ordinanze di revoca de regime ex art. 41 bis OP emesse fino all’estate del 2002, oppure quelle di ammissione ai benefici penitenziari per gli ergastolani o per coloro che restavano in espiazione per reati non ostativi anche se ritenuti in continuato con quelli ostativi (Cass. SU n. 14/1999- Ronga e Cort. Cost. n. 361/94) e si constaterè di come, procedendo allo scorporo dei delitti ostativi  formalmente indicati ex art. 41 bis OP era revocato in regime ex art. 41 bis O.P.) si era ammessi alle misure alternative.

Giova anticipare come fino alla decisione n. 14/99 delle Sezioni Unite, in materia di benefici penitenziari, vi fossero orientamenti contrastanti: tra chi sosteneva che per i reati riuniti sotto il vincolo della continuazione era esclusa la scindibilità del cumulo ed estendeva l’obbligo della collaborazione oltre al reato ostativo ai benefici, sino a ricomprendere tutti i delitti finalisticamente collegati col medesimo (sez. I 23 marzo 1994 <M>, n. 198832, sez. I, 12 nov. 1996 <L>, n. 205998), e chi invece contrariamente riteneva possibile la scindibilità e relativa ammissibilità ai benefici per i reati anche finalisticamente collegati (sez. I, 9 nov. 1992 CED n. 192414; sez. I, 18 sett. 1997 <M> n. 208512), ma non formalmente indicati nella prima parte del primo comma ex art. 4 bis OP.

Le Sezioni Unite accolsero quest’ultimo orientamento perché più rispondente ai principi costituzionali già tracciati (a Sezioni Unite, 26 nov. 1997, n.15, Vernelli e Consulta n. 361/94).

Per quello che ci riguarda, in tal modo si conferma che espiati i reati cd “ostativi” ex art. 4 bis co.1 OP, per i restanti delitti finalisticamente collegati (ossia consumati per agevolare l’associazione, mafiosa, in caso di concorrenza con l’art. 416 bis cp) si poteva accedere ai benefici penitenziari.

La questione sull’estensione della collaborazione ai reati satelliti, ad oggi, risulta implicitamente censurata per tre motivi:

– La scelta delle SU di aderire all’orientamento della scindibilità e dunque contrario a quello sostenuto dalla sez. I, 12 novembre 1996 <I>, n. 205998, come sopra evidenziato, che sosteneva coerentemente con l’inscindibilità anche l’estensione della collaborazione ai reati cumulati ancora in esecuzione di pena;

– Il presidio di due principi del sistema processuale, quello del (potere del) l’azione penale e quello della netta distinzione di competenze funzionali tra il giudice della cognizione e il giudice dell’esecuzione, rilevando che la continuazione non costituisce veicolo giuridico di trasmissione delle circostanze aggravanti non contestate (Cass. Sez. I, 27 giugno 1998):

– La lettura a contrario, del rinovellato art. 41 bis OP con L. n. 94/2009 che, in caso di plurimi titoli o pene, prevede la inscindibilità de cumulo col rinovellato comma 2 art. 41 bis OP per il quale: in caso di unificazione di pene concorrenti o di concorrenza di più titoli di custodia cautelare, la sospensione può essere disposta anche quando sia stata espiata a parte di pena o misura cautelare relativa ai delitti indicati nell’art. 4 bis OP. Evidente che il legislatore è intervenuto a “ratificare” il nuovo orientamento giurisprudenziale (affermatosi nel 2002-2003), in materia di regime speciale, mentre non ha esteso tale indirizzo in materia di benefici penitenziari, escludendolo tacitamente.

Interessa rilevare come l’intervento mono filattico implicitamente escluda che da una lettura della sentenza da parte del giudice di sorveglianza, possa determinarsi l’ostatività di una pena anche nel caso di cumulo tra delitti non ostativi, poiché sarebbe stata un’interpretazione in contrasto con i sopraddetti principi, come sembrano esserlo quelle sentenze per le quali: “E’ legittimo il diniego di concessione di permesso premio al condannato per reato commesso per motivi di mafia che il tribunale di sorveglianza abbia verificato attraverso l’esame della sentenza, a nulla rilevando la circostanza che nel giudizio non sia stata contestata l’aggravante prevista ex. art. 7 DL 152/91 conv. L 203/91” (Cass. Sez I, sent. 4091/2010). 

(Nel rapporto tra le sentenze di una delle Sezioni della Cassazione e quelle a Sezioni Unite, vige il principio che mentre le prime producono effetti solo sul ricorrente, quelle monofilattiche a SU stabiliscano principi di diritto con effetti erga omnes, costituendo “diritto vivente”).

FINE PRIMA PARTE

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