Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Salvo Fleres, Garante dei detenuti in Sicilia- intervista

salvo_fleres

Quando si parla della figura del Garante per i diritti dei detenuti, spesso si immaginano figure il cui apporto è più simbolico che effettivo. Figure la cui concretezza, quando c’è, non è mai particolarmente incisiva. Persone che vanno in carcere, scrivono qualche lettera, appoggiano qualche battaglia. Ma senza che riescano a fare davvero la differenza. Ma non è sempre così. E non lo è certamente per quanto riguarda il Garante per i diritti dei detenuti della Sicilia, il dottor Salvo Fleres. Chi mi conosce sa che detesto le valutazioni fatte senza riscontri concreti. Se ne fanno troppe, o per elogiare persone amiche, o per denigrare persone ostili. Si manca spesso di concreta obiettività. Io è da poco tempo che ho avuto modo di incrociare il dottor Fleres. Inizialmente mi relazionai con una sua collaboratrice, Gloria Cammarata, e poi anche direttamente con lui. Ciò che ho potuto riscontrare è che, di fronte ad alcune  delicate situazioni carcerarie che gli sottoponevo, c’è sempre stata, da parte sua, attenzione e un’azione effettiva. Questa percezione, mi sono accorto, non  è stata solo mia. Mi sono trovato a confrontarmi con vari soggetti che si occupano del mondo penitenziario, trovando a volte supponenza, a volte mancanza di risposta, a volte risposte vaghe, a volte solo parole, a cui non seguiva mai un tentativo di azione. Ma a volte ho trovato anche serietà e coerenza. Come nel caso del dottor Fleres. Quando penso a come dovrebbe essere un Garante per i diritti dei detenuti, è la figura di Salvo Fleres quella che mi viene in mente.

Come vedrete nella seconda parte dell’intervista, il dottor Fleres interviene su tutta una serie di dinamiche interne al suo ufficio che hanno, per alcuni anni, ostacolato l’attività nei confronti dei detenuti e ingenerato anche polemiche e articoli di giornale.

Vi  lascio alla lettura dell’intervista.

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-Salve Dottor Fleres, dove è nato e dove vive?

Sono nato a Catania 57 anni fa e vivo a Catania. Ho fatto l’insegnante, ho fatto il dipendente dei Monopoli di Stato, ho fatto il giornalista. E per 22 anni ho fatto il deputato regionale prima, il senatore dopo.

-Quindi ha avuto un percorso molto sfaccettato.

La mia vita è ricca di esperienze e credo che questo mi sia tornato utile per l’attività di garante dei diritti dei detenuti, perché ho avuto  modo di potere osservare la società da più parti e tutte importanti. Io ricordo, quando facevo l’insegnante, che molti miei alunni venivano da quartieri popolari ed avevano stretti contatti con fenomeni malavitosi. E però riuscivano a salvarsi grazie alla scuola. Ricordo che durante la mia attività presso i Monopoli di Stato, svolgevo il mio lavoro in uno dei quartieri più difficili della città di Catania; e quando uscivo dallo stabilimento, mi rendevo conto di quello che accadeva in quel quartiere. E poi da giornalista ho avuto a che fare con grossissime questioni riguardanti la criminalità locale.

-E poi c’è stato il percorso politico.

Sono entrato nell’Assemblea regionale siciliana nel 1991, e sono stato deputato regionale sino al 2008. In questi 17 anni ho fatto l’assessore alla cooperazione,  ho fatto il vicepresidente vicario dell’Assemblea, e sono stato l’autore di varie leggi, tra cui quella sul lavoro autonomo per i detenuti, che ha consentito a 140 reclusi, in dieci anni, di avviare un’attività lavorativa autonoma. I beneficiari non solo sono usciti dal circuito criminale, ma hanno potuto assumere dipendenti, così passando dalla condizione di “peso” della società a condizione di “risorsa” per la società. Considero questa legge un grande successo nell’ambito dell’attività politica che ho svolto.

-Finché è diventato senatore.. in che anno?

Sono diventato senatore nel 2008, ho fatto parte della commissione bilancio e della commissione per i diritti umani e in quella veste sono stato tra i promotori dell’indagine sul sistema penitenziario italiano. Ho avuto modo quindi di vedere strutture presenti un po’ in tutta Italia. Posso aggiungere che da oltre 25 anni mi occupo di diritti umani e sono stato anche vicepresidente nazionale della Lega dei diritti dell’uomo.

-E quando è diventato Garante in Sicilia per i diritti dei detenuti?

Nel 2006.

-Quindi prima di diventare senatore?

Sì. Fui nominato col parere unanime di tutto il Parlamento siciliano, perché era notoria la mia azione a favore di un carcere dignitoso e rispettoso dei diritti umani. Io mi occupo da anni di queste tematiche. Avevo anche fatto delle pubblicazioni e delle ricerche ed avevo portato avanti delle iniziative rivolte al settore penitenziario. Quindi, quando fu istituita la figura di Garante, diciamo che unanimemente il Parlamento guardò a me per questa carica, anche se poi la nomina formale è del Presidente della Regione.

-Lei è stato garante dei detenuti dal 2006, e lo sarà, se non le verrà rinnovato il mandato, fino ad agosto 2013. La carica ha quindi una durata di sette anni?

Sì. La legge prevede un incarico così lungo, proprio perché si è voluta salvaguardare la funzione autonoma del garante, sganciandolo dalle maggioranze che di volta in volta vengono a formarsi. Proprio per questo la durata del mandato del garante è maggiore della durata dell’Assemblea regionale.

-Come è stata la sua esperienza di garante?

E’ stata molto bella, perché siamo riusciti ad ottenere dei risultati importanti. Sono riuscito, proprio perché conoscevo bene questa materia, a ottenere l’accesso dei garanti nelle carceri ai sensi dell’art. 67 dell’Ordinamento Penitenziario, con le stesse facoltà di cui godono i parlamentari. Cosa che prima non accadeva, minando così alla base l’azione dei garanti.

-Questo l’ha ottenuto in tutta  Italia?

Sì, in tutta Italia. Poi siamo riusciti a sbloccare diverse situazioni. Siamo riusciti a fare aprire un carcere, a Gela, che, nonostante fosse completo, era chiuso da sei anni, ma era bloccato da banali motivazioni burocratiche. Siamo riusciti ad accelerare i lavori di completamento del nuovo carcere di Favignana, chiudendo quello che c’era prima, che era davvero un girone dell’inferno, tanto era in condizioni disastrose. Siamo riusciti a sbloccare i lavori di ristrutturazione di carceri come quello dell’Ucciardone. Naturalmente la competenza in questi casi è dell’amministrazione penitenziaria, ma noi  abbiamo fatto un’azione continua perché certe cose si sbloccassero. Abbiamo ottenuto anche notevoli risultati relativamente ai fenomeni di sovraffollamento; a tal proposito sono state importanti diverse ordinanze – di cui siamo stati promotori – da parte,  in particolare, dei magistrati di sorveglianza di Palermo e di Catania, che hanno riconosciuto e confermato l’esistenza del sovraffollamento e di carenze strutturali. Siamo riusciti ad ottenere ordinanze anche a proposito del fumo in carcere, in merito alla corretta allocazione dei detenuti fumatori e dei non fumatori. Recentemente si è riusciti ad avere una ordinanza di risarcimento danni per il fatto che un detenuto è caduto dal quarto piano del letto a castello. Certo, l’attività che ho svolto e che svolgo mi ha procurato anche qualche nemico, ma questo non mi preoccupa, perché sono molto contento dei risultati ottenuti. Anche se, come in tutte le cose, si poteva fare anche di più.

-Per quanto riguarda il rapporto personale con i detenuti.

Io parlo personalmente con i detenuti, ogni volta che vado a visitarli nelle carceri, cosa che faccio periodicamente. Tenga conto che in Sicilia ci sono quasi trenta istituti penitenziari tra case di reclusione, case circondariali, ecc. Un lavoro abbastanza impegnativo. Parlo con i detenuti, parlo con i loro avvocati, parlo con i loro famigliari. Loro mi scrivono spesso anche dall’esterno per farmi avere le notizie. Io riesco a sapere anche quello che non tutti sanno,  molte cose che si verificano in carcere, buone o cattive.

-Qual è un episodio che l’ha particolarmente segnata dal punto di vista emotivo?

Ce ne sono moltissimi. Un detenuto che pesava 260 kg, che non riusciva ad entrare nel vano water della cella ed era costretto a svolgere i suoi bisogni fisiologici in piedi, al centro della cella, davanti a tutti i suoi compagni. Qualcosa di assolutamente poco dignitoso. Ricordo, e su questo mi sono battuto, un caso di sospetto suicidio di un detenuto che era alto 1,75 metri, che si sarebbe impiccato in un letto che era alto 1,55 metri. Una cosa piuttosto strana e anomala. Ecco perché  dico che mi sono fatto qualche nemico. Mi sono fatto qualche nemico perché ho sollevato tutta una serie di coperchi di una realtà che dovrebbe essere osservata con maggiore rigore e con maggiore distacco da una parte  e con maggiore attenzione e con maggiore cura, senza dare niente per scontato, dall’altra parte.

-Da quanto ho capito, lei non esclude alcune sezioni nelle sue visite nelle carceri.

No, no, io vado dappertutto. Io vado tra i comuni, vado all’alta sicurezza, vado tra i protetti , vado nei  reparti femminili, vado negli istituti per minorenni, vado all’O.P.G. Vado ovunque,  perché la situazione penitenziaria va affrontata nel suo complesso.

-Ha mai avuto problemi con l’amministrazione di qualche carcere?

Certamente sì. Recentemente con l’amministrazione del carcere di Catania, che è stata una di quelle che ho osservato con maggiore attenzione. Il carcere di Catania è uno dei più affollati d’Italia. E’ stato oggetto di un’ordinanza del Magistrato di Sorveglianza che gli ha imposto tutta una serie di provvedimenti. La direzione del carcere di Catania mi vede come il fumo negli occhi e vorrebbe tentare, quando gli e’ possibile, di ostacolare la mia attività.

-Fondamentalmente, alla luce di tutta la sua esperienza, lei si sente di dire che il detenuto può essere recuperato?

Io credo che ci sia “l’uomo del delitto” e “l’uomo della pena”. L’uomo del delitto dev’essere punito; la legge prevede che venga processato e condannato se colpevole. L’uomo della pena  dev’essere aiutato, ai sensi dell’art. 27 della Costituzione, a rieducarsi e a reinserirsi nella società.  Io credo che il detenuto che entra in carcere è una persona e il detenuto che esce dal carcere è un’altra persona. Se il detenuto che entra in carcere viene seguito, viene sottoposto al trattamento di recupero, quando esce è una persona migliore. Se il detenuto che entra in carcere viene abbandonato a se stesso, quando esce dal carcere è una persona peggiore. La responsabilità non è del detenuto, ma della struttura penitenziaria, della società. Il bene e il male sono figli della medesima società. Non ci sono criminali che vengono da un altro pianeta. I criminali e le persone oneste vivono nella stessa società.  I primi hanno avuto la sventura di non incontrare la cultura, l’educazione, il lavoro. Gli altri hanno avuto la fortuna di incontrare la cultura, l’educazione, il lavoro. Non si nasce cattivi, lo si diventa. Il bambino nasce buono, se diventa cattivo è perché qualcuno lo fa diventare cattivo.  E lo fa diventare cattivo certe volte la famiglia, quando non c’è o quando trasmette valori negativi. Lo fa diventare cattivo la società nella quale vive, e dalla quale non siamo stati così bravi da proteggerlo. Lo fa diventare cattivo la scuola non sempre adatta ad educare. Insomma, la società non può considerarsi estranea alla sua responsabilità di fronte ad un crimine. La colpa di un crimine è di chi lo commette, la responsabilità di quel crimine è un po’ di tutti.

-Andiamo un po’ alla concreta attività del suo ufficio. Lei, per un lungo periodo, ha vissuto anche l’esperienza di un ufficio diviso a metà, o fondamentalmente ostile a lei, e tutta una serie di polemiche, articoli di giornale e questioni anche giudiziarie. Ci vuole descrivere questa situazione, questa dinamica che ha paralizzato, per diverso tempo, la sua attivita’?

Diciamo che, in origine, i dipendenti del mio ufficio non li ho scelti io. Me li sono trovati, perché l’ufficio ha inglobato dipendenti che erano in un’altra struttura che è stata assorbita. Questo ha creato non pochi problemi, perché questo ufficio non può essere considerato come altri uffici burocratici di un struttura altrettanto burocratica.  Io dico sempre “chi viene a lavorare nell’ufficio del garante dei detenuti, non può farlo solo per prendersi lo stipendio. Deve farlo perché considera come civile e morale l’assistenza verso chi si trova in carcere”. Il mio mandato e’ gratuito ma questo non mi impedisce di lavorare con attenzione e rispetto. I dipendenti di questo ufficio, non avevano probabilmente ben compreso. Dopo avere richiesto, più volte, l’intervento dell’assessorato alla funzione pubblica della Regione siciliana, senza avere risposta, ho fatto in modo di allontanare i dipendenti contestando loro una vera e propria omissione dei loro doveri che portava a un rallentamento dell’attività dell’ufficio, rendendola vana. Un esempio per tutti: per un anno e mezzo il dirigente dell’ufficio ha bloccato l’attività d’ascolto dei detenuti in carcere da parte di altre persone dell’ufficio –provocando così un rallentamento drastico dell’attività- adducendo per questa sua decisione una serie di motivazioni risibili, tant’è che ormai, dopo la rescissione da parte mia del contratto con questo dirigente, l’attività è ripresa regolarmente, la presenza in ufficio è costante, non ci sono episodi di assenteismo. Insomma, ci sono state una serie di questioni che sono state oggetto d’indagine da parte della guardia di finanza e che hanno portato al rinvio a giudizio di questi dipendenti.

-Una sua collaboratrice, in relazione all’azione di questo dirigente, che lei ha  allontanato, ha usato parole come “mobbing”; nel senso che questa persona avrebbe attuato vere e proprie azioni di mobbing.

In ufficio c’erano alcuni che avevano voglia di lavorare e lo facevano con grande impegno. E altri che invece non avevano nessuna voglia di lavorare e anzi avevano voglia di dimostrare che l’ufficio non funzionava. Questo ha provocato una serie di azioni su cui mi auguro giunga presto un chiarimento a livello giudiziario. Intanto però debbo dire che per fortuna, tutti i dipendenti che sono stati oggetto d’indagine sono stati trasferiti ad altro ufficio, compreso il vecchio dirigente.  

-Ci sono stati anche tutta una serie di articoli di giornale polemici verso di lei.

Sì, le fonti di essi erano le stesse che sabotavano l’attività dell’ufficio. Sono stati pubblicati tutta una serie di articoli di giornale, che traevano spunto da fatti non veri, cosa che naturalmente puntava a delegittimare l’azione che io svolgevo. Riguardo a questo, voglio usare una frase che non è mia, ma è dell’ex Procuratore Nazionale Antimafia e ora Presidente del Senato Grasso, il quale dice:

“La mafia è una rete che punta  a dimostrare di essere più forte dello stato. Più forte nelle cose che fa, nelle cose che non fa e nelle cose che non fa fare”.

Io credo che, in generale, e qui la volontarieta’ o meno non c’entra, quando un ufficio pubblico non funziona la mafia brinda a champagne. Quando un ufficio pubblico non è in grado di fornire i servizi che i cittadini si aspettano fa una grossa cortesia alla mafia, anche se non se ne rende conto. Io non potevo permettere che il mio ufficio non funzionasse, perché l’utenza del mio ufficio è già stata delusa dalla società, non può essere ulteriormente delusa.

-Comunque, adesso l’attività dell’ufficio è ripresa regolarmente. Ricordo di alcuni detenuti che si lamentavano che le lettere non giungevano e di famigliari che non riuscivano ad avere risposta telefonica.

Per forza… come le dicevo prima, molti dipendenti dell’ufficio non stavano in ufficio, e altri sabotavano il lavoro. Adesso, allontanate queste persone, l’attività dell’ufficio è ripresa a pieno regime, con risultati positivi sui vari fronti. I detenuti che possono farlo (semiliberi, art. 21) o i loro parenti, vengono frequentemente in ufficio. Gli altri detenuti ci scrivono. Noi siamo tornati ad andare nelle carceri. Adesso l’ufficio funziona perfettamente, tant’è che stiamo facendo delle iniziative, non direttamente connesse al rapporto con i detenuti, ma connesse all’azione di sensibilizzazione che dev’essere fatta in relazione a questo tema nei confronti della società. Io partecipo a molti incontri, a molte tavole rotonde, mi invitano nelle Università a tenere delle conferenze. Proprio per spiegare ai giovani innanzitutto, ma anche ai non giovani, quella che è la vita in carcere. Il carcere normalmente lo si guarda dal buco della serratura, si preferisce ignorare le problematiche interne al carcere. Persino alcuni avvocati non se ne occupano come dovrebbero. Allora tentare di fare un’opera di sensibilizzazione e di informazione credo sia il modo migliore per tentare di trovare le soluzioni ai problemi ogniqualvolta i problemi emergono.  Quando parlo ad esempio del lavoro in carcere  o della possibilità per chi esce dal carcere di trovare un lavoro, io chiedo sempre: “Chi di voi è disponibile ad assumere un ex detenuto e a dargli una possibilità di recupero?” e allora tutti quanti si guardano gli uni con gli altri e non risponde nessuno. E allora rispondo io: “Io l’ho fatto e mi sono trovato bene. L’ho fatto quando ero assessore alla cooperazione, offrendo lavoro, con un progetto speciale, a circa 110 ex detenuti e lo faccio da privato cittadino con delle persone che lavorano con me.”

-Alcuni dicono “perché bisogna garantire una chance a chi magari ha ucciso tante persone, e le sue vittime, che altra chance hanno’”.

La società non può rispondere ad un delitto con un delitto.  La società deve reagire recuperando chi ha commesso un delitto, proprio perché chi ha commesso un delitto lo ha fatto anche perché egli è il prodotto distorto di una società. La società non si può deresponsabilizzare.

-Il suo mandato scadrà ad agosto. Lei vorrebbe ancora continuare con questa esperienza nel mondo della carcerazione.

Io sarei lieto di potere continuare, perché credo che si possano fare ancora tantissime cose, e sono pronto a farle, mettendo a disposizione la mia esperienza. Però la decisione spetta al Presidente della Regione.

-La ringrazio dottor Fleres.

Grazie a lei.

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4 pensieri su “Salvo Fleres, Garante dei detenuti in Sicilia- intervista

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Io credo che ci sia “l’uomo del delitto” e “l’uomo della pena”. L’uomo del delitto dev’essere punito; la legge prevede che venga processato e condannato se colpevole. L’uomo della pena dev’essere aiutato, ai sensi dell’art. 27 della Costituzione a rieducarsi e a reinserirsi nella società. Io credo che il detenuto che entra in carcere è una persona e il detenuto che esce dal carcere è un’altra persona. Se il detenuto che entra in carcere viene seguito, viene sottoposto al trattamento di recupero, quando esce è una persona migliore. Se il detenuto che entra in carcere viene abbandonato a se stesso, quando esce dal carcere è una persona peggiore. La responsabilità non è del detenuto, ma della struttura penitenziaria, della società. Il bene e il male sono figli della medesima società. Non ci sono criminali che vengono da un altro pianeta. I criminali e le persone oneste vivono nella stessa società. I primi hanno avuto la sventura di non incontrare la cultura, l’educazione, il lavoro. Gli altri hanno avuto la fortuna di incontrare la cultura, l’educazione, il lavoro. Non si nasce cattivi, si diventa cattivi. Il bambino nasce buono, se diventa cattivo è perché qualcuno lo fa diventare cattivo. E lo fa diventare cattivo certe volte la famiglia, quando non c’è o quando trasmette valori negativi. Lo fa diventare cattivo la società nella quale vive, e dalla quale non siamo stati così bravi da proteggerlo. Lo fa diventare cattivo la scuola non sempre adatta ad educare. Insomma, la società non può considerarsi estranea alla sua responsabilità di fronte ad un crimine. La colpa di un crimine è di chi lo commette, la responsabilità di quel crimine è un po’ di tutti.

    Esattamente il mio pensiero…:-)

  2. Alessandra lucini in ha detto:

    E anche io mi auguro che questa persona possa continuare il suo mandato, ce ne fossero di persone così in un posto così 🙂

    • Giovanni Milazzo in ha detto:

      Vinciamo la sclerosi dell’egoismo!

      Non sono riuscito – perché non ho tentato –
      a fare una storia,
      qualcosa di coerente, un “romanzo”…
      Ho rifiutato di essere <>,
      e anche se talvolta,
      cose semplici scritte semplicemente,
      cose normali scritte normalmente,
      discorsi,
      fogliame che porta via il vento,
      consigli richiesti( da nessuno!)
      hanno trovato lo spazio in cui tento di mostrare
      l’esistenza e la necessità dinamica
      di vivere degnamente la mia vita
      – l’<> mia vita -,
      ho dovuto anche essere insolente,
      sebbene a volte bello (?) e poetico (?).
      A volte do anche del filo da torcere,
      agli altri e a me stesso…
      Discorsi,
      pensieri,
      e poesie, tante poesie.
      E anche lacrime.
      Ed io, tutto nudo – talvolta nella mia memoria.
      Che meravigliosa rivincita,
      e non punizione,
      creare un po’ di bene intorno a sé
      dopo aver fatto tanto male! A me e agli altri.
      Sì, è bene liberarsi da un senso di colpa,
      ma è ancora meglio sentirsi altruisti
      e debitori verso gli altri
      del dovere della felicità.

      Non sono riuscito – ancora –
      a mostrare tutto ciò,
      a fare una storia, qualcosa di coerente,
      un ” romanzo” che fosse utile a qualcuno…
      No, non sono riuscito a mostrare tutto ciò.
      Troppo odio in giro,
      troppo timore, poco amore,
      troppa indifferenza eretta a sistema.

      Allora, ecco…
      Una preghiera che è la risposta
      a una domanda non posta.
      E lacrime, gioia, terra ai piedi, sole nelle mani,
      e i nostri figli, i vostri figli,
      dai cinque ai cinquant’anni,
      nel tentativo di arrestare la corsa all’egoismo…

      Allora, ecco…
      Voi che siete buoni padri, buone madri,
      di buona volontà,
      cercate di capire che ne va della sopravvivenza
      della specie umana,
      e che bisogna creare una dinamica
      di vita e di generosità
      di fronte alla dinamica dell’egoismo
      e della chiusura in se stessi.
      E che vinca il migliore,
      senza gelosie, nella gioia degli altri,
      di tutti.

      Il NOI privilegiato rispetto all’ IO nei diritti;
      l’IO, privilegiato al NOI nel dovere;
      l’equilibrio indispensabile dei diritti
      e dei doveri.
      Il contrario dell’essere primo contro tutti,
      ma piuttosto il migliore a beneficio di tutti.
      Altrimenti è la sclerotizzazione della vita,
      mentre è bello pensare che si debba vivere
      con gli altri e soprattutto per gli altri,
      circondarsi di persone che vogliono vivere,
      assistere a un miglioramento fantastico
      del loro passato accidentato, dilaniato,
      rovinato, umiliato…
      Guardare quelli che sono ancora da aiutare
      e la noia scompare e l’indifferenza fa posto
      a una feroce volontà di battersi.

      Allora, ecco…
      Un sentiero porta a un altro sentiero.
      L’Amore porta all’Amore…
      E questa accanita volontà di battersi, di vivere,
      da trasmettere ai nostri giovani rampolli
      in una lotta che non utilizza armi,
      ma utilizza una specie di forza d’amore,
      di fraternità,
      di comprensione, – ma sì! – di ragionamento
      che cerca di essere semplicemente autentica…
      E’ tutto questo che fa sì
      che la “macchina” vada avanti,
      e che noi abbiamo creato ciò che chiamerei…
      la dinamica della riabilitazione,
      la dinamica di vivere!

      Allora, ecco…
      Tutto il contrario di come va il mondo,
      poiché la gente
      si contenta di essere statica, vuole lavorare
      quattro mesi
      per avere tanti giorni di vacanza…
      Per essere ben inquadrata, chiusa
      in compartimenti,
      così è ben “sclerotizzata” , ben rinchiusa
      in un tipo di robotismo generale
      che impedisce la creatività, e la creazione
      di nuove forme di vita autentica…

      QUESTA E’ LA SCLEROSI, TUTTO DIVISO
      SECONDO IL PROPRIO TORNACONTO;
      TUTTI INTENTI A ZAPPARE
      IL PROPRIO ORTICELLO…
      COSI’ E’ PERDERE L’AMORE DELLA VITA,
      PERDERE L’AMORE CHE C’E’
      IN OGNUNO DI NOI!

  3. Pingback: La Sicilia da mesi senza Garante- Intervista a Gloria Cammarata | Le Urla dal Silenzio

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