Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

A mia Madre… di Pasquale De Feo

madre-natura-art-dipinto-tela-angela-trovato

Il nostro Pasquale De Feo -detenuto a Catanzaro- sa scrivere pagine stupende.

Questo racconto dedicato alla madre è memorabile.

Non voglio aggiungere altro, per lasciarvi subito alla lettura… citerò solo questa frase:

“Quello che facciamo per noi stessi passa. Quello che facciamo per gli altri rimane per sempre”.

———————————————————————–

La vedo affaccendata in cucina mentre preparava la pasta a forno, tutto un rituale della cucina cilentana, noi tutti intorno a guardare ma principalmente nell’attesa di cogliere l’occasione per rubare le polpettine fritte, e ogni volta che se ne accorgeva faceva scendere velocemente il cucchiaio di legno, scappavamo con le polpettine e il dolore alle dita.

D’altronde, anche le davamo fastidio come fossimo delle zanzare, lei era felice di tenerci sott’occhio. Ci amava talmente tanto che si è donata con spirito di sacrificio per noi figli; come fanno i religiosi per la loro fede. Sovente l’ho paragonata a quelle suore di clausura che dedicano la loro vita a Gesù. Per mia Madre noi eravamo il suo Dio.

In tutta la mia vita non ho mai conosciuto un essere umano più buono e pieno di luce come lei, con la sua bontà creava un cerchio di serenità intorno a sé.

Al suo funerale c’era tantissima gente, con gran meraviglia anche dei miei familiari perché, avendo mia madre fatto sempre vita ritirata, non riuscivano a comprendere dove avesse conosciuto tante persone.

La sua luce, come quella dei giusti, rifletteva sempre il bene, come un fiume che scorre placido e costante.

L’ultima Pasqua passata con lei, la ricordo come fosse oggi, indaffarata a cucinare per quarantotto persone, alla fine del pranzo eravamo tutti pieni fino all’inverosimile. A tavola non aveva mezze misure, chi mangiava poco lo considerava un “malato”. Ciò derivava dalla fame sofferta da bambina.

Dopo facemmo una lunga passeggiata nelle campagne circostanti. Quando tornammo, dopo circa tre ore, voleva di nuovo apparecchiare la tavola.

Aveva creato dentro di sé il suo mondo meraviglioso e cercava di trasmetterlo fuori, ma la vita è stata molto crudele, non dandogli quelle soddisfazioni che meritava.

Quelle splendide giornate incorniciano il mio ricordo di lei e riposano nel cassetto più importante della mia memoria.

Ancora oggi a distanza di dodici anni non riesco ad avere una sua foto, perché vederla è motivo di profonda sofferenza; ci sono esseri che quando sono sradicati dalla nostra esistenza lasciano un vuoto eterno e una piaga sempre sanguinosa.

Dei miei ricordi sarà l’ultimo a sfumare, succederà quando il cerchio della mia vita si chiuderà.

L’ultima volta che la vidi fu alcuni mesi prima della sua scomparsa. Come sempre il suo sorriso mi aveva spalancato l’anima e con lo sguardo mi aveva avvolto in un abbraccio di dolcezza: non ci ha mai fatto mancare affetto e la dolcezza della sua voce, quella che aveva solo per noi.

I suoi modi e il suo linguaggio provenivano sempre dal cuore; se avessi imparato da lei a guardare il mondo con i suoi occhi, oggi sarebbe tutto diverso. Purtroppo, l’onnipotenza della gioventù non dona la giusta luce per vedere come realmente sono le cose. Le cose si vedono meglio con il passare degli anni.

Un angelo si riconosce solo quando è passato.

Nel suo ricordo ho fatto pace con il mondo e a cinquant’anni comprendo meglio la vita e riesco a capire quello che mi sono perso in tanti anni di cattività.

Il mio rammarico è di non aver conservato le sue lettere, anche se scolastiche e difficili da leggere. Non aveva frequentato oltre la terza elementare, ma erano piene di amore e di spiritualità.

In una mi aveva scritto che andava tutti i giorni a messa. Si sentiva felice e appagata, perché quando era in chiesa, stava bene. Era molto religiosa e credo che la pace di Gesù fosse in pianta stabile nel suo cuore.

Quanto seppe che mia sorella voleva farsi suora, lei ne fu felice, io invece cercai di dissuaderla. Col tempo mia sorella cambiò idea ma credo che se fosse successo l’avrebbe ritenuto il coronamento della sua fede.

Spesso rifletto sul paradiso e l’inferno. Mia Madre aveva una idea molto formale, da catechismo. Pensando a lei, credo che il paradiso sia un cuore pieno d’amore e l’inferno si a un cuore privo d’amore. In questo concetto rispecchio in lei il paradiso, perché non ho mai visto tanto amore in un essere umano.

Certe sere ci ritrovavamo tutti in cucina, a discutere e guardare la TV, mentre lei, per tre-quattro ore, era intenta ad arrostire castagne o pop corn; dopo noi andavamo a dormire e lei rimaneva a rassettare. La mattina era già pronta per la colazione e prepararci per la scuola. Era instancabile, ma credo che fosse animata da un fervore misto all’amore per la famiglia e alla sua religione, e con l’esempio dei suoi comportamenti cercava di trasmettere qual’era la retta via.

Non vedeva il male in nessuno, tutto era puro, perché chi è puro nell’animo vede solo purezza. Non ha mai odiato nessuno. L’unica eccezione è stato il maresciallo dei carabinieri del mio paese. Lo riteneva responsabile di colpe che in realtà non erano sue; la sua indignazione era per gli eventi che colpivano noi familiari.

La sua generosità per il prossimo l’applicava come fosse una filosofia di vita. Perdonava sempre come fosse un dogma, inconsciamente applicava ciò che diceva Gesù a Pietro “perdonare settanta volte sette”.

L’odio inquina le menti e coltiva tutti i cattivi sentimenti. Lei ne era immune, per questo aveva sempre il cuore che le sorrideva.

Un infausto giorno, il 17 maggio 2001, telefonai a casa dove trovai mia cognata Annamaria, che senza giri di parole, com’era nel suo carattere, mi disse che Mamma era in ospedale in coma per un ictus. In quel momento non realizzai. Forse inconsciamente non volevo accettare la realtà.

Mi mandarono a vederla in ospedale. Parlai con il primario e gli chiesi di dirmi la verità, anche questi, in modo diretto, mi rispose che non c’erano speranze, essendo terminata ogni attività cerebrale.

Avevo due ore di permesso, ma dopo dieci minuti chiesi di ritornare in carcere. Troppo forte era il dolore.

Un vuoto si aprì nel mio animo, mitigato solo dalla speranza della disperazione.

Il giorno, che inconsciamente sapevamo che sarebbe arrivato ma ci rifiutavamo di accettare, arrivò il 27 maggio. Alla notizia ebbi l’impressione che mi avessero strappato il cuore. Un tumulto di sofferenza difficile da sopportare. Quando l’anima è lacerata, nessuno può aiutarti né capirti.

Non piangevo. Forse era dovuto al fatto che quando la vita fa scempio di te, ti pietrifica le lacrime e l’anima.

Era partita per il cielo l’unico Essere che ci aveva amato senza riserve.

Non riuscivo ad accettare l’idea che Dio potesse permettere che, un essere umano così buono, all’età di 59 anni, potesse essere strappato alla sua famiglia così. Mi era difficile da comprendere e impossibile da spiegare a me stesso. Da quel momento ho iniziato a dubitare di Dio. Non mi bastava la risposta “è un disegno Divino”. Troppo semplice affidarsi a una fede cieca e priva di qualsiasi logica.

Furono giorni terribili, come se una parte di me non c’era più. La sofferenza ti fa diventare più sensibile, anche se alla sofferenza non ci si abitua mai.

Erano stati dieci anni di tribolazioni e dolori. Con quest’ultima prova avevo toccato il limite estremo della sofferenza. Quando accade, niente ti può più fare paura, nemmeno la morte.

I ricordi sono il tesoro più prezioso che abbiamo. Il luogo in cui rifugiarsi per sfuggire ai tumulti del nostro animo, sono stati la mia consolazione, con il suo volto sempre stampato nel mio cuore.

Ricordo una Pasquetta di circa quarant’anni fa, andammo nella pineta vicino al mare, a pochi chilometri da casa mia. Facemmo le foto. Ne ricordo una in particolare; ci eravamo messi su un ramo con i miei fratelli. Mamma ci sgridava; aveva paura che ci facessimo male. Erano giorni felici di spensieratezza. La vita aveva un altro significato perché ancora non conoscevamo il male, né ci aveva ancora toccato. Ancora non immaginavamo quanto fosse feroce la giungla dell’esistenza, che ci avrebbe risucchiato nel suo vortice più nero, risucchiandoci.

La nostra vita è fatta di tanti momenti. Le più belle gioie, anche se durano un attimo, dureranno per sempre ne nostro cuore.

Come aveva imparato da bambina da genitori, nonni, zii, l’unico modo per trasmettere il loro sapere e la loro conoscenza, erano “li cunti” davanti al cammino la sera. All’epoca non c’era la TV e ciò la sostituiva. In questi cunti raccontavano in forma di storielle ogni cosa. Così faceva anche mia Madre con noi. Lo sapeva fare tanto bene da calamitare la nostra attenzione, brava a esaltare sempre il lato comico. Le nostre erano risate senza tempo, nascevano dal cuore e ci facevano respirare a pieni polmoni. Se oggi ho ricordo di alcuni parenti che non ho mai conosciuto, lo devo ai suoi racconti.

Dove abito è un complesso di sei palazzine di tre piani. In tutto sono trentasei appartamenti. Ognuno ha un piccolo orto. Nella ripartizione era rimasto un pezzo di terreno, un duecento metri quadrati  circa. Lo coltivava lei e tutta la verdura, ortaggi e legumi, li divideva con tutte le altre trentacinque famiglie.

Credo che condividesse il piacere di fare del bene agli altri e ciò le allargava la dimensione del cuore con l’amore per il prossimo.

Con le sue azioni costruiva il mondo come lo desiderava che fosse e coltivava nel suo cuore. Per questo motivo il suo sguardo era sempre sereno e libero da ogni nube che annunciava la pioggia.

La sua bontà riscaldava come il camino acceso durante il freddo dell’inverno.

Quello che facciamo per noi stessi passa. Quello che facciamo per gli altri rimane per sempre e lei non si è mai risparmiata nel dispensare la sua generosità.

Noi siamo i nostri demoni, i peggiori nemici di noi stessi. Ci vuole molto coraggio per non essere ciò che gli altri vogliono che noi siamo, e spesso l’opinione corrente ammalia la nostra vanità come un acido che corrode l’animo.

Ho spezzato le ali del mio destino. Oggi vivo in tre “mondi” diversi: quello dei sogni; quello dell’esperienza quotidiana del carcere e quello dei ricordi; un passato in cui mi rifugio.

La cultura ti dà la possibilità di scegliere nella vita. L’ignoranza ti rende schiavo.

I cinquant’anni sono l’età della consapevolezza e della bellezza interiore. Ho avuto la più bella Mamma che potessi desiderare e lei vivrà fino a quando il suo sangue scorrerà nel nostro; le madri reggono l’eternità.

Ciò che ci appartiene non si potrà mai perdere.

De Feo Pasquale

Catanzaro, aprile 2013

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

5 pensieri su “A mia Madre… di Pasquale De Feo

  1. pina in ha detto:

    Caro amico , hai fatto un quadro lindo direi stupendo , dedicando questa lettere alla donna che divento madre , e che di madre fece te figlio che ti plasmò , dandoti tutto quello che lei aveva , bontà , amore , gioia , forza , dolore , componenti che oggi vedi ti servono , sei una persona veramente speciale .
    La tua mamma da lassù sente tutto quello che le trasmetti , malgrado differente luogo lei ti è vicina e lo sarà sempre, come tutte le mamma . La parola mamma racchiude le meraviglie delle meraviglie , si può toccare, sentire e la puoi vedere sempre all’opera , per la sua sacralità di fecondità, dare vita a vite , come un albero fruttifero , e che frutti ????
    Lei si è sacrificata , ma non ammazzandosi , ma del suo lavoro e del suo operato , facendo sempre del bene , e lo si vede in te Pasquale, ed io donna e madre so cosa significa , per questo mi avvicino sempre umilmente, per dare e per ricevere insegnamenti , da cuori che si muovono in quella direzione, senza sosta e senza inciampare in quei tranelli che arridano e diventano sterili , assenza di amore .
    Tieni questo prezioso gioiello, usalo sempre , ingigantisce sempre di più col tuo amore che gli trasferisci , tutte le volte che lo accarezzi coi tuoi pensieri , lei si ravviva e ti è vicina .
    Ciao Pasquale amico mio ….. splendida lettere , per lei mamma , la tua mamma LUCE in LUCE lei è LUCE …

  2. Alessandra lucini in ha detto:

    Emozionante e struggente questo racconto, sei grande Pasquale, un abbraccio

  3. Alessandra lucini in ha detto:

    Non è stata la tua morte a stupirci, ma questo attimo di eternità. Poichè con tre se n’è andata una parte di noi ma in noi resta viva una parte di te…. succede questo quando una madre se ne va

  4. Alessandra lucini in ha detto:

    con te …pardon…

  5. grazia in ha detto:

    “…le madri reggono l’eternità”
    Sono le nostre radici nella terra, sono l’inizio della nostra vita, il percorso che ci permette di giungere qui e iniziare a respirare. La prima aria è intrisa di loro e rimarrà ad ossigenare il nostro sangue per sempre, e se la loro aria è pura più facilmente il nostro cuore sarà chiamato alla purezza.
    E da questo tuo scritto è palese quanto l’aria della tua dolce mamma ti abbia avvolto e scandito il tempo dei tuoi passi…
    E’ di una bellezza grandiosa questo pezzo, degno di un figlio capace di suscitare in chi legge il desiderio di assomigliare, anche solo che un poco, alla sua Mamma.
    Grazie Pasquale, per aver permesso al profumo di quel tuo prezioso cassetto emanare fino a noi…
    I cinquant’anni sono l’età della consapevolezza, della bellezza interiore…e della condivisione.
    Ti abbraccio,
    Grazia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: