Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Lettera a Giuliano Pisapia… di Marcello Dell’Anna

ergastolo ostativo

Raramente pubblico a distanza ravvicinata due testi di uno stesso autore. E già il 21 aprile avevo pubblicato un pezzo del nostro Marcello dell’Anna (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/04/21/i-mondi-reclusi-di-marcello-dellanna/).

Ma questo testo -scritto in relazione ad un convegno che si terrà a Milano il 17 e il 18 maggio e che si occuperà, tra l’altro, anche di ergastolo ostativo- è davvero un testo significativo.

Marcello Dell’Anna -detenuto a Nuoro, dopo lo smantellamento della sezione A.S.1 di Spoleto, di cui faceva parte- scrive a Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, e e per conoscenza a tutti coloro che parteciperanno al convegno.

A una lettera diretta al sindaco- segue in allegato un testo che vuole essere un contributo vivo al convegno.

Cito il passaggio finale di questo testo:

“come è possibile tollerare un sistema ove al condannato vengono negati i suoi “Diritti Umani”? Che “umanità” può avere un  Paese che costringe una Persona, rieducata, reinserita, recuperata, ad espiare la propria pena in un carcere distante centinaia di chilometri dai propri familiari? Che impedisce ad un uomo di potere vedere e stringere tra le braccia la propria consorte, i propri figli, i propri cari? Quale “senso di umanità” lascerete ai vostri figli se poi dovrete spiegare loro che in Italia c’è un mosto, chiamato carcere, che fagocita chi ha sbagliato e che fa scontare a noi detenuti una pena decuplicata? Con che cuore direte a chi verrà dopo di voi che in questo Paese, “culla della civiltà e del diritto”, esiste un sistema ove vengono “murati vivi” esseri umani spogliati financo della loro dignità di uomini?”

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Raccomandata A/R

Alla c.a. dell’Ill.mo Sig. Sindaco

Prof. Avv. Giuliano Pisapia

c/o Comune di Milano

“Palazzo Marino”

20100- MILANO

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E p.c.

-All’Ill.mo Sig. Presidene dell’Unione Camere Penali Italiane; Avv. Valerio Spigarelli

-Agli Ill.mi Membri del Consiglio Superiore della Magistratura; Dott.ssa Giovanna De Rosa e Vittorio Borraccetti

-All’Ill.mo Sig. Direttore scientifico Istituto Europeo di oncologia; Prof. Umberto Veronesi

-All’Ill.mo Sig. Profl. Andrea Pugiotto; Ordinario di Diritto costituzionale Università di Ferrara

-All’Ill.mo Sig. Presidente dell’Associazione Antigone; Dott. Patrizio Gonnella

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Nuoro 22 aprile 2013

Egregio Signor Sindaco,

conservo vivo nella mia mente il Suo buon ricordo quando, se la memoria non mi inganna, nel 2002-2004 ebbi il privilegio di conoscerla nel carcere di Novara, in occasione di una Sua visita da parlamentare. Il 17-18 maggio p.v. ci sarà il Convegno Annuale dell’Unione Camere Penali Osservatorio Carceri, la cui tematica intitolata “Detenzione e Diritti Umani” tratterà: il “reato di Tortura”; il “regime del 41/bis O.P.”; “l’ergastolo ostativo”. Dal programma provvisorio rilevo che Lei interverrà nella sessione attinente al tema “l’ergastolo ostativo”.

Devo dirle che l’insicurezza in questi giorni di poterle inviare o meno questa mia lettera, mi ha molto spesso frenato, forse per paura di essere indelicato e inopportuno. Ma poi ho deciso di scriverle. Ciò perché essendo “parte in causa” vorrei, se mi è consentito, in occasione di questo Convegno, fornire un contributo empirico (quivi allegato) per testimoniare quello che, al di là della ratio giuridica e dottrinale, è “l’ergastolo ostativo” nella sua concretezza.

Le rivolgo, quindi, gentile preghiera, di voler, in sede di convegno, rendere noto ai partecipanti il mio testo. Cosa dire poi dei “Diritti Umani”? La mia vicenda può dimostrarLe che, in fondo, i “diritti umani”, nel nostro ordinamento giuridico, la cui appendice penitenziaria è parte integrante, non sono altro che mere astrazioni giuridiche.

Negli ultimi tempi (e nel solo arco di 6 mesi), ho dovuto subire due trasferimenti per “eventi fortuiti”, tanto per usare un  termine codicistico (non dovuti, quindi ad una mia responsabilità). Ero detenuto a Livorno, quando il 4 gennaio 2012, a causa della inagibilità della struttura, dichiarata a serio rischi crollo, vengo trasferito a Spoleto. Dopo nemmeno sei mesi, il 29 luglio 2012, per “opportunità penitenziarie” dovute alla dismissione dell’intera sezione in cui ero ascritto, mi sono visto assegnar nel famigerato carcere di Nuoro. Una assegnazione valutata e decisa solo sulla base del mio “titolo di reato” e del mio “passato giudiziario”, benché risalenti  ad oltre vent’anni fa e non corrispondenti più alla mia attuale persona. Decidere solo secondo questi parametri è pregiudizievole, discriminatorio e assolutamente non in linea con i principi fissati dalll’ordinamento penitenziario e costituzionale. Così, venti di noi siamo stati diramati nelle varie carceri d’Italia. Chi è stato più fortunato è finito in un carcere “buono”. Chi, per contro, come me, vanta un percorso trattamentale caratterizzato da ammirabile straordinarietà, è finito  nel famigerato carcere di Nuoro, con gravi conseguenze sul piano familiare e trattamentale. In questa sede penitenziaria, purtroppo, non posso più incontrare mia moglie, peraltro gravemente malata, mio figlio e i miei cari, stante anche la notevole distanza e gli impedimenti di natura economica, né potrò mai continuare i miei studi accademici.

Quindi, sotto il profilo dei “Diritti Umani”, la mia vicenda è simbolica della completa irrazionalità che ormai dilaga nel nostro sistema, una sorta di “anti trattamento”, dove si cerca di eccellere nel ripagare l’oro col piombo e nello “svalutare” piuttosto che “valorizzare”, nel “disincentivare” piuttosto che nell’ “incoraggiare”. Io rappresentavo la tipologia del detenuto fiore all’occhiello del sistema penitenziario che vanta, invece, troppo spesso, caterve di disfunzioni, recidive e suicidi. Anni di studio, crescita intellettuale, due lauree, insignito con diversi encomi, due libri scritti, un permesso di 14 ore da uomo libero senza alcuna scorta da parte degli organi di polizia, concessomi il 25 maggio 2012 per recarmi presso l’Università di Pisa a sostenere, questa volta, l’Esame di Laurea in Giurisprudenza con specialistica in Diritto Penitenziario, conseguendola con massimo dei voti (110/110 con lode).

Per avere meritato un tale permesso vuol dire che c’è stata una valutazione prettamente positiva da parte del Tribunale di Sorveglianza, o mi sbaglio? E soprattutto un venir meno di quel livello di pericolosità sociale che sconsiglierebbe un permesso del genere. Oppure è stata tutta una finzione? Credo di no, visto che ho dimostrato, attraverso il puntuale e tempestivo rientro in carcere, il rispetto formale e sostanziale della legge, pur essendo ben consapevole che ad attendermi c’era il peso di una condanna all’ergastolo.

Insomma, un percorso eccellente, il mio, di quelli che anche per “furbizia”, andrebbero preservati ed esposti come “trofei” da DAP, come esempio di “riuscita del trattamento rieducativo”. Per “premio” invece… mi sono ritrovato in Sardegna. Da quando sono in questo carcere, le dinamiche di espansione e accrescimento che avevo intrapreso con l’esterno si sono interrotte. E’ come se fossi stato riportato all’anno “zero” del trattamento; come se nulla fosse avvenuto in questi oltre vent’anni di interrotta detenzione.

Ero arrivato a un livello di crescita sempre maggiore, con corsi, dialoghi con studenti e professori, e altre opportunità. E poi riuscivo in qualche modo ad avere i colloqui con mi a moglie e mio figlio, che sicuramente hanno giocato un ruolo non da poco, nella mia crescita e nel distacco radicale dal mio precedente mondo criminale. Sono certo, perché credo nella LEGGE, che il DAP rivaluterà il mio trasferimento presso una sede carceraria  posta sul territorio peninsulare consona a potere conciliare i miei primari “Diritti Umani”.

Termino questa mia, certo di averla tediata. Per farmi scusare ho il piacere di mandarle in regalo l’elaborato che ho scritto sull’ “ergastolo ostativo”, pubblicato anche su alcuni siti di autorevoli Associazioni e Redazioni (Antigone, Ristretti Orizzonti, Urla dal Silenzio). Spero che lo apprezziate nei suoi contenuti e le sarò molto grato se potrò conoscere il Suo punto di vista.

Le dico Grazie Signor Sindaco per il tempo e l’attenzione che avete dedicato a me che dalla società sono considerato “uno degli ultimi”… un “vivo-già morto”.

Resto fiducioso di ricevere un Suo riscontro.

Mi accomiato da Lei con i sensi del mio più profondo rispetto.

Marcello Dell’Anna

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“Ergastolo Ostativo vissuto dal di dentro”

di Marcello Dell’Anna

Oggi, bisogna dirlo, <<il carcere è un luogo di sepolti vivi>>. Mi riferisco a noi “ergastolani ostativi”  che siamo oggi dei residui di umanità e che viviamo al di fuori dei cicli della natura. “L’ergastolo ostativo” ci condiziona, ci disumanizza, ci  modifica, ci peggiora sia fisicamente che psicologicamente. Non indossiamo più il pigiama a strisce, non portiamo sul camiciotto o sul berretto il numero di matricola, ma resta purtroppo la realtà di rappresentare un numero, talora un fascicolo. Se entraste nell’anima di questa “infernale pena” riuscireste ad afferrare una atmosfera infelice, irreale, dove noi “ergastolani ostativi” ci muoviamo come robot. I ritmi, le abitudini, i confini esistenziali risultano alterai. Tutto viene modificato da una realtà lontana anni luce dai normali percorsi quotidiani. “L’ergastolo ostativo” modifica tutto: il tuo essere, il tuo sorriso, i tuoi pensieri, il modo di camminare, di amare, di credere, di sperare, di sognare. “L’ergastolo ostativo”  è responsabile di questa spoliazione umana e sociale dell’uomo, è un mondo sperimentale di regressione. La realtà quotidiana è piena di desolazione. E’ un simulacro di vita, con profonde lacerazioni psicologiche. Spesso diventa criminogeno, quasi sempre abbrutisce. L’ “assenza di speranza” e la “consapevolezza di morire in carcere” diventano una penosa radice del deterioramento dell’uomo, dell’invecchiamento delle emozioni.

Rimane, del resto, facilmente intuibile lo stato d’animo di chi come, noi, è costretto, un giorno, a varcare il portone del carcere, consapevole di farlo solo da morto… Vediamo cadere inesorabilmente tutto intorno a noi. Prende  corpo  vigorosamente l’idea di rovina, l’angoscia, il vuoto esistenziale, il senso di emarginazione dalla società, l’incertezza e la paura del proprio futuro e molto spesso il rimorso che preme. Al di là delle sbarre e del cemento, noi “ergastolani ostativi” non ci sentiamo più degli uomini; il carcere si delinea a questo punto come un luogo  per il nostro completo annullamento. Gli eventi che vi accadono, i sentimenti, le emozioni, le paure e le speranze, gli odi e gli amori assumono uno strano contorno di irrealtà, caricandosi di significati di allarme e di allusione. Ognuno di noi vive la vita a rischio di un uomo braccato. Io mi sento soprattutto respinto, vomitato dalla società, sono ormai un corpo invecchiato in fretta, un volto anonimo, uno sguardo spento nel vuoto. Siamo pochi che reagiamo, che riusciamo a resistere e a vincere questo “mostro”; molti sono, invece, quelli che lo subiscono.

In ogni sistema penitenziario vi è purtroppo una contraddizione di fondo duplice: da una parte si ha la pretesa di insegnare al detenuto il modo di vivere e di comportarsi nel mondo libero, e nello stesso tempo lo si costringe a vivere “per tutta  la vita” nel carcere che di quel mondo è l’antitesi.

Nell’avere questa pena prende corpo la percezione di sé come “persona senza diritti”, noi ci troviamo infatti in una situazione di mancanza di autodeterminazione.

Eppure alcuni di noi, dopo decenni di carcerazione, dopo essere morti nella nostra colpa e avere risarcito la società nella durezza della nostra condanna, sono consapevoli di essere persone nuove, rinate dalle proprie ceneri, fiduciosi nel nostro valore di esseri umani, in cui anche la Costituzione pare credere… Anche se di fatto, così non è… Per le  nostre Istituzione, pare che dobbiamo rimanere così per sempre, morire colpevoli di una colpa già pagata, con la nostra giovinezza, con la nostra età matura, con la nostra vita e con quella dei nostri cari. Il cambiamento avviene per tutti e uno Stato civile e democratico deve dare sempre una seconda possibilità sulla base di dati oggettivi relativi ad un concreto cambiamento rieducativo. E questo cambiamento è già avvenuto  per alcuni di noi che hanno avuto il coraggio di mettersi in discussione prendendo debitamente le distanze dal mondo del crimine, e perché siamo giunti ad un livello di maturità tale da non dimenticare nemmeno per un istante il dolore delle vittime, sebbene non saranno mai più risarcite abbastanza, perché nessuno le restituirà alle loro famiglie.

Per concludere, voglio dire che non si può negare la libertà solo sulla base del titolo di reato, risalente magari a decenni passati, oppure concederla dietro il ricatto di una vergognosa costrizione inquisitoria. Anche perché, secondo me, non è giusto che un carcerato, per ovviare ai propri crimini e per ottenere i benefici, si arroghi il diritto di disporre in modo egoistico e arbitrario, della vita e della morte dei propri familiari dopo 20/30 anni di sofferta carcerazione. Non credo che sia questa la giusta via per emendare il male inflitto. La società ha diritto di vedersi restituire persone diverse, migliori, rieducate, recuperate, rispettose delle leggi e delle regole sociali, anziché  persone che barattano la loro libertà con confessioni magari dubbie e fornite con abile artificiosità, rimanendo criminali, assassini e pericolosi a danno dell’intero consorzio umano e sociale. Associo a questo argomento la mia vicenda personale, l’evoluzione e la metamorfosi di una “persona nuova” che non pensa più da “ergastolano ostativo” e, prendendo a prestito gli interrogativi posti da un autorevole Avvocato, domando a voi Onorevoli giuristi e Uomini delle istituzioni: come è possibile tollerare un sistema ove al condannato vengono negati i suoi “Diritti Umani”? Che “umanità” può avere un  Paese che costringe una Persona, rieducata, reinserita, recuperata, ad espiare la propria pena in un carcere distante centinaia di chilometri dai propri familiari? Che impedisce ad un uomo di potere vedere e stringere tra le braccia la propria consorte, i propri figli, i propri cari? Quale “senso di umanità” lascerete ai vostri figli se poi dovrete spiegare loro che in Italia c’è un mosto, chiamato carcere, che fagocita chi ha sbagliato e che fa scontare a noi detenuti una pena decuplicata? Con che cuore direte a chi verrà dopo di voi che in questo Paese, “culla della civiltà e del diritto”, esiste un sistema ove vengono “murati vivi” esseri umani spogliati financo della loro dignità di uomini?

Carcere di Nuoro 17-18 maggio 2013

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