Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

I Mondi Reclusi… di Marcello Dell’Anna

Panopticon

Marcello Dell’Anna -detenuto a Nuoro, nel carcere di Badu e Carros- è una delle menti più acute presenti tra i detenuti. Laureato, ha scritto libri, ha ricevuto tanti encomi. Il suo percorso penitenziario dovrebbe essere uno di quei fiori all’occhiello che un’amministrazione penitenziaria “furba”, dovrebbe “servirsi” per fare credere che il carcere non è solo un luogo di annichilimento fisico e morale.

E invece per premio -a fine luglio scorso- è stato mandato in Sardegna, a Nuoro, nel carcere di Badu e Carros; con drastico regresso del suo percorso e interruzione dei rapporti famigliari (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/09/17/e-cosi-che-il-dap-tratta-i-detenuti-meritevoli-lettera-di-marcello-dellanna/).

Oggi pubblico questo suo testo, scritto in modo notevole, sul rapporto tra “dentro” e “fuori”, dove le prigioni si collocano in un contesto di “città chiuse”, di demoni immaginari, e di demoni scatenati..

Questo testo ci arriva trascritto dalla nostra Grazia Paletta e da Maria Tavino che ringraziamo.

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Ogni carcere si distingue da un altro perché in ognuno è racchiuso un differente “mondo recluso ed escluso…dalla società” (M.D)

 “I Mondi Reclusi”

di Marcello Dell’Anna

 

Il carcere, lo sappiamo, rappresenta una forma di trattenimento; il quantum risiede nella pena stabilita dall’illecito commesso: temporaneo o perpetuo. La chiusura e l’isolamento che contraddistinguono il modo di essere dei “”mondi reclusi” avviene attraverso il concetto di “istituzione sociale”. Intorno ai “mondi reclusi” regna una confusione terminologica spesso intenzionale per distogliere l’attenzione rispetto alla realtà di queste strutture che sulla carta si presentano come aventi un fine rieducativo, ma nei fatti divengono mezzi di segregazione. Tutto ciò favorisce l’invisibilità dei soggetti trattenuti che sono, invece, estremamente visibili quando commettono gesti estremi. I “mondi reclusi” sono dei meri contenitori di quella fascia di popolazione, sempre più consistente, che vive ai margini della società ed è in bilico tra inclusione, precarietà e definitiva esclusione dal sistema produttivo ed economico globale.

L’eccedenza umana che non è funzionale al sistema capitalistico viene collocata, in maniera temporanea o definitiva, in questi mondi reclusi. Prima di continuare, caro lettore, ti spiego il concetto del Sé elaborato da George Hebert Mead (scuola sociologica di Chicago). In parole povere immagina la mente (oppure il Sé) divisa in due parti: IO e ME; l’Io è primitivo, istintivo, mentre il Me è razionale, calcolatore. Entrambe le parti interagiscono e regolano i nostri comportamenti. Immagina ora di stare al passeggio durante la cd. “ora d’aria” e devi fare pipì, l’Io ti avverte che hai bisogno e potresti farla anche lì al muro. Il Me invece ti dice che il posto giusto è il bagno. Come un sapere doppio, il ME media tra L’IO e l’ambiente che ti circonda. Esempio banale ma credo che renda bene l’idea. Nel me albergano il pudore, l’educazione, la dignità, la cultura…bisognerebbe allargare il discorso alla costruzione del Me durante la nostra esistenza. Detto ciò andiamo avanti.

Nelle istituzioni totalizzanti il soggetto è sottoposto a riduzioni e mortificazioni del Sé attraverso processi standard. La prima riduzione è determinata dalle barriere che dividono l’individuo dall’esterno che comportano la spoliazione dei ruoli di cui il soggetto era portatore: padre, figlio, marito, fratello…si diventa detenuto-padre, detenuto-figlio, detenuto-marito… Il ritiro degli oggetti personali e la sostituzione con altri oggetti forniti dall’ente gestore determina poi una ulteriore mortificazione del Sé in quanto si priva alla personalità di identificarsi. Un autorevole sociologo descrive le conseguenze delle relazioni tra due gruppi distinti in un “mondo recluso”: mentre gli internati vivono limitati contatti con il mondo esterno, i controllori hanno una vita sociale normale; ogni gruppo tende a farsi un’immagine dell’altro secondo stereotipi limitati e ostili; gli internati vengono spesso stigmatizzati e giudicati con il pregiudizio. Queste relazioni, che comportano ulteriori mortificazioni del Sé, innescano un sistema di privilegi e punizioni.

All’interno dei “mondi reclusi” vigono obblighi e divieti e anche le cose più semplici, come imbucare una lettera o farsi la barba, richiedono il permesso e ciò non soltanto mette l’individuo nel ruolo “innaturale” per un adulto, ma mette anche le sue azioni in balia del personale. Invece di ottenere la cosa che domanda e che sia automaticamente garantita può succedere di essere preso in giro, può vedersi rifiutata la richiesta e costringerlo a ripeterla…Un’altra forma di mortificazione è l’invasione dello spazio che il soggetto si crea e identifica come privato che viene violato in conseguenza dei continui controlli e perquisizioni.

Diversi studi (Pavarini) evidenziano come nell’ultimo decennio profondi mutamenti hanno interessato l’universo carcerario, anche se  sostanzialmente non ci sono state grandi riforme penitenziarie. Negli anni 70/80 alcune politiche di prevenzione e reinserimento hanno tentato di dare sostegno ad un sistema che si facesse carico di soggetti fragili e svantaggiati, un sistema che non si limitasse al solo utilizzo della pena ma a creare una rete che favorisse l’inclusione sociale. Dagli anni 90 in poi, la strategia dell’inclusione sociale è entrata in crisi e il carcere ha assunto sempre più la prerogativa di mero contenitore. Alla base di ciò ci sarebbero varie dinamiche, tra le quali emerge il concetto di sicurezza che ci offre una chiave di lettura per leggere il sentimento di paura (alimentato dalla politica per assuefare il popolo) e diffidenza rispetto all’Altro che reputiamo diverso e pericoloso: ed è in questa prospettiva che il carcere starebbe diventando un modo per contenere le fasce marginali di popolazione escluse dal mercato dell’economia, per cui il suo fine ultimo sarebbe la mera segregazione, anziché dalla finalità risocializzante. Gli Stati nord-occidentali hanno preso la via del trattamento penale della miseria spinti dalla incapacità di intervento sociale e dalla perdita delle prerogative della loro sovranità politica.

Si nota che in tutta Europa, dal 1983 ad oggi, l’aumento del tasso di carcerati coincide con l’inizio di un’era di disoccupazione di massa e flessibilizzazione del lavoro, inoltre si assiste anche in Europa all’etnicizzazione della pena, il 20% sono stranieri (certamente una percentuale diversa nel 2013). In sostanza il carcere diventa sempre più un contenitore della marginalità; Alessandro Margara la definisce detenzione sociale, volendo sottolineare il paradosso di una gestione penale di forme di disagio sociale.

Ecco che i “mondi reclusi” hanno “il compito di contenere e controllare soggetti indesiderati e non più funzionali al sistema produttivo, all’economia globale e flessibile, ovvero le vite di scarto, l’umanità in eccedenza che vive ai margini del mondo. Per questo motivo, per tali soggetti emarginati, la condizione di esclusione non è temporanea ma definitiva, non sono “riciclabili socialmente”. “Carcere, zone di attesa, quartieri sensibili disegnano geografie speciali della città in cui i processi di esclusione comportano  forme di segregazione e contenimento  che fanno emergere autentiche frontiere. Queste frontiere sono la spazializzazione del concetto di esclusione, dove emerge “il diritto di sospendere i diritti altrui”.

In riferimento al “mondo recluso” : il concetto di sicurezza  è il paravento ideologico dietro il quale si nasconde l’insicurezza e la fallibilità dello Stato, nonché il desiderio di vendetta verso i rei, velato da una fantomatica giustizia che …viene interpretata per gli amici e applicata ai nemici…(Calamandrei). Il 41/bis, i circuiti di Alta Sicurezza (sigla questa che si potrebbe definire simbolo paratattico, per stigmatizzare la pericolosità dei singoli detenuti) sono l’esempio emblematico che racchiude il concetto; la Sicurezza si traduce in tortura (annientamento del Sé) non solo per i reclusi ma anche per i familiari. Peggio ancora per i bambini. Nella “solitudine del cittadino globale” un altro autorevole sociologo sostiene anche che  il termine “sicurezza” è divenuto sinonimo di protezione da minacce esterne portate avanti nei confronti di soggetti che sono stati costruiti come capri espiatori o nemici per convenienza, sui quali vengono scaricate le ansie che nascono dalla perdita di certezze che si determina sia nella sfera cognitiva che esistenziale: poiché non è facile individuare le vere ragioni delle inquietudini e ancor meno tenerle sotto controllo  quando le si conoscono è difficile resistere alla tentazione di costruire e dare un nome ad un presunto colpevole, purché credibile, contro il quale è possibile intraprendere un’azione difensiva, o addirittura offensiva, di grande effetto. La paura è una costante nel corso  della civiltà umana, Marconi dedica un saggio in cui illustra il rapporto tra paura e città nelle diverse epoche storiche. Secondo queste analisi nel medioevo le paure erano legate al soprannaturale, alle carestie, alle invasioni. Con la nascita della società industriale, la paura, si secolarizza, cioè si genera nel conflitto che vede contrapposti individui che tutelano interessi diversi; infatti si fronteggiano le classi detentrici dei mezzi di produzione e le classi non possidenti, quest’ultime subiscono le forme di insicurezza delle prime. Margara (il magistrato) sostiene che il termine sicurezza ha subito una trasformazione semantica, dapprima era sicurezza sociale e poi il termine “sociale”  è stato amputato con la conseguente associazione automatica del termine a particolari fenomeni.

Nel “mondo recluso” c’è poi il “tempo” che la fa da padrone. L’attesa poi, che ti squarcia dentro,  comporta innanzitutto uno stravolgimento del concetto ordinario del tempo, perché determina  l’inizio di un tempo nuovo che segna una frattura rispetto al passato. La memoria assume quindi una particolare centralità: è una sorta di ripiegamento sul vissuto passato che tiene in vita la continuità biografica spezzata dal momento dell’attesa. Il tempo della reclusione è un tempo  vuoto scandito solo dalla presenza di un regolamento; la frattura nei confronti del passato, un tempo presente che è vuoto, l’incertezza rispetto al futuro determinano uno stato di privazione,  che provocano frequenti atti di  autolesionismo, suicidi e numerosi tentativi, stremanti scioperi della fame, etc. Il ricorso a tali atti indica palesemente uno stato di forte sofferenza. Tuttavia l’uomo è l’animale sociale capace di adattarsi e riqualificarsi in ogni contesto. La ginnastica, la lettura, la partecipazione ad attività teatrali, soprattutto lo studio che ci consente di elevarci da quello “scalino sociale” sul quale eravamo, possono essere letti come diversivi per permetterci di andare avanti nelle nostre condizioni. Quindi, gli “esclusi” sono vite di scarto che vivono ai margini del mondo. Tali margini sono costituiti dai carceri, centri di accoglienza per gli immigrati, campi nomadi, le favelas brasiliane, i barrios argentini, gli slum africani. Il Mondo quello buono da vivere, da “mangiare”, da abitare…è piccolo, non c’entriamo più tutti perciò chi vive ai suoi margini, e lotta affinché non venga definitivamente escluso, lotta per la sopravvivenza, e va bene!

Ma quando sei fuori nessuno ti aiuta a rientrare, occuperesti uno spazio vitale, meglio che resti là dove sei…

Karl Marx sosteneva che i governi sono, in qualche modo, i comitati esecutivi delle classi dominanti, quindi non c’è da meravigliarsi che adottino una politica che salvaguardi in primis il loro status quo, il loro mondo. Quetelet sosteneva che il reato è insito nella società, l’uomo non è altro che il veicolo attraverso il quale il reato emerge e attraverso il quale si manifesta.

Concludo con queste parole: Le società hanno i criminali che si meritano…lo diceva Karl Mannheim nel 1975, un sociologo tedesco, e credo che abbia proprio ragione.

*Carcere di Nuoro, aprile 2013.

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2 pensieri su “I Mondi Reclusi… di Marcello Dell’Anna

  1. giuseppe dei cavalli in ha detto:

    Carissimo Marcello……..Cosa dire AMICO mio, niente da aggiungere……….
    La tua analisi è perfetta sotto ogni profilo.
    Se solo ci fosse coraggio……se solo ci fosse volontà
    la reclusione è un debito mal riscosso,fornisce a chi nn ha pensieri la soddisfazione
    della vendetta
    annuncia…proclama…e uccide dolcemente
    nn so se ne usciremo vivi……..Sicuramente però avremo tracciato un percorso indicativo
    in questa società in cui la violazione dei diritti umani viene considerata una giusta pena
    per chi come noi ignorantemente a seguito un strada obbligatoria attirato nella trappola
    dell illusione………Siamo colpevoli di aver sognato un films.
    oggi che la realtà ci perseguita……….é preferisce tenerci incatenati a quel sogno….NN PIù NOSTRO!
    TI ABBRACCIO FORTEMENTE MARCELLO
    Tuo Amico Giuseppe dei Cavalli!

  2. Alessandra lucini in ha detto:

    Il tempo di reclusione è tempo rubato alla vita, e rubare il tempo significa impedire alla persona di crescere, di imparare e di modificarsi. 🙂

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