Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

REGIME PENITENZIARIO (terza parte).. di Marcello Dell’Anna

scribendum

Oggi inserisco la terza e ultima parte di questo efficace testo (per la prima parte vai al link  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/03/18/regime-penitenziario-prima-parte-di-marcello-dellanna/ e per la seconda al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/03/29/regime-penitenziario-seconda-parte-di-marcello-dellanna/). 

Il titolo intero di questo saggio è “REGIME PENITENZIARIO-  Le risibili contraddizioni del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria- Le illegittimità dei  “Sottocircuiti AS1” eLe consequenziali lesività di specifici diritti soggettivi incomprimibili.”

Marcello lo scrive sotto l’onda dell’indignazione del torto che vive da fine luglio a questa parte, quando, nonostante un percorso straordinario, dopo lo smantellamento della sezione AS1 di Spoleto, è stato spedito in “esilio” nel carcere di Badu e Carros a Nuoro, con enorme pregiudizio del suo percorso trattamentale e dei rapporti familiari.

Ma questo non vuol dire che Marcello scrivi un testo “ad personam” o inficiato nell’obiettività da considerazioni personali.

Non c’è un momento in cui Marcello non si ponga sul livello dell’argomentazione razionale sulla scorta anche di anni di studi e di approfondimenti.

Voglio ricordare che Marcello è stato uno dei detenuti che in un sistema penitenziario che funzionasse, verrebbero considerati dei fiori all’occhiello. Nel corso degli anni, ha ricevuto diversi encomi per comportamenti distinti. Ha scritto due libri, e donato in beneficenza. Si è diplomato e laureato; e il giorno della discussione della tesi, gli è stato dato un permesso di 14 ore senza scorta.

La pubblicazione di questo testo è merito in gran parte di Marina, preziosa collaboratrice di questo Blog, che ha con grande professionalità trascritto il cartaceo in documento word. 

A lei il nostro ringraziamento.

Buona lettura.

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IL PRINCIPIO DI TERRITORIALITA’ DELL’ESECUZIONE PENALE.

Preliminarmente è doveroso precisare che l’espiazione della propria pena in Istituti lontani dalla regione di residenza di un detenuto, comporta la lesione del fondamentale diritto ai rapporti familiari nonché la lesione fondamentale diritto di difesa (art. 24 Cost. e art. 6 CEDU).

Riguardo al “diritto di difesa”, nel caso di specie, risulta palesemente violato in considerazione del fatto che la notevole distanza che separa il luogo di detenzione dei detenuti (Nuoro) con la residenza dei propri difensori di fiducia (Palermo, Reggio Calabria,Lecce, Napoli, etc.) gli stessi sono impossibilitati a conferire personalmente e in modo costante con i propri legali a fronte delle considerevoli spese di viaggio necessarie da versare ai medesimi e che la maggior parte dei detenuti non sono in grado di sostenere date le disagiate condizioni economiche in cui versano. Ne discende che, la necessità di conferire con i propri difensori costituisce un vincolo all’espletamento del diritto di difesa, poiché al difensore spetta un ruolo di primo piano nel dipanarsi della dinamica difensiva e processuale, anche in fase esecutiva della pena.

Riguardo al “ principio della territorialità della pena”, l’art. 115 del Reg. 230/2000 sulla “Distribuzione dei detenuti ed internati negli istituti” così stabilisce: “ … In ciascuna regione è realizzato un sistema integrato di istituti differenziato per le varie tipologie detentive la cui recettività complessiva soddisfi il principio di territorialità dell’esecuzione penale, tenuto conto anche di eventuali esigenze di carattere generale. […] Nell’ambito delle categorie di istituti di cui ai numeri 2) e 3) del primo comma dell’art. 59 della legge, è realizzata una distribuzione dei detenuti e internati negli istituti o sezioni, che valga a rendere operativi i criteri indicati nel secondo comma dell’articolo 14 della legge”. La scelta dell’assegnazione definitiva dei detenuti ed internati in istituti di pena deve rispondere a determinati criteri di legge. L’art. 14 co. 2 della legge n. 354/75 fa propri, richiamandoli espressamente, in materia di trasferimenti, il primo e il secondo comma dell’art. 42 della medesima legge “I trasferimenti sono disposti per gravi e comprovati motivi di sicurezza, esigenze dell’istituto, motivi di giustizia, di salute, di studio e familiari, prossimità alla residenza delle famiglie”. Logica vuole che la preferenza attribuita dallo stesso art. 42 co. 2, al criterio di trasferire i soggetti in istituti prossimi alla residenza delle famiglie valga, a maggior ragione, anche per le assegnazioni. Del resto, che tale criterio vada, in linea di massima preferito. Lo si ricava, indipendentemente dalla portata che si intende riconoscere al richiamo fatto dall’art. 14 all’art. 42, dalla lettura degli artt. 28 e 45, che impegnano l’amministrazione penitenziaria a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti con le famiglie. In sintesi, per l’assegnazione definitiva deve essere scelto l’istituto che, tra quelli ugualmente idonei all’attuazione del programma di trattamento individualizzato, agevola maggiormente i rapporti tra il detenuto e i propri familiari. Il succitato “principio della territorialità della pena” non trova piena applicazione in capo ai detenuti imputati e/o condannati per reati di criminalità organizzata per espressa disposizione contenuta nella Circ. DAP del 21 aprile 1992 n. 3359/5809, che alla lettera A) punto 1) stabilisce che i detenuti A.S. vanno trasferiti sempre e soltanto in specifici istituti e sezioni di A.S. lontani dalle loro regioni. Il dover espiare la pena, ristretto in un carcere lontano dalla città ove il detenuto risiede insieme ai suoi cari, provoca inevitabilmente stati d’animo ansiosi e stressanti. Primo motivo alla base di tali stati d’animo è il pensare ai gravi sacrifici ed agli enormi disagi provocati ai familiari dal dover affrontare lunghi viaggi per poter fare visita al proprio caro. Viaggi che, giova osservare, vengono sopportati a costo di enormi spese e che, il più delle volte, si risolvono con il premio di due sole misere ore di colloquio. Due ore che non sono proprio nulla di fronte alle interminabili ore di viaggio (… andata e ritorno!) da percorrere in macchina, quando si è fortunati ad averne la disponibilità, o in aereo ( per chi si può permettere il viaggio) in treno o in pullman: il tutto dà l’esatta dinamica di una vera e propria beffa! Appare assai difficile riuscire a capire perché si voglia punire, oltre alla già dura privazione della libertà, non solo il condannato, ma anche il detenuto in attesa di giudizio, il quale è pur sempre un “presunto innocente” o, comunque, un “presunto colpevole”. E appare ancora più difficile riuscire a capire perché si voglia far pagare anche ai familiari una pena, la quale non può che apparire ingiusta e priva di qualsiasi rispetto del senso di umanità. Non bisogna dimenticare che non tutti i detenuti hanno familiari giovani e disposti a sopportare con animo sereno i più pesanti sacrifici. Molti hanno i genitori anziani. Altri ancora hanno le mogli anziane. Ci sono poi, coloro che hanno i figli in tenera età e che hanno i familiari con gravi problemi di salute. Tutto questo, senza considerare che la stragrande maggioranza di familiari ha gravi problemi di assoluta indigenza. Uno Stato civile non può assolutamente accettare il mantenere in vita queste problematiche! Sono molti i detenuti ai quali è capitato di trovarsi “impacchettati” o, meglio dire per chi non conosce il termine, trasferiti lontano dal luogo di residenza 1000 o addirittura 1500 km, i quali – tradotti in viaggio di andata e ritorno – diventano il doppio! Quegli stati d’animo ansiosi e stressanti, accennati prima, vengono poi acuiti anche dal pensiero dei pericoli ai quali vengono sottoposti i familiari a causa dei lunghi viaggi. Nel regolamento del 2000, come suaccennato, venne autorevolmente affermato che, per evitare tutti questi disagi e per rendere più umana la detenzione, la detenzione si sarebbe dovuta scontare a non più di 200 km di distanza dal luogo di residenza. La “ territorializzazione della pena” rappresenta un’importante criterio da osservare nell’assegnazione dei detenuti agli stabilimenti penitenziari, in quanto favorisce l’espletamento dei colloqui tra detenuto e familiari, colloqui che costituiscono un momento fondamentale per il mantenimento di quelle relazioni affettive essenziali ai fini del superamento della situazione detentiva e del reinserimento post carcerario, e tutela anche il diritto di difesa di un detenuto. Ebbene, sul punto, la Corte EDU non soltanto ha statuito che << […] laddove sia provata l’esistenza di un legame familiare, specialmente con un bambino, lo Stato deve agire in modo da consentire a tale legame di svilupparsi e occorre garantire una protezione giuridica che renda possibile, dalla nascita o in seguito il più presto possibile, l’inserimento del bambino nella sua famiglia […] >> ( Corte Europea, 22-04-1997, X, Y, Z e c. Gran Bretagna, Serie A/1997, 619, 543) ma, soprattutto, ha chiarito che seppure << […] la separazione e l’allontanamento di un detenuto dalla sua famiglia sono conseguenze inevitabili della detenzione […]>>, ciò non di meno << […] il fatto di detenere una persona in un carcere così lontano dalla sua famiglia che ogni visita diventa difficilissima se non impossibile può costituire una ingerenza nella sua vita familiare, dato che la possibilità per i membri della famiglia di rendere visita al detenuto è un fattore per il mantenimento della vita familiare […]>> (Commissione, D 23241/94, DR 79 A, par. 121, spec. pag. 125). E sempre la giurisprudenza comunitaria stabilisce che <<[ … ogni detenzione regolare sotto il profilo dell’art. 5 della Convenzione implica, per la sua stessa natura, una limitazione della vita privata e familiare dell’interessato (rectius del detenuto). E’ tuttavia, di capitale importanza per il rispetto della vita familiare che l’amministrazione penitenziaria aiuti il detenuto a mantenere i contatti con i prossimi congiunti […]>> (Commissione EDU, 12.03.1990, ricorso n. 13765/88, DR 65, pag. 265). Inoltre, premettendo che l’art. 8, co. 2 della CEDU stabilisce che “non può esservi ingerenza di un’autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura […] che è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza […]” è evidente che la deroga al principio della territorialità della pena risulta illegittima e arbitraria, in primo luogo perché non prevista in nessuna norma della legge penitenziaria (L. 354/75), attinente a regimi di detenzione ordinaria, in secondo luogo perché disposta da una Circolare Ministeriale, fonte subordinata alla legge nonché allo stesso regolamento di esecuzione, e che secondo la gerarchia delle fonti normative, una Circolare deve essere sempre conforme alla Legge ed esplicarne i contenuti normativi e non può contenere né dettare norme contrarie alle disposizioni di Leggi e di Regolamenti. L’assegnare i detenuti lontani centinaia e centinaia di chilometri dalle residenze dei familiari, al di là della predetta deroga, comporta una assoluta “compressione del diritto di visita dei membri della loro famiglia”, dal momento che per gli stessi è difficile, se non impossibile, raggiungere il carcere di assegnazione, nel caso di specie Nuoro, con i più economici mezzi di trasporto – treni , pullman, automobile – per la notevole distanza e per le disagiate condizioni economiche in cui la maggior parte degli stessi versano. Quindi, la circostanza che i detenuti residenti nelle regioni peninsulari e assegnati in Sardegna, così come i detenuti sardi, per le medesime ragioni, assegnati nei carceri della penisola, è di natura tale da “ comprimere il diritto di visita dei propri familiari” e secondo la Corte EDU, “è causa di ostacoli insormontabili e di difficile risoluzione per mantenere i rapporti familiari con diritto di visita”. Non vi è dubbio alcuno che la deroga al principio di territorialità della pena configura la lesione del fondamentale diritto ai rapporti familiari nonché la lesione del fondamentale diritto di difesa. La deroga potrebbe comprimere i colloqui con i familiari, solo ed esclusivamente per comprovati motivi di sicurezza aumentandone le difficoltà d’esercizio, ma non può sopprimere (i colloqui) rendendo nei fatti impossibile tale esercizio. Tanto è vero che il legislatore, anche nella previsione del regime di sorveglianza particolare, ha voluto tutelare il diritto di difesa nonché il diritto ai rapporti familiari, stabilendo (art. 14/quater O.P) che i trasferimenti dei detenuti potevano essere disposti, con provvedimento motivato, con il minimo pregiudizio possibile per la difesa e per i familiari. Non si possono infine ignorare, per completezza di questa trattazione, la presenza di altri strumenti di cui dispone il Consiglio D’Europa in materia penitenziaria, ed a cui fa spesso riferimento la stessa Corte EDU al fine di dare contenuto alle prescrizioni della Convenzione. Vengono in particolare rilievo, da un lato le European Prison Rules, adottate dal Consiglio dei Ministri nel 1987 e elaborate nella Raccomandazione dell’11 gennaio 2006, sul trattamento dei detenuti e, dall’altro, le Raccomandazioni del Consiglio sul medesimo tema. Risulta di fondamentale importanza la Raccomandazione REC 2003 e quella del  R(2006)2. Le EPR prevedono, nella sezione dedicata al mantenimento dell’ordine e della sicurezza, che tale esigenza vada sempre bilanciata con la necessità di fornire ai detenuti condizioni di vita rispettose della dignità umana ed un ampio programma di attività da svolgere, anche al fine di permettere un passaggio costruttivo dalla detenzione alla vita libera. Tale passaggio dovrebbe inoltre essere ispirato al principio della progressività prevedendo l’applicazione di condizioni di detenzione sempre meno restrittive, con una fase finale in regima aperto, preferibilmente extracomunitario (rilevanti a tal riguardo anche la Raccomandazione Rec(2003)22 on conditional release). Per quanto riguarda invece la Raccomandazione Rec 2003 prima citata, questa insiste sul medesimo bilanciamento, sottolineando inoltre la necessità di eliminare o ridurre al massimo gli effetti negativi della detenzione e di promuovere un proficuo reinserimento nella società. Il contrasto della deroga al principio di territorialità della pena con i documenti del Consiglio d’Europa è inoltre reso ancor più evidente dal fatto che la Raccomandazione REC (2003), evidenzia che il trasferimento dei detenuti lontani dalle regioni di residenza non può essere giustificato da un automatico etichetta mento di taluni soggetti come pericolosi, sia come la pericolosità non possa assolutamente conseguire unicamente al tipo di reato commesso. Anche nel caso in cui un particolare trattamento fosse reso necessario da esigenze correttamente ed oggettivamente giustificate, la Raccomandazione richiede infine una periodica valutazione da parte del personale specializzato dell’area educativa.

 

 

CONCLUSIONI.

La perseverante mancanza di un’oculata gestione dei detenuti ascritti nel “sottocircuito AS1” ha comportato lo sfondamento del numero limitato, inizialmente deciso. A tale alterazione contribuisce da un lato l’indiscriminata assegnazione/classificazione al sottocircuito AS1, dall’altro la mancanza di provvedimenti di declassificazione. L’inerzia in tal senso dell’Ufficio centrale del DAP, al cui potere è demandata la decisione di declassificazione, ha determinato situazioni al limite della gestibilità che mortificano qualsiasi tentativo, non solo di recupero del condannato, ma anche di una dignitosa vivibilità. Invero, la perdurante classificazione nel sottocircuito AS1, (con buona pace della continua violazione dell’art. 32 del reg. esec. che, in palese violazione di legge, rimane inapplicato in merito alla “verifica semestrale dei motivi cautelari” che portano a tale classificazione) comporta: detenzioni in istituti lontani dai familiari, impossibilità di chiedere trasferimenti per motivi di studio in istituti diversi e più attrezzati ed ancora impossibilità di partecipare ad offerte trattamentali programmate nello stesso istituto (ma per altro circuito AS o MS). Insomma, l’assegnazione a un dato “sottocircuito AS1” è un atto amministrativo che va sempre ad incidere su diritti, anche civili, dei detenuti, e crea una discriminazione non soggettivamente giustificata.

Non solo,quindi, vi è una carenza giurisdizionale in tale materia, ma l’ambiguità di parametri di riferimento è dichiarata nella stessa circolare, determinando una situazione di assoluta incertezza che pare sconfinare nell’arbitrio, inammissibile in uno stato di diritto.

Da ciò ne discende che la perdurante classificazione nel sottocircuito AS1, nei fatti, non ha solo risvolti organizzativi – amministrativi, ma produce effetti che incidono sui diritti soggettivi incomprimibili e tutelati costituzionalmente (colloqui familiari, diritto allo studio,progressività trattamentale), il che, sotto questo profilo, il detenuto ha diritto a impugnare, ex artt. 14/ter, 35 e 69, O.P., direttamente il provvedimento di assegnazione al “sottocircuito AS1” (ex EIV), sebbene a tal riguardo sappiamo che la giurisprudenza è consolidata nel ritenere che “  il provvedimento di inserimento del detenuto nel circuito EIV (oggi AS1) non può essere sottoposto a controllo del magistrato di sorveglianza, mentre possono costituire oggetto di reclamo le singole disposizioni che lo accompagnano o lo seguono o gli atti esecutivi che siano in concreto lesivi di diritti incomprimibili del detenuto” (per tutte v. Cass. Pen. Sez. I. n. 31807 del 3.8.2009, Cavallo). Da par suo, il MDS dovrebbe dichiarare ammissibile e fondata la predetta impugnazione per due ordini di ragioni. La prima riguarda l’assenza di un limite temporale del predetto provvedimento che incidendo sui diritti primari viola la finalizzazione rieducativa alla pena; l’omessa “verifica semestrale dei motivi cautelari” che portano a tale classificazione. Tutto ciò in palese violazione del quadro normativo su cui si fonda la stessa differenziazione dei “circuiti”: artt. 13, 14, ord. pen. E artt. 32 e 33 reg. esec. La seconda ragione riguarda il provvedimento di classificazione di un detenuto nel circuito di “Alta Sicurezza” ( e nei rispettivi “sottocircuiti”), il quale è il risultato dell’esercizio di un potere discrezionale che è riconosciuto all’amministrazione penitenziaria, e quando è esercitato prende la forma di provvedimento amministrativo, che in ogni caso non può rimanere esente dai controlli esterni. Tanto che l’art. 113 della Costituzione prevede che <<contro tutti gli atti della pubblica amministrazione è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti>>. Inoltre, sempre il secondo motivo riguarda anche i criteri stabiliti per la “declassificazione”, atteso che la consultazione (richiesta dalla Circ. DAP 21.4.2009) del Procuratore della DDA competente, si fonda sempre e soltanto sul rilascio di pareri negativi basati su motivazioni apparenti o stereotipe e “informative” datate nel tempo, non attualizzate, generiche e congetturali, le quali riproducono la passata autobiografia delinquenziale del soggetto – detenuto, risalente magari ad oltre vent’anni addietro o più; quindi “un atto” non suscettibile di alcun controllo giurisdizionale, in palese violazione dell’art. 111 Cost. e art. 6 par. I, della Convenzione, nonché “un atto” lesivo del diritto di difesa dello stesso detenuto. A questo tipo di “informazioni”, molto spesso, il DAP si uniforma senza sottoporle a nessuna critica di valutazione, attribuendo alle stesse un potere di veto illegittimo, tanto che da consultivo, il parere diviene vincolante. Il DAP dovrebbe, per contro, scrutinare i rilievi mossi dal Procuratore Distrettuale Antimafia ponderandoli in modo esaustivo e congruo, anche e soprattutto in relazione alle segnalazioni di segno contrario provenienti dal “parere” fornito, nel “documento di sintesi”, dal gruppo tratta mentale di osservazione (GOT) preposto all’interno dell’Istituto di pena, alla luce del quale viene riportato il reale comportamento del detenuto, la concreta presa di distacco da certe logiche deviate e devianti e del proprio vissuto criminoso. Il parere del Procuratore della DDA,quindi, “deve contenere un’adeguata motivazione, vale a dire specifici ed autonomi elementi, ossia dati significativi e non la mera riproduzione di precedenti informative che si limitano a riproporre la biografia delinquenziale del detenuto. La restrizione dei diritti riconosciuti dall’ordinamento penitenziario deve trovare precisa base giustificativa nei caratteri di effettività e di attualità di fatti precisi e concreti delle “informazioni” fornite; il Procuratore non può fornire scorciatoie probatorie fondate su giudizi presuntivi che finiscono per rendere stabile e a tempo indefinito la classificazione del detenuto nel circuito AS”. Tali violazioni incidono in concreto su dei diritti primari del detenuto, tanto che essere declassificato a un circuito più attenuato dopo un periodo di tempo puntualmente stabilito, ed assegnato ad un diverso circuito, porta il detenuto a fruire di tutte le possibilità tratta mentali offertegli (corsi teatrali,poli universitari e di scuola secondaria superiore, formazione professionale, maggiori possibilità di essere trasferito in prossimità della regione di residenza dei familiari).

Alla luce del quadro normativo suesposto non rimane che trovare un giudice a Berlino che sollevi eccezione di incostituzionalità  degli artt. 13,14 della legge 234/1975 e artt. 32 e 33 del reg. esec. 230/2000 in relazione agli artt. 3,24, primo comma,27, terzo comma,97, primo comma,111,primo e secondo comma, e 113 della Costituzione, <<ed ai principi generali sulla giurisdizione>>, dal momento che è invalsa una prassi, ormai consolidata, da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria romana, di dare alle norme penitenziarie suindicate che legittimano la differenziazione dei circuiti penitenziari o di particolari sezioni, una propria dispotica e inaccettabile lettura, stravolgendo il dettato costituzionale sulla umanizzazione e rieducazione della pena. Questa prassi viola il principio di “personalista”, secondo il quale la persona è il fine ultimo del nostro ordinamento e la dignità umana non può essere calpestata; viola i principi di eguaglianza – ragionevolezza, di individualizzazione del trattamento penitenziario; nonché viola le norme sulla classificazione e sulla denegata declassificazione in (e da) tali circuiti e/o sezioni differenziate ( artt. 13,14, ord. penit. E artt. 32 e 33 reg. esec.) in relazione all’aleatorietà, alla casualità,all’assoluta assenza di certezza del rispetto dei criteri di legge e dei motivi che portano l’A.P. a classificare un detenuto in un certo circuito anziché in un altro. Le motivazioni di tali decisioni sono subordinate a circostanze fattuali mutevoli, ossia che possono cambiare negli anni, ma pure da apprezzamenti di fatto e prognosi di pericolosità fondati su valutazioni rimesse ad organi giudiziari che riproducono pedissequamente elementi datati nel tempo,ipotetici e congetturali anziché attualizzati,specifici e concreti. Ebbene, in questi casi è doveroso e urgente l’intervento del Giudice delle Leggi per garantire una serietà,una legalità, ed una giurisdizionalità  sul controllo del provvedimento di classificazione e/o di denegata classificazione in (e da) tali circuiti e/o sezioni differenziate. Per queste argomentazioni di legittimità e merito, indubbie sono le discordanze e le contraddizioni in cui, la stessa Direz. Gener. Detenuti e Tratt. – Ufficio III – Sezione II – Settore II – del DAP è incorsa nei motivi addotti nelle “note” succitate. In tali situazioni, la contraddittorietà del contenuto di un atto amministrativo è una tipica manifestazione di illegittimità per “eccesso di potere”. La condizione della sopra esposta espiazione della pena, specialmente per il detenuto ergastolano è indubbiamente lesiva del principio della umanizzazione e rieducazione della pena costituzionalmente ritenuto unico e vero diritto soggettivo del detenuto. Il sottocircuito AS1 di Nuoro andrebbe dismesso e riaperto in diverso istituto idoneo strutturalmente ad ospitare in celle singole questa tipologia di detenuti ergastolani, perché espiare la propria pena oltre vent’anni in cella singola (per stessa imposizione e disposizione del DAP ritenendoli “pericolosi”) diviene un adattamento psicologico e fisico che istituzionalizza la persona (rectius  l’ergastolano). Non può il DAP né per questioni di convenienza né di struttura, ubicare l’ergastolano in celle multiple, perché psicologicamente il medesimo non può reggere tale modalità di detenzione e lo Stato non può rimanere cieco di fronte a simili storture. Riguardo invece il principio della territorializzazione della pena, le Circolari emesse al riguardo ( cfr. Circ. DAP del 21 aprile 1992 n. 3359/5809 e succ.), andrebbero riviste e modificate, ponendo delle precise condizioni alla deroga del predetto principio. Nel senso che, i trasferimenti dei detenuti AS in istituti lontani dalla propria regione devono essere disposti solo in circostanze “particolari”, e dunque afferire o alla situazione particolare che riguarda il singolo detenuto (pericolosità penitenziaria, comportamenti allarmanti o riottosi, ritrovamento di armi anche rudimentali in carcere, mancata partecipazione concreta alle attività tratta mentali, in gestibilità rieducativa, ect.) ovvero rifarsi a situazioni di carattere con tingibile e urgente (calamità naturali,rivolte,proteste riottose etc.) che non consentono, nell’immediato una sistemazione del detenuto in conformità ai canoni ordinari. Quando non sussiste la dimostrazione concreta delle due succitate circostanze particolari il detenuto deve essere ristretto o trasferito in prossimità della propria regione di residenza. L’ecc.mo Capo del DAP, Pres. Giovanni Tamburino, dovrebbe ai sensi dell’art. 95 Cost., dettare nuove direttive volte all’utilizzo di criteri più rispondenti al principio di legalità quanto alla tipologia di detenuti da co – detenere, quanto ai criteri di assegnazione, quanto ai criteri di declassificazione dal sottocircuito AS1.

 

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2 pensieri su “REGIME PENITENZIARIO (terza parte).. di Marcello Dell’Anna

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Sono sempre molto interessanti queste pubblicazioni, una vera ricchezza, grazie

  2. francesca in ha detto:

    Purtroppo la Sardegna sta diventando una colonia penale……..

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