Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Lettera di un’Odissea (terza parte)… di Davide Emmanuello

tortura

Oggi pubblico la terza e ultima parte dell’Odissea di Davide Emmanuello, raccontata da lui stesso (per la prima parte vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/03/13/lettera-di-unodissea-prima-parte-di-davide-emanuello/ e per la seconda al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/03/22/lettera-di-unodissea-seconda-parte-di-davide-emmanuello/).

Di Davide abbiamo parlato in altri post, prima della pubblicazione di questa Odissea. La sua storia è di quelle che sembrano prese da quella famosa serie televisiva degli anni ’80 “Ai confini della realtà”. Solo che qui è tutto tremendamente reale.

Davide è da venti anni di carcere; quindici dei quali li ha passati  al 41 bis. Per tre volte il 41 bis gli è stato revocato e per tre volte hanno fatto in modo di ristabilirglielo. Una storia che genera un’infinità di dubbi e perplessità, dove Davide è come un sepolto vivo a cui, di volta in volta si fa vedere la luce del sole, per rigettarlo nuovamente nel buio.

L’Odissea di cui leggerete oggi l’ultima parte era stata scritta da Catanzaro -ultima sua destinazione dopo l’ultima revoca del 41 bis- prima di essere rispedito, ancora una vota, in una sezione 41 bis, ad Ascoli Piceno.

Vi lascio alla terza parte di “Lettera di un’Odissea” di Davide Emmanuello.

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Chi è quello scemo che si erge a capo senza comandare?

Stante i fatti, chi è più vicino alla verità, io o gli gnomi del diritto?

Cos’è preferibile? La verità o la retorica, la scienza o l’opinione, la pedagogia o l’adulazione, domandava Platone. Ma noi la risposta la conosciamo.

Questi sono i dilemmi che popolano i miei pensieri, mentre la mente giace dove il mio corpo riposa, perché caro Alfredo, niente evade dal buio della cella, niente a parte l’immaginazione, vola oltre il perimetro delle mura di cinta del carcere. E l’immaginazione è un prodotto del pensiero, la proiezione della materia che si trova nella mente, depositato nelle regioni della memoria. Immaginare è come guardarsi allo specchio. Ed in questo riflettersi, della memoria, gli orrori subiti assumono quelle fisionomie mostruose, come lo sono quelle esperienze oniriche che si vivono negli incubi.

Quando nel 1991, ancora incensurato, fui sottoposto, come altre centinaia di persone, ai rigori del regime di tortura, vennero sospese nei miei confronti tutte le regole tratta mentali previste dall’ordinamento penitenziario a garanzia dei diritti fondamentali.

Concretamente significò che il primo lodevole graduato che incontrai, pretendeva che quando entravo nel suo ufficio, avrei dovuto rivolgermi a lui, solo dopo essermi messo con la faccia girata verso il muro, cioè di schiena.

Le stesse modalità dovevano essere rispettate all’interno della cella durante le operazioni d’ispezione, la conta. Operazioni che venivano effettuate giorno e notte, con la pretesa notturna che avrei dovuto farmi trovare alzato, con il letto in ordine, quando al richiamo urlato conta sarebbero da lì a poco iniziate le operazioni ispettive.

La luce rimaneva rigorosamente accesa giorno e  notte. La cella era stata privata della finestra originaria e sostituita da un pannello-gelosia opacizzato, che, saldato ermeticamente, assicurava che l’estraneo sole e l’intruso vento non accedessero dove gli era stato proibito.

La cella veniva chiusa da un cancello interno e sigillata da un portoncino blindato. Potevo uscire solo per un’ora allo scadere delle 24 ore. Il passeggio non conosceva il cielo, non sapeva cosa significasse il sole, era all’ombra, umido, c’era un freddo che penetrava le ossa.

Si contavano cinque passi a Nord e cinque a Sud. Quest’unica ora d’aria comprendeva due perquisizioni corporali, delle quali taccio la modalità, e un’ispezione, anche della bocca, prima di uscire dalla cella e un’altra al rientro. Non si parlava; l’obbligo era di stare in silenzio; al televisore veniva tarato il volume. Il “braccetto” era isolato dalle altre sezioni e la distanza tra queste impedivano anche ai rumori di farti compagnia.

Questa verità smentisce la retorica delle “penne armate” della propaganda, quei “manovali della repressione” che sono le avanguardie degli “uomini in trincea”. Questa scienza dei fatti sbugiarda quegli uscieri da condominio della giustizia, che giocano col potere persuasivo delle opinioni. Sarebbe necessaria una rinnovata formula pedagogica per ridare alle coscienze quella consapevolezza smarrita d quando vivono nell’ampolla di cristallo dell’adulazione

Certamente il Tribunale dell’illegalità per costruire le proprie ordinanze deve avvalersi dell’opinione e non della scienza dei fatti, deve utilizzare la retorica e non la verità, perché la forza di chi rappresenta il potere comprende in sé sia la forza del denaro per persuadere e sia la forza militare per convincere. Così, e senza nessuna vergogna, l’ideologia repressiva si arricchisce di strumenti sempre più sofisticati. Nel mio caso prima mi hanno mostrificato mediaticamente, fino all’inverosimile,  gli stessi urlatori del panico sociale che proponendosi come unica soluzione del problema ne hanno guadagnato in consensi a fini politici, arricchendosi nello stesso tempo i loro conti in banca, oggi raggiungono la santificazione nascondendo con abili giochi di prestigio l’unico reale merito conquistato, guadagnato e ottenuto, con quel metodo torquemadiano: il premio “Auschwitz”.

Adesso con la legge del 2009, voluta trasversalmente da tutte le forze politiche che “civilmente” siedono in parlamento, questo regime di tortura può essere rinnovato all’infinito senza una reale attuale motivazione. Cioè la repressione legittimata dal parlamento, recupera dall’esperienza manicomiale dell’interno senza fine, quella metodologia fallimentare che si fondava sul preteso sapere medico della prognosi di pericolosità. Sapere medico sconfessato dalla scienza e che tuttavia nei decenni scorsi è causato l’annientamento di tanti uomini. Utilizzando tale metodo, nell’analisi della personalità, non collegata ad elementi di fatto, succede che un nano del diritto possa decidere sul destino di un recluso, segregandolo a vita in un regime di tortura finalizzato all’esclusivo annientamento fisico e morale.

Questo caro Alfredo vivo dal 1993, cioè da 20 anni, di cui 15 trascorsi nelle sezioni di tortura del 41 bis.

La pena di morte è stata abolita in Italia, ma la pena fino alla morte che sto scontando con l’ergastolo ostativo mi espropria della possibilità di vivere la vita e questo non è certo un progresso per la civiltà. Ancor peggio se pensi alle condizioni disumane studiate a tavolino per rendere terribili i giorni dei reclusi all’ergastolo da certi maestri dell’afflizione che si spendono in questo disegno. Nemmeno i sentimenti più intimi sfuggono alla crudeltà che  pianifica il controllo delle emozioni.

Essere sottoposto per venti anni alla censura significa  subire una perquisizione interiore che  profana lo spazio dell’anima che dovrebbe rimanere un angolo segreto nel quale potersi rifugiare.

Nel regime di tortura, pensa, anche la scelta culturale è organizzata dall’Area educativa che decide quali testi e autori mettere all’indice. Uomini di cultura, laureati, che al servizio della repressione, con metodi medievali gestiscono il sapere del recluso, trattando le biblioteche non più come granai per le riserve materiali dello spirito, ma come laboratori scientifici per la manipolazione delle coscienze.

All’interno di queste sezioni è inibito anche l’acquisto dei quotidiani locali, pur essendo intervenuta la Corte suprema censurando tale comportamento. Cosi come è vietato ricevere libri dall’esterno, mentre quelli che scelgono e ti permetto di acquistare devono poi essere lasciati al patrimonio del carcere. Scandalo  che nemmeno il pessimo Mussolini ha immaginato contro il nemico, non solo politico, Gramsci.

Ad Antonio Gramsci la storia ha concesso l’opportunità di regalare al pensiero occidentale quegli scritti dal carcere che neanche l’infamia mussoliniana, che pure lo aveva privato ingiustamente della libertà fino a cagionarne la morte, gli ha impedito di realizzare per i posteri, lasciando quell’eredità intellettuale di cui tutti senza distinzione ci possiamo pregiare.

E’ un crimine contro la civiltà sottrarre le migliaia di testi conservati nelle biblioteche alle tante intelligenze che invece sono obbligate ad oziare. E tuttavia nessuno ne è informato, tutti tacciono, tutti applaudono, mentre le segrete medievali traboccano di martiri che guardano se stessi nel grigio invecchiato del cemento della vergogna che li tiene sepolti.

Sono i sentimenti migliori a morire nell’assenza di un riscontro affettivo, nel quale si subisce una paralisi emotiva che annichilisce l’interazione col prossimo. Così scopri la tua identità violata che cerca di identificarsi, di riconoscersi, mentre non avendo più l’orizzonte emotivo c che dia senso alla realtà artificiosa che stai subendo, rimani schiacciato tra il vuoto interiore e il tempo che rallenta la corsa verso il futuro, imprigionati nell’afflizione instancabile del presente.

Il presidio sanitario preposto alla salute psico-affettiva che opera dentro quelle sezioni di tortura, realizza protocolli diagnostici-terapeutici finalizzati a mantenere compatibile la salute del recluso con il regime afflittivo a cui è sottoposto.

Nessuna cura ha per scopo il benessere psico-fisico del paziente. Dottori in medicina al servizio della legge e non del malato, il cui razzismo scientifico nei confronti dei pazienti reclusi si manifesta nel pregiudizio delle diagnosi di simulazione a priori e a posteriori dell’indagine clinica.

Quindi, come semplice deduzione, anche il medico umanamente e professionalmente migliore indossa non il camice ma la divisa. Alla sua penna è proibito l’inchiostro deontologico, poiché gli imploderebbe tra le mani nella stesura di relazioni condite di gratuite stigmatizzazioni che calpestano la sofferenza.

Nessuna meraviglia. Quando studiavo ero ancora aodelescente, raccontava che i campi concentramento nazisti furono ispirati alle Finetrelle, situata sulle Alpi, con la differenza che questa utilizzo la calce viva per eliminare i suoi prigionieri, , mentre i tedeschi, per i suo loro deportati utilizzarono i “forni crematori”.

Annoiato sui banchi di scuola chiedevo all’insegnante che cosa potesse riguardarci di un carcere sepolto da decenni di storia. Lui rispose che era stata fatta l’Italia politica colonizzando militarmente le terre del Sud, mentre a “Fenestrelle” morivano torturati gli italiani meridionali che si erano opposti a tale conquista. Uomini che arrivarono a conoscere l’inferno savoiardo, istituito con la legge Pica che avrebbe inaugurato i genocidi nel successivo secolo dell’orrore.

Quell’insegnante, che oggi ricordo con ammirazione, profetava sul destino che ancora dovevo sperimentare, rivolgendo quella lezione a noi figli del profondo Sud che a “Fenestrelle” avevamo perso la Patria. Figli di un dio minore, di fatto “colonizzati”, siamo trattati ancora come un problema di ordine pubblico.

Così come i nostri patrioti meridionali conobbero gli stati di assedio e le deportazioni, noi subiamo retate e incarcerazioni di massa. Come loro conobbero la “Fenestrelle” savoiarda, noi conosciamo le sezioni di tortura piemontesi; loro la legge Pica, noi quelle emergenziali del 41 bis.

Spesso si sente ripetere che l’unica industria al Sud che non conosce pressione è quella della repressione. Questa per auto-legittimarsi e mantenere inalterati i privilegi, necessita che la tensione sia sempre alta, la pericolosità sempre attuale e la criminalità sempre più forte.

E solo il carcere è la soluzione, ma solo gli atti vili come le erbe velenose fioriscono ne carcere, tutto quanto di buono vi è nell’uomo  qui  va in rovina e avvizzisce per sempre… scriveva Oscar Wilde.

Il tuo amico

Dal Jetsemani catanzarese

Davide Emmanuello

Catanzaro gennaio 2013

 

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2 pensieri su “Lettera di un’Odissea (terza parte)… di Davide Emmanuello

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Non sono riusciti ad uccidere la tua intelligenza caro Davide ed è per questo che …ne hanno paura…. la paura ci rende violenti e ciechi e tu con la tua capacità di scrivere e di esprimerti, con la cultura che dimostri…di paura ne fai tanta a questi aguzzini. ti abbraccio con tanto affetto e ti auguro ogni bene, un riscatto lo dovrai pur avere Davide.

  2. Ugo Ferrara in ha detto:

    Sei da ammirare poich uomo di dolori e di torture vissute, a questo molto colto e sicuramente molto saggio. Ti ricorder nelle mie preghiere. Possa tu tornare un uomo libero.

    Date: Sat, 30 Mar 2013 21:00:42 +0000 To: francescoprodigo71@hotmail.it

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