Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Sospeso in quell’insostenibile e profonda perdizione… di Giovanni Lentini

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Confesso che non so quanto di autobiografico c’è in questo testo del nostro Giovanni Lentini, detenuto ad Opera. Non ho ancora fatto in tempo a chiederglielo. Ma si tratta di una storia così emblematica, che voglio già pubblicarla.

Sa scrivere bene Giovanni. Sa rendere l’atmosfera. E la bravura sarebbe ancora più da apprezzare.. ancora più “bravura” se il protagonista di questa storia fosse effettivamente Giovanni. Perché deve essere estremamente doloroso sapere rappresentare -con tanta lucidità e visonarietà allo stesso tempo- i momenti più estremi della propria esistenza.

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“SOSPESO IN QUELL’INSOSTENIBILE E PROFONDA PERDIZIONE”

Un brutto sogno che mi catapultò inevitabilmente alla drastica e infausta realtà.

Ero lì, in un letto d’ospedale, precisamente in sala rianimazione, quando un incubo mi svegliò dal coma farmacologico in cui ero da alcuni giorni, per ritrovarmi in una vita distrutta…

Trovai al mio fianco la mia adorata moglie che mi stringeva la mano dicendomi di stare calmo…era vestita in modo strano, una maschera le copriva le labbra e il naso, un cappellino bianco e un camice di colore verde, tutto sembrava di carta…al primo tentativo che feci per alzarmi, mi accorsi che ero legato al letto, immobilizzato…non riuscivo nemmeno a parlare, in verità facevo fatica persino a respirare per via della tracotomia che i dottori erano stati costretti ad eseguire per darmi la possibilità di respirare artificialmente…

Avevo la mandibola spaccata, un braccio rotto e il femore destro spezzato e ricomposto con dei fissatori esterni.

Era solo un sogno o l’assurda e tragica realtà?

Purtroppo era tutto vero…

Mi svegliai dal coma sentendo alcuni spari.

Nel sogno mi trovavo in un nigh-club della riviera romagnola. Eravamo seduti su delle poltrone di colore rosso sangue, io, mio cugino, uno dei miei fratelli e alcuni amici…naturalmente il nostro tavolo era corredato di champagne, frutta fresca e ad allietare la nostra serata non potevano non esserci le “entreneuses” di turno del locale…dopo mezz’ora, arrivò l’altro mio fratello e si sedette accanto a me.

Il tempo di bere qualcosa e gli chiesi dove aveva parcheggiato l’auto.

Mi rispose che l’aveva lasciata lì fuori in doppia fila con le quattro frecce accese.

Gli dissi subito di andare a spostarla e di nasconderla in una traversa vicino al locale, in modo da non farci notare dagli sbirri dato che se fossero passati di lì e avessero visto la nostra auto, avrebbero capito che eravamo nel locale e con molta probabilità ci avrebbero rovinato la serata.

Lui, infastidito dal mio discorso e dalla mia insistenza, mi mandò a quel paese e uscì dalla porta di emergenza che si trovava proprio alle nostre spalle. Dopo alcuni secondi sentii dei colpi a ripetizione, una raffica di mitra…”cazzo, hanno sparato a mio fratello” urlai.

Furono quegli spari a svegliarmi dal coma. Come dicevo prima, la fine del sogno mi portò ad una realtà ferale. Mi ritrovai in un letto della rianimazione con mia moglie al fianco che cercava di rassicurarmi.

Mi ero appena svegliato e non capivo se ciò che avevo sognato era realtà o appunto un brutto sogno.

Cercai invano di dire qualcosa a mia moglie dimenandomi e sforzandomi: volevo alzarmi, ma ogni tentativo era inutile. Non so come abbia fatto ma mia moglie capì che cercavo qualcuno e mi fece segno di guardare alle mie spalle attraverso una vetrata. Si accorse che non potevo voltarmi, così spostò letteralmente il letto per darmi la possibilità di guardare aldilà del vetro.

La prima persona che vidi fu il mio compare, poi il mio amico Tony L’albanese (da me soprannominato Tacchetto per via degli stivali con il tacco alto che usava), poi tanta gente, tutti i miei famigliari, mia suocera, mio suocero, i miei cognati, le mie cognate, molti amici…ma non vedevo l’unica persona che effettivamente volevo vedere… mi mancava il volto di mio fratello, quel fratello che nel sogno era uscito per spostare l’auto e che, secondo me, era stato falciato da una raffica di mitra.

Fu proprio in quel momento che la disperazione prese il sopravvento e cercai invano di alzarmi, sentii la voce della mia amata Antonella che mi diceva: ”Ti prego non agitarti, stai calmo, stiamo tutti bene”.

Mi parlava come se avesse intuito che cercavo il volto di chi non era lì e proprio mentre vedevo una lacrima scivolare sul volto della mia amata, mi sentii nuovamente sprofondare in un interminabile vuoto che mi dava una pace surreale…di nuovo in coma.

Ecco nel mio inconscio riaffiorare il tappeto rosso sangue con il buco nero al centro del salotto “buono” di Riccione, quello in cui ero adagiato in posizione fatale mentre invocavo il nome di mia mamma, prima di finire in ospedale…tanta pace invase prepotentemente ogni parte del mo corpo, della mia mente.

La mia vita distrutta per sempre…sospesa in quell’insostenibile e profonda perdizione.

 

Milano, Opera, 07/03/2013                                                                        Lentini Giovanni

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4 pensieri su “Sospeso in quell’insostenibile e profonda perdizione… di Giovanni Lentini

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Scrivi molto bene Giovanni e per quanto triste sia il tuo racconto l’ho letto volentieri. Un abbraccio

  2. è così reale…
    forse è successo davvero..

  3. pina in ha detto:

    Un po in ritardo , ma mi ha fatto bene questa tua catapultata per ritrovarsi in questo infinito mondo …
    grazie Giovanni

  4. ANTONELLA in ha detto:

    sono antonella la moglie di giovanni vi rispondo io alla domanda se questo è un racconto autobiografico e vi rispondo di si il mio adorato gianni ha vissuto tutto ciò che ha scritto e ringraziando Dio può raccontarlo con la sua bravura.TI ADORO GIANNI

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