Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Proposte di riforma carceraria (prima parte)… di Domenico Papalia

Domenico Papalia, è uno di quei detenuti che, a fine luglio -dopo lo smantellamento della sezione A.S.1 di Spoleto- sono stati sballottati come tanti pacchi postali in mezza Italia. 

Domenico è tra i detenuti che sono stati “spediti” in Sardegna, a Nuoro, carcere di Badu e Carros.

Ci ha fatto pervenire un suo testo dove analizza l’evoluzione e lo stato del sistema carcerario italiano e presenta proposte di riforme.

Oggi pubblico la prima parte.

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Proposta da parte del detenuto Papalia Domenico

Sistema carcerario italiano e proposte finalizzate al recupero del detenuto

La responsabilità non è un termine pronunciato banalmente. Essere responsabile significa sapere dare risposte, avere rispetto della propria persona e degli altri, essere umile e severo nello stesso tempo, essere dignitoso e rispettare la dignità altrui.

Rispondere delle nostre azioni a noi stessi, alla collettività, alla nostra coscienza, ai nostri familiari ci vuole una forte responsabilità di autocritica facendo una profonda riflessione del proprio vissuto.

Le soluzioni alternative rispetto a chi vive al di fuori del carcere si posono e si devono dare reciprocamente tra cittadino detenuto e cittadino esterno. Chi vive al di fuori del carcere dovrebbe interessarsi del carcere nel proprio territorio, mentre dal carcere devono venire risposte di responsabilità e di risarcimento morale nei confronti della società, della famiglia, dei figli e, perché no, nei confronti delle familiari  delle vittime del reato.

Il carcere deve dare risposte responsabili e di recupero. Per fare ciò ci debbono essere fondamentalmente tre condizioni: lavoro, scuola e facilitare i rapporti con la famiglia e l’esercizio  della genitorialità.

Per insegnare al detenuto di essere responsabile bisogna che prima di tutto siano responsabile e sapere dare risposte positive le istituzioni al vertice degli istituti penitenziari e la politica.

Il detenuto a sua volta è responsabile, a volte anche con responsabilità antecedente. Anche se detenuto si sente la responsabilità della famiglia, della genitoriale e verso le istituzioni e forte da questa responsabilità antecedente. Anche se detenuto, si sente responsabile della famiglia, della genitorialità e verso le istituzioni e forte di questa responsabilità spesso vorrebbe dare delle risposte positive che invece chi è proposto a dare queste opportunità non è così responsabile per dare attuazione all’art. 27 della Carta Costituzionale, secondo il quale una volta che la pena soddisfa la finalità educativa, ogni afflizione ulteriore è inutile. 

Vado subito al sodo con le mie osservazioni e proposte, pregando il lettore di comprendere le mie esposizioni  ed errori, in quanto non ho una base scolastica, ma ho imparato a scrivere e a leggere in carcere spesso senza alcun supporto didattico.

OSSERVAZIONI

Se è vero che la civiltà di un popolo si misura dalle carceri, l’Italia si può definir e incivile. Infatti, si va di peggio in peggio.

Una volta il regolamento penitenziario era regolato dal codice pena del 1931. Poi nel 1975 sotto pressione della Comunità Europea l’Italia  ha emanato la legge Penitenziaria n. 354/75, ma come tutte le leggi positive in Italia basta un caso negativo che vengono annullate. Così è successo con questa legge che ha avuto poca vita. Questa norma prevedeva la concessione, per la prima volta nel sistema penitenziario italiano , di permessi premio, semi libertà, colloqui telefonici con i familiari e altri benefici ai detenuti meritevoli. E’ bastato qualche caso negativo e sull’onda emotiva, nel 1977 il legislatore ha cambiato la legge in modo restrittivo. Si mantenne detta restrizione per circa nove anni, ma il sistema carcerario veniva contenuto lo stesso a causa degli indulti ed amnistie che venivano spesso promulgate.

Nel 1986 il parlamento a larga maggioranza approvò la legge N. 663/86 Gozzini che ha preso il nome del deputato di sinistra che la propose. Mario Gozzini, con il quale ero in contatto ed ha tenuto conto di qualche mio suggerimento, data la mia esperienza diretta, avendo lo stesso notato che non facevo i miei interessi, ma davo suggerimenti generalizzanti: In particolare è stata una mia idea perché l’art. 21 (lavoro esterno) avvenisse con decreto del Magistrato di Sorveglianza e non con la solita decisione del direttore come prima.

Ricordo che quando fu approvata la legge “Gozzini” tutti i parlamentari espressero giudizi positivi e soddisfazione affermando che anche se ci fossero il 6% di casi negativi sarebbe stata comunque una vittoria di civiltà penitenziaria. Ebbene, le statistiche negative si attestarono allo 0,1%, eppure la legge fu modificata in modo lieve nel 1991, (L. 12 luglio 1991 n. 203), solo per qualche caso negativo amplificato dai mass-media. La modifica più drastica  e quasi azzerata dalla legge ci fu nel 1992 (L. 7 agosto 1992 n. 356) dopo le stragi di Palermo, penalizzando in questo modo i detenuti che non avevano nessuna colpa per la strage e che erano ristretti da decenni come il sottoscritto, mentre i vari Brusca, che si sono accusati fingendosi pentiti continuano a beneficiare dei privilegi con la soddisfazione degli uomini delle istituzioni che dicono candidamente: si però i pentiti ci aiutano a scoprire i colpevoli, ma a cosa serve scoprire i colpevoli se poi questi si fingono pentiti e restano impuniti e mantenuti a spese del contribuente? Lascio la risposta dei lettori che versano le tasse con le quali vengono elargiti fondi per il sostentamento di detti “pentiti”.

Dopo le precitate leggi di restrizioni carcerarie, non tenendo conto delle convenzioni internazionali (1950) le carceri italiane sono arrivate sull’orlo del crollo della vivibilità e rispetto della dignità umana.

Fondamentale è stato anche l’apporto italiano alla redazione delle <<regole minime>> per il trattamento dei detenuti in sede O.N.U.  e poi (nel 1987) in sede d Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, ma che poi la stessa Italia non rispetta.

Con la legge n. 356/1992 viene introdotto l’art. 41 bis, nella legge penitenziaria, che è un mezzo di tortura psicologica finalizzato alla delazione. E’ un regime di carcere duro oltre che nei confronti del detenuto, più ancora per i suoi familiari e figli, specie per i bambini che restano traumatizzati vedendo il proprio congiunto dietro un vetro che non può toccare. In questo modo non si debella la mafia, ma si alimenta l’odio da parte dei bambini contro le istituzioni che interpretano essere responsabili del divieto di potere dare e ricevere una carezza dal e al proprio congiunto o papà. Inoltre il detenuto in regime di 41 bis viene collocato in carceri lontane  migliaia di chilometri dalla residenza della famiglia e quindi i familiari sono cittadini con tutti i diritti e che, pagano le tasse ad uno stato che li tortura per le colpe del proprio congiunto (quando non è innocente) non sarà certo un vanto per un paese che vuole apparire democratico come l’Italia. Il 41 bis non serve per recidere i collegamenti con la criminalità organizzata, perché, chi è malintenzionato trova sempre il modo di comunicare e, quando finirà la sua pena dovrà essere pure scarcerato. Invece, secondo me, dovrebbe essere attivata un’opera di recupero  trattamentale per il detenuto e non isolarlo con il carcere duro, che preclude ogni possibilità di reinserimento del detenuto. Chi lo dice che, un detenuto schierato come mafioso, non possa cambiare ed essere recuperato? Io sono stato sottoposto a questo regime e posso affermare che è una misura inutile e serve solo per fare del male ai familiari e non certo al detenuto che in un certo senso sta meglio, perché meno sovraffollate le sezioni del 41 bis, per cui, tranne il colloquio con il vetro divisorio, ha la cella singola e più spazio che non nelle sezioni ordinarie. Ne ho conosciuti tanti detenuti sottoposti al 41 bis che, avrebbero preferito fare un percorso rieducativo che non è stato possibile perché esclusi. Sempre in relazione al regime al 41 bis, il Comitato Europeo per la la prevenzione della tortura, ha invitato l’Italia a rivedere tale regime e migliorarlo. Ogni detenuto, secondo quanto si legge nel rapporto del comitato, dove avere adeguati contatti Umani, anche se soggetti a regimi penitenziari duri.

Il Comitato ha definito inammissibile usare tale regime quale strumento di pressione psicologica per indurre alla collaborazione.

Il carcere italiano sulla carta ha subito molti passaggi di cambiamenti a partire dalle strutture: da carcere giudiziario, ora Casa Circondariale, da Casa penale, ora Casa di Reclusione, da Manicomio Criminale, ora Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Così, anche per il personale: da Secondini ad Agente di custodia, fino all’attuale Agente di Polizia Penitenziaria. Tutto è cambiato sulla carta come se si facesse la doccia e rindossasse i panni sporchi. La professionalità del personale è rimasta lettera morta. Un agente dovrebbe essere preparato e dare qualsiasi risposta e chiarimento al detenuto. Invece succede il contrario. che il detenuto conosce i suoi  diritti e doveri ed il personale no. Quindi, spesso vi sono queste contrapposizioni, sempre a danno del detenuto. Un personale che dovrebbe fungere da educatore ed invece tratta il detenuto con disprezzo e come se fosse un proprio nemico. Per fortuna non tutto il personale è così e ciò si verifica solo in alcuni casi.

(FINE PRIMA PARTE)

 

 

 

 

 

 

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