Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Intervista a Sebastiano Milazzo

inters

Il nostro Sebastiano Milazzo -detenuto a Carinola- ci ha inviato una intervista a lui fatta. Fa parte di una serie di interviste a molti detenuti ergastolani, che rientrano in un progetto editoriale per la conoscenza della tematica, portato avanti da Carmelo Musumeci.

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Domande a Sebastiano Milazzo

Fatte d Giovanni Donzella psicologo C.R. Padova

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1) Perché non si è mai parlato dell’ergastolo ostativo?

Perché in Italia tutte le cose di cui ci si deve vergognare si preferisce tenerle celate.

2) Perché, molti, anche chi dovrebbe, non conoscono che esistono gli Uomini Ombra?

La gente non conosce l’esistenza degli uomini ombra perché non ne viene informata, “chi dovrebbe”, invece, ne conosce l’esistenza, ma fa di tutto perché non emerga la vergogna di una pena destinata a non finire mai.

3) Perché lo Stato parla di finalità educativa delle carcerazioni, ma non dice che tutti i detenuti non hanno la stessa possibilità?

In Italia ci sono due giustizie, una per i galantuomini a prescindere e una per i senza nome e i senza fama. Non a caso molte leggi si fanno per la Giustizia che interessa qualcuno.

4) La legge è uguale per tutti?

I nostri legislatori preferiscono una Giustizia Programmata per non funzionare. Una giustizia inefficiente, lenta e politicizzata, programmata per assicurare l’impunità a tutti coloro che si ingozzano alla mangiatoia del potere e forche per i senza nome e i senza fama.

5) Quale percorso rieducativo efficace dovrebbe coinvolgere una persona con fine pena mai per riabilitarsi?

Premesso che la pena la deve scontare chi, giustamente o ingiustamente, è stato condannato e se c’è la condanna è giusto scontarla, ma la si dovrebbe scontare permettendo all’ergastolano, se lo merita, di potersi riappropriare di un frammento della sua esistenza e della sua cittadinanza. E’ pura retorica affermare che abbiamo una Costituzione che parla di finalità rieducativa della pena se non si da’ al condannato la possibilità di ritrovare un corretto rapporto con la società, dedicandosi magari ad aiutare bambini handicappati, aiutare gli anziani o fare lavori socialmente utili. Questa sarebbe una pena utile, che potrebbe realizzarsi attraverso un patto scritto in cui il condannato, dopo avere scontato una parte di pena, si possa impegnare a seguire un preciso e ben delineato percorso di vita fuori dal carcere, violato il quale avrebbe la revoca definitiva di ciò che era stato concesso. Sarebbe come fare una serie verifica “sul campo”, per offrire al condannato la possibilità di mettere a frutto la sua volontà di essere artefice del proprio futuro, adoperandosi per diventare una risorsa concreta per la stessa società, invece di continuare ad esserne un peso sino alla fine dei suoi giorni. Una volontà che non sarà di tutti, ma che è più diffusa di quanto si possa immaginare tra coloro che hanno sofferto decenni di privazioni materiali ed affettive e devono scontare l’ergastolo. Questa sarebbe una pena utile e un paese serio, con una giustizia vera, si dovrebbero cominciare a considerare questi aspetti, solo così, il carcere potrebbe tornare a svolgere la funzione di verificare quando sia arrivato il momento in cui il condannato  è in grado e merita la fiducia di ritornare  a relazionarsi con uomini dalla vita normale. Una seria verifica che permetterebbe di riconciliarsi con le  proprie vite e i propri affetti e che farebbe crescere la convinzione che ognuno debba assumersi il peso del proprio destino, attraverso la sua volontà di riscatto. Dico questo perché ritengo che l’uomo è ciò che diventa sotto il peso della sua esperienza e non ha senso non consentire a chi ha riconquistato una nuova innocenza, di riappropriarsi di ciò che intimamente sente di essere diventato. Lo dico con la quasi certezza che tutti coloro che hanno provato decenni di privazioni affettive, il momento che riassaporano il senso di libertà non tradiscono la fiducia concessa, come dimostrano l’esperienza  le statistiche. Non è possibile dare sempre risposte negative che non corrispondono  quelle sensibilità che sarebbero necessarie soprattutto in presenza di famigliari che sono le vere vittime del carcere; vittime che hanno scelto di essere tali per amore di esserlo, quell’amore che supera ogni forma di egoismo, ma che li costringe a condividere per intere vite le sofferenze dovute  a colpe che sicuramente non sono loro.

6)L’ergastolo ostativo come viene visto dalla Chiesa?

La Chiesa, malgrado faccia le prediche sulla conversione dei santi, non ha mai speso una parola sull’ergastolo ostativo. Tranne qualche eccezione, vedi i cardinali Martini e Tettamanzi e qualche prete di strada, la Chiesa preferisce  stare sempre dalla parte del carceriere, piuttosto che dalla parte del condannato.

7) Che pena daresti al posto dell’ergastolo se tu fossi giudice di te stesso?

Una pena che abbia un senso e uno scopo, il senso di pagare ognuno la sua specifica colpa e lo scopo di fare ritornare il reo ad essere una risorsa per la società, invece di farlo continuare ad esserne un peso, sia per i propri affetti e per la stessa società, sino alla fine della vita.

8) La definizione che recita la Costituzione, che la pena deve avere una finalità rieducativa, è in sintonia con il fine pena mai?

L’ergastolo ostativo è la negazione della finalità rieducativa della pena e della stessa Giustizia, perché la vera giustizia, quella della morale e del cuore, non solo non è fatta quando la pena è perpetua, ma probabilmente non esiste affatto, anche perché una pena che non prevede una fine permette il linciaggio dell’individuo da parte del carceriere, il quale quando si rende conto che ha il solo compito di accompagnarlo alla morte, agisce, inevitabilmente, per ridurlo come quell’albero su cui non cade mai la pioggia, che a un certo punto appassisce, perde le foglie, non produce né fiori né frutti, perde le radici e diventa come legna da ardere.

9)Come vive un ergastolano la mancanza di speranza?

La mancanza di speranza ha trasformato le carceri in luoghi dove gli ergastolani vedono i loro corpi, le loro menti e le loro anime prima blindate e poi allineate  e trattate per vite intere come quei tappeti pettinati con spazzole di ferro, per scopi che nulla hanno a che fare con la Giustizia. Carceri dove non si sconta una pena, ma si pratica una sorta di vendetta, un sentimento che contraddice le stesse premesse che giustificano l’esigenze della Giustizia, perché la forza di uno Stato non sta nelle ritorsioni che attua nei confronti del reo, ma nel tentativo di recuperarlo. Un tentativo che dovrebbe essere fatto per cercare di dare una risposta giusta al male e la risposta giusta al male non sta certamente in una pena che toglie ogni speranza, perché all’uomo si può togliere di tutto, anche la vita, ma non la speranza, perché senza speranza la vita è solo disperazione e  la disperazione è un’infamia di Stato sulla quale si potrebbero usare tutti gli argomenti etici, morali, giurisprudenziali e teologici che si usano sull’eutanasia. L’unico filo che divide la pena di more dall’ergastolo è che con la prima le sofferenze durano un attimo, mentre con l’ergastolo le sofferenze durano un’intera esistenza Per rendersene conto della labile differenza che c’è tra la pena di morte e la pena dell’ergastolo, bisognerebbe immedesimarsi, per un solo attimo, nella pietosa condizione di chi, dopo una vita di inutili attese e false illusioni, si rende definitivamente conto che la sua pena è diventata una sostanziale condanna a morte, anche se diluita nel tempo.

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Un pensiero su “Intervista a Sebastiano Milazzo

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Bellissima intervista, risposte lucide e significative, l’essere umano non smette mai di stupire per la sua cattiveria e inciviltà, chi detiene il potere dovrebbe interrogarsi di più e umanizzarsi prima di accettarlo.

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