Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Dai detenuti dell’AS1 di Parma

Parmas1

Tramite il nostro Giovanni Mafrica -tra i detenuti trasferiti, a fine luglio, da Spoleto, dopo lo smantellamento della sezione AS1 di Spoleto- ci ha inviato questa lettera collettiva dei detenuti AS1 di Parma. Una lettera rivolta al provveditore regionale penitenziario per l’Emilia, Dr Pietro Buffa, nella quale si prende in particolare attenzione la questione dei colloqui.

Cito un passaggio, prima di lasciarvi a questa lettera.

“Vorremmo che ogni colloquio fosse la realizzazione di una giornata dedicata all’incontro tra papà, nonni, zii e i loro figli e nipoti. E’ una richiesta a cui aspiriamo e nella quale ci proiettiamo  con sguardo curioso perché vorremmo osservare lo sviluppo attraverso i loro giochi, i loro gesti, le loro parole, i loro desideri.”

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LETTERA APERTA AL PROVVEDITORE REGIONALE DELL’EMILIA ROMAGNA DR. PIETRO BUFFA

Innanzitutto vorremmo presentarci. Siamo detenuti nella sezione A.S.1 della casa di reclusione di Parma.

Abbiamo scelto consapevolmente di farci sentire, poiché vogliamo portare la nostra voce laddove si discute di problematiche penitenziarie e i ricercano nuovi strumenti con cui applicare una comunicazione fattiva e concretamente responsabile.

Il nostro status di detenuti non può, noi certamente non lo vogliamo, impedire il riconoscimento di alcuni fondamentali diritti.

In questo istituto la mancanza del regolamento interno nega l’applicazione di regole e diritti di cui l’ordinamento penitenziario decreta la legittimità e si impone un regime coatto, alienante e scarsamente attento alle regole base che regolamentano la quotidianità. Ovviamente sappiamo dell’esistenza di referenti precisi , quali ad esempio il magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, sappiamo che le nostre istanze devono seguire un percorso burocratico preciso. Quello che vorremmo discutere con Lei è qualcosa d’altro, poiché auspichiamo di non essere esclusi dalle questioni che ci riguardano, poiché se si compone una maggiore sensibilità sul problema della vita carceraria, si potrà meglio capire l’urgenza sociale della questione carcere.

Nella “nostra” sezione A.S.1, le attività trattamentali e di formazione che potrebbero favorire il reinserimento della persona nella società non l’hanno mai riguardata, anzi, ne è parlato, ma fino ad oggi nulla è stato concretizzato. Infatti, siccome le persone detenute presso la suddetta casa circondariale, sono in gran parte condannate a lunghe pene, compreso l’incivile “FINE PENA MAI”, si continua a rinviare l’applicazione delle attività trattamentali. Per meglio dire, l’ufficio educatori svolge il suo lavoro, ma i successivi ostacoli pregiudizievoli risultano insuperati all’atto delle analisi delle sintesi trattamentali.

Seconda questione. Abbiamo sollecitato la Direzione, attraverso un documento, chiedendo un miglioramento dei colloqui, una maggiore attenzione ai rapporti famigliari e sensibilità nell’accoglienza (è indubbio che, in presenza di situazioni non ottimali, vada in primo luogo salvaguardato il rapporto bambino-genitore, non solo nella prospettiva dei diritti di quest’ultimo, ma anche e soprattutto nella prospettiva dei diritti del bambino … CIRC. D.A.P. 8 luglio 1998  n. 3478).

Vorremmo che ogni colloquio fosse la realizzazione di una giornata dedicata all’incontro tra papà, nonni, zii e i loro figli e nipoti. E’ una richiesta a cui aspiriamo e nella quale ci proiettiamo  con sguardo curioso perché vorremmo osservare lo sviluppo attraverso i loro giochi, i loro gesti, le loro parole, i loro desideri.

I rapporti famigliari di cui sollecitiamo continuamente lo sviluppo, sono espressione di vita, di speranza, sono la ragione del’essere di ogni uomo e di ogni donna detenuti.

I colloqui qui svolti non permettono a noi detenuti di giocare coi nostri bambini. Nella sala colloqui, infatti, non sono presenti angoli dedicati a giochi e non è permesso consumare pasti insieme alle famiglie, in contrasto con quanto previsto dall’art. 61 comma 2, Lett.b (…) con il permesso di consumare un pasto in compagnia, fermo restando le modalità previste dal 2° comma dell’art. 18 O.P. E’ vero che per i bambini è stata predisposta una saletta a parte, ma questo vuol dire allontanarli dai genitori, nonni e zii; vuol dire non dare corpo alla fantasia insieme a loro.

Quello che osserviamo è la sensazione palpabile di oppressione, il disagio visibile negli occhi delle nostre famiglie.

Auspichiamo allora ci sia un impegno da parte Sua ad intervenire sollecitando un cambiamento per porre fine alle infiniti pregiudiziali della cultura emergenzialista che crea un perpetuo affanno. Proseguire la carcerazione in queste condizioni è cosa che cerchiamo di scongiurare.

Noi ci proponiamo, contemporaneamente ci auguriamo, di trovare in Lei il desiderio di opporsi all’ineluttabilità del carcere.

Con la speranza di essere stati esaustivi, così da avere sollecitato la Sua attenzione, Le inviamo i nostri più Cordiali Saluti e Le auguriamo buon lavoro e auspichiamo ci onori di un futuro incontro.

I detenuti firmatari.

 

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