Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Lettera di Marcello Dell’Anna

Immaginate un detenuto in galera da più di vent’anni.

Immaginate che questo detenuto abbia intrapreso un lungo e faticoso percorsi di studio e crescita culturale ed umana.

Immaginate che questo detenuto abbia ricevuto numerosi attestati ed encomi.

Immaginate un detenuto che ha scritto due libri, e ne sta scrivendo un terzo.

Immaginate un detenuto che ha più di una laurea, di cui una in giurisprudenza.

Immaginate che, questo detenuto, in occasione della discussione della tesi di laurea in Giurisprudenza, ha ricevuto dal Tribunale di Sorveglianza, un permesso di 14 ore. Un permesso da uomo libero, senza la presenza di una scorta o di alcun controllo da parte degli organi di polizia. Perché venga dato un tale permesso vuol dire che vi sia una valutazione prettamente positiva, da parte del Tribunale di Sorveglianza, del percorso intrapreso dal detenuto, della sua crescita umana e un venire meno di quel livello di pericolosità sociale che sconsiglierebbe un permesso del genere. E tutto questo trova ulteriore conferma nel ritorno nel carcere nel pieno rispetto dei tempi stabiliti dal permesso.

Avete immaginato tutte questi “elementi”?

Ecco, adesso immaginate anche che il D.A.P., trasferisca un tale detenuto nel famigerato carcere dormitorio di Badu e Carros a Nuoro in Sardegna, riportandolo indietro di vent’anni nel suo percorso, riportandolo all’anno zero del trattamento.

Tutto questo è quello che è avvenuto a Marcello Dell’Anna, che faceva parte dei componenti della sezione A.S.1 di Spoleto. Sezione smantellata a fine luglio, e i suoi componenti sballottati come pacchi postali in mezza Italia. Con qualcuno finito in qualche carcere decente. E qualcun altro finito in qualche carcere in-decente, come è il caso di Marcello Dell’Anna (per vedere la prima lettera che Marcello ci inviò dopo tale evento vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/09/17/e-cosi-che-il-dap-tratta-i-detenuti-meritevoli-lettera-di-marcello-dellanna/).

Marcello da quel momento ha iniziato ad attivarsi legalmente in ogni modo. E non chiede privilegi. Chiede quello che è stabilito per un detenuto. Ovvero, che vi sia un trattamento razionale, che non si interrompi bruscamente un percorso, che non si mandi in fumo un lavoro che dovrebbe essere mostrato ovunque -se si fosse almeno “furbi”- come esempio di “riuscita del trattamento”. Un detenuto come Marcello Dell’Anna dovrebbe essere visto come uno dei fiori all’occhiello di un sistema penitenziario che vanta, invece, troppo spesso, caterve di disfunzioni, recidive e suicidi.

Invece viene semplicemente catapultato in Sardegna come se nulla fosse avvenuto in questi venti anni. Marcello era arrivato ad un livello di crescita sempre maggiore, con corsi, dialoghi con studenti e professori, e altre opportunità. Tutto adesso messo nel cesso. E poi riusciva in qualche modo ad avere i colloqui con la moglie e il figlio, che sicuramente avranno giocato un ruolo non da poco, nella sua crescita e nel suo distacco radicale (distacco che potrete vedere con forza sottolineato nella lettera che leggerete tra poco) dal suo precedente mondo criminale.

Un detenuto così dovrebbe avere ponti d’oro. Ulteriori incontri con la famiglia. E invece lo si manda “in esilio” sardo, riducendo, nei fatti, drasticamente, le possibilità che avrà la famiglia di incontrarlo.

Che qualcuno si svegli, e cominci, a sanare le quotidiane e palesi assurdità che avvengono, senza esclusione di colpi, nel mondo penitenziario.

Vi lascio a questa lettera che Marcello ha inviato al Nuovo Quotidiano di Puglia. 

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Alla C.A. del Sig. Direttore della Redazione del “Nuovo Quotidiano di Puglia” “Edizioni di Lecce” – Via dei Mocenigo, 29 – 73100 – Lecce

Nuoro 01 ottobre 2012

Egregio Signor Direttore,

Da tempo riflettevo sull’eventualità di poterle inviare un mio scritto, ma il mio status mi ha molto spesso frenato, forse per paura di scrivere qualcosa  di sbagliato. L’iniziale insicurezza, peraltro sostenuta da una errata visione di ciò che realmente la società potrebbe pensare di me, è pian piano divenuta una consapevolezza di ritenere che sia giunto il momento di fare conoscere la persona che realmente oggi sono, diversa e migliore. E’ legittimo che quete parole posano sembrarle insincere ovvero simulatorio ma, chi creda, la persona che le scrive oggi è del tutto a lei (e a tanti) sconosciuta, atteso che nulla ha più a che fare con quella che le cronache conoscevano in passato. Ebbene, l’iniziativa del mio avvocato e, soprattutto, dei miei  cari, nel dedicarmi un articolo giornalistico (scegliendo il vostro Giornale) per l’ulteriore Laura conseguita, è stata per me la giusta occasione per scriverle, in maniera serena, non certo per ragioni opportuniste o, peggio, manipolatorie, ma per darvi atto che della mia (mala)vita passata ne disprezzo modalità e contenuti. Un articolo molto soddisfacente il vostro, eccetto quella parte di notizia relativa alla mia biografia criminale che viene anteposta alla persona che scrivo oggi, sebbene (e ne sono cosciente) non poteva essere omessa. Purtroppo quelle vicende fanno parte della mia vita passata che per me ormai è morta e sepolta. Anteporre poi, “ancora oggi”, l’epiteto “boss” al mio nome, mi ha fatto sorridere amaramente benché tale qualificazione attualmente la ritengo del tutto inadatta. Pertanto, confido nella vostra serietà e professionalità giornalistica e le chiedo, se potete, di essere, di omettere l’epiteto in parola nei vostri prossimi articoli. Le ragioni di questa mia riguardano alcuni importanti particolari pubblicati nell’articolo che ritengo siano, alcuni incompleti e generici, altri del tutto mancanti, sicuramente per discrezione della fonte. Quindi, partendo dal fatto che qualunque notizia, secondo me, debba rappresentare la realtà e la giusta informazione, ritengo doveroso che questi particolari meritino di essere spiegati sia a voi del Giornale, sia ai lettori … conseguentemente pubblicati. Orbene, per una migliore comprensione dei fatti, bisogna partire dalle ragioni riguardanti il mio trasferimento in Sardegna, nel reclusorio di Nuoro. Ritengo che quanto accadutomi non può rimanere sottaciuto (soprattutto giornalisticamente) a  fronte di una fragrante violazione della legalità messa in atto dalla Direzione Generale dei Detenuti del Trattamento del Dipartimento  del’Amministrazione Penitenziaria (D.A.P.) quando, a fine luglio u.s., decise repentinamente di “smantellare” la sezione “A.S.1” (Alta Sicurezza-1) di Spoleto per “esigenze” atte al “recupero dei posti letto” a causa del crescente numero di detenuti “A.S.3”. Le scelte di assegnazione alle varie carceri per ogni detenuto, sono state decise “solo” sulla base del loro “titolo detentivo”, senza considerare altri elementi valutativi attinenti ai risultati del percorso trattamentale (per come dispone la legge). Di conseguenza, non solo il danno ma ance la beffe, e a me è toccata proprio la Sardegna, con conseguenze devastati per la mia persona che vanno al di là di ogni logica giuridica e civile, atteso che tale assegnazione ha compromesso seriamente il mio lodevole percorso rieducativo. I miei studi universitari, i miei tesi affetti familiari (di questo “trasferimento collettivo” è stata data notizia da alcuni Quotidiani: allego copie). Nella realtà, per l’A.P. che avrebbe l’obbligo di educarci, noi detenuti non veniamo considerati “perone” con diritti e doveri, ma dei pacchi postali, dei numeri di matricola, delle mere pratiche da evadere, in spregio a questo Stato che vanta illustri nomee di civiltà e di giustizia. Ritengo che l’Amministrazione Penitenziaria deve essere molto più attenta alla “persona”-detenuto, al suo percorso rieducativo e non al suo titolo di reato, che magari risale a venti trenta anni fa!

Ma v’è di più!

L’illegittimità e la stortura di questa inconciliabile assegnazione in Sardegna, poggia sul fatto che il D.A.P., nel deciderla, non ha assolutamente verificato se, nel corso della mia lunga detenzione, avessi avuto, o meno, esperienze extramurarie. Ebbene, in occasione della Tesi di Laurea in Giurisprudenza che, come sapete ho discusso il 25 maggio u.s. per la “Competenza in diritto penitenziario”, il TDS di Perugia mi ha concesso un Permesso di 14 ore, LIBERO nella persona e SENZA L’USO DI SCORTA, accompagnato solo da mia moglie, mio figlio e altri familiari, (questa è la prima notizia inedita) per recarmi all’Università di Pisa e per festeggiare tale importante traguardo (allego l’estratto dell’Ordinanza TDS di Perugia). Sicuramente questa notizia susciterà stupore dando adito magari a pesanti critiche oppure a compiacimenti, ma sta di fatto che tale concessione è la prova indiscussa di quello che sono oggi!! Vi rendete conto? Dopo vent’anni di ininterrotta detenzione sono uscito in permeo per una intera giornata, libero e senza alcun controllo degli organi di polizia; mi sono laureato col massimo dei voti; sono stato con mia moglie e con mo figlio in albergo, al ristorante, in giro per le vie di Pisa e di Spoleto; sono puntualmente rientrato in carcere, con i miei piedi, ben consapevole di avere una condanna all’ergastolo, ed io… dovrei essere il fuorilegge? Il boss? L’elemento di spicco? Ebbene, se fossi quel criminale di un tempo, non pensate che in 14 ore sarei potuto arrivare in Cina facendo perdere le mie tracce? E’ questo il “trattamento” che l’Amministrazione Penitenziaria riserva ai detenuti oramai recuperati e reinseriti nella società? Quello di sbatterli in Sardegna? Sino a prova contraria, sono io che ho dimostrato con i fatti il rispetto della Legge rientrando in carcere dal permesso, consapevole di essere un ergastolano, un “vivo- già morto”, sono io che ho dimostrato di non essere più socialmente pericoloso, sono io che ho dimostrato di essere una persona diversa e migliore. A questo punto penso che “i cattivi che sono diventati buoni siano molto più affidabili dei buoni che non sono mai stati cattivi” e, quindi,… credete che siano più affidabili? Essere detenuto a Nuoro è come se m’avessero catapultato indietro di vent’anni e questo mi rifiuto  di accettarlo perché il mio passato per me è morto e sepolto. A ben vedere, infatti, sono proprio le storie  di detenuti, come questa vissuta da me, a rappresentare la vittoria del sistema carcerario sul crimine; nel mio caso, al di là di ogni retorica, è un fatto che io mi sia trasformato da delinquente ad operatore culturale, attraverso anche una totale presa di distanza da certe forme mentis deviate e devianti. Tutti i miei sacrifici, anni di studio, crescita intellettuale e preparazione giuridica, encomi, attestati, redazione di elaborati, ricerche, trattazioni sia giuridiche sia d’attualità pubblicate su alcune rinomate riviste, sono stati spezzati via da una decisione presa con incuranza e stortura dall’Amministrazione Penitenziaria. Io che ero solito incontrare in carcere , docenti, studenti universitari e di V classi superiori, per discutere di legalità mettendo a nudo la mia vita, parlando loro dei miei crimini e di quanto ne sono contrito, dell’orrore del carcere e della sofferenza che procura; tutto ciò per dissuaderli da una loro possibile devianza o scelta di vita sbagliata. Sono numerosi gli studenti che mi scrivono chiedendomi conigli e sono numerose le persone  che credono in me!!

Il mio curriculum detentivo comprende anche  la stesura di due libri scritti (il terzo in fase di redazione). Il primo, pubblicato nel 1997 è a voi ben noto avendone dato, a suo tempo, risalto (allego copia della copertina fronte/retro). Il secondo libro l’ho scritto proprio di recente, in occasione del permesso fruito e della ulteriore Laurea conseguita (questa  è la seconda notizia inedita, allego copia della copertina fronte/retro), e colgo l’occasione per lanciare un invito a chi ne fosse interessato per la pubblicazione (magari la stessa Casa Editrice Manni); molto interessane nei suoi contenuti, emozionanti e riflessivi nella prima parte, tecnico-giuridici, nella seconda. Signor Direttore, la conseguenza del mio “distacco” dal mondo criminale, è stata quella che in questi ultimi dieci anni io (all’interno del carcere) e mia moglie, viviamo ognuno in un proprio mondo, lavorando serenamente e svolgendo le mansioni più umili, per il nostro sostentamento economico, dal momento che non percepisco alcun “contributo” economico lecito o, ancor peggio, illecito. A tal riguardo, per comprovare la veridicità delle mie asserzioni, alcuni mesi or sono, mi sono rivolto anche all’Ill.mo Procuratore Aggiunto della Distrettuale Antimafia di Lecce, Dr. Antonio De Donno, invitandolo a svolgere a 360° tutta l’attività d’indagine opportuna, al fine di verificare realmente il mio coinvolgimento attuale in vicende delittuose, proprio per confutare quelle “informative” ormai datate nel tempo, sulle quali vengo descritto ancora come “elemento di spicco” della Sacra Corona Unita. Al servizio dell’Ecc.ma Procura leccese vi sono illustri investigatori i quali sono ben informati che “quell’elemento di spicco”, è fuoriuscito da un bel pezzo dal panorama criminale salentino. Non per usare catatio benevolentia o sterili frasi ad effetto ma la mia vita e, soprattutto la mia personalità, sono divenute tutt’altra cosa di quando sventuratamente decisi di adottare un sistema di vita del tutto miserevole. Non sono disconosco e disprezzo quel Marcello Dell’Anna

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6 pensieri su “Lettera di Marcello Dell’Anna

  1. icittadiniprimaditutto in ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. E si ,siamo messi cosi, ma ricorda quel che sei oggi , non detestare quel Marcello Dell’Anna , eri tu sotto vestite spoglie , le hai tolte e sei venuto fuori come un fresco fiore …ti si può leggere nel tuo cuore .
    Continua la tua battaglia , sei sulla strada giusta , scrivi sempre e renditi reperibile, in questo modo , ti fa sentire vivo , e vivendo puoi lottare , con la fiamma che brucia in te …
    Che arrivi la tua fiamma a queste anime raffreddate guarendoli e mettendole sulla giusta via , anche loro si sono perse , anzi smarrite…il momento che stiamo vivendo non è fiorente , tutto è in subbuglio , e tutti stiamo soffreddo.
    Ma lotta lo stesso come tutti stiamo facendo…la tua lettera si diffonde …non resta in posta si muove e viene letta…

  3. Alessandra lucini in ha detto:

    Grandissima intelligenza e notevole sensibilità, fanno paura queste persone, lo so, anche perchè dici bene Marcello, bisogna guardarsi dai buoni che non sono mai stati cattivi. Marcello, come ho già detto molte volte, hai pur sempre un’arma, la penna, usala sistematicamente e sempre, non stancarti di usarla, la penna fa più paura di una pistola carica, ma tu non demordere, usa quell’arma ogni giorno e rivolgila a tutti gli enti e ministri e onorevoli che puoi, mi sento in colpa per non poter fare niente, davvero, e posso soltanto dirti, in bocca al lupo.

  4. Laura Rubini in ha detto:

    Ciao Marcello,
    effettivamente il giornalista avrebbe quanto meno potuto scrivere “l’ex boss” Marcello Dell’Anna…………………per me sarebbe giusto così, perchè in questo modo si metterebbe in evidenza il tuo cambiamento col passato………………
    Ma ora mi chiedo: ti è stato risposto alle tue osservazioni? E ancora, queste tue giuste osservazioni verranno prese in considerazione? Lo spero………….
    Laura R.

  5. luigi in ha detto:

    Ciao Dott Marcello,sono felice di saperTi rinato ……….Luigi Pa papicco 8 scaglione 1986 Briscese (BA )

  6. enzo di bartolomeo in ha detto:

    Carissimo, sono nato e cresciuto in Nardò, almeno fino a 28 anni, mi chiamo Enzo, ho letto la tua lettera e ne sono ammirato inquanto anch’io da una miserevole vita sto cercando di convertirmi attraverso le sacre scritture. Colgo nelle tue parole(scusa ma ti do del tu, se non altro perchè anche tu sei di Nardò), un esempio vivente non solo di una effettiva consapevolezza di cambiamento, ma la forza dell’ amore che in primo luogo ricevi dalle persone che anche tu ami , non ha barriere, e che tutto è possibile a questo sentimento, persino attraversare i muri che hai intorno a te, ma che alla fine ognuno di noi costruisce intorno a se . Ti scriverò ancora, ma intanto voglio che tu sappia, che da oggi anch’io darò un contributo affinchè tu possa tornare al più presto ad abbracciare i tuoi cari. Lo farò con l’arma della preghiera, e se può sembrare banale o riduttivo, penso che è uno strumento di speranza in quel Dio che tutto può in nome dell’amore tra le persone. ad ogni modo mi sei d’esempio in fatto di speranza, e se fosse possibile ogni tanto starei volentieri al tuo posto per farti passare più giornate insieme alla tua famiglia.
    Non sei solo. Enzo

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