Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Il punto di riferimento (seconda parte)… di Giovanni Arcuri

Il tre novembre avevo pubblicato la prima parte di questo pezzo, del nostro Giovanni Arcuri, detenuto a Rebibbia (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/11/03/il-punto-di-riferimento-prima-parte-di-giovanni-arcuri/).

Oggi pubblico la seconda e ultima parte.

Libertà, prigionia, potere, consenso. In questo testo Giovanni vola alto. Quale è il volto del potere? Quali sono le parole che stanno dietro alle parole? Quanto è  esteso il carcere? Quanti qui fuori sono prigionieri di altre prigioni? Quante risorse sono impiegata per fare perpetuare nel tempo il dominio dell’uomo sull’uomo?

E il nostro nemico chi è, dov’è? Sempre visibile, o impalpabile, abile a mascherarsi, pronto a dare caramelle e a nascondere fruste.

Il testo di Giovanni parla un po’ di tutto ciò. L’unico limite, se vogliamo, è che il tema è talmente COLOSSALE, che richiederebbe centinaia di pagine. Ma sicuramente, Giovanni non ha concluso con il suo interesse e i suo scritti su queste dinamiche.

Vi lascio ora alla seconda parte de “Il punto di riferimento”.

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Alcune notti fa ho sognato con mia figlia, però era piccolina e stava prendento lezioni di nuoto in una piscina coperta.

Indossa un costume rosso. Sa già nuotare ma non si sente ancora abbastanza sicura per farlo senza sostegno.

L’istruttrice la porta sul lato della piscina dove non si tocca.

La bambina deve saltare nell’acqua afferrandosi ad una lunga bacchetta che l’insegnante tiene tesa verso di lei. E’ un modo di aiutarla a vincere la paura dell’acqua.

Oggi però l’istruttrice vuole che la bambina salti senza aggrapparsi alla bacchetta. Uno, due, tre! La bambina salta, ma all’ultimo momento afferra l’asta. Nessuna delle due dice niente, ma si scambiano un vago sorriso.

Mia figlia esce dall’acqua arrampicandosi sulla scaletta e torna sul bordo della piscina.

<<Lasciami saltare di nuovo…>> dice. La donna fa un cenno di assenso. Roberta ispira, sibilando e salta, le mani lungo i fianchi e senza afferrarsi a niente. Quando riemerge la punta della bacchetta è proprio lì davanti  al suo naso. Fa due bracciate fino alla scaletta senza toccarla. Brava!

Nell’istante in cui mia figlia è saltata in acqua senza la bacchetta, nessuna delle due era in prigione.

Mi sveglio ed inizio la mia giornata con positività.

Osservate la struttura del potere senza precedenti che circonda il mondo, e come funziona la sua autorità. Ogni tirannia scopre ed improvvisa il proprio insieme di controlli.

Ed è per questo che al principio non ci rendiamo conto che si tratta di controlli viscosi.

Le forze del mercato che dominano il mondo asseriscono di essere inevitabilmente più forti di ogni stato-nazione. Questa asserzione è confermata ogni istante. Da una telefonata o e-mail non richiesta per convincere l’abbonato a sottoscrivere una nuova assicurazione sanitaria o pensione privata fino al più recente ultimatum dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Il risultato è che la maggior parte dei governi non governa più. Un governo non procede più nella direzione che si è scelto.

La parola orizzonte, con la su promessa di un futuro in cui sperare, è svanita dal discorso politico, a destra e a sinistra. La sola cosa ancora aperta alla discussione è come misurare quel che c’è.

I sondaggi di opinione rimpiazzano l’ordinamento e si sostituiscono al desiderio.

La maggior parte dei governi ammassa il branco invece di governare.

Nel settecento alla pena della carcerazione a lungo termine si dava con tono di approvazione la definizione di “morte civile”. Tre secoli dopo i governi stanno imponendo con la legge, forza, le minacce economiche ed il brusìo mediatico sempre più influente, regimi di massa di “morte civile”. Vivere sotto una qualsiasi tirannide del passato non era una forma di carcerazione? Non nel senso che sto descrivendo: quel che viviamo oggi è nuovo, per via del rapporto che ha con lo spazio.

Le forze del mercato finanziario che oggi governano il mondo sono extraterritoriali, vale a dire libere dalle costrizioni territoriali, le costrizioni della località. Sono perennemente remote, anonime, e dunque non devono preoccuparsi dell conseguenze fisiche, territoriali, delle loro azioni.

<<La posta odierna è creare condizioni favorevoli alla fiducia degli investitori…>> affermava poche settimane fa  il presidente della Banca federale tedesca. La sola e suprema priorità.

Ne consegue che il controllo delle popolazioni mondiali, composte d produttori, consumatori e poveri emarginati, è il compito assegnato ai docili governi nazionali.

Il pianeta è una prigione ed i governi di destra e di sinistra sono i carcerieri. 

Il sistema prigione opera grazie al ciberspazio. Il ciberspazio offre al mercato una rapidità di scambio pressocché istantanea, in funzione ventiquattro ore su ventiquattro in tutto il mondo per commerciare. Da questa rapidità, da questa velocità, la tirannia del mercato ottiene la sua licenza extraterritoriale. Una simile velocità, tuttavia, ha un effetto patologico su quelli che la praticano: li anestetizza. Qualunque cosa succeda, business as usual.

Quella velocità non lascia spazio al dolore: forse alle sue avvisaglie ma non alle sofferenza. Di conseguenza, la condizione umana è bandita, esclusa, da chi fa funzionare il sistema, che è solo perché non ha cuore.

In passato i tiranni erano spietati e inaccessibili, ma facevano parte del vicinato ed erano esposti al dolore. Non è più così, ed in questo sta il probabile punto debole del sistema.

Loro sono miei compagni di prigionia. Questo riconoscimento, con qualunque tono di voce lo si dichiari, contiene un rifiuto. Da nessuna parte più che in prigione il futuro è conteggiato e atteso, come qualcosa di assolutamente opposto al presente. Chi è in carcere non accetterà mai che il presente sia definitivo. 

Nel frattempo, come vivere questo presente? Che conclusione trarre? Come agire? Adesso che il punto di riferimento è stato fissato ho qualche indicazione da suggerire.

Di qua dai muri si dà retta all’esperienza, nessuna esperienza è considerata obsoleta. Qui la sopravvivenza è rispettata ed è inutile dire che spesso dipende dalla solidarietà dei compagni di prigionia e dalla forza  di carattere di ciascuno. Essere attivi mentalmente e fisicamente. 

Le autorità lo sanno, ecco perché spesso ricorrono all’isolamento, attraverso la segregazione fisica o il loro brusio mediatico, per disconnettere le vite individuali della storia, del lascito del passato, della terra e, soprattutto, un futuro comune.

Ignorate le chiacchiere dei carcerieri dentro e fuori dal muro. Ovviamente tra i carcerieri, ce ne sono di cattivi e meno cattivi. In certe condizioni è inutile notare la differenza.

Ma quel che dicono sono una marea di cazzate. I loro inni, le loro parole, per esempio Sicurezza, Democrazia, Identità, Civiltà, Flessibilità, Produttività, Umanizzazione della pena, Diritti Umani, Integrazione, Terrorismo, Libertà, sono ripetuti all’infinito per confondere, dividere, distrarre e sedare tutti i compagni di prigionia, fuori e dentro.

Le loro parole sono prive di significato perché c’è l’inganno. Riflettete in silenzio e mi darete ragione, analizzate i particolari, gli accanimenti mediatici su un qualcosa che poi puntualmente sparisce dalle scene e non se ne parla più. Sono segnali, piccole cose che s’insidiano nelle menti e condizionano atteggiamenti e punti di vista. Per raggiungere scopi ben precisi di volta in volta.

Tra i compagni di prigionia non mancano i conflitti, fuori e dentro. In alcuni casi anche violenti.

Tutti i prigionieri sono deprivati (non depravati mi raccomando…) eppure ci sono diversi gradi di deprivazione e le differenze di grado suscitano invidia. Di qua dai muri la vita in molte prigioni del mondo vale poco. Il fatto che la tirannide globale sia senza volto incoraggia la ricerca di capri espiatori, di nemici immediatamente identificabili tra gli altri reclusi. E’ fondamentale mantenere un livello di allarme sociale, contrariamente i fondi che i poveri contribuenti sono costretti a sborsare finirebbero altrove. E questo loro  non lo vogliono. Sono anch’essi parte di un meccanismo ma la loro catena serve a chi si trova più in alto di loro e continui ad operare indisturbato. Se ogni tanto bisogna inventare qualche ricca storia, fabbricare prove dal nulla, condannare sull’intenzione ed altre cose aberranti è un sacrificio accettabile per il mantenimento dello status quo, poi se il sacrificato è uno qualsiasi o un pregiudicato, meglio ancora. Carne da macello.

Questo stato di cose alla lunga crea il caos. I poveri aggrediscono i poveri, chi è stato invaso saccheggia invasore. I compagni di prigionia non andrebbero idealizzati.

Senza idealizzare, prendete nota di quello che hanno in comune, la loro inutile sofferenza, la loro resistenza, la loro scaltrezza, la loro esperienza, è più significativo, più eloquente di quel che lì separa. E’ a partire da qui che si creano nuove forme di solidarietà. Le nuove solidarietà iniziano con il reciproco riconoscimento delle differenze e delle molteplicità. <<Se questa è vita!…>>. Vi ricordate? Una solidarietà non di massa ma reticolare, di gran lunga più appropriata alle condizioni di vita di un carcere.

Le autorità fanno sistematicamente del loro meglio per tenere i compagni detenuti di prigionia male o poco informati su quel che succede altrove nella prigione del mondo. Non indottrinano nel senso  aggressivo del termine. L’indottrinamento è riservato alla formazione di una piccola èlite di operatori ed esperti di management e mercato. Riguardo alla massa della popolazione carceraria globale lo scopo è non attivarla, bensì tenerla in uno stato di insicurezza passiva, per ricordarle senza rimorsi che nella vita non c’è altro che rischio e che la terra è un posto pericoloso.

Lo si fa mescolando informazioni accuratamente selezionate, informazioni sbagliate, commenti, dicerie, storie inventate di sana pianta. Gossip, cronaca nera, sport… peanuts. Nella misura in cui riesce, l’operazione propone e alimenta un paradosso allucinante, poiché spinge la popolazione carceraria a credere che per ognuno dei suoi membri la priorità sia organizzare la propria difesa personale e ottenere, in qualche modo, nonostante il comune stato di reclusione, la propria speciale esenzione dal destino collettivo. Emergere dal branco ed avere successo.

L’immagine dell’umanità che ci viene trasmessa dalla visione del mondo è ancora una volta senza precedenti. L’umanità è presentata come una massa di codardi: solo i vincenti sono coraggiosi. Inoltre non ci sono regali: ci sono solo premi.

I prigionieri hanno sempre trovato dei sistemi per comunicare tra loro. Nell’attuale prigione globale il ciberspazio può essere usato contro gli interessi di chi lo ha originariamente installato. In questo modo i pochi reclusi con consapevolezza raccolgono informazioni su quel che il mondo fa ogni giorno e ricostruiscono le storie del passato, trovandosi così fianco a fianco con i morti.

Nel farlo riscoprono piccoli doni, esempi di coraggio, testimonianze di qualche valoroso che non ha accettato a schiena curva i condizionamenti. Un’unica rosa in una cucina dove non c’è abbastanza da mangiare, odio religioso, conflitti, dolori indelebili, l’instancabilità delle madri, risate, aiuto reciproco, silenzio, una resistenza che continua a crescere, il sacrificio volontario, altre risate…

I messaggi sono brevi, ma si protraggono nella solitudine delle loro (nostre)  notti.

L’indicazione finale non è tattica ma strategica.

Il fatto che i tiranni del mondo siano extraterritoriali spiega la misura della loro capacità di sorveglianza, ma indica anche una debolezza a venire.

Operano nel ciberspazio e abitano in condomini strettamente vigilati. La privacy però è un lusso passato di moda, il controllo è quasi totale. Il nostro, ma anche il loro. Le cose gli stanno sfuggendo di mano. Non sanno niente della terra che li circonda. Né vogliono conoscerla, perché a sentir loro si tratta di un sapere superficiale, senza profondità. Contano solo le risorse che ne estraggono., compreso l’oppio dall’Afganistan e il petrolio e gas dei paesi limitrofi per cui migliaia di poveri ragazzi ignari, italiani inclusi, continuano a morire. Non possono prestare ascolto alla terra, sul terreno sono ciechi. Nello spazio fisico e locale sono persi, a loro interessa il raggiungimento di un mercato unico globalizzato, ad ogni costo. Lo spread è un male accettabile, va e viene, e poi c’è sempre tra di loro chi specula e non poco…

Per i compagni di prigionia è vero il contrario. Le cellule hanno pareti che si toccano da una parte all’altra dal mondo. Gli atti  concreti di resistenza, derivanti da una presa di coscienza, se prolungati, si radicheranno nel locale, vicino e lontano. Il risveglio delle coscienze dopo generazioni. Ognuno avrà il diritto di scegliere quale strada percorrere, autonomamente e senza condizionamenti.

Lentamente la libertà viene ritrovata non all’esterno, ma nel cuore della prigione. Uniti.

Rebibbia jail, Year of hope

Giovanni Arcuri

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4 pensieri su “Il punto di riferimento (seconda parte)… di Giovanni Arcuri

  1. icittadiniprimaditutto in ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. splendida analisi, grande lucidità, grazie

  3. Pina in ha detto:

    Questo e tutto chiaro per me che esploro e mi nutro di odori e sapori perché rafforza la mia esistenza ,dirigendosi
    verso la mia parte interiore della mia prigione…che esplode è diffonde , pensando che ci sarà sempre qualcun altro che capterà il messaggio…e di sentire le stesse cose che hanno trasmesso a me, quel che tu Giovanni hai dato oggi a me . 😉 grazie

    • giovanni in ha detto:

      Grazie a te per l’energia che mi trasmetti nelle tue considerazioni. Sono finalmente in semilibertà e se vorrete sono su fb. Sono a vostra disposizione se lo riterrete opportuno.

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