Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Perchè ho abbandonato la toga dopo 42 anni- parla il giudice Edoardo Mori

–(integrazione inserita il 23 febbraio 2013)

Intervengo per modificare questo post, per correggere un nostro sbaglio.

Quando pubblicai questo post, non avevo pubblicato la fonte originaria dell’intervista al giudice Edoardo Mori. L’amico Pasquale De Feo aveva condiviso con noi questa interessante intervista e io la pubblicai e negligentemente non ricercai la fonte.

Qui abbiamo l’abitudine a sapere riconoscere i nostri errori quando li facciamo.

L’intervista all’ex magistrato Edoardo Nori fu pubblicata su “Il Giornale” il 18 settembre 2011, a firma del giornalista Stefano Lorenzetto (link.. http://www.ilgiornale.it/news/e-giudice-si-tolse-toga-non-sopportavo-pi-l-idiozia-troppi.html)–

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Questa sconvolgente intervista ce l’ha fatta conoscere il nostro Pasquale De Feo.

E la sua importanza è tale che l’ho tolta dal suo diario per farne un  post apposito.

E’ un clamoroso atto di denuncia del sistema giudiziario italiano, fatto da chi -Edoardo Mori, magistrato lo è stato -in modo instancabile e apprezzatissimo- per 42 anni.

Quello che racconta è lo sfacelo totale. 

Una delle sue dichiarazioni..

«Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm».

Ed eccone un’altra…

«La categoria s’è autoapplicata la regola che viene attribuita all’imputato Stefano Ricucci: “È facile fare il frocio col sedere degli altri”. Le risulta che il Consiglio superiore della magistratura abbia mai condannato i giudici che distrussero Enzo Tortora? E non parliamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai riparato: un innocente condannato o un colpevole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denunciare le manchevolezze delle Procure».

E ancora un’altra..

<<i periti offrono ai Pm le risposte desiderate, gli forniscono le pezze d’appoggio per confermare le loro tesi preconcette. I Pm non tollerano un perito critico, lo vogliono disponibile a sostenere l’accusa a occhi chiusi. E siccome i periti sanno che per lavorare devono far contenti i Pm, si adeguano>>.

Edoardo Mori -uno di quegli uomini precisi, scrupolosi e dallo stile impeccabile che sembrano appartenere a un secolo precedente- se ne è andato dalla magistratura con un senso di disgusto. Racconta di come troppe volte si è fatto e viene fatto totalmente carta straccia del diritto.

E’ davvero estremamente raro che un Magistrato, specie se ha svolto ruoli importanti, faccia dichiarazioni di questo livello.

Ecco perché crediamo che questa intervista vada letta.

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Magistrati, alzatevi! Stavolta gli imputati siete voi e a processarvi è un vostro collega, il giudice Edoardo Mori. Che un anno fa, come in questi giorni, decise di strapparsi di dosso la toga, disgustato dall’impreparazione e dalla faziosità regnanti nei palazzi di giustizia. «Sarei potuto rimanere fino al 2014, ma non ce la facevo più a reggere l’idiozia delle nuove leve che sui giornali e nei tiggì incarnano il volto della magistratura. Meglio la pensione».

Per 42 anni il giudice Mori ha servito lo Stato tutti i santi i giorni, mai un’assenza, a parte la settimana in cui il figlioletto Daniele gli attaccò il morbillo; prima per otto anni pretore a Chiavenna, in Valtellina, e poi dal 1977 giudice istruttore, giudice per le indagini preliminari, giudice fallimentare (il più rapido d’Italia, attesta il ministero della Giustizia), nonché presidente del Tribunale della libertà, a Bolzano, dov’è stato protagonista dei processi contro i terroristi sudtirolesi, ha giudicato efferati serial killer come Marco Bergamo (cinque prostitute sgozzate a coltellate), s’è occupato d’ogni aspetto giurisprudenziale a esclusione solo del diritto di famiglia e del lavoro.

Con un’imparzialità e una competenza che gli vengono riconosciute persino dai suoi nemici. Ovviamente se n’è fatti parecchi, esattamente come suo padre Giovanni, che da podestà di Zeri, in Lunigiana, nel 1939 mandò a farsi friggere Benito Mussolini, divenne antifascista e ospitò per sei mesi in casa propria i soldati inglesi venuti a liberare l’Italia.

Mori confessa d’aver tirato un sospirone di sollievo il giorno in cui s’è dimesso: «Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm».

Da sempre studioso di criminologia e scienze forensi, il dottor Mori è probabilmente uno dei rari magistrati che già prima di arrivare all’università si erano sciroppati il Trattato di polizia scientifica di Salvatore Ottoleghi (1910) e il Manuale del giudice istruttore di Hans Gross (1908). Le poche lire di paghetta le investiva in esperimenti su come evidenziare le impronte digitali utilizzando i vapori di iodio. Non c’è attività d’indagine (sopralluoghi, interrogatori, perizie, autopsie, Dna, rilievi dattiloscopici, balistica) che sfugga alle conoscenze scientifiche dell’ex giudice, autore di una miriade di pubblicazioni, fra cui il Dizionario multilingue delle armi, il Codice delle armi e degli esplosivi e il Dizionario dei termini giuridici e dei brocardi latini che vengono consultati da polizia, carabinieri e avvocati come se fossero tre dei 73 libri della Bibbia.

Nato a Milano nel 1940, nel corso della sua lunga carriera Mori ha firmato almeno 80.000 fra sentenze e provvedimenti, avendo la soddisfazione di vederne riformati nei successivi gradi di giudizio non più del 5 per cento, un’inezia rispetto alla media, per cui gli si potrebbe ben adattare la frase latina che Sant’Agostino nei suoi Sermones riferiva alle questioni sottoposte al vaglio della curia romana o dello stesso pontefice: «Roma locuta, causa finita». Il dato statistico può essere riportato solo perché Mori è uno dei pochi, o forse l’unico in Italia, che ha sempre avuto la tigna di controllare periodicamente com’erano andati a finire i casi passati per le sue mani: «Di norma ai giudici non viene neppure comunicato se le loro sentenze sono state confermate o meno. Un giudice può sbagliare per tutta la vita e nessuno gli dice nulla. La corporazione è stata di un’abilità diabolica nel suddividere le eventuali colpe in tre gradi di giudizio. Risultato: deresponsabilizzazione totale. Il giudice di primo grado non si sente sicuro? Fa niente, condanna lo stesso, tanto – ragiona – provvederà semmai il collega in secondo grado a metterci una pezza. In effetti i giudici d’appello un tempo erano eccellenti per prudenza e preparazione, proprio perché dovevano porre rimedio alle bischerate commesse in primo grado dai magistrati inesperti. Ma oggi basta aver compiuto 40 anni per essere assegnati alla Corte d’appello. Non parliamo della Cassazione: leggo sentenze scritte da analfabeti».

Soprattutto, se il giudice sbaglia, non paga mai. «La categoria s’è autoapplicata la regola che viene attribuita all’imputato Stefano Ricucci: “È facile fare il frocio col sedere degli altri”. Le risulta che il Consiglio superiore della magistratura abbia mai condannato i giudici che distrussero Enzo Tortora? E non parliamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai riparato: un innocente condannato o un colpevole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denunciare le manchevolezze delle Procure».

Il dottor Mori parla con cognizione di causa: ha dovuto subire ben sei provvedimenti disciplinari e tutti per aver criticato l’operato di colleghi arruffoni e incapaci. «Dopo aver letto una relazione scritta per un pubblico ministero pugliese, con la quale il perito avrebbe fatto condannare un innocente sulla base di rivoltanti castronerie, mi permisi di scrivere al procuratore capo, avvertendolo che quel consulente stava per esporlo a una gran brutta figura. Ebbene, l’emerita testa mi segnalò per un procedimento disciplinare con l’accusa d’aver “cercato di influenzarlo” e un’altra emerita testa mi rinviò a giudizio. Ogni volta che ho segnalato mostruosità tecniche contenute nelle sentenze, mi sono dovuto poi giustificare di fronte al Csm. E ogni volta l’organo di autogoverno della magistratura è stato costretto a prosciogliermi. Forse mi ha inflitto una censura solo nel sesto caso, per aver offuscato l’immagine della giustizia segnalando che un incolpevole cittadino era stato condannato a Napoli. Ma non potrei essere più preciso al riguardo, perché, quando m’è arrivata l’ultima raccomandata dal Palazzo dei Marescialli, l’ho stracciata senza neppure aprirla. Delle decisioni dei supremi colleghi non me ne fregava più nulla».

–Perché ha fatto il magistrato?

«Per laurearmi in fretta, visto che in casa non c’era da scialare. Fin da bambino me la cavavo un po’ in tutto, perciò mi sarei potuto dedicare a qualsiasi altra cosa: chimica, scienze naturali e forestali, matematica, lingue antiche. Già da pretore mi documentavo sui testi forensi tedeschi e statunitensi e applicavo regole che nessuno capiva. Be’, no, a dire il vero uno che le capiva c’era: Giovanni Falcone».

–Il magistrato trucidato con la moglie e la scorta a Capaci.

«Mi portò al Csm a parlare di armi e balistica. Ma poi non fui più richiamato perché osai spiegare che molti dei periti che i tribunali usavano come oracoli non erano altro che ciarlatani. Ciononostante questi asini hanno continuato a istruire i giovani magistrati e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma guai a parlar male dei periti ai Pm: ti spianano. Pensi che uno di loro, utilizzato anche da un’università romana, è riuscito a trovare in un residuo di sparo tracce di promezio, elemento chimico non noto in natura, individuato solo al di fuori del sistema solare e prodotto in laboratorio per decadimento atomico in non più di 10 grammi».

–Per quale motivo i pubblici ministeri scambiano i periti per oracoli?

«Ma è evidente! Perché ».

–Ci sarà ben un organo che vigila sull’operato dei periti.

«Nient’affatto, in Italia manca totalmente un sistema di controllo. Quando entrai in magistratura, nel 1968, era in auge un perito che disponeva di un’unica referenza: aver recuperato un microscopio abbandonato dai nazisti in fuga durante la seconda guerra mondiale. Per ottenere l’inserimento nell’albo dei periti presso il tribunale basta essere iscritti a un ordine professionale. Per chi non ha titoli c’è sempre la possibilità di diventare perito estimatore, manco fossimo al Monte di pietà. Ci sono marescialli della Guardia di finanza che, una volta in pensione, ottengono dalla Camera di commercio il titolo di periti fiscali e con quello vanno a far danni nelle aule di giustizia».

–Sono sconcertato.

«Anche lei può diventare perito: deve solo trovare un amico giudice che la nomini. I tribunali rigurgitano di tuttologi, i quali si vantano di potersi esprimere su qualsiasi materia, dalla grafologia alla dattiloscopia. Spesso non hanno neppure una laurea. Nel mondo anglosassone vi è una tale preoccupazione per la salvaguardia dei diritti dell’imputato che, se in un processo si scopre che un perito ha commesso un errore, scatta il controllo d’ufficio su tutte le sue perizie precedenti, fino a procedere all’eventuale revisione dei processi. In Italia periti che hanno preso cantonate clamorose continuano a essere chiamati da Pm recidivi e imperterriti, come se nulla fosse accaduto».

–Può fare qualche caso concreto?

«Negli accertamenti sull’attentato a Falcone vennero ricostruiti in un poligono di tiro – con costi miliardari, parlo di lire – i 300 metri dell’autostrada di Capaci fatta saltare in aria da Cosa nostra, per scoprire ciò che un esperto già avrebbe potuto dire a vista con buona approssimazione e cioè il quantitativo di esplosivo usato. È chiaro che ai fini processuali poco importava che fossero 500 o 1.000 chili. Molto più interessante sarebbe stato individuare il tipo di esplosivo. Dopo aver costruito il tratto sperimentale di autostrada, ci si accorse che un manufatto recente aveva un comportamento del tutto diverso rispetto a un manufatto costruito oltre vent’anni prima. Conclusione: quattrini gettati al vento. Nel caso dell’aereo Itavia, inabissatosi vicino a Ustica nel 1980, gli esami chimici volti a ricercare tracce di esplosivi su reperti ripescati a una profondità di circa 3.500 metri vennero affidati a chimici dell’Università di Napoli, i quali in udienza dichiararono che tali analisi esulavano dalle loro competenze. Però in precedenza avevano riferito di aver trovato tracce di T4 e di Tnt in un sedile dell’aereo e questa perizia ebbe a influenzare tutte le successive pasticciate indagini, orientate a dimostrare che su quel volo era scoppiata una bomba. Vuole un altro esempio di imbecillità esplosiva?».

–Prego. Sono rassegnato a tutto.

«Per anni fior di magistrati hanno cercato di farci credere che il plastico impiegato nei più sanguinosi attentati attribuiti all’estrema destra, dal treno Italicus nel 1974 al rapido 904 nel 1984, era stato recuperato dal lago di Garda, precisamente da un’isoletta, Trimelone, davanti al litorale fra Malcesine e Torri del Benaco, militarizzata fin dal 1909 e adibita a santabarbara dai nazisti. Al processo per la strage di Bologna l’accusa finì nel ridicolo perché nessuno dei periti s’avvide che uno degli esplosivi, asseritamente contenuti nella valigia che provocò l’esplosione e che pareva fosse stato ripescato nel Benaco dai terroristi, era in realtà contenuto solo nei razzi del bazooka M20 da 88 millimetri di fabbricazione statunitense, entrato in servizio nel 1948. Un po’ dura dimostrare che lo avessero già i tedeschi nel 1945».

–Ormai non ci si può più fidare neppure dell’esame del Dna, basti vedere la magra figura rimediata dagli inquirenti nel processo d’appello di Perugia per l’omicidio di Meredith Kercher.

«Si dice che questo esame presenti una probabilità d’errore su un miliardo. Falso. Da una ricerca svolta su un database dell’Arizona, contenente 65.000 campioni di Dna, sono saltate fuori ben 143 corrispondenze. Comunque era sufficiente vedere i filmati in cui uno degli investigatori sventolava trionfante il reggiseno della povera vittima per capire che sulla scena del delitto era intervenuta la famigerata squadra distruzione prove. A dimostrazione delle cautele usate, il poliziotto indossava i guanti di lattice. Restai sbigottito vedendo la scena al telegiornale. I guanti servono per non contaminare l’ambiente col Dna dell’operatore, ma non per manipolare una possibile prova, perché dopo due secondi che si usano sono già inquinati. Bisogna invece raccogliere ciascun reperto con una pinzetta sterile e monouso. I guanti non fanno altro che trasportare Dna presenti nell’ambiente dal primo reperto manipolato ai reperti successivi. E infatti adesso salta fuori che sul gancetto del reggipetto c’era il Dna anche della dottoressa Carla Vecchiotti, una delle perite che avrebbero dovuto isolare con certezza le eventuali impronte genetiche di Raffaele Sollecito e Amanda Knox. Non è andata meglio a Cogne».

–Cioè?

«In altri tempi l’indagine sulla tragica fine del piccolo Samuele Lorenzi sarebbe stata chiusa in mezza giornata. Gli infiniti sopralluoghi hanno solo dimostrato che quelli precedenti non erano stati esaustivi. Il sopralluogo è un passaggio delicatissimo, che non consente errori. Gli accessi alla scena del delitto devono essere ripetuti il meno possibile perché ogni volta che una persona entra in un ambiente introduce qualche cosa e porta via altre cose. Ma il colmo dell’ignominia è stato toccato nel caso Marta Russo».

–Si riferisce alle prove balistiche sul proiettile che uccise la studentessa nel cortile dell’Università La Sapienza di Roma?

«E non solo. S’è preteso di ricostruire la traiettoria della pallottola avendo a disposizione soltanto il foro d’ingresso del proiettile su un cranio che era in movimento e che quindi poteva rivolgersi in infinite direzioni. In tempi meno bui, sui libri di geometria del ginnasio non si studiava che per un punto passano infinite rette? Dopodiché sono andati a grattare il davanzale da cui sarebbe partito il colpo e hanno annunciato trionfanti: residui di polvere da sparo, ecco la prova! Peccato che si trattasse invece di una particella di ferodo per freni, di cui l’aria della capitale pullula a causa del traffico. La segretaria Gabriella Alletto è stata interrogata 13 volte con metodi polizieschi per farle confessare d’aver visto in quell’aula gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Uno che si comporta così, se non è un pubblico ministero, viene indagato per violenza privata. Un Pm non può usare tecniche da commissario di pubblica sicurezza, anche se era il metodo usato da Antonio Di Pietro, che infatti è un ex poliziotto».

–Un sistema che ha fatto scuola.

«La galera come mezzo di pressione sui sospettati per estorcere confessioni. Le manette sono diventate un moderno strumento di tortura per acquisire prove che mancano e per costringere a parlare chi, per legge, avrebbe invece diritto a tacere».

–Che cosa pensa delle intercettazioni telefoniche che finiscono sui giornali?

«Non serve una nuova legge per vietare la barbarie della loro indebita pubblicazione. Quella esistente è perfetta, perché ordina ai Pm di scremare le intercettazioni utili all’indagine e di distruggere le altre. Tutto ciò che non riguarda l’indagato va coperto da omissis in fase di trascrizione. Nessuno lo fa: troppa fatica. Ci vorrebbe una sanzione penale per i Pm. Ma cane non mangia cane, almeno in Italia. In Germania, invece, esiste uno specifico reato. Rechtsverdrehung, si chiama. È lo stravolgimento del diritto da parte del giudice».

–Come mai la giustizia s’è ridotta così?

«Perché, anziché cercare la prova logica, preferisce le tesi fantasiose, precostituite. Le statistiche dimostrano invece che nella quasi totalità dei casi un delitto è banale e che è assurdo andare in cerca di soluzioni da romanzo giallo. Lei ricorderà senz’altro il rasoio di Occam, dal nome del filosofo medievale Guglielmo di Occam».

–In un ragionamento tagliare tutto ciò che è inutile.

«Appunto. Le regole logiche da allora non sono cambiate. Non vi è alcun motivo per complicare ciò che è semplice. Il “cui prodest?” è risolutivo nel 50 per cento dei delitti. Chi aveva interesse a uccidere? O è stato il marito, o è stata la moglie, o è stato l’amante, o è stato il maggiordomo, vedi assassinio dell’Olgiata, confessato dopo 20 anni dal cameriere filippino Manuel Winston. Poi servono i riscontri, ovvio. In molti casi la risposta più banale è che proprio non si può sapere chi sia l’autore di un crimine. Quindi è insensato volerlo trovare per forza schiaffando in prigione i sospettati».

–Ma perché si commettono tanti errori nelle indagini?

«I giudici si affidano ai laboratori istituzionali e ne accettano in modo acritico i responsi. Nei rari casi in cui l’indagato può pagarsi un avvocato e un buon perito, l’esperienza dimostra che l’accertamento iniziale era sbagliato. I medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera. Paradigmatico resta il caso di Ettore Grandi, diplomatico in Thailandia, accusato nel 1938 d’aver ucciso la moglie che invece si era suicidata. Venne assolto nel 1951 dopo anni di galera e ben 18 perizie medico-legali inconcludenti».

–E si ritorna alla conclamata inettitudine dei periti.

«L’indagato innocente avrebbe più vantaggi dall’essere giudicato in base al lancio di una monetina che in base a delle perizie. E le risparmio l’aneddotica sulla voracità dei periti».

–No, no, non mi risparmi nulla.

«Vengono pagati per ogni singolo elemento esaminato. Ho visto un colonnello, incaricato di dire se 5.000 cartucce nuove fossero ancora utilizzabili dopo essere rimaste in un ambiente umido, considerare ognuna delle munizioni un reperto e chiedere 7.000 euro di compenso, che il Pm gli ha liquidato: non poteva spararne un caricatore? Ho visto un perito incaricato di accertare se mezzo container di kalashnikov nuovi, ancora imballati nella scatola di fabbrica, fossero proprio kalashnikov. I 700-800 fucili mitragliatori sono stati computati come altrettanti reperti. Parcella da centinaia di migliaia di euro. Per fortuna è stata bloccata prima del pagamento».

–In che modo se ne esce?

«Nel Regno Unito vi è il Forensic sciences service, soggetto a controllo parlamentare, che raccoglie i maggiori esperti in ogni settore e fornisce inoltre assistenza scientifica a oltre 60 Stati esteri. Rivolgiamoci a quello. Dispone di sette laboratori e impiega 2.500 persone, 1.600 delle quali sono scienziati di riconosciuta autorità a livello mondiale».

–E per le altre magagne?

«In Italia non esiste un testo che insegni come si conduce un interrogatorio. La regola fondamentale è che chi interroga non ponga mai domande che anticipino le risposte o che lascino intendere ciò che è noto al pubblico ministero o che forniscano all’arrestato dettagli sulle indagini. Guai se il magistrato fa una domanda lunga a cui l’inquisito deve rispondere con un sì o con un no. Una palese violazione di questa regola elementare s’è vista nel caso del delitto di Avetrana. Il primo interrogatorio di Michele Misseri non ha consentito di accertare un fico secco perché il Pm parlava molto più dello zio di Sarah Scazzi: bastava ascoltare gli scampoli di conversazione incredibilmente messi in onda dai telegiornali. Ci sarebbe molto da dire anche sulle autopsie».

–Ci provi.

«È ormai routine leggere che dopo un’autopsia ne viene disposta una seconda, e poi una terza, quando non si riesumano addirittura le salme sepolte da anni. Ciò dimostra solamente che il primo medico legale non era all’altezza. Io andavo di persona ad assistere agli esami autoptici, spesso ho dovuto tenere ferma la testa del morto mentre l’anatomopatologo eseguiva la craniotomia. Oggi ci sono Pm che non hanno mai visto un cadavere in vita loro».

–Ma in mezzo a questo mare di fanghiglia, lei com’è riuscito a fare il giudice per 42 anni, scusi?

«Mi consideri un pentito. E un corresponsabile. Anch’io ho abusato della carcerazione preventiva, ma l’ho fatto, se mai può essere un’attenuante, solo con i pregiudicati, mai con un cittadino perbene che rischiava di essere rovinato per sempre. Mi autoassolvo perché ho sempre lavorato per quattro. Almeno questo, tutti hanno dovuto riconoscerlo».

–Non è stato roso dal dubbio d’aver condannato un innocente?

«Una volta sì. Mi ero convinto che un impiegato delle Poste avesse fatto da basista in una rapina. Mi fidai troppo degli investigatori e lo tenni dentro per quattro-cinque mesi. Fu prosciolto dal tribunale».

–Gli chiese scusa?

«Non lo rividi più, sennò l’avrei fatto. Lo faccio adesso. Ma forse è già morto».

Intervistato sul Corriere della Sera da Indro Montanelli nel 1959, il giorno dopo essere andato in pensione, il presidente della Corte d’appello di Milano, Manlio Borrelli, padre dell’ex procuratore di Mani pulite, osservò che «in uno Stato bene ordinato, un giudice dovrebbe, in tutta la sua carriera e impegnandovi l’intera esistenza, studiare una causa sola e, dopo trenta o quarant’anni, concluderla con una dichiarazione d’incompetenza».
«In Germania o in Francia non si parla mai di giustizia. Sa perché? Perché funziona bene. I magistrati sono oscuri funzionari dello Stato. Non fanno né gli eroi né gli agitatori di popolo. Nessuno conosce i loro nomi, nessuno li ha mai visti in faccia».

Si dice che il giudice non dev’essere solo imparziale: deve anche apparirlo. Si farebbe processare da un suo collega che arriva in tribunale con Il Fatto Quotidiano sotto braccio? Cito questa testata perché di trovarne uno che legga Il Giornale non m’è mai capitato.
«Ho smesso d’andare ai convegni di magistrati da quando, su 100 partecipanti, 80 si presentavano con La Repubblica e parlavano solo di politica. Tutti espertissimi di trame, nomine e carriere, tranne che di diritto».

–Quanti sono i giudici italiani dai quali si lascerebbe processare serenamente?

«Non più del 20 per cento. Il che collima con le leggi sociologiche secondo cui gli incapaci rappresentano almeno l’80 per cento dell’umanità, come documenta Gianfranco Livraghi nel suo saggio Il potere della stupidità».

–Perché ha aspettato il collocamento a riposo per denunciare tutto questo?

«A dire il vero l’ho sempre denunciato, fin dal 1970. Solo che potevo pubblicare i miei articoli unicamente sul mensile Diana Armi. Ha chiuso otto mesi fa».

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26 pensieri su “Perchè ho abbandonato la toga dopo 42 anni- parla il giudice Edoardo Mori

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Aberrante la nostra giustizia

  2. Pina in ha detto:

    Penso che dopo un percorso come questo ,disgustato e disgustante ….sentire storie cosi agghiaccianti e privi di sentimenti , tranne per chi a dovuto subire …
    Si hai perfettamente ragione , se la tua lunga carriera e stata pesante , nel non poter denunziare , liberamente un apparato cosi corrotto , che difficilmente si può auto processare …non lo farebbe mai , sono loro le alte cariche che impugnano lascia giudicante , con danni enormi per chi deve essere processato …senza vedere i loro errori , io lo chiamo un insulto alla loro professione , non esercita a dovere.
    Ma le mie parole non tuonano , ma il mio cuore , e sensibile e lavora per la pace …quando si sentirà veramente , la terra tremerà per la felicità , di una fine e di un nuovo risveglio.
    Come sempre Pasquale sei una fonte non solo di informazione , ma di ricchezza interiore.
    E con questo un saluto da me tua amica che ti seguo, e ti leggo ciao 😉 😉 😉

    • daniele in ha detto:

      No cara Pina posso condividere quasi tutto !!! Ma non che loro non vedono i loro errori.
      Sono solo menefreghisti in quanto non subiscono loro in prima persona !
      se poi succede ai loro famigliari sicuramente lavorano e vengono trattati in maniera diversa
      DAL VERO CITTADINO !

  3. icittadiniprimaditutto in ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  4. andrea in ha detto:

    grande dottor mori.

  5. gaetano inserra in ha detto:

    Finalmente una voce di dentro, che conferma tutto ciò che noi avvocati penalisti abbiamo sempre denunciato, purtroppo il sistema di autocontrollo produce questi effetti, il Giudice non è mai responsabile delle sue azioni o malazioni, non paga mai per la sua ignoranza superficiltà inettitudine ecc ecc.
    I politici sono troppo deboli per ridurre gli eccessi della magistratura, troppo compromessi per portare avanzi un azione di forza contro i magistrati.

  6. avv.carolita bonora del foro di brescia in ha detto:

    vorrei chiedere al giudice mori cosa puo’dire dei periti estimatori della multiproprieta’ laurin di via carezza 127 nova levante bz dei legali e dell’operato della cancelleria delle esecuzioni immobiliari che ho avuto la disavventura di adire restandone sconcertata a dirla con un eufemismo .

  7. è uno schifo non ci si può fidare neanche della giustizia….ma quale giustizia se non c’è neanche quella …sono tutti corrotti i migliori li hanno fatti fuori come Borsellino ..ora anche questo giudice si è dimesso…ma in che mani siamo messi

  8. Patrizia 1967 in ha detto:

    triste,,,,,, triste pensare che la nostra vita sia governata da tanta superficialità ma sopratutto dal potere mediatico e dal denaro……. Se è vero che anche la storia ci insegna che tutto è stato condizionato dal potere e dalle richezze materiali ciò non toglie che in questa epoca di conoscenza e scoperte si continui a perseverare in questo errore…….

  9. daniele in ha detto:

    penso che il Sig. Edoardo Mori sia una persona di valore e tanto di cappello !!
    Penso che sia una persona da cui
    – Agenti di polizia
    – Carabinieri
    – avvocati
    e tutte le istituzioni e cattegorie che collaborano per la tutela dei diritti umani,
    debbano prendere esempio
    e denunciare chi abusa della autorita concessa per il loro ruolo nella societa
    e non essere dei codardi col distintivo !
    Penso che dovrebbero aiutare i loro compaesani !!
    COME ?
    – DENUCIANDO
    – DENUINCIANDO
    E ANCORA DENUNCIANDO GLI ABUSIVISTI DI POTERE !!
    Il Sig. Magistrato Edoardo Mori e stata una persona coerente con cio per cui aveva giurato all’inizio della sua cariera e dimettendosi perche indignato dello schifo che ce in italia !!
    E non disposto a abassarsi al loro indegno livello !
    Io penso che non dovrebbe essere il Sig.Mori a essersi dimesso
    ma gli altri a dover lasciare le poltrone !!!
    Grazie Sig. Mori per una conferma di cio che molti italiani sanno gia e che atrettanti ipocriti fanno finta di non vedere !!
    Grazie ci ha dato conferma che siamo nel giusto
    grazie Daniele

  10. teddy in ha detto:

    Concordo col suddetto. Al di là dei processi mediatici, ce ne sono un’infinità di cui nessuno ne parla.. e di tante azioni irresponsabili da parte di giudici che offendono la bandiera italiana.. Solo uno dei mille casi: che fine ha fatto il giudice che per una intolleranza alimentare al cibo del carcere ha concesso i domiciliari ad un boss della camorra condannato all’ergastolo per vari omicidi? …credo che sia rimasto al suo posto..

  11. Pingback: LEGALI.IN » Blog Archive » INTERVISTA CHOC AD UN GIUDICE CHE SI SCHIERA CONTRO LA MAGISTRATURA

  12. Gigi PLC in ha detto:

    Rimango esterrefatto……….vorrei una copia e non riesco a farla come faccio?

    • Sei riuscito poi ad avere una copia? Se si, come hai fatto?

      • Ciao Eclo, se vuoi ti posso fare avere l’intervista che ho pubblicata sul mio giornale ed anche il seguito della stessa, che mmi è costata 4.000 euro. Puoi rispondermi al mio indirizzo di posta elettronica, cosi ti mando il PDF. Ciao.

  13. paniccia maria teresa in ha detto:

    io pregherei a tutti i citadini ,avocati,pm, giudici etcc che si rispecchiano nella stessa linea del signor giudice mori ,che prendessero iniziative nelle sedi apropiate ,io mi ritengo ignorante della materia ,ma dispiace che gente onesta debba fare un passo indietro mentre i disonesti rimangano al potere

  14. DOMENICO in ha detto:

    Dice bene il giudice Mori : é l’incompetenza che regna sovrana e che causa i guai peggiori, in un campo dove dovrebbe essere d’obbligo la preparazione, la competenza, la serietà e l’impegno totale, perchè è in gioco la GIUSTIZIA GIUSTA!!!!

  15. Avviso ai navigatori del web. Contrariamente a quanto riportato in testa all’intervista, essa non è stata fatta da Pasquale de Feo, ma da Stefano Lorenzetto, detentore di numerosi premi giornalistici, sia per lesue famose interviste, che per i libri da lui pubblicati. L’intervista al Giudice Mori, pertanto, la si deve a lui, mentre la foto è stata fatta dal suo fotografo Maurizio Don.
    Questa intervista, insieme ad altre di veneti importanti,è contenuta nell’ultimo libro, edito da Marsilio, uscito nelle librerie nello scorso mese di aprile dal titolo “Hic Sunt Leones”.
    Lo dico per avvisare chi volesse riprenderlo e magari diffonderlo, Avendolo ripreso e pubblicato sullla mia rivista bimestrale Il Giornale del Consumatore in due puntate, ho ricevuto una lettera dall’avvocato del sig. Lorenzetto per aver ripreso l’articolo da Internet, di aver indicato come utore un signore che non lo è, e di aver anche pubblicato la foto del dott. Mori senza avere l’autorizzazione del fotografo e del sig. Lorenzetto, che non sapevo fosse l’autore, in quanto non ppariva in nessuna parte dell’articolo. Per concludere sono stato inviatato a chiudere la mia colpa, pagando la somma di 4000,00, che per un giornale come il mio, per la sua limitata diffusione ai soci sardi dell’Unione Nazionale Consumatori, per l’assenza di ogni scopo di lucro ma solo per dare una informazione ai consumatori di una intervista che lascia allibiti per lo stato della nostra magistratura.
    Romno Satolli-Cagliari

  16. alfrhaed in ha detto:

    Ciao Romano Satolli… credo che forse ti sia sfuggita l’integrazione che ho messo in calce al post.. La troverai se leggi attentamente.. ma te la riporto anche qua..

    “–(integrazione inserita il 23 febbraio 2013)

    Intervengo per modificare questo post, per correggere un nostro sbaglio.

    Quando pubblicai questo post, non avevo pubblicato la fonte originaria dell’intervista al giudice Edoardo Mori. L’amico Pasquale De Feo aveva condiviso con noi questa interessante intervista e io la pubblicai e negligentemente non ricercai la fonte.

    Qui abbiamo l’abitudine a sapere riconoscere i nostri errori quando li facciamo.

    L’intervista all’ex magistrato Edoardo Nori fu pubblicata su “Il Giornale” il 18 settembre 2011, a firma del giornalista Stefano Lorenzetto (link.. http://www.ilgiornale.it/news/e-giudice-si-tolse-toga-non-sopportavo-pi-l-idiozia-troppi.html)–”

    Quando pubblicai questo estratto non dissi mai che era stato scritto da Pasquale De Feo, ma che Pasquale De Feo ce lo aveva fatto conoscere, citandolo nel suo diario. E Pasquale De Feo non avrebbe potuto esserne l’autore anche perché detenuto.
    Comunque, quando mi scrisse Stefano Lorenzetto (che aveva ragione, ma poteva esprimere la sua ragione un po’ più cortesemente di quanto ha fatto), ho provveduto seduta stante a inserire l’introduzione messa in cima all’articolo.
    Caro Romano Satolli.. trovo davvero triste che ti sia stato chiesto di pagare 4000 euro di multa. Credo che hai agito semplicemente in buona fede. Hai la mia vicinanza. Un saluto

    • Romano in ha detto:

      Caro amico,
      In effetti non avevo visto tutto quello che appariva. Ma io non credo che sia il sig. Lorenzetto a pretendere soldi, ma che sia il suo avvocato che si è buttato sull’osso da spolpare. Credo che Lorenzetto non sia interessato a togliermi 4.000 euro considerati i suoi guadagni. Credo che anche tu conosca gli avvocati. Nella prima racc. AR aveva minacciato segnalazione all’ordine dei giornalisti per i provvedimenti del caso, i danni perché avrei danneggiato la vendita del suo libro con l’uscita anticipata di quella intervista! Vedendo la faccia buona di Lorenzetto non credo che non sia stata la sua volontà a punirmi severamente. Non capisco dove abbiano saputo di quella mia pubblicazione! Nel web, bisogna avere la pw per leggero. Non mi capacito nemmeno perché, conoscendo che l’intervista risaliva al 2011 e che era stata già pubblicata, a lei lo abbia perdonato. Ora aspetto che mi dicano cosa dovrò pubblicare come rettifica dell’autore e quanto mi faranno umiliare.
      Alla faccia della libertà di stampa che si festeggia oggi. Cari saluti.
      Romano Satolli

  17. alberto andretta in ha detto:

    da uomo comune che per propria sfortuna si e’ venuto a trovare nei meandri della “giustizia italiana”, mai avrei pensato di verere un giudice di tale praticita’ ed onesta’

    • Romano Satolli in ha detto:

      Signor ANDRETTA, ha chiesto l’autorizzazione di pubblicazione a Lorenzetto? Non ha nemmeno citato l’autore della fotografia che appare. Sappia che per averla pubblicata su una mia piccola rivista, con poche centinaia di copie non sapendo il nome dell’autore, ma pensando che fosse Pasquale De Feo, Lorenzetto ed il fotografo mi hanno fatto inviare da un avvocato minacce di penali per mancata autorizzazione per cui mi hanno concesso – bontà loro…- di pagare “solo” 4.000 euro a rate. E pensare che lo stimavo! Ora la mia stima per l’uomo e e’ scomparsa! cordiali saluti. Inviato da iPhone

  18. marco in ha detto:

    Fui incorporato nell’esercito italiano il 29 giugno 1983, causa burocrazia mi congedarono il 29 febbraio 1991.
    Ho inteso una causa contro l’INPS per il riconoscimento dei contributi figurativi.
    Il giudice del tribunale di Teramo Alessandro Verrico ha respinto il ricorso emettendo una sentenza beffa.
    Il giudice Alessandro Verrico, ha del tutto ignorato i riferimenti vigenti, sentenze della cassazione, esposti dal mio avvocato, in mio favore, ma nella sua sentenza come soluzione della controversia, ha applicata una norma del regio decreto 1827 del 1935, norma abrogata, desueta, non più vigente.
    la norma differenziava militari della prima guerra mondiale, tra chi era in zona di guerra, e chi era accasermato a decorrere dal 25 maggio 1915 al 1 luglio 1920.
    Quindi secondo Alessandro Verrico, io essendo militare non impegnato in operazioni belliche, o in zona di guerra, contro i soldati austriaci, ma accasermato, o a disposizione sempre in rifermento alla prima guerra mondiale non ho diritto ai contributi figurativi, diversamente da chi era in zona di guerra.
    Grazie al giudice Alessandro Verrico, posso definirmi reduce della prima guerra mondiale, e dovrei avere 150 anni.
    E pazzesco.
    Inoltre come soccombente mi condanna a pagare euro 1.650. più iva e accessori.
    Il giudice Verrico ha perso il concetto del tempo.
    Non si è reso conto che durante la prima guerra mondiale io non ero ancora nato. Mio nonno si, era del
    1900, parti nel 1918, fu fortunato perché ci fu l’armistizio. un fratello di mio nonno classe 1899 parti giovinetto per il fronte, e provava un terribile spavento quando udiva i fischi delle pallottole austriache che gli passavano vicino.
    Forse penso, il giudice Alessandro Verrico è un grande appassionato della prima guerra mondiale, di storia dell’imperatore Francesco Giuseppe, e stia sempre a pensare li tanto da emettere una sentenza con uno sbaglio cosi clamoroso, che ha attirato l’attenzione di giornali locali e nazionali.

    Cordiali saluti

  19. http://adriano53s.interfree.it/giustizia.htm
    a questa pagina una ennesima conferma di quanto denunziato dal giudice. E che può fare il cittadino? Abolire lo stato di diritto ed attuare l’antica legge del taglione? Proseguire per tutti i gradi di giudizio nazionali ed europei, denunciare il denunciabile è costoso e del tutto inutile. Si nega anche l’evidenza ed il coltello dalla parte del manico lo hanno loro. Costa meno fare altro.
    adriano53s@hotmail.com

  20. Alberto Gramaccini in ha detto:

    La mafistratura è la longa manus del regime clerical fascista mafioso pluto-gerontocratico di questa peninsula culturalmente involuta il cui “popolaccio” è esattamente come lo descrisse Giacomo Leopardi centonavant’anni fa nel DISCORSO SOPRA LO STATO PRESENTE DEI COSTUMI DEGL’ITALIANI pubblicato nel 1906.

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