Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

“Un bambino cresciuto troppo in fretta” di Gino Rannesi- 2° Capitolo

Dopo l’inizio del romanzo di Gino Rannesi, già pubblicato in

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/18/b/  con il 1° Capitolo di “Un bambino cresciuto troppo in fretta”,  finalmente pubblichiamo oggi il 2° Capitolo:

Secondo Capitolo

Dove eravamo rimasti:

Il ragazzino vivace, incattivito, ma buono, era rattristato per il fatto che non avrebbe potuto continuare le scuole. Infatti tra gli eventi negativi che gli avevano precluso il proseguo degli studi vi era stato l’infortunio che aveva colpito il suo papà: una mattina, a causa di uno scivolone sul posto di lavoro, si ruppe in più parti il braccio destro. Se papà non poteva lavorare erano cavoli amari!

Una sera,  pochi giorni dopo che il suo papà aveva subito l’infortunio, il ragazzino prima di prendere sonno, dalla sua stanzetta che divideva con i suoi fratelli più piccoli, il bonaccione che di anni ne aveva 11, il pestifero che di anni ne aveva 8 e Roberto che di anni ne aveva 5,  sentì i suoi genitori discutere animatamente.Il bonaccione che stava già dormendo si svegliò per il trambusto, questo con aria sorniona rivolgendosi al pestifero chiese:  Ma che minghia succede?

Chi è che parla ad alta voce?

 

Il pestifero non fece in tempo a rispondere allor quando il fratello maggiore li interruppe: State zitti, adesso vado a vedere. Si alzò dal suo lettino e di soppiatto si avvicinò presso la stanza da pranzo dove i suoi genitori continuavano a discutere animatamente.

Il ragazzino vivace si vergognò un po’ per il fatto che stava origliando, sapeva che non era bene origliare dietro le porte, l’aveva sentito dire a qualcuno, forse al nonno, ma la curiosità mista alla preoccupazione fecero pensare al ragazzino che forse per una volta si poteva anche fare, tanto i suoi genitori non l’avrebbero mai saputo.

Rimase ad ascoltare per alcuni lunghi minuti. Poco dopo il bonaccione e il pestifero si avvicinarono al fratello maggiore intento ad origliare e gli chiesero: Che dicono, che dicono? Ed egli rispose: Muti scimuniti, se papà si accorge che stiamo origliando sono botte.

Non si origlia,  non lo sapete che non si deve origliare?

 Il pestifero a bassa voce gli rispose: Ma tu allora chi cazzu sta facennu, non stai forse origliando?

Il fratello vivace ma buono, con un gesto della mano lo invitò a ritornare nella loro stanzetta. Ma il pestifero con fare temerario rispose: No! Voglio ascoltare anch’io.. il fratello maggiore a bassa voce ma con tono perentorio ribatté: Hai tre secondi per sparire e dopo ti prendo a calci nel culo.

Il pestifero desistette: è pestifero, ma non scemo, sapeva che i calci nel culo li avrebbe presi veramente. A proposito, l’appellativo di pestifero quest’ultimo se l’era guadagnato sul campo.

Non c’erano gabbie di uccellini che lui non riusciva a sottrarre ai legittimi proprietari, a quel tempo nel quartiere era usanza mettere in bella mostra sui balconi delle case almeno una gabbietta con  un cardellino, o un canarino. A lui piacevano tanto gli uccellini. Inoltre aveva la passione per le calamite con raffigurate immaginette di Santi che nel quartiere in molti attaccavano sui cruscotti delle proprie macchine.

Il bonaccione invece per l’appunto era considerato un buono, ma in realtà, era solo meno impulsivo dei suoi fratelli. Roberto aveva solo 5 anni.

Il bonaccione e il pestifero fecero rientro nella loro stanzetta mentre il fratello maggiore continuò ad origliare. Quello che sentì lo turbò, i suoi genitori discutevano sul come superare le difficoltà economiche che da lì a poco si sarebbero abbattute su tutta la famiglia. Inoltre aveva scoperto un fatto che sino a quel momento era rimasto inedito a tutti.

Poco dopo il ragazzino rientrò nella sua stanzetta, i fratelli dormivano già, almeno  così aveva inteso lui, in realtà a parte Roberto i suoi fratelli lo stavano aspettando.

Il pestifero e il bonaccione si alzarono di scatto e come dei falchi piombarono sopra il lettino del fratello maggiore. Il pestifero lo incalzò: Allora? Che succede, che succede? Il bonaccione invece: Non dire niente ho già capito. La mamma ha scoperto che papà ha l’amante, perciò stanno litigando.

Il fratello maggiore spazientito rispose: Cretini,  non stanno litigando, sono molto preoccupati, imprecano contro la sfortuna, papà ha un braccio rotto e non può lavorare. Adesso dormiamo, sono stanco.

In realtà il ragazzino più che stanco era avvilito. Ma che cosa aveva realmente ascoltato di così preoccupante?

Forse la conferma che non avrebbe potuto continuare gli studi?

Ormai era risaputo il fatto che a causa dell’infortunio che aveva colpito il papà, le cose in famiglia sarebbero per forza maggiore cambiate. Ma qual’era la notizia inedita che aveva appreso?

Lo scopriremo in seguito, forse!

Ma come cambiarono realmente le cose èpresto detto. Il ragazzino iniziò la vita lavorativa: la mattina sveglia alle 5, alle 6 insieme al padre si recava ai mercati generali. Dopo l’acquisto più conveniente di frutta e verdura a secondo della stagione, caricavano il tutto sulla seicento multipla di proprietà del papà, che lo stesso riusciva a guidare nonostante la vistosa ingessatura al braccio e via per la pescheria. Entro le otto il posto era già pronto per la vendita dei prodotti che di volta in volta venivano esposti. 

Il signor Alfio con l’aiuto del proprio figlio, nonostante il braccio rotto, riuscì a mandare avanti la baracca.

Nel frattempo la signora Concetta per dare una mano a pagare i debiti contratti unitamente al marito ebbe un’idea geniale. Questa era bravissima nel fare il pane casereccio e propose al marito: Alfio,  se vendessimo il pane caldo nelle giornate di Domenica?Non credi che se la gente avesse la possibilità di acquistare il pane caldo anche di domenica lo farebbe volentieri? Caldo e con modalità diverse da quelle adottate dagli altri panificatori.

 Infatti è risaputo come il pane fatto in casa sia di gran lunga migliore. Non vi sono prodotti come il lievito di birra nè di qual si voglia additivo chimico, al suo posto viene usata la pasta vecchia, questa fa sì che la lievitazione avvenga molto lentamente, ma proprio per questo più genuina. Inoltre, il pane di casa viene cotto nei forni costruiti con mattoni di argilla e alimentati esclusivamente con la legna.

Alfio: Cuncittina, questa tua idea mi piace, possiamo fare così: io stesso nel tempo libero costruirò un forno consono per la cottura del c.d. pane di casa. Brava Concetta, è un’ottima idea, potremmo lavorare il sabato notte, per poi sfornare il pane a partire dalle ore 7 del giorno successivo, poi armeremo dei posti improvvisati nei punti più strategici della città: chi andrà al mare o in montagna, piuttosto che mangiare il pane del giorno prima, certamente una volta sparsa la voce, preferirà acquistarne di caldo e per lo più fatto con prodotti genuini.

Parve ad entrambi un’ottima idea… Nel tempo libero quando Alfio non lavorava, praticamente solo la Domenica, un po’ alla volta iniziò a costruire il forno.

 

Il ragazzino vivace che adesso di anni ne aveva 15, era felice di lavorare con il padre. Lì, alla pescheria aveva imparato tante cose.

Un giorno nel posto di lavoro il ragazzo assistette ad un fatto che lo “sconvolse”. Era tempo di carciofi, la merce preferita del suo papà, si guadagnava tantissimo, ma era necessario un aiuto in più, il braccio destro ormai guarito da tempo, era tornato ad essere tonico è forte. Tuttavia però la trattazione dei carciofi comportava una manodopera di gran lunga superiore, ragion per cui il papà del ragazzo vivace ma buono assunse per qualche tempo un suo cognato, Franco era il suo nome. Questo per via della pancia piuttosto appariscente e dei grossi baffi che amava esibire, era inteso con il soprannome di: “ u messicanu”.

 

Un giorno intorno alle ore 12, quando ormai mancava poco per chiudere bottega, ecco che d’un tratto si avvicinò un tale. Questo con fare da spocchioso rivolgendosi al messicano chiese: Quanto vuoi per gli ultimi carciofi rimasti?

Erano una quindicina. Il messicano gli rispose:-500 lire e sono tuoi.

Quel bastardo aveva una pancia talmente grossa che sembrava una mongolfiera, inoltre era alto, ma così alto che il messicano a confronto sembrava un nano. Il tale con arroganza di chi si crede un duro gli rispose: Ti do 300 lire e mi dici anche grazie. Ne nacque un’ accesa polemica. Il messicano per nulla intimidito concluse: 500 lire o niente.

Il papà del ragazzo vivace avendo visto e sentito tutto, con discrezione si avvicinò al messicano, poi rivolgendosi al figlio disse: Vai in macchina e restaci sin tanto che io non ti chiami. Il ragazzo non fece in tempo ad allontanarsi quando quel grosso bastardo con fare nervoso tirò fuori dalla tasca una banconota da 500 lire la strappò e in segno di disprezzo la buttò in faccia al messicano. Dopodiché, dalla tasca posteriore dei pantaloni tirò fuori un coltellaccio. A quel punto Alfio che aveva già capito cosa frullava nella testa di quel coglione, agì senza che nessuno si fosse accorto di nulla, impugnava  già un piccolo rasoio, e prima che il coglione potesse colpire il messicano, con uno scatto fulmineo lo attinse con una rasoiata sulla pancia.

 

Gridò al figlio:Vai in macchina. Il ragazzo ubbidendo si precipitò dentro l’auto posteggiata a pochissima distanza. Questo però non gli impedì di vedere il velocissimo fendente che il padre aveva inferto a quel prepotente, inoltre di sentire lo strano rumore che era fuoriuscito dalla pancia del grassone. Un rumore simile a quello di un palloncino che dopo essere stato gonfiato lo si lascia con l’estremità aperta. Prrrrrrrrr. Il ragazzino all’interno dell’auto vide tanta gente che accorreva, questa dopo aver caricato quel grassone su una motoape per condurlo all’ospedale, si congratulava con il suo papà: Bravo Alfio, hai fatto bene, questo cornuto adesso la smetterà di importunare la gente che lavora.

Il tizio venne dimesso dopo qualche mese. Si guardò bene dal denunciare Alfio, infatti quest’ultimo aveva agito per legittima difesa.

 

Ma chi era Alfio?

Alfio era un grande uomo, era uno con gli attributi. Orfano sin da ragazzino. Infatti i suoi genitori erano morti durante la seconda guerra mondiale, una bomba centrò la loro casa. Era stato “adottato” dalla strada, qualche famiglia del quartiere di tanto in tanto  gli offriva vitto e alloggio, in cambio però, sveglia alle 5 del mattino per recarsi nelle campagne fuori città a raccogliere ogni sorta di verdura che poi veniva smistata ai mercati generali.

A soli 16 anni diventò autonomo, per conto proprio acquistava la merce al mercato per poi rivenderla per le strade del quartiere. A 18 anni divenne proprietario di uno dei posti più ambiti per la vendita di qualsiasi merce,  sito al centro della pescheria della città di Montezuma.

Alfio era cresciuto da solo, aveva conosciuto e patito la fame, era vivace e all’occorrenza anche aggressivo. C’erano tutti i presupposti perché Alfio potesse diventare un delinquente. Lui non lo fu mai. Ecco perché era un uomo con gli attributi.

 

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6 pensieri su ““Un bambino cresciuto troppo in fretta” di Gino Rannesi- 2° Capitolo

  1. Alessandra lucini in ha detto:

    Quanto mi incuriosisce questo racconto Gino, se metto a confronto Alfio con i sedicenni di oggi, bè….e anche se confronto il bambino vivace coi i ragazzini che incontro, mamma mia, come sono cambiate le cose…
    alla prossima Gino, un abbraccio

  2. Pina in ha detto:

    E un racconto , interessante amico , sentire , come le condizioni , familiari e ambientali, favoriscono la crescerti , avvolte , molto in fretta , come , esattamente sento nella tua storia … troppo giovani , x diventare uomini .
    Ci sono delle fasce di età , dove ancora si deve giocare , e non finire , in gabbia , come un uccello , senza + avere la libertà di volare …Queste cose si potrebbero evitare , se ci fosse , più umanità e fratellanza fra gli uomini …
    La prepotenza , si divulga e de contagiosa ,e chi ci si imbatte , e finito …si perde il controllo dei sensi .
    Un saluto alla prossima amico ti aspetto, ciao

  3. la gazza ladra in ha detto:

    e bravo Gino 🙂 mii lasci con la curiosità !! è molto avvincente il tuo racconto proprio perchè è vita vissuta e rappresenta la realtà di quando i figli più grandi si sacrificavano per quelli più piccoli.. io stessa sono l’ultima di 5 figli e sono stata fortunata ad avere un fratello che non ci ha pensato due volte ad aiutare i miei genitori sacrificando la scuola e i suoi sogni (è il mio fratellone preferito).. quello che mi piace di questo raccontare è che ci entro dentro e rivivo le preoccupazioni, le paure, le emozioni, i sacrifici ma anche le soddisfazioni di quel ragazzo di 15 anni che impara dai genitori come affrontare la vita capendo che la vita è fatta anche di gente prepotente e arrogante che pensa di poter gestire le cose altrui.. bello Gino.. aspetto il seguito 🙂 e meno male che dicevi di non saper scrivere bene 😀 … fra 18 giorni ho l’esame 🙂 spero di concludere più meglio assai di quanto ho fatto bene e con volontà 🙂 ah ah ah non è un italiano perfetto ma rende bene quello che voglio dire.. mi piace pensare che un o.s.s. (io sono più ciccia che oss ah ah ah) affiancando un infermiere potrebbe, dico potrebbe perchè è un ipotesi improbabile, dare una mano notevole sotto il profilo sociale e sanitario.. ma lasciamo le mie utopie e veniamo alla realtà che si evince dal tuo racconto 🙂 e al terzo capitolo che spero leggerò al più presto.. buone scritture allora 🙂 ciao Gino…..

  4. Grazia in ha detto:

    A leggerlo sembra di vedere un film…sai quelli che ti immergono nella storia e ti pare di essere lì presente ad osservare i fatti…ma qualsiasi cosa succeda ti senti bene perchè sai che è una finzione.
    Invece questa è realtà, è la tua vita…nuda e cruda.
    Eri un ragazzo responsabile e sveglio…poi la vita ha deciso per te…
    E’ piacevole e interessante sentirti raccontare, perchè mi pare di ascoltare la tua voce.
    Spero che anche a te faccia piacere scrivere ancora per noi!!! 🙂
    Grazie e a presto!! Grazia

  5. SPERANZA in ha detto:

    CARISSIMO GINO HO LETTO CON PIACERE IL SECONDO CAPITOLO , MI HAI FATTO VENIRE LA VOGLIA DI CARCIOFI ARROSTO E PANE FATTO IN CASA POSSILBIMENTE FATTO DALLA SIGNORA CONCETTA.COME AL SOLITO RIMANGO SOSPESA,MI PIACEREBBE LEGGERLO TUTTO DI UN FIATO PASIENZA ASPETTERO’ CON ANSIA LA PROSSIMA USCITA. PER QUANDO RIGUARDA LACENA ,SPERO NE FACCIATE ALTRE,HO LETTO CON PIACERE CHE VI SIETE DIVERTITI.UN ABBRACCIO SPERANZA .

  6. Celeste in ha detto:

    Mi emoziono quando scrivi della mamma Concetta che faceva il pane in casa , mi fai ricordare mi suocera venuta a mancare un anno fa’,anche lei faceva il buon pane di casa ,per mantenere la famiglia e non fare manchare niente ai suoi,6 figli lavorandolo senza impastatrice . Aspetto il prossimo capitolo.ciao Celeste.

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