Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Intervista ad Alfredo sul nostro Blog

Carmelo e ivano 2 001

 

E’ con immenso piacere e gratitudine che vi riporto l’intervista fatta da Susanna Marietti dell’Associazione Antigone al nostro principale amministratore, Alfredo. Tutto quello che volevate ancora sapere sul nostro blog, sul perchè è nato, cosa ci spinge, dove batte il cuore di questa iniziativa, lo potete trarre dalle parole di Alfredo qui sotto. Ringraziamo lui per essere l’anima di questo luogo,  dove cerchiamo di far arrivare le grida che altrove non si riescono a sentire, soffocate da mille altre voci di indifferenza, e ringraziamo Susanna Marietti e l’Associazione Antigone,  che sono tra le voci più serie e impegnate nel mondo carcerario.   

Vi ricordo che esiste anche su Facebook  un gruppo chiamato “Urla dal Silenzio”, dove potete iscrivervi e divulgare pensieri e commenti anche da lì

 

 Il blogger degli ergastolani: “Ricostruire relazioni di partecipazione con il mondo esterno, anche questa è politica”

di Susanna Marietti  

Abbiamo segnalato alcuni giorni fa la nascita del blog Le urla dal silenzio. Un blog che vuole trattare di una realtà nascosta all’interno di un mondo già di per sé oscuro. Una realtà che pochi conoscono, di cui pochi apprendono mai l’esistenza. Gli ergastolani con l’ergastolo ostativo, quelli che non accedono ai benefici di legge, semplicemente stanno in carcere, mese dopo mese, anno dopo anno. Pomeriggio dopo pomeriggio, che a volte è ancora peggio. C’è piaciuta allora questa iniziativa: un blog, uno strumento di dialogo libero per definizione, per mettere in comunicazione ciò che è fuori con ciò che più dentro non potrebbe essere.

Alfredo è il principale amministratore del sito. Lui è fuori, ma l’idea è arrivata anche da dentro, e in particolare dal nostro collaboratore Carmelo Musumeci, che dalla diretta dell’ergastolo cura su queste pagine la rubrica L’ergastolano. Abbiamo scambiato due chiacchiere con Alfredo.

Come ti sei avvicinato al tema del carcere, e segnatamente a quello dell’ergastolo ostativo, e perché ne sei interessato al punto da dedicargli così tanto tempo della tua vita?

Dell’ergastolo ostativo non sapevo assolutamente nulla. E il carcere era un mondo lontano, per il quale provavo, sì, una sorta di vicinanza umana – non sono mai stato un forcaiolo – ma era una vicinanza vaga, un appoggio morale lontano e pallido. Poi un giorno, più di un anno e mezzo fa, mi sono imbattuto in un racconto memorabile di Carmelo Musumeci, persona straordinaria. Si chiamava Racconto di esame di un carcerato. Fu una folgorazione. Col tempo sono entrato in contatto con lui, poi con altri ergastolani e altre persone vicine al carcere. E ho imparato a capire cosa è l’ergastolo ostativo e ad avere a cuore quelle persone che si definiscono degli Uomini Ombra, quasi dei paria, dimenticati in una sorta di sotto-girone ben appartato all’interno del girone carcerario. Ultimi della lista anche tra i detenuti, con ben piazzato sulla fronte quel “fine pena mai” che è la morte di ogni speranza e infligge una cronica sensazione di non vita. Alcuni di loro cercano di reagire tramite l’impegno e l’espressione artistica e verbale. E il blog vuole far sentire la voce di quelle persone, vuole non condannare al silenzio le loro urla.

Più che a forme di lotta politica, ti dedichi alla creazione di spazi di comunicazione tra il carcere e l’esterno senza troppi vincoli di contenuti. Credi che si possa istaurare un autentico dialogo tra dentro e fuori, tra persone che – specie nel caso degli ergastolani – hanno prospettive di vita tanto diverse?
 
In realtà noi non saltiamo completamente la politica, ma miriamo a “trascenderla” senza negarla. Per noi ha senso che il blog sia anche uno spazio di lotta politica, ma non solo. Ricorrere integralmente alla categoria del politico sarebbe una tentazione fin troppo seducente e fin troppo di moda, ma restringerebbe esageratamente il campo. Il nostro intento non è dare vita a un semplice bollettino, a uno spazio puramente ribellistico e rivendicativo, quasi una cellula militante. Questo avrebbe ridotto drasticamente le potenzialità del progetto che sta alla base del blog. E avrebbe inciso sullo stile, rendendolo puramente funzionale a una lotta, scarno, urlato, pieno di slogan e demagogia (esiste pure demagogia a fin di bene). L’intento era più ampio e profondo. Far uscire all’esterno tutti quei mondi di dolore e di anima che queste persone hanno sulla pelle, che hanno spesso scritto ma che pochi o nessuno legge. Creare una com-partecipazione emotiva da un lato, e dall’altro dare una valvola di sfogo a una creatività e a un impegno che spesso sono l’unica cosa che queste persone hanno, non disponendo di una relazione intima con una donna, di un lavoro in cui realizzarsi, anche semplicemente di un hobby. Pure questa è politica, se della politica si ha un senso alto e pieno di reintegrazione delle relazioni e di ricostituzione di uno scambio.

Come lavori concretamente al tuo blog? In che modo gli ergastolani ne hanno avuto notizia e come ti spediscono i loro scritti?

Stiamo operando su un doppio binario. Da una parte procediamo a salvare il meglio del passato, dall’altro riceviamo lettere e testi da parte dei detenuti e li trascriviamo, eventualmente accompagnandoli con considerazioni e commenti. A ognuno degli amministratori arrivano lettere dalle varie carceri d’Italia. Ci aiutano anche volontari che entrano direttamente in contatto con i detenuti. A volte sono classiche lettere, ma altre volte qualche detenuto ha scritto nel tempo un libro, un diario, un manoscritto e vuole metterlo a disposizione del blog. Pubblichiamo anche, sebbene in maniera minoritaria, contributi e riflessioni sul carcere – e in particolare sull’ergastolo ostativo – che provengono da persone libere. Per citarne alcune, il professore di filosofia Giuseppe Ferraro dell’Università di Napoli e la scrittrice ed ex senatrice Maria Luisa Boccia.
 
C’è qualcosa che ti ha sorpreso nell’avvicinarti agli ergastolani e al carcere tutto? Qualcosa che non sapevi, che non immaginavi, che forse il mondo libero dovrebbe conoscere?

Mi ha colpito la profondità della loro anima, i livelli che possono raggiungere nello scavare il dolore e la gioia, il punto fino a cui riescono a osservarsi con spietata franchezza. La sete, la fame, la voglia di dare, di amare…

In questo tuo tentativo di gettare un ponte tra carcere e mondo esterno, credi di riuscire a raggiungere le tante persone che non hanno mai avuto a che fare con i detenuti e spesso stigmatizzano chiunque sconti una pena?

Sì, spero di riuscirci. Anzi, mi sbilancio: sono certo che ci riusciremo. Alcuni li troveremo, alcuni ci troveranno. Alcuni saranno disposti a dare un’occasione a ciò che non conoscono, a mettere in dubbio certezze consolidate. Alcuni saranno disposti ad ascoltare. Noi comunque ci proveremo, ed è
questo che conta. Come diceva Che Guevara, “le battaglie non si perdono, si vincono sempre”. Se sono combattute con generosità, non sono mai prive di senso.
 
Come contribuire al cambiamento della cultura sempre più diffusa per cui il carcere è considerato quale un mondo separato, che è giusto resti nascosto agli occhi della società perbene, un mondo irrecuperabile?

Questa è una questione enorme. Io credo che si debba acquisire una visione complessiva nell’affrontarla, andando anche al di là del carcere stesso. È qualcosa che tocca radici profonde, il fallimento dei progetti di convivenza, paure e angosce collettive, input mediatici e pigrizia mentale. Sono sempre più convinto che affrontare isolatamente il problema del carcere non porti a incidere davvero. Il carcere è una manifestazione di una realtà complessiva, e gli interventi devono essere a largo raggio e concreti insieme. È molto importante uscire dal piccolo io rattrappito, così oberato di pesi e che vive al ribasso, sulla difensiva, irrigidito e rancoroso verso tutto ciò che è stigmatizzato e lontano, sia esso l’immigrato o il carcerato o altro. Non basta ragliare slogan ideologici e politici. Si deve partire dal ricostituire relazioni, da risocializzare il nostro interno, dall’edificare autostrade comunicative e di senso. Inteso così, nulla basta e tutto serve. Persino noi…
 
Qual è secondo te oggi il problema principale del nostro sistema penitenziario?

Credo che il nostro sistema penitenziario sia una macchina impazzita. È un sistema schizofrenico, che mischia in maniera incestuosa lassismo e brutalità. La miopia che sovente investe la comprensione del fenomeno è generata dal focalizzarsi su uno solo di questi due poli. A inefficienze e impunità inaccettabili si alternano accanimenti e crudeltà incredibili. I criminali d’alto bordo non scontano mai veramente la pena. Ma anche guardando alla criminalità comune e violenta troviamo paradossi. Certi meccanismi burocratici, ad esempio, fanno scattare dei benefici per chi magari ha commesso delitti efferati e non ha intrapreso una seria opera di confronto interiore. Dall’altro corno trovi invece una umanità, dei veri e propri gironi infernali in cui la rigidità e l’asprezza sono irrazionali  spietati. Da tutti quei piccoli criminali, tossici e immigrati lasciati a parcheggiare nelle celle, torchiati con metodi spicci, senza uno straccio di avvocato o con distratti avvocati d’ufficio, trattati con poca attenzione da giudici che non hanno alcun interesse per queste piccole storie di miseria umana; fino ai condannati all’ergastolo ostativo, per i quali gli automatismi operano in senso puramente e dementemente repressivo e annichilente. E troverai persone che hanno attraversato anni di duro lavoro interiore e di crescita, davvero cambiate, ma che nessuno prende in considerazione, marchiate a fuoco da una condanna che è quasi maledizione. Il nostro sistema non è in grado di dare vita a reali percorsi di risocializzazione. Il detenuto diventa un corpo estraneo al mondo, tenuto distante e lasciato infognare in una follia ripetitiva e burocratica. Ritornare a essere umani: se vuoi il cuore è tutto qui.

(Pubblicato su www.linkontro.info del 8 ottobre 2009)

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