Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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“Dal primo gennaio mio figlio in carcere per nulla”- intervista a Rosetta Fagone

rosetta

Rosetta Fragone è la madre di un ragazzo, William, che il 13 giugno ha fatto 31 anni e che nel carcere di Parma dal primo gennaio.

Tutta la vicenda nasce da un presunto “odore di marijuana”, che un carabiniere, durante un “controllo” presso l’abitazione di William asseriva di sentire.

La marijuana non è mai uscita fuori, però William è stato comunque arrestato per presunto “oltraggio a pubblico ufficiale”. La madre sostiene che il carabiniere era deciso ad arrestarlo comunque, ricorrendo ad ogni possibile appiglio. Inoltre il carabiniere era solo, e non c’è un’altra persona che può confermare la sua ricostruzione dei fatti. Anzi, l’unica altra persona che era in casa, oltre al carabiniere e a William smentisce le ricostruzioni del carabiniere.

William il primo gennaio finisce in carcere, come dicevo. E da allora non è più uscito.

Rosetta racconta come attorno a suo figlio sia stata creata, a livello mediatico e anche a livello giudiziario, l’atmosfera del “tossico”. L’arresto e il processo a William è stato “raccontato” come l’arresto e il processo di un tossico. E, denuncia Rosetta, gli stessi organi di giudizio, nell’ambito del processo, hanno preso per buona questa rappresentazione del “tossico”.

Tutta questa vicenda ha segnato profondamente Rosetta e l’ha spinta ad iniziare una battaglia per la difesa di suo figlio. Ma la sua lotta è diventata anche una lotta contro le ingiustizie che tanti ragazzi subiscono dall’apparato della sicurezza e da quello giudiziario.

Un ringraziamento a Luana Stellato per avere trascritto i nastri dell’intervista.

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-Quanti anni hai Rosetta?

Ne ho 52.

 -E sei di?

 Sono nata a Catania, però vivo a Parma.

 -Di cosa ti occupi?

 In questo momento sono pensionata.

 -Raccontami la vicenda che ti riguarda.

Allora, l’1 gennaio del 2014, a Parma, hanno arrestato mio figlio William, che, il 13 giugno, in carcere, ha compiuto 31 anni. È stato arrestato per un presunto odore di marijuana. Un carabiniere, entrando in casa nostra, avrebbe detto che secondo lui c’era un odore di  marijuana, al che mio figlio gli rispose: “Ma cosa sta dicendo? Lei vuole rovinarmi”. Ma lui non sentiva ragioni. Mio figlio gli diceva, anche, che se sentiva odore di marijuana, allora avrebbe dovuto trovarla ed invitò il carabiniere a cercarla in casa. William stesso aveva iniziato ad aprire i cassetti della cucina, ma il carabiniere gli chiese di porgergli le braccia, quando William obbedì, gli mise le manette.  Non bisogna dimenticare che il carabiniere era entrato in casa senza nessun permesso e senza nessuna motivazione; anche se è vero che mio figlio doveva essere controllato perché era agli arresti domiciliari, aveva un precedente…

-Raccontami di questo precedente

 Stava scontando una pena per estorsione di 4 anni e 8 mesi, aveva quasi finito la pena.

-Era un’accusa reale?

Anche quella non era un’accusa reale; anche in quel caso, purtroppo, hanno calcato la situazione. Si era trattato di un blitz in cui erano state coinvolte 32 persone. Una di quelle fantomatiche retate, per cui basta che tu conosca qualcuno per ritrovarti coinvolto. Comunque, lui si trovava agli arresti domiciliari per questo motivo, aveva già scontato più della metà della pena e quindi usciva per andare a lavorare, si è sempre comportato bene.William è un istruttore di body building, personal trainer. È un ragazzo normalissimo come tutti gli altri ragazzi. Nella sua vita ha anche fumato le canne, non l’ha mai negato. Ha fumato hashish e marijuana come tutti i ragazzi che oggi hanno paura di ammetterlo e come tanti che oggi lo ammettono. Lui rientra nella maggioranza di persone che hanno fumato sostanze leggere.

-Ti capisco perfettamente, nel senso che in Italia, credo che siano davvero pochissime le persone che, in vita loro, non abbiano fumato qualche canna. Inoltre ho conosciuto persone che fumando cannabis hanno migliorato problemi come asma, ansia, depressione.

Questo lo so perfettamente. Credo che non ci sia nulla di cui vergognarsi e nulla da temere per il fatto di avere fumato canne; perché per me la delinquenza e il delinquere sono altre cose. Io ancora oggi, e posso dirlo ad alta voce, penso che mio figlio non è un delinquente. E’ un ragazzo che non ha mai fatto del male a nessuno. Ma a questo ragazzo pubblici ufficiali e forze dell’ordine hanno rovinato la vita. Da qui è iniziata la mia lotta.  Una lotta che non finirà. Mio figlio è da 7 mesi in carcere per una condanna di un anno e 6 mesi per un presunto odore di marijuana. È da tener presente che non hanno mai trovato marijuana, non hanno mai trovato droga nella vita di mio figlio. Non possono neanche dire di aver trovato un grammo, mezzo grammo di qualcosa; una canna due canne. Non hanno mai trovato niente. Quindi hanno arrestato un ragazzo solo per un presunto odore di marijuana e puoi stare certo che, per una cosa di questo genere, la rabbia ti sale. Poi, non avendo trovato droga durante la perquisizione, l’hanno arrestato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Un classico insomma. Mio figlio ha rischiato di morire in carcere, ancora oggi è in carcere e ancora oggi si chiede: “Cosa ho fatto per avere scontato tutti questi mesi di pena?”

-Fanno questa assurda perquisizione, non trovano marijuana ma lo arrestano comunque per questo presunto “oltraggio”. 

Esatto. Tra l’altro, dei due pubblici ufficiali, uno era rimasto giù e uno era venuto su e che fu quello che poi lo ammanettò. Mentre questo carabiniere lo stava ammanettando, i due cani che abbiamo in casa gli si avvicinarono e lui, spaventato,  estrasse la pistola, ed in quel momento poteva succedere di tutto. Un’altra cosa importante è che mio figlio in casa non era da solo. Con lui c’era un testimone, tutto questo è successo con un testimone. Ma questo testimone, nel primo e nel secondo grado del giudizio, è stato considerato tra i testimoni ritenuti non attendibili. Questa è una delle solite farse che esistono ancora in Italia. Prima di questo accaduto, io avevo un minimo di rispetto per le forze dell’ordine; un rispetto che oggi non ho più. Ogni anno, l’ultimo giorno dell’anno, ho sempre chiamato il 112, 113, 115 e il 118 facendo gli auguri di buon anno perché pensavo che, mentre tutti festeggiano, loro lavorano per tutti noi, ma adesso non lo farò mai più. Basta. Ci sono state troppi morti di Stato, perché i pubblici ufficiali approfittano della loro divisa e di un potere che non gli ha dato nessuno. Io oggi sono in contatto con tutte le mamme dei ragazzi che hanno subito ingiustizie, abusi di potere. Sappiamo come agiscono. Io non sono una pazza, sono una persona che sa quel che dice. Quando mi dicono che mio figlio è un tossicodipendente, io rispondo che non sanno cosa significhi questa parola. Non permetto a nessuno di dire che mio figlio è un tossicodipendente. E pensa che anche il giudice l’ha gridato 3 volte in aula.

-In che senso l’ha gridato?

L’ha gridato formulando la domanda alla ragazza che era testimone di mio figlio. Ha usato queste parole: “Ma lei sa chi è il signor William Nocera è un tossicodipendente? Lei lo sa che è un tossicodipendente.” L’ha urlato 3 volte.

-Ma un giudice non può fare così. Cose del genere potrebbero invalidare un processo.

Tutti i processi, anche quello d’Appello, che mio figlio ha già fatto, sono una farsa, un prendere in giro le persone. Addirittura la dottoressa Calandra, che era tra i giudici dell’appello, era lo stesso giudice che qualche mese prima aveva riconfermato la precedente sentenza, quella dei 4 anni e 8 mesi. In questo caso l’avvocato disse che se lo avesse saputo prima avrebbe chiesto di spostare l’udienza, perché mio figlio non si trovasse di fronte la stesso giudici che era già intervenuto, nell’altro procedimento, contro di lui. Mio figlio era già stato giudicato da quella dottoressa e quella dottoressa aveva già pronunciato sentenza contro di lui. Nel corso del processo d’appello, a Bologna, l’avvocato aveva mandato tutti i documenti nei termini di legge; ma il giudice non li aveva accettati perché, fu la sua motivazione, erano arrivati in ritardo.  Ma questo non è vero e lo testimoniano i timbri postali. Ecco perché io dico che quando ci vogliono uccidere ci uccidono. Comandano loro, noi siamo nullità, siamo pedine. Anche davanti ai fatti veri loro negano ed i testimoni vengono ritenuti inattendibili. Se loro non individuano un capro espiatorio, si sentono male. Sono molto arrabbiata. Noi vediamo che i veri delinquenti non pagano mai o pagano in minima parte.  E vediamo innocenti, o persone che hanno fatto cose lievi, essere arrestati anche per mesi ed anni. E questo è grave.  Ed è grave che lo Stato uccida, perché anche questo avviene. Qualcuno potrebbe dire che le mamme difendono sempre i propri figli, ma io i miei figli non li ho mai difesi quando hanno commesso degli errori. Qui io sto parlando a ragione veduta. A mio William potevano fare un test; perché non gliel’hanno fatto? Se questo carabiniere era così sicuro, tanto da aver riportato nel verbale che è entrato in casa ed ha sentito odore di marijuana, perché non è stato fatto un test?

-Quando è stato fatto l’arresto?

L’1 gennaio del 2014.

-Descrivimi la dinamica successiva?

Dopo l’arresto, lo hanno portato in carcere, quindi gli hanno interrotto gli arresti domiciliari e il terzo giorno, il 3 gennaio, gli hanno fatto il processo e lo hanno condannato ad un anno e 6 mesi per resistenza, oltraggio e lesioni a pubblico ufficiale. Lesioni perché il carabiniere ha dichiarato che il cane, un rottwailer,  l’ha morso.

-Ma anche se il cane l’avesse morso, cosa c’entrerebbe tuo figlio?

Bravo. E quando l’avvocato ha chiesto in aula di far vedere il morso, il carabiniere si è rifiutato. Inoltre già se si venisse morsi da un cane di taglia piccola, i segni si vedrebbero; immaginiamo cosa dovrebbe essere il morso di un rottweiler. Se il cane l’avesse morso, il carabiniere sarebbe andato via da casa mia con l’ambulanza, mentre invece era in perfette condizioni. Semplicemente, dopo “l’operazione”, andò al pronto soccorso ed in 10 minuti ne uscì con il certificato in mano. Ci sarebbero davvero tante cose su cui soffermarsi. Comunque, continuando, dopo il processo del 3 gennaio, diedero a William un anno e 6 mesi per oltraggio, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. E da allora mio figlio è dentro. La Corte d’Appello si è pronunciata il 22 maggio, confermando la pena.  Prima dell’appello avevo cambiato l’avvocato.

-Perché l’hai cambiato?

Avevo un avvocato di Parma e adesso ho un avvocato di Roma, il signor Spaziani Fabio. L’ho cambiato per due motivi. Il primo è perché Parma e una città particolare dove si conoscono tutti, quindi non si mettono tra di loro i piedi in faccia. E poi lui super la misura quando mi disse: “Purtroppo questo è il sistema…”. Io non ho mandato giù queste parole. Se tu, come avvocato, hai visto che  tutta questa storia era una farsa, come ha potuto dirmi una cosa del genere? L’avvocato deve fare il lavoro dell’avvocato, deve attenersi alle leggi e quando vede che c’è un appiglio deve tirarlo fuori. Non può dire: “Questo è il sistema”.

-Hai fatto benissimo a cambiarlo.

Lui era il mio avvocato, doveva stare dalla mia parte, non dalla parte del giudice, altrimenti avrei anche fatto a meno di un avvocato. Attraverso un passaparola ho trovato questo nuovo avvocato, che è di Roma, il dottor Fabio Spaziani. E’ un avvocato preparato.

-È giusto che per questi errori, per questi abusi, si paghi.

Io non posso stare zitta. Se io vado a rubare sono consapevole di due cose: se mi va liscia è ok e non ci piove, ma se mi prendono e finisco in galera è perché ho sbagliato, perché mentre  rubavo ero consapevole di quello che stavo facendo. Ma se vado dentro, venendo falsamente accusata di furto, non potrò mai tacere, per questo ora urlo. Perché devo stare zitta quando ho ragione? E comunque, anche se mio figlio avesse effettivamente fumato una canna. Non lo si poteva arrestare solo perché solo per questo.

-Anche secondo la vecchia legge –recentemente fatta venire meno dalla Corte Costituzionale- si veniva arrestati solo se si era in possesso di una certa quantità di stupefacente.

Non si può arrestare una persona solo perché secondo le fantasie di qualcuno ha fumato marijuana. Dove è il codice che prevede questo? Siamo veramente nella follia. E pensa che, appena si è verificata la vicenda, subito le TV e i giornali locali hanno parlato di mio figlio, definendolo un pluripregiudicato e un tossicodipendente. Quando il nuovo avvocato ha incontrato William,  si è reso conto che lui neanche sa cosa significa essere tossicodipendente. E poi anche nel caso di ragazzi tossici, se tu li metti in carcere non solo non li aiuti, ma li rovini.

-Sì, così si peggiora solo la loro situazione.

Esatto. Il ragazzo che si trova in quella condizione ha bisogno di un aiuto, non ha bisogno del carcere. Se un ragazzo tossico fa un furto, lo fa per comprare la droga e quindi va aiutato. Se lo sbatti dentro e prima non era delinquente, quando esce lo diventa. Pensa che mio figlio non ha mai fumato sigarette fino a 31 anni; e adesso, in questi mesi di carcere, ha iniziato a fumare sigarette. Dice che li dentro si impara tutto. Si lamentano che abbiamo le carceri piene, ma piene di chi? Quando vado ai colloqui li vedo i detenuti. Mio figlio è stato in tutte e tre le sezioni del carcere di Parma, quindi in questi mesi li ho visti tutti.

-Solo una persona come te, che ha riscontrato con i proprio occhi la realtà del carcere, può capire; finché si è all’esterno non si capisce nulla.

Esatto. Questo è il problema. Poi ci sono i grossi delinquenti, che per me sono quelli che fanno male alle persone, che fanno veramente danni gravi. Non ci sono nemmeno leggi eque. Per esempio, non può esserci la stessa pena per uno che ruba una mela e uno che ha fatto male ad un bambino.

-È un sistema pieno di contraddizioni il nostro.

Esatto. Io poi sono una mamma ormai stanca di lottare, perché già lotto per la mia malattia da 4 anni.

-Che malattia hai?

Io ho un tumore al pancreas.

A che livello è questo tumore?

Si può dire che io fino ad oggi sono una miracolata. Mi hanno operata e mi hanno tolto due tumori, un carcinoma e un mucinoso, coda, testa e corpo pancreas. È dura, non vivi più, la vita ti cambia, non sei più la persona di prima, non puoi vivere più come prima. Tutti mi dicono che sono forte e mi ammirano, però non è facile. Ecco perché io oggi ti ho detto che vivo di pensione, perché a 52 anni ti tolgono tutto. Parliamo di una pensione di 282 euro, sono invalida civile al 100%.

-Grazie Rosetta.

Segnalazione sulle condizioni di un detenuto nel carcere di Parma

cenni

L’amico Antonio di Radiocane, che è in contatto anche col circolo Cabana di Rovereto, ci invia questa segnalazione fatta alla vicedirettrice del carcere di Parma, la dott.ssa Anna Albano, in merito alle condizioni molto problematiche che starebbe vivendo un detenuto di nome Nocera William, arrestato per uso di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale. Noi non conosciamo la vicenda del merito, anche in relazione a quanto effettivamente questo detenuto starebbe vivendo dentro il carcere, ad es. la diminuzione di 12 kg del peso. Ma basta anche solo il dubbio che tutto ciò possa corrispondere a realtà, per condividere questa segnalazione.

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Gent.ma Dr.ssa Anna Albano, mi dicono che nella struttura da lei diretta, è detenuto il sig. Nocera William, per gli amici Willy, con l’accusa di uso di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale. Mi dicono anche che dopo una attenta perquisizione, nulla è stato trovato e la “resistenza” è la conseguenza di un arresto immotivato. Giudicare a lei non compete, ma ci sono problemi che riguardano le sue competenze. Willy, è in carcere dall’inizio di gennaio, ed è già dimagrito di 12 Kg. Inoltre è ammalato ed ha la febbre, ma nessun medico è intervenuto. Mi dicono che il cibo portato dai familiari non gli viene consegnato e la posta che invia non viene spedita. Inoltre i familiari hanno potuto vedere e documentare fotograficamente i suoi vestiti pieni di sangue. Cosa sta succedendo nel carcere di Parma da lei diretto? Sappiamo dal rapporto dell’Osservatorio Antigone, che c’è stato nel 2011 un suicidio, ma ci sono tuttora molti casi di autolesionismo. Non è accettabile tutto questo. La invitiamo ad intervenire con l’autorità che le compete per eliminare queste brutture,prima di piangere ulteriori morti a causa di ingiustizie e comportamenti disumani.

Una barca… di Paolo Amico

pescarenico la barca antica

Tramite la nostra Grazia Paletta ci giunge questo piccolo ma intensissimo pezzo di Paolo Amico, detenuto a Parma.

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UNA BARCA 

 In un tempo non molto lontano, ero una barca da pesca e vivevo giorni felici e spensierati, a pensarci ora.

All’ alba uscivo, lenta e silenziosa, pronta a solcare il mare. Agile e fiera, puntavo la mia prua verso levante, nell’attesa che i primi raggi di sole si mettessero a giocare con le onde. Era il momento più bello, tutto si colorava di rosso e io stessa sembravo vestita di porpora. La sera tornavo, sazia di pesce, e sonnecchiando mi dondolavo nell’attesa di un meritato riposo.

Passavano i giorni, così come lenta e inesorabile trascorreva la mia giovinezza. Le mie ossa cominciavano a scricchiolare e facevo fatica a solcare le onde. Forse era giunto il momento di fermarmi, ma non era questo il mio destino, qualcosa di spaventoso mi attendeva.

Una sera me ne stavo a sonnecchiare, ormai da tempo inattiva, quando ad un tratto sentii voci sommesse e un lampo di speranza mi diede vigore. Pensai: “Ecco, torno a solcare il mare, a seguire la luce che splende come diamante tra le onde”.

Ma, ahimè, quasi subito mi accorsi del peso che gravava sulle mie spalle. Come già era accaduto ad altre mie compagne, qualcuno mi fece strumento delle mie speranze, ora toccava a me piangere il dolore in quella oscurata costa. Come una ladra, silenziosa ed in punta di piedi, ripresi la vecchia via, con un peso che a stento ora sopportavo. Mi avviai verso una rotta a me familiare, ma stavolta non a pescare. Andavo a scaricare un’orda disperata, agognante un nuovo destino.

Silenzio nella notte, rotto solo dal pianto disperato. Non più un diamante da solcare era il mare, ma un diavolo spumoso e imbufalito che mi voleva inghiottire. Anche il giorno fu notte, con il suo cielo livido e grigio. Arrancavo in vita della speranza, quando all’improvviso una voce rabbiosa mi mise paura. Ebbi appena il tempo di vedere uno strano e scabroso metallo che una sorella imperiosa mi colpì al fianco. Andai a fondo con il mio prezioso e disperato carico, e quel riposo che tanto attendevo si sporcò di dolore.

Ora riposo su un fianco, nei fondali di una costa e quando la liquida coltre è calma e trasparente osservo le stelle, ma il mio pensiero torna sempre a quel tempo, al mio ultimo viaggio e il mio riposo si fa tormento.

Avrei voluto affondare nel mio letto, con il saluto delle sorelle a sirene spiegate, ma una sprezzante “civetta ha fatto di me una tomba.

Eccomi, ormai in frantumi, a raccontare il mio passato. I miei resti offrono riposo. Questo è il destino che mi è toccato dopo una vita trascorsa a rincorrere il sole di giorno e  a guardare le stelle, cullandomi, di notte.

Quando credo di essere stata dimenticata, ecco una sorella che, nell’avvicinarsi al mio letto, suona una sirena per ricordarmi chi ero.

Felice e sorridente torno a dormire, ma nel mio cuore vesto il rimpianto di non essere solo ricetto delle creature dei mari, ma eterna dimora  per gli uomini.

Dai detenuti dell’AS1 di Parma

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Tramite il nostro Giovanni Mafrica -tra i detenuti trasferiti, a fine luglio, da Spoleto, dopo lo smantellamento della sezione AS1 di Spoleto- ci ha inviato questa lettera collettiva dei detenuti AS1 di Parma. Una lettera rivolta al provveditore regionale penitenziario per l’Emilia, Dr Pietro Buffa, nella quale si prende in particolare attenzione la questione dei colloqui.

Cito un passaggio, prima di lasciarvi a questa lettera.

“Vorremmo che ogni colloquio fosse la realizzazione di una giornata dedicata all’incontro tra papà, nonni, zii e i loro figli e nipoti. E’ una richiesta a cui aspiriamo e nella quale ci proiettiamo  con sguardo curioso perché vorremmo osservare lo sviluppo attraverso i loro giochi, i loro gesti, le loro parole, i loro desideri.”

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LETTERA APERTA AL PROVVEDITORE REGIONALE DELL’EMILIA ROMAGNA DR. PIETRO BUFFA

Innanzitutto vorremmo presentarci. Siamo detenuti nella sezione A.S.1 della casa di reclusione di Parma.

Abbiamo scelto consapevolmente di farci sentire, poiché vogliamo portare la nostra voce laddove si discute di problematiche penitenziarie e i ricercano nuovi strumenti con cui applicare una comunicazione fattiva e concretamente responsabile.

Il nostro status di detenuti non può, noi certamente non lo vogliamo, impedire il riconoscimento di alcuni fondamentali diritti.

In questo istituto la mancanza del regolamento interno nega l’applicazione di regole e diritti di cui l’ordinamento penitenziario decreta la legittimità e si impone un regime coatto, alienante e scarsamente attento alle regole base che regolamentano la quotidianità. Ovviamente sappiamo dell’esistenza di referenti precisi , quali ad esempio il magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, sappiamo che le nostre istanze devono seguire un percorso burocratico preciso. Quello che vorremmo discutere con Lei è qualcosa d’altro, poiché auspichiamo di non essere esclusi dalle questioni che ci riguardano, poiché se si compone una maggiore sensibilità sul problema della vita carceraria, si potrà meglio capire l’urgenza sociale della questione carcere.

Nella “nostra” sezione A.S.1, le attività trattamentali e di formazione che potrebbero favorire il reinserimento della persona nella società non l’hanno mai riguardata, anzi, ne è parlato, ma fino ad oggi nulla è stato concretizzato. Infatti, siccome le persone detenute presso la suddetta casa circondariale, sono in gran parte condannate a lunghe pene, compreso l’incivile “FINE PENA MAI”, si continua a rinviare l’applicazione delle attività trattamentali. Per meglio dire, l’ufficio educatori svolge il suo lavoro, ma i successivi ostacoli pregiudizievoli risultano insuperati all’atto delle analisi delle sintesi trattamentali.

Seconda questione. Abbiamo sollecitato la Direzione, attraverso un documento, chiedendo un miglioramento dei colloqui, una maggiore attenzione ai rapporti famigliari e sensibilità nell’accoglienza (è indubbio che, in presenza di situazioni non ottimali, vada in primo luogo salvaguardato il rapporto bambino-genitore, non solo nella prospettiva dei diritti di quest’ultimo, ma anche e soprattutto nella prospettiva dei diritti del bambino … CIRC. D.A.P. 8 luglio 1998  n. 3478).

Vorremmo che ogni colloquio fosse la realizzazione di una giornata dedicata all’incontro tra papà, nonni, zii e i loro figli e nipoti. E’ una richiesta a cui aspiriamo e nella quale ci proiettiamo  con sguardo curioso perché vorremmo osservare lo sviluppo attraverso i loro giochi, i loro gesti, le loro parole, i loro desideri.

I rapporti famigliari di cui sollecitiamo continuamente lo sviluppo, sono espressione di vita, di speranza, sono la ragione del’essere di ogni uomo e di ogni donna detenuti.

I colloqui qui svolti non permettono a noi detenuti di giocare coi nostri bambini. Nella sala colloqui, infatti, non sono presenti angoli dedicati a giochi e non è permesso consumare pasti insieme alle famiglie, in contrasto con quanto previsto dall’art. 61 comma 2, Lett.b (…) con il permesso di consumare un pasto in compagnia, fermo restando le modalità previste dal 2° comma dell’art. 18 O.P. E’ vero che per i bambini è stata predisposta una saletta a parte, ma questo vuol dire allontanarli dai genitori, nonni e zii; vuol dire non dare corpo alla fantasia insieme a loro.

Quello che osserviamo è la sensazione palpabile di oppressione, il disagio visibile negli occhi delle nostre famiglie.

Auspichiamo allora ci sia un impegno da parte Sua ad intervenire sollecitando un cambiamento per porre fine alle infiniti pregiudiziali della cultura emergenzialista che crea un perpetuo affanno. Proseguire la carcerazione in queste condizioni è cosa che cerchiamo di scongiurare.

Noi ci proponiamo, contemporaneamente ci auguriamo, di trovare in Lei il desiderio di opporsi all’ineluttabilità del carcere.

Con la speranza di essere stati esaustivi, così da avere sollecitato la Sua attenzione, Le inviamo i nostri più Cordiali Saluti e Le auguriamo buon lavoro e auspichiamo ci onori di un futuro incontro.

I detenuti firmatari.

 

Dai detenuti del carcere di Parma

parmas

Pubblico oggi una lettera collettiva dei detenuti della sezione A.S.1 del carcere di Parma. Lettera che  è stata inviata ad alcune istituzioni e che riguarda il tema dei colloqui con i famigliari.

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Alla Magistratura di Sorveglianza di Reggio Emilia

Al Provveditore Regione Emilia Romagna

Al Garante dei detenuti Regione Emilia Romagna

Siamo un gruppo di detenuti del reparto AS1 della Casa di Reclusione di Parma e abbiamo consapevolmente scelto di portare questo documento alla vostra attenzione, poiché riteniamo che la ricerca del pensiero può e deve essere considerato da un lato, quale rivelazione di comportamenti lucidi e, dall’altro, quale manifestazione del grado di civiltà dell’individuo.

L’argomento che abbiamo deciso di trattare riguarda le modalità con le quali vengono organizzati i collo qui familiari nella struttura penitenziaria di Parma.

Nel nostro ordinamento penitenziario, tra gli elementi del trattamento, sono inseriti i rapporti affettivi stabili con i familiari e lo specifico art. 28 L. 26.07.1975 n. 354 dispone che: particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei reclusi con le famiglie. Questa particolare cura è specificata nel Reg. Esec. della legge penitenziaria: nella concessione di colloqui che consentono di trascorrere, insieme a coloro che sono ammessi ai colloqui, parte della giornata in appositi locali e di consumare un pasto insieme, fermo restando il controllo visivo del personale di sorveglianza (vedi art. 61 R.E. rapporti con la famiglia e progressione del trattamento).

Nel carcere di Parma le modalità con le quali vengono fatti svolgere i colloqui non corrispondono alle indicazioni espresse nella legge penitenziari: il riferimento è indirizzato alle lunghe ore di attesa all’interno di una sala di aspetto piccola e scarsamente idonea ad accogliere in nuclei familiari autorizzati all’ingresso in istituto. Un ambiente sovente affollato le cui condizioni di vivibilità, soprattutto per bambini ed anziani, sono da considerare inadatte.

Le sale colloqui, di cui un è ancora provvista di bancone divisorio, limitano l’espressione autentica di affetto tra le persone. La legge penitenziaria assegna alle sale colloqui il ruolo di accoglienza e condivisione di affetti; luoghi in cui i bambini, attraverso i giochi, la lettura di favole e la condivisione nel consumo della merenda assieme al loro papà, nonni, zii possano esprimere la loro creatività  superando, così, il trauma che il carcere, per sua natura, determina in ogni essere umano che ne supera la soglia d’ingresso.

Qui al carcere di Parma, a noi detenuti è consentito, a tutt’oggi, portare una bottiglia d’acqua, poche caramelle con involucro trasparente e nient’altro!

Per la sola presenza di ogni bambino è concessa una merendina oppure un succo di frutta, per tutti gli altri ospiti, niente!

Motivo di tali limitazioni: “esigenze di controllo”.

I soli motivi legati alle esigenze di controllo non possono impedire l’applicazione dell’art. 61 comma 2, lett. b (possibilità di consumare un pasto) la cui applicazione, insieme alla concessione all’interno della sala colloqui di giochi adatti per i bimbi, migliorando il rapporto di reciproco rispetto con il personale di sorveglianza chiamato spesso a valutazioni difficili e discrezionali molto eterogenee, secondo la mentalità di chi è chiamato a gestirle.

Quindi occorre valutare la pretesa di una costante sorveglianza sui detenuti con il rispetto di una esigenza naturale del mantenimento dei rapporti familiari.

Concludiamo la nostra esposizione con il riferimento estratto dall’ord. n. 14762012 emessa dalla Magistratura di Sorveglianza di Firenze.

Scrive il Magistrato: “si deve riflettere sul fatto che l’affermazione del principio di sorveglianza interviene in un luogo che è espressione della sorveglianza nelle sue mura, nella organizzazione degli spazi, che è sostanza e simbolo della sorveglianza perché in questo quadro di sicurezza, aggiunge l’inibizione di relazioni affettive il più normale possibili””.

Alla luce di quanto esposto nella presente, auspichiamo ci sia la volontà da parte di tutti gli eminenti giudici che operano presso la Magistratura di Sorveglianza di Reggio Emilia, del Provveditore della regione Emilia Romagna, Dr Pietro Buffa, del garante dei detenuti, Avv.ssa Desi Bruno, la volontà e il desiderio di migliorare le condizioni e le modalità d’ingresso e permanenza nelle sale colloqui, per fare di questi luoghi siti di accoglienza, dove chi vi entri ritrovi, in quelle poche ore, il desiderio di continuare, con più serenità, relazioni affettive sane, cordiali, e armoniose.

Sperando di essere stati esaustivi, di avere sollecitato la vostra attenzione, chiediamo un intervento istituzionale, affinché le modalità con cui vengono disciplinati i colloqui abbiano il carattere che la legge penitenziaria indica nei suoi articoli, così da favorire le relazioni affettive dei detenuti con i loro familiari.

I detenuti firmatari.

 

Giovanni Mafrica… continua a Parma la violazione dei diritti dei detenuti

Giovanni Mafrica è uno dei diciotto ergastolani, che, a partire dalla fine di luglio sono stati sballottati come pacchi postali in mezza Italia, in seguito allo smantellamento della sezione Alta Sicurezza 1 di Spoleto.

Coloro che hanno avuto la sorte peggiore, sono quelli finiti nel grigio carcere dormitorio di Badu e Carros in Sardegna e nel famigerato carcere di Parma, su ormai esiste praticamente una letteratura di testimonianze, documentazioni, interventi esterni, che gli permettono di fregiarsi dello squallido primato di esssere uno dei peggiori carceri d’Italia. E va dato atto della coerenza… nel mantenere, nel corso degli anni, l’appartenenza nella lista dei peggiori.

Giovanni Mafrica fin dall’arrivo nel carcere di Parma, si è trovato bruscamente regredito nella prosecuizione del trattamento, ed ostacolato nella sua concreta dinamica esistenziale.

In lettera del 17 agosto segnalava come veniva bruscamente troncato il suo cammino scolastico, e reso inefficace il suo diritto allo studio, non essendoci a Parma alcun corso scolastico (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/08/17/da-giovanni-mafrica-trasferito-nel-carcere-di-parma/).

In lettera del 3 ottobre chiedeva che fosse garantito il suo diritto alla salute, permettendogli di fare una visita medica di cui aveva bisogno (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/10/03/ricorso-di-giovanni-mafrica-al-magistrato-di-sorveglianza/).

Nel post pubblicato da Nadia il 22 ottobre era fatto presente come Giovanni fosse stato messo in isolamento perché rifiutava la cella a due, in quanto detenuto ergastolano, e i detenuti ergastolani.. per chi non lo sapesse.. hanno diritto alla cella singola (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/10/22/salviamo-giovanni-mafrica-dallassassino-dei-sogni-di-parma/).

Oggi pubblichiamo parte della sua ultima lettera giuntaci, seguita da una istanza al Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria Regione Emilia Romagna (e per conoscenza ad altri soggetti) dove chiede il rispetto del suo diritto, in quanto ergastolano, alla cella singola.

Nella lettera che pubblichiamo prima dell’istanza, veniamo a conoscenza del fatto che, dal 3 ottobre, Giovanni Mafrica è sottoposto a continue misure di isolamento. E che, anche per questo, aveva fatto dieci giorni di sciopero della fame e di sospensione della terapia.

Giovanni Mafrica viene punito… questo deve essere chiaro.. e sottoposto a misure di continuo isolamento perché sta chiedendo una cosa stabilita dalla legge.. ovvero il diritto per gli ergastolani alla cella singola. L’art. 22 del c.p. stabilisce l’isolamento diurno per i detenuti ergastolani.

La cella singola per gli ergastolani ha anche un evidente fondamento morale. Una pena estrema, come quella che può durare un’esistenza o comunque, tanti anni, per la sua estrema durezza, deve essere accompagnata da quel minimo di “respiro” rappresentato dal potere almeno avere uno spazio esistenziale più idoneo, con una stanza singola, maggiore libertà di azione quindi, momenti per stare in silenzio, per avere uno spazio vitale un po’ più decente.

Giovanni Mafrica sta solo reclamando un diritto e conducendo una battaglia per la legalità.

Ha il nostro sostegno, e ci attiveremo per contribuire alla sua battaglia.

Di seguito lo stralcio della sua lettera e la sua istanza.

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Parma 17.10.12

Caro Alfredo (..) Qui è un casino.

Ti informo che dal 3 ottobr sono sottoposto a continuo isolamento. Ho fatto 10 giorni di sciopero della fame. Per protestare contro l’ubicatura della mia persona in stanza in 2. Le ragioni le troverai nell’allegata istanza.

Questo è stato voluto, Alfrdo, perché scrivo e lotto per avere riconosciuto ciò che statuisce la Carta Costituzionale, ovvero diritti.

Hanno trovato il cavillo per isolarmi, che schifo!

Ho mandato un telegramma a Nadia per informarla dello sciopero della fame e altro. L’ha ricevuto? Fammi sapere.

Altresì, nello stesso giorno, ne ho fatto uno anche all’onorevole Rita Bernardini. Possibile sapere se l’ha ricevuto?

(…) Gli organi di vigilanza non vigilano. Ma non demordo! Sto scrivendo a tutti. Se puoi chiama il garante dei detenuti della regione Emilia Romagna. Per informarti della situazione. L’ho incontrata il 6 ottobre e le ho spiegato il tutto.

Pensa che l’istanza di trasferimento del 2 agosto, sai quando l’hanno inviata? Il ottobre, sic! Fallo sapere al garante, se la senti. Intervite come associazione? Si configura come abuso d’ufficio un tale ritardo?

Aspetto tue… chiudo così la spedisco oggi.

Un caro abbraccio.. a presto..

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Al provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria Emilia Romagna- dott. Piero Buffa

e p. c.

al Presisdente della Repubblica,

al Ministro della Giustizia,

al Magistrato di Soverglianza di Reggio Emilia,

all’onorevole Rita Bernardini,

Al Garante dei diritti del detenuto- regione Emilia Romagna- avv. Desi Bruno,

Al’Ufficio educatori,

Il sottoscritto Giovanni Mafica, ristretto presso il reclusorio di Parma, denuncia quanto segue:

Che in data 3 ottobre veniva messo in stato di isolamento preventivo, poiché lo scrivente non acconsentiva ad ubicarsi in stanza in 2. Per questo fa presente al suo ufficio che lo scrivente ha intrapreso lo sciopero della fame e il rifiuto della terapia. Forma di proteta pacifica. In quanto la Direzione vuole imporgli l’ubicazione in stanza a 2, non tendendo conto che lo scrivente, essendo ergastolano, deve essere ubicato in stanza singola, applicando l’isolamento notturno contenuto nell’art. 22 Codice Penale. Per altro norma di elgge tassativa, che non prevede forme di deroga da parte dell’Amministrazione Penitenziaria.

Che la stanza in 2 persone non rispetto il metraggio statuito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Altresì, fa presente che la detta stanza ha il bagno piccolisimo, senza finestra per dare aria e non consente alcuna privacy, tenuto conto che bisogna lavarsi, farsi la barba, con la prota aperta. Diversamente, per la ristrettezza delo stesso bagno, tale porta non si chiude o, nel caso in cui si chiudesse, sarebbe praticamente impossibile rispettare quanto appena detto nel pieno rispetto della dignità del singolo.

Ritenuto che ciò lede i diritti primari della persona,

CHIEDE:

Alla S.V. di volere intervenire affinché allo scrivente non vengano riservati trattamenti non conformi ai parametri, sia dell’Ordinamento Penitenziario, sia della Costituzione.
Ciò perché, il detenuto, in qualità di inividuo e cittadino, gode di diritti inalienabili e imprescindibil, ed ogni forma di ingerenza o sopruso è indegna ed immorale, oltre che contraria alle leggi della Repubblica.

Fiducioo in un  suo diretto intervento le invio doverosi saluti.

Parma 04.10.2012

In fede,

Giovanni Mafrica

Dopo che mi hanno strappato mio fratello… di Giuseppe Barreca

Essere privati di un pezzo della propria anima.

La cosa che più fa male della lettera di Giuseppe Barreca – che pubblico oggi – è proprio questo.

Mentre ci abituiamo a scorrere le lettere e i testi quasi velocemente, visto il loro ammontare e i tanti venuti nel tempo, ricordiamo sempre di “distinguere”. Tante cose sono importanti, tante cose sono dolorose, tante cose sono emozionanti.. ma non sempre allo stesso “livello”.

E’ doloroso (ad es.) se subisco un rapporto disciplinare, ma infinitamente più doloroso se “perdo” un fratello. Pensateci. Sono in carcere da anni e anni. Un’esperienza, comunque la si pensi, traumatica e devastante. La mia vita sociale esterna è andata a rotoli, la mia vita familiare compromessa. I miei unici contatti sono solo le persone più care che nei giorni di colloquio vengono a trovarmi. Anche quando i colloqui possono avvenire regolarmente (in molti casi non è così) si tratta comunque di qualche ora strappata di tanto in tanto. E che lascia sempre una fame.. quasi disperata.. al suo concludersi.

In questo contesto ho UNA persona cara con cui vivere la quotidianità. UN FRATELLO. In questo contesto, un affetto già di per sé importantissimo, diventa VITALE. E’ mio fratello cazzo. E’ una persona a cui voglio bene fin da bambino. E’ la mia famiglia.. In questo carcere posso vivere almeno una “parte” di famiglia.

E dopo un bel po’ di anni me lo togli.

Possiamo anche discutere, come farebbero alcuni dell’opportunità che due fratelli detenuti siano ristretti nello stesso carcere. Io non ci vedo nulla di male. Ma, posso anche ammettere che si discuta di questo. Ma, una volta che, in un modo o nell’altro, quei fratelli si sono trovati, per anni, a stare nello stesso carcere e a condividere anche, per certi aspetti, il loro percorso trattamentale è UN DELITTO separarli. Gettando così, proprio dopo anni di riconosciuto impegno e di positivo trattamento, due persone nello scoramento più totale, invece di incentivarle con maggiori momenti affettivi, aperture di socialità e ricadute di fiducia.

Che messaggio invii alla loro  mente, alla loro anima, al loro cuore? Che dopo tanti anni di vero impegno e di crescita umana… il tuo modo di “apprezzarli” è spaccare il cuore ad entrambi, e mandare uno di essi NELLO SQUALLIDO CARCERE DORMITORIO DI  NUORO, che, rispetto a Spoleto, a come un ritornare nel Paleolitico.

Dopo lo smantellamento, avvenuto alcuni mesi fa, della sezione Alta Sicurezza 1 del carcere di Spoleto, i vari detenuti lì presenti sono stati sballottati come tanti pacchi postali per le carceri di mezza Italia. Senza alcune considerazione del trattamento e del percorso pregresso. Alcuni hanno avuto destinazioni fondamentalmente “buone”, come Carmelo Musumeci a Padova, altri destinazioni “tollerabili” o peggio che tollerabili, ma comunque non “pessime”. E altri invece sono stati scodellati presso destinazioni pessime. Come Giovanni Mafrica nel famigerato carcere di Parma e Salvatore Pulvirenti, Domenico Papalia, Santo Barreca (il fratello di Giuseppe, di cui Giuseppe cita una lettera in questo post..) e anche altri credo… in un posto che viene descritto come una sorta di squallido e mortifero dormitorio, un posto dove farsi imbalsamare corpo, mente e cuore. Il carcere di Badu e Carros. A Nuoro.

Se leggete questa lettera di Giuseppe con quegli occhi che portate dentro, quelli che hanno ancora addosso lo sguardo della libertà, sentirete tra le righe un pianto, nel vedere l’amato fratello strappato da lui e buttato nella discarica Badu e Carros.

E poi.. i libri…

Perché rovinare, strappare.. OFFENDERE i libri di Santo Barreca?

Santo usa la parola giusta.. OFFENDERE…

Questa cosa OFFENDE..

OFFENDE non solo quei libri. E non solo Santo. Ma OFFENDE anche me. E, ne sono certo, OFFENDE anche noi.

Vi lascio alla lettera di Giuseppe Barreca.

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Ciao Alfredo, come stai?

Da tempo non mi faccio vivo. In verità sono un po’ confuso per via dell’improvvisa, quanto ingiustificata, deportazione di mio fratello e di tutti i ragazzi della sezione A.S.1 del carcere di Spoleto.

Come sai mio fratello studiava ed era al secondo anno di SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE, presso l’ateneo perugino. Per me è stata una vera tragedia. Non riesco proprio a mandarlo giù. Mio fratello qui era tutto e credimi, non riesco a capire quale ne sia stata la ragione.

Non intendo essere patetico, ma mi viene spontaneo pensare a chi giova e serve tutto ciò! E’ come infierire su un toro già trafitto nell’arena che, sanguinante e in agonia, viene trascinato via da impietosi cavalli guidati da impietosi e divertiti uomini, pronto per essere macellato.

Che senso ha deportare una persona a Nuoro lontano da ogni affetto. Da ogni logica di recupero; peraltro già brillantemente avviata presso il carcere di Spoleto. PERCHE’? Mi scrive mio fratello di Nuoro: “… qui a Nuoro manca tutto, ma forse la cosa che si avverte dannatamente nell’aria è la mancanza di speranza. Ancora non ho sentito il cinguettio di uccelli, pur trovandomi  quasi  nelle prossimità di un bosco (… il carcere è costruito a ridosso di una collinetta). Che anche loro abbiano perso la speranza e hanno deciso di andarsene? BHO! Sento e vedo solo neri uccellacci che volteggiano nel cielo come avvoltoi nelle savane africane pronti a picchiare sulle carcassa di una carogna che leoni ormai sazi hanno appena abbandonato. Anche l’aria è strana, pesante. La solitudine trasuda dalle pareti.

Negli occhi dei mie compagni leggi il disagio di chi è ormai rassegnato, stordito da una quotidianità senza senso. Lo sguardo di ognuno è vuoto, cupo, cieco, sordo e rassegnato. Nessuno sorride qui. Non perché non si ha voglia di sorridere, ma perché nessuno ha la forza di farlo. Già! A che serve sorridere!!! 

Sai… ho ricevuto i pacchi che Spoleto mi ha inviato con dentro la mia roba personale. Tutto era in ordine. L’unica cosa che ho trovato in disordine erano  libri, libri che avevo sistemato dedicandogli molta più cura delle altre cose. Ho provato a chiedermi le ragioni de perché solo i libri erano in uno stato pietoso; addirittura in alcuni mancano delle pagine. Mi sono fermato un attimo per cercare di capire quali mani avessero ridotto così i miei libri. PERCHE”!

E allora ho pensato alle parole di un grande della storia. Gramsci. Egli scriveva: “… Il personale carcerario detesta che i detenuti vengano istruiti, perché finché ignoranti essi sono loro schiavi, perché sanno che la conoscenza è la chiave della libertà”. 

Ho annuito e non ho nemmeno chiesto quale fosse la ragione che aveva spinto mani cieche a OFFENDERE i miei libri…

Scusa fratello caro se mi sfogo on te che sei la mia vita, ma sto vivendo come in un film. Un film in bianco e nero dove l’unico colore che riesco a distinguere è il colore giallo paglierino delle chiavi con cui mani impietose aprono il cancello svariate volte al giorno. E’ il rumore che rompe il grigio silenzio di un luogo senza tempo, senza ragione, senza speranze, senza sogni…”.

Non continuo a raccontarti le parole che mi fratello Santo scrive. Proprio perché vanno contro ogni più elementare logica della immaginazione e della razionalità. Leggo le sue lettere ed è come se ripercorressi le storie di alcuni miei racconti. Scriverò un libro per questa vicenda assurda ed ho già trovato il titolo.. “NUORTO”.

(..)

Un messaggio per Nadia.

Ciao Nadia! Come stai? Spero di “incrociare” il tuo sorriso. Ho un tatuaggio virtuale nel cuore; vi è scritto “Never give up!” (Non mollare mai!). Solo così possiamo rendere onore ai nostri ideali e sogni di libertà. Guarisci presto. Un affettuoso abbraccio. Grande NADIA.

Giuseppe Barreca

Spoleto, 20 settembre 2012

 

 

Ricorso di Giovanni Mafrica al Magistrato di Sorveglianza

Dopo lo smantellamento -avvenuto alcuni mesi fa- della sezione Alta Sicurezza 1 di Spoleto, i componenti di quella sezione sono stati sballottati come pacchi postali in mezza Italia. Alcuni hanno avuto destinazioni “decenti” -come Carmelo Musumeci nel carcere di Padova-, altri destinazioni pessime, come Marcello Dell’Anna, Salvatore Pulvirenti, Domenico Papalia nel famigerato carcere di Badu e Carros a Nuoro.. e Giovanni Mafrica nel carcere di Parma.

Abbiamo già pubblicato due contributi di Giovanni Mafrica dopo il suo trasferimento.

Oggi inserisco questo ricorso che Giovanni Mafrica ha inviato al Magistrato di Sorveglianza per non avere ricevuto la visita medica, dopo avere fatto richiesta di visita medica, chiedendo -con questo ricorso- che venga garantito il suo diritto alla salute.

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Al Magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia

e per conoscenza:

Al Senatore Ignazio Marino.

Al Garante dei detenuti Regione Emilia Romagna Avv.ssa Desi  Bruno.

All’On. Rita Bernardini.

Il sottoscritto Giovanni Mafrica, nato a Condofuri Marina (RC), il 23.08.1970. Ristretto presso questo reclusorio, fa presente quanto segue:

PREMESSO:

Che nei giorni 18, 20, 21 CM si è segnato a visita medica e non è stato chiamato per essere visitato.

Che l’art. 11 O.P. L. 26 luglio 1975 n. 354 comma 6 dispone che il sanitario deve visitare  sia gli ammalati sia coloro che ne facciano richiesta.

Che la circolare D.A.P. 24 novembre 1990 n. 643295/12 recita “Il diritto alla salute deve essere ugualmente garantito ad ogni persona, sia essa in stato di libertà o detenzione o comunque sottoposta a misura restrittiva della libertà personale, nel rispetto dell’art. 32 della Costituzione (…)”.

Che la salute è stata annoverata tra i beni primari dell’uomo, in quanto condizione indispensabile ed imprescindibile affinché ogni individuo possa esprimere compiutamente e liberamente la propria personalità ed è, in questo senso, il formale riconoscimento di un diritto fondamentale della persona, nonché di un interesse della collettività, vale a ricondurre l’affermazione cristallizzata nell’articolo 32 della Costituzione tra i principi fondamentali dell’Ordinamento costituzionale della Repubblica.

Ritenuto che il relativo diniego da parte della Direzione sanitaria di non garantire allo scrivente la visita medica lede quindi  un diritto costituzionalmente garantito spettante a tal fine.

CHIEDE:

Al Magistrato di Sorveglianza di riferimento di volere intervenire, affinché all’istante sia garantito il diritto alla visita medica secondo le disposizioni stabilite dall’art. 11 OP L. 26 luglio 1975 n. 354 comma 6, al fine di impedire la reiterazione del diniego di quanto esposto e che le problematiche relative al sovraffollamento alla carenza di struttura, alla carenza di personale medico sanitario non possono e non devono essere delle mere giustificazioni dinanzi a delle inadempienze del servizio medico o della semplice visita medica ogni qualvolta il detenuto ne faccia richiesta.

Fiducioso in un suo intervento invia cordiali saluti.

Giovanni Mafrica

Parma 22.05.2012

Un’altra lettera di Giovanni Mafrica

Il diciotto agosto avevo già pubblicato una lettera di Giovanni Mafrica, dalla sua nuova “sede” nel famigerato carcere di Parma, dopo lo smantellamento della sezione Alta Sicurezza 1 di Spoleto (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/08/17/da-giovanni-mafrica-trasferito-nel-carcere-di-parma/). Quella lettera era accompagnata da una istanza al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per chiedere il trasferimento.

Richiesta su cui Giovanni ritorna in questa lettera, dove esprime la sua volontà di potere continuare gli studi, possibilità che dovrebbe essere garantita ad ogni detenuto, ma che, nei fatti, gli viene negata a Parma.

Noi non possiamo che appoggiare la sua battaglia.

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Caro Alfredo,

come credo già saprai, da Spoleto ci hanno trasferiti a tutti, causa chiusura del circuito A.S.1.

A mi è toccato Parma. Non mi dilungo a scriverti tutte le storture e assurdità di questo reclusorio. Poiché sono talmente  demenziali che rischierei di non essere creduto. SIC!

Mi chiedo solo come faccia il Ministro della Giustizia a tutelare questo agire di non stato di diritto. Sì, perché ritegno sia praticamente impossibile che senza una copertura dall’alto, questa Direzione, nel suo insieme, potrebbe amministrare un luogo -ci tengo a precisare, non privato, ma di stato. Quindi di tutti- in maniera così irrispettosa dei precetti contenuti sulla carta costituzionale…

Forse accecati dal velo dell’ignoranza pensano che sulla Costituzione ci sia scritto che tendere alla risocializzazione vuol dire consistere in trattamenti contro i diritti primari propri della persona in stato di prigionia.

Ecco, bisogna spiegare loro che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, perché tenere delle persone in stato di prigionia -avendo alle spalle più lustri di detenzione già scontata e per di più con prospettiva di fine pena mai- 20 ore su 24, senza che a questi gli si dia ciò che l’ordinamento penitenziario prevede, e cioè lavoro, studio, insomma tutte quelle offerte tese alla risocializzazione e all’affermazione di una dimensione da cittadino.

Significa tradire i precetti  a cui loro stessi giurano di essere fedeli e di rispettare. Ma ripeto, questo agire li relega in una dimensione vergognosa e mi colpisce il fatto di come sia radicato, nella stragrande maggioranza di costoro, il concetto di afflizione, di esclusione sociale. Comportamenti caratteristici dell’indifferenza che risultano irrispettosi in una società che basa la propria visione democratica e civile proprio sulla carta costituzionale. Questo per farti un quadro della situazione.

Qui purtroppo non c’è alcun corso scolastico motivo, per cui ho subito inoltrato richiesta di trasferimento in altra sede. Le disposizioni relative ai trasferimenti in questo caso statuiscono che, per coloro che sono iscritti a scuola, nel caso in cui dovessero essere trasferiti, comunque gli deve essere garantito il prosieguo della frequenza a scuola.

Tutto ciò, una volta  che sono stato portato in questo girone carcerario, non mi è garantito. Ma io continuerò a cercare una soluzione che sia vantaggiosa per il proseguimento del mio percorso scolastico. 

In questo senso, vorrei se ti fosse possibile mettermi in contatto con qualche associazione del tessuto sociale di Parma o indirizzarmi, a cui possa rivolgermi per fare valere le mie ragioni.

Parlane anche con Antigone..

Insomma, fatemi sapere.

Un abbraccio, e a presto

Da Giovanni Mafrica.. trasferito nel carcere di Parma

Dopo lo smantellamento in blocco dell’intera sezione Alta Sicurezza 1 del carcere di Spoleto, i membri della sezione sono stati sballottati per mezza Italia, come pacchi postali, senza alcuna attenzione ai percorsi di trattamento e di studio portati avanti negli anni, dei legami con la famiglia e di ogni altra considerazione “umana”.

Uno di coloro che ha avuto la destinazione peggiore è Giovanni Mafrica, che è stato trasferito nel carcere fogna di Parma, in assoluto uno dei carceri peggiori d’Italia, da anni un autentico modello di inefficienza e dannosità. Troverete diversi testi su questo carcere “gioiello” nell’archivio.

Oggi pubblico l’istanza di trasferimento inviata da Giovanni Mafrica.. facendola precedere da una lettera che, lo stesso Giovanni Mafrica, ha inviato a Carmelo Musumeci.

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Parma 07.08.12

Caro Carmelo,

la fortuna non è mia amica. Non mi appartiene come vedi. Con tante destinazioni, ho beccato la più schifosa, sotto tutti gli aspetti.

E’ inutile che ti descriva tutte le storture di questo carcere. Perché rischierei davvero di consumare chili di carta.

Anzi, te ne racconto una che per quanto banale, è rivelatrice dell’ambiente schizofrenico. E’ indicativa proprio per capire il buio istituzionale che predomina in questa realtà carceraria. Pensa che la TV la spengono, ancora alle 2 di notte e la aprono alle 7 di mattina. Per ribadirti la mentalità ristretta con cui abbiamo a che fare.

Ritengo vergognoso e incredibile che le varie associazioni tutelanti i diritti dei detenuti non intervengono per chiedere la chiusura di questo luogo di non stato di diritto.

Ritengo indecente, oltre che immorale, che il Ministro della giustizia, continui a tutelare e tenere in piedi un sistema così afflittivo nei confronti di persone in stato di prigionia.

Credo che il D.A.P. avrebbe dovuto chiudere questa A.S.1 e non quella di Spoleto. Proprio perché l’illegalità di stato, la mancata applicazione dei diritti contenuti nella Costituzione, vengono calpestati palesemente, senza che nessuno, preposto a tutela degli stessi, se ne curi.

In ogni modo, visto che non sono un dormiente, ho inoltrato istanza di trasferimento presso il D.A.P. proprio perché qui non c’è alcun corso scolastico che garantisca il prosieguo degli studi.

A riguardo, assieme a questa mia, ti mando l’istanza, in modo che tu possa divulgarla in ogni dove. Qualora fosse possibile fare una interpellanza sulla questione di cui siamo stati oggetto. Segnala anche la questione relativa alla scuola, motivando la cosa, come nel mio caso, che, nonostante fossi iscritto a scuola, sono stato trasferito, disapplicando gli artt. 83 e 42 O.P., in un carcere in cui non gli viene garantito il prosieguo degli studi e, per giunta, afflittivo e irrispettoso, dei diritti soggettivi. Insomma, vedi tu, fanne buon uso…

Informami di tutte le iniziative volte alla campagna di sensibilizzazione contro la pena dell’ergastolo. Mandami se ti è possibile l’indirizzo di Ornella Favero, così, qualora dovrò scrivere qualche documento atto a far sapere il degrado di questo reclusorio, lo farò pervenire alla redazione di “Ristretti”. Mimì è anch’esso con me, senza computer siamo rovinati e, a quanto pare, non ne vogliono sapere per nessuna ragione…

Abbiamo parlato dell’iniziativa ai compagni per aderire a questa campagna volta a dare e restituire civiltà giuridica a questo Paese.

Oh scusa, ho scritto una pagina e mezza, e non ti ho chiesto come stai. So che lì si sta “bene”, nel senso che ci sono aperture e la possibilità di costruire tante cose.

Scusa, inoltre, sia per la penna che fa le bizze, sia per la calligrafia un po’ particolare. Ma non essendo più abituato a scrivere con la penna, mi viene difficile scrivere. Anzi è una fatica, ho già le dita che mi bruciano, sono uno sfaticato hahaha. Salutami i miei paesani e Agostino.

Nell’attesa di leggerti ti avvolgo in un forte abbraccio. Ti saluta tanto Mimì. Ti ha scritto e spero che tu l’abbia ricevuta. A presto.

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Al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria- Direzione Generale dei detenuti e del trattamento- Ufficio II- Sezione II- Reparto II

E per conoscenza

- Al Presidente della Repubblica,

- Al Ministro della Giustizia,

- All’Onorevole Rita Bernardini,

- Al Magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia

Bisogna sempre applicare la legge. Nel non farlo si agisce illegalmente.

L’art. 42 della L. n. 354/1975 O.P. dispone che “i trasferimenti sono disposti per gravi e comprovati motivi di sicurezza, per esigenze dell’istituto, per motivi di giustizia, di salute, di studio e familiari”.

Nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alla residenza delle famiglie.

Che alla luce del positivo percorso scolastico che ha contrassegnato negli anni la lunga detenzione patita dallo scrivente, la presente istanza finalizzata alla tutela dei diritti primari propri, si appalesi meritevole di positiva valutazione e conseguente accoglimento.

- L’art. 83 del D.P.R. n. 239/2000 O.P. dispone “nei trasferimenti per motivi diversi da quelli di giustizia o di sicurezza. Si tiene conto delle richieste espresse dai detenuti e dagli internati in ordine alla destinazione”.

Che essendo iscritto al 4° anno scolastico nell’istituto d’arte nella casa di reclusione di Spoleto. Con questo trasferimento viene impedito il mio diritto allo studio, dato che in questo nuovo reclusorio non c’è alcun corso scolastico.

Chiedo di essere assegnato in una sede dove posso proseguire il mio percorso di studio, riconoscendo a questo percorso scolastico un ruolo importante, la cui finalità di formazione rappresenta lo strumento per una preparazione professionale adeguata.

Nell’attesa di un vostro riscontro, confido nell’accoglimento, e spero che accadrà prima nell’inizio scolastico di settembre.

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