Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Segnalazione sulle condizioni di un detenuto nel carcere di Parma

cenni

L’amico Antonio di Radiocane, che è in contatto anche col circolo Cabana di Rovereto, ci invia questa segnalazione fatta alla vicedirettrice del carcere di Parma, la dott.ssa Anna Albano, in merito alle condizioni molto problematiche che starebbe vivendo un detenuto di nome Nocera William, arrestato per uso di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale. Noi non conosciamo la vicenda del merito, anche in relazione a quanto effettivamente questo detenuto starebbe vivendo dentro il carcere, ad es. la diminuzione di 12 kg del peso. Ma basta anche solo il dubbio che tutto ciò possa corrispondere a realtà, per condividere questa segnalazione.

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Gent.ma Dr.ssa Anna Albano, mi dicono che nella struttura da lei diretta, è detenuto il sig. Nocera William, per gli amici Willy, con l’accusa di uso di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale. Mi dicono anche che dopo una attenta perquisizione, nulla è stato trovato e la “resistenza” è la conseguenza di un arresto immotivato. Giudicare a lei non compete, ma ci sono problemi che riguardano le sue competenze. Willy, è in carcere dall’inizio di gennaio, ed è già dimagrito di 12 Kg. Inoltre è ammalato ed ha la febbre, ma nessun medico è intervenuto. Mi dicono che il cibo portato dai familiari non gli viene consegnato e la posta che invia non viene spedita. Inoltre i familiari hanno potuto vedere e documentare fotograficamente i suoi vestiti pieni di sangue. Cosa sta succedendo nel carcere di Parma da lei diretto? Sappiamo dal rapporto dell’Osservatorio Antigone, che c’è stato nel 2011 un suicidio, ma ci sono tuttora molti casi di autolesionismo. Non è accettabile tutto questo. La invitiamo ad intervenire con l’autorità che le compete per eliminare queste brutture,prima di piangere ulteriori morti a causa di ingiustizie e comportamenti disumani.

Una barca… di Paolo Amico

pescarenico la barca antica

Tramite la nostra Grazia Paletta ci giunge questo piccolo ma intensissimo pezzo di Paolo Amico, detenuto a Parma.

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UNA BARCA 

 In un tempo non molto lontano, ero una barca da pesca e vivevo giorni felici e spensierati, a pensarci ora.

All’ alba uscivo, lenta e silenziosa, pronta a solcare il mare. Agile e fiera, puntavo la mia prua verso levante, nell’attesa che i primi raggi di sole si mettessero a giocare con le onde. Era il momento più bello, tutto si colorava di rosso e io stessa sembravo vestita di porpora. La sera tornavo, sazia di pesce, e sonnecchiando mi dondolavo nell’attesa di un meritato riposo.

Passavano i giorni, così come lenta e inesorabile trascorreva la mia giovinezza. Le mie ossa cominciavano a scricchiolare e facevo fatica a solcare le onde. Forse era giunto il momento di fermarmi, ma non era questo il mio destino, qualcosa di spaventoso mi attendeva.

Una sera me ne stavo a sonnecchiare, ormai da tempo inattiva, quando ad un tratto sentii voci sommesse e un lampo di speranza mi diede vigore. Pensai: “Ecco, torno a solcare il mare, a seguire la luce che splende come diamante tra le onde”.

Ma, ahimè, quasi subito mi accorsi del peso che gravava sulle mie spalle. Come già era accaduto ad altre mie compagne, qualcuno mi fece strumento delle mie speranze, ora toccava a me piangere il dolore in quella oscurata costa. Come una ladra, silenziosa ed in punta di piedi, ripresi la vecchia via, con un peso che a stento ora sopportavo. Mi avviai verso una rotta a me familiare, ma stavolta non a pescare. Andavo a scaricare un’orda disperata, agognante un nuovo destino.

Silenzio nella notte, rotto solo dal pianto disperato. Non più un diamante da solcare era il mare, ma un diavolo spumoso e imbufalito che mi voleva inghiottire. Anche il giorno fu notte, con il suo cielo livido e grigio. Arrancavo in vita della speranza, quando all’improvviso una voce rabbiosa mi mise paura. Ebbi appena il tempo di vedere uno strano e scabroso metallo che una sorella imperiosa mi colpì al fianco. Andai a fondo con il mio prezioso e disperato carico, e quel riposo che tanto attendevo si sporcò di dolore.

Ora riposo su un fianco, nei fondali di una costa e quando la liquida coltre è calma e trasparente osservo le stelle, ma il mio pensiero torna sempre a quel tempo, al mio ultimo viaggio e il mio riposo si fa tormento.

Avrei voluto affondare nel mio letto, con il saluto delle sorelle a sirene spiegate, ma una sprezzante “civetta ha fatto di me una tomba.

Eccomi, ormai in frantumi, a raccontare il mio passato. I miei resti offrono riposo. Questo è il destino che mi è toccato dopo una vita trascorsa a rincorrere il sole di giorno e  a guardare le stelle, cullandomi, di notte.

Quando credo di essere stata dimenticata, ecco una sorella che, nell’avvicinarsi al mio letto, suona una sirena per ricordarmi chi ero.

Felice e sorridente torno a dormire, ma nel mio cuore vesto il rimpianto di non essere solo ricetto delle creature dei mari, ma eterna dimora  per gli uomini.

Dai detenuti dell’AS1 di Parma

Parmas1

Tramite il nostro Giovanni Mafrica -tra i detenuti trasferiti, a fine luglio, da Spoleto, dopo lo smantellamento della sezione AS1 di Spoleto- ci ha inviato questa lettera collettiva dei detenuti AS1 di Parma. Una lettera rivolta al provveditore regionale penitenziario per l’Emilia, Dr Pietro Buffa, nella quale si prende in particolare attenzione la questione dei colloqui.

Cito un passaggio, prima di lasciarvi a questa lettera.

“Vorremmo che ogni colloquio fosse la realizzazione di una giornata dedicata all’incontro tra papà, nonni, zii e i loro figli e nipoti. E’ una richiesta a cui aspiriamo e nella quale ci proiettiamo  con sguardo curioso perché vorremmo osservare lo sviluppo attraverso i loro giochi, i loro gesti, le loro parole, i loro desideri.”

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LETTERA APERTA AL PROVVEDITORE REGIONALE DELL’EMILIA ROMAGNA DR. PIETRO BUFFA

Innanzitutto vorremmo presentarci. Siamo detenuti nella sezione A.S.1 della casa di reclusione di Parma.

Abbiamo scelto consapevolmente di farci sentire, poiché vogliamo portare la nostra voce laddove si discute di problematiche penitenziarie e i ricercano nuovi strumenti con cui applicare una comunicazione fattiva e concretamente responsabile.

Il nostro status di detenuti non può, noi certamente non lo vogliamo, impedire il riconoscimento di alcuni fondamentali diritti.

In questo istituto la mancanza del regolamento interno nega l’applicazione di regole e diritti di cui l’ordinamento penitenziario decreta la legittimità e si impone un regime coatto, alienante e scarsamente attento alle regole base che regolamentano la quotidianità. Ovviamente sappiamo dell’esistenza di referenti precisi , quali ad esempio il magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, sappiamo che le nostre istanze devono seguire un percorso burocratico preciso. Quello che vorremmo discutere con Lei è qualcosa d’altro, poiché auspichiamo di non essere esclusi dalle questioni che ci riguardano, poiché se si compone una maggiore sensibilità sul problema della vita carceraria, si potrà meglio capire l’urgenza sociale della questione carcere.

Nella “nostra” sezione A.S.1, le attività trattamentali e di formazione che potrebbero favorire il reinserimento della persona nella società non l’hanno mai riguardata, anzi, ne è parlato, ma fino ad oggi nulla è stato concretizzato. Infatti, siccome le persone detenute presso la suddetta casa circondariale, sono in gran parte condannate a lunghe pene, compreso l’incivile “FINE PENA MAI”, si continua a rinviare l’applicazione delle attività trattamentali. Per meglio dire, l’ufficio educatori svolge il suo lavoro, ma i successivi ostacoli pregiudizievoli risultano insuperati all’atto delle analisi delle sintesi trattamentali.

Seconda questione. Abbiamo sollecitato la Direzione, attraverso un documento, chiedendo un miglioramento dei colloqui, una maggiore attenzione ai rapporti famigliari e sensibilità nell’accoglienza (è indubbio che, in presenza di situazioni non ottimali, vada in primo luogo salvaguardato il rapporto bambino-genitore, non solo nella prospettiva dei diritti di quest’ultimo, ma anche e soprattutto nella prospettiva dei diritti del bambino … CIRC. D.A.P. 8 luglio 1998  n. 3478).

Vorremmo che ogni colloquio fosse la realizzazione di una giornata dedicata all’incontro tra papà, nonni, zii e i loro figli e nipoti. E’ una richiesta a cui aspiriamo e nella quale ci proiettiamo  con sguardo curioso perché vorremmo osservare lo sviluppo attraverso i loro giochi, i loro gesti, le loro parole, i loro desideri.

I rapporti famigliari di cui sollecitiamo continuamente lo sviluppo, sono espressione di vita, di speranza, sono la ragione del’essere di ogni uomo e di ogni donna detenuti.

I colloqui qui svolti non permettono a noi detenuti di giocare coi nostri bambini. Nella sala colloqui, infatti, non sono presenti angoli dedicati a giochi e non è permesso consumare pasti insieme alle famiglie, in contrasto con quanto previsto dall’art. 61 comma 2, Lett.b (…) con il permesso di consumare un pasto in compagnia, fermo restando le modalità previste dal 2° comma dell’art. 18 O.P. E’ vero che per i bambini è stata predisposta una saletta a parte, ma questo vuol dire allontanarli dai genitori, nonni e zii; vuol dire non dare corpo alla fantasia insieme a loro.

Quello che osserviamo è la sensazione palpabile di oppressione, il disagio visibile negli occhi delle nostre famiglie.

Auspichiamo allora ci sia un impegno da parte Sua ad intervenire sollecitando un cambiamento per porre fine alle infiniti pregiudiziali della cultura emergenzialista che crea un perpetuo affanno. Proseguire la carcerazione in queste condizioni è cosa che cerchiamo di scongiurare.

Noi ci proponiamo, contemporaneamente ci auguriamo, di trovare in Lei il desiderio di opporsi all’ineluttabilità del carcere.

Con la speranza di essere stati esaustivi, così da avere sollecitato la Sua attenzione, Le inviamo i nostri più Cordiali Saluti e Le auguriamo buon lavoro e auspichiamo ci onori di un futuro incontro.

I detenuti firmatari.

 

Dai detenuti del carcere di Parma

parmas

Pubblico oggi una lettera collettiva dei detenuti della sezione A.S.1 del carcere di Parma. Lettera che  è stata inviata ad alcune istituzioni e che riguarda il tema dei colloqui con i famigliari.

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Alla Magistratura di Sorveglianza di Reggio Emilia

Al Provveditore Regione Emilia Romagna

Al Garante dei detenuti Regione Emilia Romagna

Siamo un gruppo di detenuti del reparto AS1 della Casa di Reclusione di Parma e abbiamo consapevolmente scelto di portare questo documento alla vostra attenzione, poiché riteniamo che la ricerca del pensiero può e deve essere considerato da un lato, quale rivelazione di comportamenti lucidi e, dall’altro, quale manifestazione del grado di civiltà dell’individuo.

L’argomento che abbiamo deciso di trattare riguarda le modalità con le quali vengono organizzati i collo qui familiari nella struttura penitenziaria di Parma.

Nel nostro ordinamento penitenziario, tra gli elementi del trattamento, sono inseriti i rapporti affettivi stabili con i familiari e lo specifico art. 28 L. 26.07.1975 n. 354 dispone che: particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei reclusi con le famiglie. Questa particolare cura è specificata nel Reg. Esec. della legge penitenziaria: nella concessione di colloqui che consentono di trascorrere, insieme a coloro che sono ammessi ai colloqui, parte della giornata in appositi locali e di consumare un pasto insieme, fermo restando il controllo visivo del personale di sorveglianza (vedi art. 61 R.E. rapporti con la famiglia e progressione del trattamento).

Nel carcere di Parma le modalità con le quali vengono fatti svolgere i colloqui non corrispondono alle indicazioni espresse nella legge penitenziari: il riferimento è indirizzato alle lunghe ore di attesa all’interno di una sala di aspetto piccola e scarsamente idonea ad accogliere in nuclei familiari autorizzati all’ingresso in istituto. Un ambiente sovente affollato le cui condizioni di vivibilità, soprattutto per bambini ed anziani, sono da considerare inadatte.

Le sale colloqui, di cui un è ancora provvista di bancone divisorio, limitano l’espressione autentica di affetto tra le persone. La legge penitenziaria assegna alle sale colloqui il ruolo di accoglienza e condivisione di affetti; luoghi in cui i bambini, attraverso i giochi, la lettura di favole e la condivisione nel consumo della merenda assieme al loro papà, nonni, zii possano esprimere la loro creatività  superando, così, il trauma che il carcere, per sua natura, determina in ogni essere umano che ne supera la soglia d’ingresso.

Qui al carcere di Parma, a noi detenuti è consentito, a tutt’oggi, portare una bottiglia d’acqua, poche caramelle con involucro trasparente e nient’altro!

Per la sola presenza di ogni bambino è concessa una merendina oppure un succo di frutta, per tutti gli altri ospiti, niente!

Motivo di tali limitazioni: “esigenze di controllo”.

I soli motivi legati alle esigenze di controllo non possono impedire l’applicazione dell’art. 61 comma 2, lett. b (possibilità di consumare un pasto) la cui applicazione, insieme alla concessione all’interno della sala colloqui di giochi adatti per i bimbi, migliorando il rapporto di reciproco rispetto con il personale di sorveglianza chiamato spesso a valutazioni difficili e discrezionali molto eterogenee, secondo la mentalità di chi è chiamato a gestirle.

Quindi occorre valutare la pretesa di una costante sorveglianza sui detenuti con il rispetto di una esigenza naturale del mantenimento dei rapporti familiari.

Concludiamo la nostra esposizione con il riferimento estratto dall’ord. n. 14762012 emessa dalla Magistratura di Sorveglianza di Firenze.

Scrive il Magistrato: “si deve riflettere sul fatto che l’affermazione del principio di sorveglianza interviene in un luogo che è espressione della sorveglianza nelle sue mura, nella organizzazione degli spazi, che è sostanza e simbolo della sorveglianza perché in questo quadro di sicurezza, aggiunge l’inibizione di relazioni affettive il più normale possibili””.

Alla luce di quanto esposto nella presente, auspichiamo ci sia la volontà da parte di tutti gli eminenti giudici che operano presso la Magistratura di Sorveglianza di Reggio Emilia, del Provveditore della regione Emilia Romagna, Dr Pietro Buffa, del garante dei detenuti, Avv.ssa Desi Bruno, la volontà e il desiderio di migliorare le condizioni e le modalità d’ingresso e permanenza nelle sale colloqui, per fare di questi luoghi siti di accoglienza, dove chi vi entri ritrovi, in quelle poche ore, il desiderio di continuare, con più serenità, relazioni affettive sane, cordiali, e armoniose.

Sperando di essere stati esaustivi, di avere sollecitato la vostra attenzione, chiediamo un intervento istituzionale, affinché le modalità con cui vengono disciplinati i colloqui abbiano il carattere che la legge penitenziaria indica nei suoi articoli, così da favorire le relazioni affettive dei detenuti con i loro familiari.

I detenuti firmatari.

 

Giovanni Mafrica… continua a Parma la violazione dei diritti dei detenuti

Giovanni Mafrica è uno dei diciotto ergastolani, che, a partire dalla fine di luglio sono stati sballottati come pacchi postali in mezza Italia, in seguito allo smantellamento della sezione Alta Sicurezza 1 di Spoleto.

Coloro che hanno avuto la sorte peggiore, sono quelli finiti nel grigio carcere dormitorio di Badu e Carros in Sardegna e nel famigerato carcere di Parma, su ormai esiste praticamente una letteratura di testimonianze, documentazioni, interventi esterni, che gli permettono di fregiarsi dello squallido primato di esssere uno dei peggiori carceri d’Italia. E va dato atto della coerenza… nel mantenere, nel corso degli anni, l’appartenenza nella lista dei peggiori.

Giovanni Mafrica fin dall’arrivo nel carcere di Parma, si è trovato bruscamente regredito nella prosecuizione del trattamento, ed ostacolato nella sua concreta dinamica esistenziale.

In lettera del 17 agosto segnalava come veniva bruscamente troncato il suo cammino scolastico, e reso inefficace il suo diritto allo studio, non essendoci a Parma alcun corso scolastico (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/08/17/da-giovanni-mafrica-trasferito-nel-carcere-di-parma/).

In lettera del 3 ottobre chiedeva che fosse garantito il suo diritto alla salute, permettendogli di fare una visita medica di cui aveva bisogno (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/10/03/ricorso-di-giovanni-mafrica-al-magistrato-di-sorveglianza/).

Nel post pubblicato da Nadia il 22 ottobre era fatto presente come Giovanni fosse stato messo in isolamento perché rifiutava la cella a due, in quanto detenuto ergastolano, e i detenuti ergastolani.. per chi non lo sapesse.. hanno diritto alla cella singola (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/10/22/salviamo-giovanni-mafrica-dallassassino-dei-sogni-di-parma/).

Oggi pubblichiamo parte della sua ultima lettera giuntaci, seguita da una istanza al Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria Regione Emilia Romagna (e per conoscenza ad altri soggetti) dove chiede il rispetto del suo diritto, in quanto ergastolano, alla cella singola.

Nella lettera che pubblichiamo prima dell’istanza, veniamo a conoscenza del fatto che, dal 3 ottobre, Giovanni Mafrica è sottoposto a continue misure di isolamento. E che, anche per questo, aveva fatto dieci giorni di sciopero della fame e di sospensione della terapia.

Giovanni Mafrica viene punito… questo deve essere chiaro.. e sottoposto a misure di continuo isolamento perché sta chiedendo una cosa stabilita dalla legge.. ovvero il diritto per gli ergastolani alla cella singola. L’art. 22 del c.p. stabilisce l’isolamento diurno per i detenuti ergastolani.

La cella singola per gli ergastolani ha anche un evidente fondamento morale. Una pena estrema, come quella che può durare un’esistenza o comunque, tanti anni, per la sua estrema durezza, deve essere accompagnata da quel minimo di “respiro” rappresentato dal potere almeno avere uno spazio esistenziale più idoneo, con una stanza singola, maggiore libertà di azione quindi, momenti per stare in silenzio, per avere uno spazio vitale un po’ più decente.

Giovanni Mafrica sta solo reclamando un diritto e conducendo una battaglia per la legalità.

Ha il nostro sostegno, e ci attiveremo per contribuire alla sua battaglia.

Di seguito lo stralcio della sua lettera e la sua istanza.

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Parma 17.10.12

Caro Alfredo (..) Qui è un casino.

Ti informo che dal 3 ottobr sono sottoposto a continuo isolamento. Ho fatto 10 giorni di sciopero della fame. Per protestare contro l’ubicatura della mia persona in stanza in 2. Le ragioni le troverai nell’allegata istanza.

Questo è stato voluto, Alfrdo, perché scrivo e lotto per avere riconosciuto ciò che statuisce la Carta Costituzionale, ovvero diritti.

Hanno trovato il cavillo per isolarmi, che schifo!

Ho mandato un telegramma a Nadia per informarla dello sciopero della fame e altro. L’ha ricevuto? Fammi sapere.

Altresì, nello stesso giorno, ne ho fatto uno anche all’onorevole Rita Bernardini. Possibile sapere se l’ha ricevuto?

(…) Gli organi di vigilanza non vigilano. Ma non demordo! Sto scrivendo a tutti. Se puoi chiama il garante dei detenuti della regione Emilia Romagna. Per informarti della situazione. L’ho incontrata il 6 ottobre e le ho spiegato il tutto.

Pensa che l’istanza di trasferimento del 2 agosto, sai quando l’hanno inviata? Il ottobre, sic! Fallo sapere al garante, se la senti. Intervite come associazione? Si configura come abuso d’ufficio un tale ritardo?

Aspetto tue… chiudo così la spedisco oggi.

Un caro abbraccio.. a presto..

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Al provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria Emilia Romagna- dott. Piero Buffa

e p. c.

al Presisdente della Repubblica,

al Ministro della Giustizia,

al Magistrato di Soverglianza di Reggio Emilia,

all’onorevole Rita Bernardini,

Al Garante dei diritti del detenuto- regione Emilia Romagna- avv. Desi Bruno,

Al’Ufficio educatori,

Il sottoscritto Giovanni Mafica, ristretto presso il reclusorio di Parma, denuncia quanto segue:

Che in data 3 ottobre veniva messo in stato di isolamento preventivo, poiché lo scrivente non acconsentiva ad ubicarsi in stanza in 2. Per questo fa presente al suo ufficio che lo scrivente ha intrapreso lo sciopero della fame e il rifiuto della terapia. Forma di proteta pacifica. In quanto la Direzione vuole imporgli l’ubicazione in stanza a 2, non tendendo conto che lo scrivente, essendo ergastolano, deve essere ubicato in stanza singola, applicando l’isolamento notturno contenuto nell’art. 22 Codice Penale. Per altro norma di elgge tassativa, che non prevede forme di deroga da parte dell’Amministrazione Penitenziaria.

Che la stanza in 2 persone non rispetto il metraggio statuito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Altresì, fa presente che la detta stanza ha il bagno piccolisimo, senza finestra per dare aria e non consente alcuna privacy, tenuto conto che bisogna lavarsi, farsi la barba, con la prota aperta. Diversamente, per la ristrettezza delo stesso bagno, tale porta non si chiude o, nel caso in cui si chiudesse, sarebbe praticamente impossibile rispettare quanto appena detto nel pieno rispetto della dignità del singolo.

Ritenuto che ciò lede i diritti primari della persona,

CHIEDE:

Alla S.V. di volere intervenire affinché allo scrivente non vengano riservati trattamenti non conformi ai parametri, sia dell’Ordinamento Penitenziario, sia della Costituzione.
Ciò perché, il detenuto, in qualità di inividuo e cittadino, gode di diritti inalienabili e imprescindibil, ed ogni forma di ingerenza o sopruso è indegna ed immorale, oltre che contraria alle leggi della Repubblica.

Fiducioo in un  suo diretto intervento le invio doverosi saluti.

Parma 04.10.2012

In fede,

Giovanni Mafrica

Dopo che mi hanno strappato mio fratello… di Giuseppe Barreca

Essere privati di un pezzo della propria anima.

La cosa che più fa male della lettera di Giuseppe Barreca – che pubblico oggi – è proprio questo.

Mentre ci abituiamo a scorrere le lettere e i testi quasi velocemente, visto il loro ammontare e i tanti venuti nel tempo, ricordiamo sempre di “distinguere”. Tante cose sono importanti, tante cose sono dolorose, tante cose sono emozionanti.. ma non sempre allo stesso “livello”.

E’ doloroso (ad es.) se subisco un rapporto disciplinare, ma infinitamente più doloroso se “perdo” un fratello. Pensateci. Sono in carcere da anni e anni. Un’esperienza, comunque la si pensi, traumatica e devastante. La mia vita sociale esterna è andata a rotoli, la mia vita familiare compromessa. I miei unici contatti sono solo le persone più care che nei giorni di colloquio vengono a trovarmi. Anche quando i colloqui possono avvenire regolarmente (in molti casi non è così) si tratta comunque di qualche ora strappata di tanto in tanto. E che lascia sempre una fame.. quasi disperata.. al suo concludersi.

In questo contesto ho UNA persona cara con cui vivere la quotidianità. UN FRATELLO. In questo contesto, un affetto già di per sé importantissimo, diventa VITALE. E’ mio fratello cazzo. E’ una persona a cui voglio bene fin da bambino. E’ la mia famiglia.. In questo carcere posso vivere almeno una “parte” di famiglia.

E dopo un bel po’ di anni me lo togli.

Possiamo anche discutere, come farebbero alcuni dell’opportunità che due fratelli detenuti siano ristretti nello stesso carcere. Io non ci vedo nulla di male. Ma, posso anche ammettere che si discuta di questo. Ma, una volta che, in un modo o nell’altro, quei fratelli si sono trovati, per anni, a stare nello stesso carcere e a condividere anche, per certi aspetti, il loro percorso trattamentale è UN DELITTO separarli. Gettando così, proprio dopo anni di riconosciuto impegno e di positivo trattamento, due persone nello scoramento più totale, invece di incentivarle con maggiori momenti affettivi, aperture di socialità e ricadute di fiducia.

Che messaggio invii alla loro  mente, alla loro anima, al loro cuore? Che dopo tanti anni di vero impegno e di crescita umana… il tuo modo di “apprezzarli” è spaccare il cuore ad entrambi, e mandare uno di essi NELLO SQUALLIDO CARCERE DORMITORIO DI  NUORO, che, rispetto a Spoleto, a come un ritornare nel Paleolitico.

Dopo lo smantellamento, avvenuto alcuni mesi fa, della sezione Alta Sicurezza 1 del carcere di Spoleto, i vari detenuti lì presenti sono stati sballottati come tanti pacchi postali per le carceri di mezza Italia. Senza alcune considerazione del trattamento e del percorso pregresso. Alcuni hanno avuto destinazioni fondamentalmente “buone”, come Carmelo Musumeci a Padova, altri destinazioni “tollerabili” o peggio che tollerabili, ma comunque non “pessime”. E altri invece sono stati scodellati presso destinazioni pessime. Come Giovanni Mafrica nel famigerato carcere di Parma e Salvatore Pulvirenti, Domenico Papalia, Santo Barreca (il fratello di Giuseppe, di cui Giuseppe cita una lettera in questo post..) e anche altri credo… in un posto che viene descritto come una sorta di squallido e mortifero dormitorio, un posto dove farsi imbalsamare corpo, mente e cuore. Il carcere di Badu e Carros. A Nuoro.

Se leggete questa lettera di Giuseppe con quegli occhi che portate dentro, quelli che hanno ancora addosso lo sguardo della libertà, sentirete tra le righe un pianto, nel vedere l’amato fratello strappato da lui e buttato nella discarica Badu e Carros.

E poi.. i libri…

Perché rovinare, strappare.. OFFENDERE i libri di Santo Barreca?

Santo usa la parola giusta.. OFFENDERE…

Questa cosa OFFENDE..

OFFENDE non solo quei libri. E non solo Santo. Ma OFFENDE anche me. E, ne sono certo, OFFENDE anche noi.

Vi lascio alla lettera di Giuseppe Barreca.

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Ciao Alfredo, come stai?

Da tempo non mi faccio vivo. In verità sono un po’ confuso per via dell’improvvisa, quanto ingiustificata, deportazione di mio fratello e di tutti i ragazzi della sezione A.S.1 del carcere di Spoleto.

Come sai mio fratello studiava ed era al secondo anno di SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE, presso l’ateneo perugino. Per me è stata una vera tragedia. Non riesco proprio a mandarlo giù. Mio fratello qui era tutto e credimi, non riesco a capire quale ne sia stata la ragione.

Non intendo essere patetico, ma mi viene spontaneo pensare a chi giova e serve tutto ciò! E’ come infierire su un toro già trafitto nell’arena che, sanguinante e in agonia, viene trascinato via da impietosi cavalli guidati da impietosi e divertiti uomini, pronto per essere macellato.

Che senso ha deportare una persona a Nuoro lontano da ogni affetto. Da ogni logica di recupero; peraltro già brillantemente avviata presso il carcere di Spoleto. PERCHE’? Mi scrive mio fratello di Nuoro: “… qui a Nuoro manca tutto, ma forse la cosa che si avverte dannatamente nell’aria è la mancanza di speranza. Ancora non ho sentito il cinguettio di uccelli, pur trovandomi  quasi  nelle prossimità di un bosco (… il carcere è costruito a ridosso di una collinetta). Che anche loro abbiano perso la speranza e hanno deciso di andarsene? BHO! Sento e vedo solo neri uccellacci che volteggiano nel cielo come avvoltoi nelle savane africane pronti a picchiare sulle carcassa di una carogna che leoni ormai sazi hanno appena abbandonato. Anche l’aria è strana, pesante. La solitudine trasuda dalle pareti.

Negli occhi dei mie compagni leggi il disagio di chi è ormai rassegnato, stordito da una quotidianità senza senso. Lo sguardo di ognuno è vuoto, cupo, cieco, sordo e rassegnato. Nessuno sorride qui. Non perché non si ha voglia di sorridere, ma perché nessuno ha la forza di farlo. Già! A che serve sorridere!!! 

Sai… ho ricevuto i pacchi che Spoleto mi ha inviato con dentro la mia roba personale. Tutto era in ordine. L’unica cosa che ho trovato in disordine erano  libri, libri che avevo sistemato dedicandogli molta più cura delle altre cose. Ho provato a chiedermi le ragioni de perché solo i libri erano in uno stato pietoso; addirittura in alcuni mancano delle pagine. Mi sono fermato un attimo per cercare di capire quali mani avessero ridotto così i miei libri. PERCHE”!

E allora ho pensato alle parole di un grande della storia. Gramsci. Egli scriveva: “… Il personale carcerario detesta che i detenuti vengano istruiti, perché finché ignoranti essi sono loro schiavi, perché sanno che la conoscenza è la chiave della libertà”. 

Ho annuito e non ho nemmeno chiesto quale fosse la ragione che aveva spinto mani cieche a OFFENDERE i miei libri…

Scusa fratello caro se mi sfogo on te che sei la mia vita, ma sto vivendo come in un film. Un film in bianco e nero dove l’unico colore che riesco a distinguere è il colore giallo paglierino delle chiavi con cui mani impietose aprono il cancello svariate volte al giorno. E’ il rumore che rompe il grigio silenzio di un luogo senza tempo, senza ragione, senza speranze, senza sogni…”.

Non continuo a raccontarti le parole che mi fratello Santo scrive. Proprio perché vanno contro ogni più elementare logica della immaginazione e della razionalità. Leggo le sue lettere ed è come se ripercorressi le storie di alcuni miei racconti. Scriverò un libro per questa vicenda assurda ed ho già trovato il titolo.. “NUORTO”.

(..)

Un messaggio per Nadia.

Ciao Nadia! Come stai? Spero di “incrociare” il tuo sorriso. Ho un tatuaggio virtuale nel cuore; vi è scritto “Never give up!” (Non mollare mai!). Solo così possiamo rendere onore ai nostri ideali e sogni di libertà. Guarisci presto. Un affettuoso abbraccio. Grande NADIA.

Giuseppe Barreca

Spoleto, 20 settembre 2012

 

 

Ricorso di Giovanni Mafrica al Magistrato di Sorveglianza

Dopo lo smantellamento -avvenuto alcuni mesi fa- della sezione Alta Sicurezza 1 di Spoleto, i componenti di quella sezione sono stati sballottati come pacchi postali in mezza Italia. Alcuni hanno avuto destinazioni “decenti” -come Carmelo Musumeci nel carcere di Padova-, altri destinazioni pessime, come Marcello Dell’Anna, Salvatore Pulvirenti, Domenico Papalia nel famigerato carcere di Badu e Carros a Nuoro.. e Giovanni Mafrica nel carcere di Parma.

Abbiamo già pubblicato due contributi di Giovanni Mafrica dopo il suo trasferimento.

Oggi inserisco questo ricorso che Giovanni Mafrica ha inviato al Magistrato di Sorveglianza per non avere ricevuto la visita medica, dopo avere fatto richiesta di visita medica, chiedendo -con questo ricorso- che venga garantito il suo diritto alla salute.

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Al Magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia

e per conoscenza:

Al Senatore Ignazio Marino.

Al Garante dei detenuti Regione Emilia Romagna Avv.ssa Desi  Bruno.

All’On. Rita Bernardini.

Il sottoscritto Giovanni Mafrica, nato a Condofuri Marina (RC), il 23.08.1970. Ristretto presso questo reclusorio, fa presente quanto segue:

PREMESSO:

Che nei giorni 18, 20, 21 CM si è segnato a visita medica e non è stato chiamato per essere visitato.

Che l’art. 11 O.P. L. 26 luglio 1975 n. 354 comma 6 dispone che il sanitario deve visitare  sia gli ammalati sia coloro che ne facciano richiesta.

Che la circolare D.A.P. 24 novembre 1990 n. 643295/12 recita “Il diritto alla salute deve essere ugualmente garantito ad ogni persona, sia essa in stato di libertà o detenzione o comunque sottoposta a misura restrittiva della libertà personale, nel rispetto dell’art. 32 della Costituzione (…)”.

Che la salute è stata annoverata tra i beni primari dell’uomo, in quanto condizione indispensabile ed imprescindibile affinché ogni individuo possa esprimere compiutamente e liberamente la propria personalità ed è, in questo senso, il formale riconoscimento di un diritto fondamentale della persona, nonché di un interesse della collettività, vale a ricondurre l’affermazione cristallizzata nell’articolo 32 della Costituzione tra i principi fondamentali dell’Ordinamento costituzionale della Repubblica.

Ritenuto che il relativo diniego da parte della Direzione sanitaria di non garantire allo scrivente la visita medica lede quindi  un diritto costituzionalmente garantito spettante a tal fine.

CHIEDE:

Al Magistrato di Sorveglianza di riferimento di volere intervenire, affinché all’istante sia garantito il diritto alla visita medica secondo le disposizioni stabilite dall’art. 11 OP L. 26 luglio 1975 n. 354 comma 6, al fine di impedire la reiterazione del diniego di quanto esposto e che le problematiche relative al sovraffollamento alla carenza di struttura, alla carenza di personale medico sanitario non possono e non devono essere delle mere giustificazioni dinanzi a delle inadempienze del servizio medico o della semplice visita medica ogni qualvolta il detenuto ne faccia richiesta.

Fiducioso in un suo intervento invia cordiali saluti.

Giovanni Mafrica

Parma 22.05.2012

Un’altra lettera di Giovanni Mafrica

Il diciotto agosto avevo già pubblicato una lettera di Giovanni Mafrica, dalla sua nuova “sede” nel famigerato carcere di Parma, dopo lo smantellamento della sezione Alta Sicurezza 1 di Spoleto (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/08/17/da-giovanni-mafrica-trasferito-nel-carcere-di-parma/). Quella lettera era accompagnata da una istanza al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per chiedere il trasferimento.

Richiesta su cui Giovanni ritorna in questa lettera, dove esprime la sua volontà di potere continuare gli studi, possibilità che dovrebbe essere garantita ad ogni detenuto, ma che, nei fatti, gli viene negata a Parma.

Noi non possiamo che appoggiare la sua battaglia.

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Caro Alfredo,

come credo già saprai, da Spoleto ci hanno trasferiti a tutti, causa chiusura del circuito A.S.1.

A mi è toccato Parma. Non mi dilungo a scriverti tutte le storture e assurdità di questo reclusorio. Poiché sono talmente  demenziali che rischierei di non essere creduto. SIC!

Mi chiedo solo come faccia il Ministro della Giustizia a tutelare questo agire di non stato di diritto. Sì, perché ritegno sia praticamente impossibile che senza una copertura dall’alto, questa Direzione, nel suo insieme, potrebbe amministrare un luogo -ci tengo a precisare, non privato, ma di stato. Quindi di tutti- in maniera così irrispettosa dei precetti contenuti sulla carta costituzionale…

Forse accecati dal velo dell’ignoranza pensano che sulla Costituzione ci sia scritto che tendere alla risocializzazione vuol dire consistere in trattamenti contro i diritti primari propri della persona in stato di prigionia.

Ecco, bisogna spiegare loro che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, perché tenere delle persone in stato di prigionia -avendo alle spalle più lustri di detenzione già scontata e per di più con prospettiva di fine pena mai- 20 ore su 24, senza che a questi gli si dia ciò che l’ordinamento penitenziario prevede, e cioè lavoro, studio, insomma tutte quelle offerte tese alla risocializzazione e all’affermazione di una dimensione da cittadino.

Significa tradire i precetti  a cui loro stessi giurano di essere fedeli e di rispettare. Ma ripeto, questo agire li relega in una dimensione vergognosa e mi colpisce il fatto di come sia radicato, nella stragrande maggioranza di costoro, il concetto di afflizione, di esclusione sociale. Comportamenti caratteristici dell’indifferenza che risultano irrispettosi in una società che basa la propria visione democratica e civile proprio sulla carta costituzionale. Questo per farti un quadro della situazione.

Qui purtroppo non c’è alcun corso scolastico motivo, per cui ho subito inoltrato richiesta di trasferimento in altra sede. Le disposizioni relative ai trasferimenti in questo caso statuiscono che, per coloro che sono iscritti a scuola, nel caso in cui dovessero essere trasferiti, comunque gli deve essere garantito il prosieguo della frequenza a scuola.

Tutto ciò, una volta  che sono stato portato in questo girone carcerario, non mi è garantito. Ma io continuerò a cercare una soluzione che sia vantaggiosa per il proseguimento del mio percorso scolastico. 

In questo senso, vorrei se ti fosse possibile mettermi in contatto con qualche associazione del tessuto sociale di Parma o indirizzarmi, a cui possa rivolgermi per fare valere le mie ragioni.

Parlane anche con Antigone..

Insomma, fatemi sapere.

Un abbraccio, e a presto

Da Giovanni Mafrica.. trasferito nel carcere di Parma

Dopo lo smantellamento in blocco dell’intera sezione Alta Sicurezza 1 del carcere di Spoleto, i membri della sezione sono stati sballottati per mezza Italia, come pacchi postali, senza alcuna attenzione ai percorsi di trattamento e di studio portati avanti negli anni, dei legami con la famiglia e di ogni altra considerazione “umana”.

Uno di coloro che ha avuto la destinazione peggiore è Giovanni Mafrica, che è stato trasferito nel carcere fogna di Parma, in assoluto uno dei carceri peggiori d’Italia, da anni un autentico modello di inefficienza e dannosità. Troverete diversi testi su questo carcere “gioiello” nell’archivio.

Oggi pubblico l’istanza di trasferimento inviata da Giovanni Mafrica.. facendola precedere da una lettera che, lo stesso Giovanni Mafrica, ha inviato a Carmelo Musumeci.

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Parma 07.08.12

Caro Carmelo,

la fortuna non è mia amica. Non mi appartiene come vedi. Con tante destinazioni, ho beccato la più schifosa, sotto tutti gli aspetti.

E’ inutile che ti descriva tutte le storture di questo carcere. Perché rischierei davvero di consumare chili di carta.

Anzi, te ne racconto una che per quanto banale, è rivelatrice dell’ambiente schizofrenico. E’ indicativa proprio per capire il buio istituzionale che predomina in questa realtà carceraria. Pensa che la TV la spengono, ancora alle 2 di notte e la aprono alle 7 di mattina. Per ribadirti la mentalità ristretta con cui abbiamo a che fare.

Ritengo vergognoso e incredibile che le varie associazioni tutelanti i diritti dei detenuti non intervengono per chiedere la chiusura di questo luogo di non stato di diritto.

Ritengo indecente, oltre che immorale, che il Ministro della giustizia, continui a tutelare e tenere in piedi un sistema così afflittivo nei confronti di persone in stato di prigionia.

Credo che il D.A.P. avrebbe dovuto chiudere questa A.S.1 e non quella di Spoleto. Proprio perché l’illegalità di stato, la mancata applicazione dei diritti contenuti nella Costituzione, vengono calpestati palesemente, senza che nessuno, preposto a tutela degli stessi, se ne curi.

In ogni modo, visto che non sono un dormiente, ho inoltrato istanza di trasferimento presso il D.A.P. proprio perché qui non c’è alcun corso scolastico che garantisca il prosieguo degli studi.

A riguardo, assieme a questa mia, ti mando l’istanza, in modo che tu possa divulgarla in ogni dove. Qualora fosse possibile fare una interpellanza sulla questione di cui siamo stati oggetto. Segnala anche la questione relativa alla scuola, motivando la cosa, come nel mio caso, che, nonostante fossi iscritto a scuola, sono stato trasferito, disapplicando gli artt. 83 e 42 O.P., in un carcere in cui non gli viene garantito il prosieguo degli studi e, per giunta, afflittivo e irrispettoso, dei diritti soggettivi. Insomma, vedi tu, fanne buon uso…

Informami di tutte le iniziative volte alla campagna di sensibilizzazione contro la pena dell’ergastolo. Mandami se ti è possibile l’indirizzo di Ornella Favero, così, qualora dovrò scrivere qualche documento atto a far sapere il degrado di questo reclusorio, lo farò pervenire alla redazione di “Ristretti”. Mimì è anch’esso con me, senza computer siamo rovinati e, a quanto pare, non ne vogliono sapere per nessuna ragione…

Abbiamo parlato dell’iniziativa ai compagni per aderire a questa campagna volta a dare e restituire civiltà giuridica a questo Paese.

Oh scusa, ho scritto una pagina e mezza, e non ti ho chiesto come stai. So che lì si sta “bene”, nel senso che ci sono aperture e la possibilità di costruire tante cose.

Scusa, inoltre, sia per la penna che fa le bizze, sia per la calligrafia un po’ particolare. Ma non essendo più abituato a scrivere con la penna, mi viene difficile scrivere. Anzi è una fatica, ho già le dita che mi bruciano, sono uno sfaticato hahaha. Salutami i miei paesani e Agostino.

Nell’attesa di leggerti ti avvolgo in un forte abbraccio. Ti saluta tanto Mimì. Ti ha scritto e spero che tu l’abbia ricevuta. A presto.

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Al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria- Direzione Generale dei detenuti e del trattamento- Ufficio II- Sezione II- Reparto II

E per conoscenza

- Al Presidente della Repubblica,

- Al Ministro della Giustizia,

- All’Onorevole Rita Bernardini,

- Al Magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia

Bisogna sempre applicare la legge. Nel non farlo si agisce illegalmente.

L’art. 42 della L. n. 354/1975 O.P. dispone che “i trasferimenti sono disposti per gravi e comprovati motivi di sicurezza, per esigenze dell’istituto, per motivi di giustizia, di salute, di studio e familiari”.

Nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alla residenza delle famiglie.

Che alla luce del positivo percorso scolastico che ha contrassegnato negli anni la lunga detenzione patita dallo scrivente, la presente istanza finalizzata alla tutela dei diritti primari propri, si appalesi meritevole di positiva valutazione e conseguente accoglimento.

- L’art. 83 del D.P.R. n. 239/2000 O.P. dispone “nei trasferimenti per motivi diversi da quelli di giustizia o di sicurezza. Si tiene conto delle richieste espresse dai detenuti e dagli internati in ordine alla destinazione”.

Che essendo iscritto al 4° anno scolastico nell’istituto d’arte nella casa di reclusione di Spoleto. Con questo trasferimento viene impedito il mio diritto allo studio, dato che in questo nuovo reclusorio non c’è alcun corso scolastico.

Chiedo di essere assegnato in una sede dove posso proseguire il mio percorso di studio, riconoscendo a questo percorso scolastico un ruolo importante, la cui finalità di formazione rappresenta lo strumento per una preparazione professionale adeguata.

Nell’attesa di un vostro riscontro, confido nell’accoglimento, e spero che accadrà prima nell’inizio scolastico di settembre.

Non vita nel carcere di Parma.. un’altra lettera di Michelangelo Cataldi

Il 10 giugno pubblicammo una lettera appello di Michelangelo Cataldi che raccontava le disumane condizioni che lui e altri detenuti si trovavano a vivere nel carcere di Parma (vai al link… http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/06/10/lettera-appello-dal-carcere-di-parma/).

Oggi pubblico quest’altra lettera che Michelangelo ha inviato a Carmelo Musumeci. Ma è soprattutto il post lettera che voglio segnalarvi e di cui adesso cito..

P.S.: caro Carmelo, ti chiedo altresì gentilmente di volere fare presente a tutti questi cari signori che, oltre a te, hanno preso a cuore il mio caso che mi trovo da oltre un mese al reparto di isolamento per il motivo che ti ho già detto nella precedente lettera e che, oltre alla branda e ad un materasso, non vi è altro, se non le lenzuola di carta che si rompono durante la notte e che, nonostante tutto, me le cambiano ogni settimana. Non mi viene concesso di acquistare nemmeno i prodotti dei detersivi  per potermi lavare gli indumenti che indosso. Non mi è concesso di poter leggere un libro qualsiasi dalla biblioteca. Non mi è concesso NULLA, solo con il mirato intento di spaventarmi affinché io ritorno nei reparti, cosa che non farò MAI, se non quello di uscire dalla cella ove mi trovo per infilarmi nel furgone che a sua volta mi porti via da questo maledetto inferno e da tutti  coloro che lo hanno trasformato in un luogo di tortura psicofisico. Ti invio la scheda della spesa che mi è permesso di acquistare. Pochi prodotti e null’altro. Nuovamente ti abbraccio

—-

Quale mai deve essere la condizione di (in)vivibilità di un carcere per spingere un detenuto a preferire di essere tenuto in isolamento perenne, per sperare prima o poi di essere inviato altrove, piuttosto che ritornare nei circuiti ordinari.

Comunque, riguardo alle limitazioni che Michelangelo ha.. o meglio.. avrebbe (la lettera risale al 23 giugno) a livello di spesa,  in pratica, gli oggetti che Massimo può acquistare sono di cinque categorie.. tabacchi (varie marche di sigarette o sigari)… francobolli… acqua.. fazzolettini..cancelleria varia (buste, block notes, penna, ecc.)… alcuni prodotti per l’igiene (dentifricio, spazzolino, shampo, bagnodoccia). Nient’altro..

Ed è vero che questa persona non può neanche ricevere un libro dalla biblioteca?

Vi lascio alla lettera di Michelangelo Cataldi, da quel luogo triste e famigerato tra la popolazione detenuta.. che è il carcere di Parma.

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29-06-2012

Caro Carmelo,

ho ricevuto oggi, 29 giugno, la tua ultima lettera, unitamente alle varie risposte all’esposto denuncia da me scritta e che, dopo avermi visto “vietato”  l’invio, te l’ha spedita a te grazie ad una persona che ti conosce bene e che è stata lei a suggerirmi di scriverti a Spoleto, perché io non lo sapevo che ti trovavi lì nel reparto Alta Sicurezza e comunque dirti grazie sin da ora, a prescindere di come andrà a finire, e che io mi auguro naturalmente in modo positivo e che finalmente paghino nel modo esemplare. Anche se  tutto ciò ci credo poco.

Ti sto scrivendo con il groppone in gola perché, quanto mi hai spedito, prima di iniziare a scriverti, l’ho letto e l’ho riletto più volte ed inevitabilmente mi sono emozionato e, nel mentre ti sto scrivendo ha gli occhi gonfi e lacrimanti ma, credimi caro Carmelo, che non è un atto di debolezza, che tra l’altro non mi appartiene, ma di rabbia e sdegno verso gli “aguzzini” che operano con il cinismo e pregiudizi all’interno di questo infermo che chiamarlo inferno, che chiamarlo inferno, senza volere esagerare, forse è poco!

Caro Carmelo, ti ripeto nel dirti che non lo so sei riuscito a ricordarti di me, ma ti ricordo che, nel lontano 1992, mangiavamo insieme nel carcere di Pisa, nei mesi  tra aprile e la fine di maggio, quando poi io andai al processo in Corte d’Assise e mi scarcerarono, perché all’udienza  preliminare il G.I.P. aveva disposto la carcerazione ma il pm si era opposto a tale decisione, che poi fu riconosciuta legittima al processo, che però poi è andata come non doveva andare.

E comunque, mettendo da parte i ricordi, mi ripeto nel dirti grazie all’infinito dell’impegno in cui ti stai prodigando verso di me.Qualunque sarà l’esito te ne sarò ugualmente grato a vita, e allo stesso tempo auguro a te un domani, e che esso sia presto migliore e pieno di soddisfazioni, non solo per te, ma anche per tutta la tua famiglia.

Ti faccio inoltre presente che anche il signor Mario Pontillo si sta prodigando tramite il garante della regione Lazio (Dott.ssa Cristina Cecchini) per farmi trasferire da questo inferno e, credimi, non importa dove, ma ovunque arriverò ti scriverò facendoti  sapere dove mi trovo.

Ora, non avendo altro da aggiungere, concludo inviandoti tanti cari e sinceri  saluti e, permettimi anche un fortissimo e affettuoso abbraccio.

Michelangelo Cataldo

P.S.: caro Carmelo, ti chiedo altresì gentilmente di volere fare presente a tutti questi cari signori che, oltre a te, hanno preso a cuore il mio caso che mi trovo da oltre un mese al reparto di isolamento per il motivo che ti ho già detto nella precedente lettera e che, oltre alla branda e ad un materasso, non vi è altro, se non le lenzuola di carta che si rompono durante la notte e che, nonostante tutto, me le cambiano ogni settimana. Non mi viene concesso di acquistare nemmeno i prodotti dei detersivi  per potermi lavare gli indumenti che indosso. Non mi è concesso di poter leggere un libro qualsiasi dalla biblioteca. Non mi è concesso NULLA, solo con il mirato intento di spaventarmi affinché io ritorno nei reparti, cosa che non farò MAI, se non quello di uscire dalla cella ove mi trovo per infilarmi nel furgone che a sua volta mi porti via da questo maledetto inferno e da tutti  coloro che lo hanno trasformato in un luogo di tortura psicofisico. Ti invio la scheda della spesa che mi è permesso di acquistare. Pochi prodotti e null’altro.

Nuovamente ti abbraccio

 

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