Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Critiche all’area educativa del carcere di Catanzaro- lettera di Alessandro Greco

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Alessandro Greco è detenuto nel carcere di Catanzaro, sezione AS1.

Come dice lui stesso, è la prima volta che ci scrive, non essendo persona propenso alla scrittura e alla pubblicazione.

Questa letta l’ha  scritta e ce l’ha inviata, perché ritiene la misura colma.

Alessandro contesta, senza mezzi termini, il comportamento che l’area educativa del carcere di Catanzaro porrebbe in essere, finendo con l’essere, sostiene, non un “ufficio” che agevola il percorso di crescita intellettuale e umana dei detenuti, ma che lo ostacola.

Sono tante le cose che, in questo scritto, Alessandro contesta.

Ne cito solo alcune connessi agli esami finali per diventare geometra.

Alessandro quest’anno ha conseguito il diploma di geometra, con una votazione molto alta, che sfiora il massimo. La tesina finale ha dovuto scriverla a mano, perché non gli è stato concesso l’uso del computer. Quando si arrivò al giorno della seduta di esame, non si voleva –racconta Alessandro- fare entrare la commissione, perché non risultavano pagati i bollettini postali dello stesso Alessandro e di un altro detenuto. . La seduta di esame poté avere luogo, solo perché la professoressa di italiano si rese disponibile ad andare personalmente alla posta per pagare i bollettini.

Ma è soprattutto un altro episodio che fa pensare.  Durante il terzo anno scolastico, Alessandro era stato costretto a mancare spesso da scuola, in virtù dell’essersi offerto come volontario, insieme ad un altro detenuto, per pitturare la sua sezione. Nonostante queste assenze, Alessandro, con grandissimo impegno e dedizione, fece le  nottate a studiare, ottenendo ottimi risultati.

Il giorno dell’esame, i professori concordavano per la promozione di Alessandro. Ma, ci racconta Alessando:

“La c.d. area educativa, con una invasione di campo degna dei peggiori hooligans inglesi, pretendeva la bocciatura a causa delle assenze.”

Solo l’intervento della preside, la professoressa Elena De Filippis, che si assunse la responsabilità della promozione, Alessandro non è stato bocciato.

Sono cose che fanno effettivamente riflettere. Perché è raro (diciamo unico) sentire che di fronte a un detenuto, che i professori e anche il presidente di commissione vogliono promuovere, vi sia invece l’opposizione proprio dell’aria educativa.

Alessandro, denuncia questi e altri fatti.

Come tutti sapete, “Le Urla dal  Silenzio” è un territorio di libertà. Un territorio dove le voci, anche scomode, possono esprimersi liberamente. E quindi pubblichiamo la lettera di Alessandro.

Aggiungendo anche che, in questo sito, è sempre possibile il diritto di replica. Quindi, l’area educativa del carcere di Catanzaro potrà a sua volta inviarci una lettera di replica.

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Caro Alfredo,

mi chiamo Alessandro Greco, detenuto nel carcere di Catanzaro, in esecuzione di una condanna all’ergastolo (c.d. ergastolo ostativo) e appartenente al sottocircuito AS1 ubicato al quarto piano, destra.

Tranne rarissime volte  e solo in casi riguardanti progetti proposti hai letto il mio nome in scritti apparsi sul blog; non amo scrivere né pubblicare oltre il dovuto ciò che accade in questi luoghi. E’ mio costume risolvere i “contenziosi”, ove possibile, all’interno delle mura “domestiche”.

Ciò per sottolineare quanta fatica mi costi e soprattutto quanto possano avere superato il  limite, per farmi giungere a prendere carta e penna e informare, veramente, la società esterna di quanto accade all’interno di questo carcere.

Hanno tanto superato il limite  da farmi comprendere che questa volta non ci può essere rimedio, se non quello di scrivere ad ogni organo preposto e sbugiardarli pubblicamente. 

Sono da 7 anni in questo carcere e in questi anni ne sono successe di cose, eppure non avete mai letto nulla di mio. C’erano alcuni miei compagni che, di volta in volta, facevano emergere le disfunzioni di questo istituto. 

Ora, ribadisco, hanno superato il limite.

Quest’anno ho conseguito il diploma di geometra con una votazione finale tra le più alte mai conseguite e, forse, senza il grande ostruzionismo dell’area educativa, sarei riuscito a raggiungere il massimo dei voti.

In cosa sia consistito detto ostruzionismo è presto detto: hanno autorizzato il computer a chi non va a scuola e io al 5° anno ho dovuto redigere la tesina per la maturità a mano. Pare che per il computer non sia sufficiente essere al geometra, ma bisogna iscriversi all’università. Questo per essere autorizzati, ma non per averlo materialmente in mano. Ce ne sono di autorizzati che non hanno il computer… l’unica spiegazione possibile è che decidano a simpatia e ad antipatia. 

Comprenderete che redigere la tesina a mano non è semplice. La mattina degli esami orali, il 27.06.2014, qualcuno della c.d. area educativa comunica all’agente di polizia penitenziaria in sezione che Greco Alessandro ha l’esame il 26.06.2014.

Quando invano cerco di spiegare all’agente che quel giorno era il 27 ed era impossibile che dovessi sostenere l’esame il 26, ne nasce una diatriba tra l’agente e l’operatore sull’assunto se oggi fosse oggi o se oggi potesse essere ieri.

E, credetemi, in questo il grande Antonio De Curtis, in arte Toto’ , non c’entra nulla. E’ la verità. E’ andata proprio così, Si sono messi a discutere sul fatto che oggi 27 potesse o meno essere 26 ieri e, da quello che sono riuscito a capire, è finita che l’operatore scocciato ha mandato a quel paese me e pure l’agente di polizia penitenziaria, come se fossimo noi quelli che non capiscono.

Inoltre la mattina degli esami pare (sicuro) non volessero fare entrare la commissione perché non risultavano pagati i bollettini postali inerenti la tassa scolastica; allora, solo grazie alla sensibilità e alla grande disponibilità della prof.ssa di italiana, che, chiamata dalla commissione, ha spiegato il problema, di corsa si è recata all’ufficio postale, pagando di tasca propria la tassa scolastica per i miei esami.

Questo è un episodio gravissimo. Non è forse un fatto che sarebbe dovuto essere la c.d. area educativa a fornirmi i bollettini? A comunicarmi il pagamento delle tasse? E’ umano “sospettare” che sia stato fatto di proposito, fino all’ultimo, per non farmi conseguire il diploma? Anche alla luce dei fatti narrati e di quelli che ancora si andranno ad esporre?

Capite come possa sentirmi, nel sapere che una prof..sa abbia dovuto pagare di tasca propria?

Già i docenti sono sottopagati, avrà anche una famiglia e la spesa sarà stata cospicua, anche perché non ha pagato la tassa solo per me, ma anche per un altro maturando.

E qui Totò c’è tutto: E IO PAGO! E.. IO PAGO!!!.. E… LA PROF. PAGA!!!

Durante il terzo anno scolastico, purtroppo sono stato “costretto” a mancare spesso da scuola, a causa dell’impegno come volontario, insieme ad un altro detenuto, di ristrutturazione della sezione di appartenenza, con opera di pitturazione.

Nonostante le assenze, però, anche se stanco morto, facevo notte piegato sui libri, in modo da essere preparato e ben figurare alle interrogazioni orali e alle verifiche scritte.

Agli scrutini finali tutti i prof. lodavano il grande impegno profuso e constatavano l’effettivo profitto, ovvero, nonostante le assenze, non si registrò un calo di rendimento.

La c.d. area educativa, con una invasione di campo degna dei peggiori hooligans inglesi, pretendeva la bocciatura a causa delle assenze.

In quel caso, solo l’energico intervento di una SIGNORA PRESIDE, consentitemi di citarla, Prof.ssa Elena De Filippis, che si è assunta la responsabilità della promozione, anche perché, dei due detenuti a parità di assenze, si chiedeva la bocciatura del sottoscritto. Non fui costretto a ripetere l’anno.

Avete bisogno di altro per avere dimostrazione di ostruzionismo. E ostruzionismo è un eufemismo. 

Ce ne sarebbero da raccontare, come il clima da inquisizione instaurato con i prof. quasi si dimenticasse che questi non sono detenuti, quasi si dimenticasse che sono persone per bene che, per venire ad insegnare in questo lurido posto, rinunciano ad avere classi “normali”, perché, per loro, l’insegnamento è quasi una missione. Pensate che sono schifati dall’ambiente che hanno trovato e parecchi non ci vogliono più venire.

Ciò è accaduto da quando?. Da quando la cosiddetta area educativa si è convinta di essere un ufficio della D.I.A. e non invece il primo avamposto per agevolare l’istruzione dei detenuti. Immaginavate che un prof. è stato rimproverato di salutare i detenuti alunni? Gli è stato di imposto di non dare “confidenze”! Dalla polizia? No. Sempre dalla c.d. area educativa.

Si vedevano prof. entrare terrorizzati letteralmente, perché erano stati convocati dall’area educativa che li aveva “cazziati”, perché creavano un rapporto con i detenuti alunni. Ditemi voi se queste sono cose che si possono tollerare.

Qua qualcuno si è messo in testa che siamo proprietà sua? E si sbaglia di grosso.

Sapete la cosa più triste qual’è? Che il Direttore di questo carcere è tutt’altro, e lo si evince dagli anni passati, quando certe figure non erano ancora arrivate. I prof. venivano accolti con gentilezza e grande disponibilità dalla Direttrice  e non è mai nato nessun problema. Si sono fatti progetti e realizzati libri con i professori. Quest’anno è stata la prima volta che non si è fatto nulla. Come mai? Coincidenze? 

E anche qui, il grande maestro Toto’ diceva: un coincidenza oggi, una coincidenza domani, mi sembra che ci siano troppe coincidenze che coincidano.

E ne approfitto per ringraziare pubblicamente tutte le persone che mi hanno accompagnato durante questi quattro anni di scuola.  

Anni che custodirò nel mio cuore come un dono prezioso, concessomi da insegnanti speciali. Ognuno di loro ha lasciato un solco nella mia anima. Ma come posso non menzionare la prof. di inglese, il prof. di progettazione, due signori di una umanità fuori dal comune, che all’esame a stento hanno trattenuto le lacrime che, se fossero state versate, non sarei riuscito a trattenere le mie per la commozione. 

E’ stato quasi un addio, come un presentimento di non rivedersi mai più, vista la mia condizione  e soprattutto l’assenza della possibilità di iscriversi come uditore.

Altro fatto, venuto fuori solo da quest’anno, per “merito” della c.d. area educativa.

Come non menzionare il prof. di matematica? Un animo piccolo di statura, ma con una forza e una passione per l’insegnamento da fare invidia a un gigante. E tutti quelli che sono passati negli anni. La mia prof. di italiano, che con pazienza, abnegazione, e sensibilità. è stata sempre pronta a farmi immergere nei meandri della letteratura, attraversando come in un lungo cammino i vari periodi storici.

Grazie di cuore a tutti voi. E’ stata una esperienza di crescita intellettuale e spirituale, e nulla toglie la mia condanna che impedisce una reale partecipazione nel campo degli studi conseguiti.

Continuerò a studiare. Conoscete il mio amore per la letteratura e tutte le materie umanistiche. Però mi perdonerete se non intendo farlo qua.

Non ho nessuna intenzione di intraprendere la stessa via crucis di qualche mio compagno, che voi conoscete bene, che si ritrova ad aver pagato tre volte la retta universitaria, senza computer e 1000 difficoltà ancora. Nemmeno per sogno.

Ho intrapreso lo sciopero della fame per essere trasferito, proprio per iscrivermi all’università in un posto dove la c.d. area educativa non ti rema contro. Ve lo immaginate cosa significa iscriversi qua all’università?

Ve lo immaginate che qua sono stato “costretto” a redigere la tesina a mano? A mano sì? Perché? Perché per essere autorizzato al computer è necessario rientrare in determinati parametri che però ancora non è capito quali siano. Prima si diceva che bisognava essere iscritti all’università, poi sono stati autorizzati, chi non è iscritto all’università e chi non era iscritto nemmeno alle superiori. Allora com’è?

Sta di fatto che io ho fatto la tesina a mano. E ancora non posso esimermi da ringraziare l’esimio prof. di estimo che oltre al grande aiuto anche nel redigere la tesina, mi ha accompagnato per mano all’esame ed è rimasto in questo schifo solo per me, in quanto voleva già chiedere il trasferimento presso altro plesso scolastico, anche perché è un professore rinomato e l’insegnamento della materia è più per passione che per un venale scopo remunerativo. 

Come non ringraziare il prof di impianti?

Ancora una volta, grazie a tutti di vero cuore.

La mia battaglia non finisce qui. Provvederò ad informare tutte le sedi opportune e competenti. L’aria sembra cambiata. Finalmente c’è un Magistrato di Sorveglianza che pare non avere peli sulla lingua. Mi rivolgerò a tutti gli organi competenti per vedere riconosciuti i miei diritti, mettendo in gioco anche la mia salute.

E ora di dire basta a questo stato di cose.

A queste persone che concepiscono il carcere come 30, 40 e 50 anni fa. Non siamo nel medio evo. L’inquisizione è finita. E menomale, altrimenti ci sarebbero stati dubbi per mandare al rogo qualcuno. Non si riesce a capire come la Direttrice possa tollerare certi comportamenti. Come possa essere scavalcata in una maniera tanto palese e sfrontata e non reagire.

Certo se non è a conoscenza di quanto accade è un fatto grave. Ma se è a conoscenza e non interviene è ancora più grave.

Volete qualche esempio pratico?

Faccio richiesta per l’acquisto di un lettore DVD. Il responsabile di reparto appone parere favorevole, trattandosi di materia di sicurezza è l’autorità competente, inoltre il DVD è ormai anch’esso osboleto e ha nulla che infici la sicurezza dell’istituto.

La Direttrice già tre anni fa aveva detto di sì ad altro detenuto. Prima di fare l’istanza, chiedo se fosse necessario il parere della c.d. area educativa e mi dicono di no. Quindi, se non ci vuole il suo parere, sto a posto.  Credevo! Mi illudevo!

Dopo tutti i pareri favorevoli, ecco che spunta la c.d. area educativa che dice di no. E perché? Ancora siamo alla ricerca delle risposte. Dopo che altri avevano detto di sì. Come può la Direttrice sottostare a queste invasioni di campo?

Ma quest’area educativa chi è? Siamo sicuri che sia area educativa?

Si vuole credere che l’educatore è quella figura che deve accompagnare il detenuto in questo percorso, tenendolo quasi per mano, fino a condurlo di nuovo in società, conscio degli errori commessi e forte nel seguire le regole.

E’ quella figura che in teoria è “dalla parte” del detenuto, non contro il detenuto.

Qua c’erano dei signori educatori. Con l’avvento della nuova area, quelli che svolgevano al meglio il proprio lavoro, sono stati ad uno ad uno estromessi, spostati, in gergo gli hanno fatto le scarpe. 

E si sono insediate queste figure che fanno tremare anche gli agenti.

Qui siamo chiusi 20 ore al giorno in cella. In tutte le altre carceri, dove c’è la sezione AS1, sono invece aperti. Qui dove erano aperti gli AS3 chi li ha chiusi? Indovinate un po’? Sì sì! La c.d. area educativa.

Vi diranno di no, che non ne ha il potere. Però chi è andato in sezione a dire ai detenuti che oggi vi mettete in due e siete chiusi? La c.d. area educativa. Poi il giorno dopo è dovuta per “forza” andare la Direttrice, ma pensate che è stata la Direttrice? No, no! E ne ho ragione per crederlo.

Qua ancora la doccia non possiamo farla decentemente. O è caldissima o è freddissima. E la domenica non è consentita. L’ordinamento penitenziario dice che tutti i giorni puoi farti la doccia, e qui la domenica è festa e non devi lavarti. 

Capite queste situazioni assurde?

Cosa ci faccio qua? Quando so che in un qualunque altro posto si sta meglio?

Qui l’area educativa non vuole che ti evolvi.

Qui sei colpevole per sempre. 

Io se mi azzardo a ribadire che sono innocente, chissà cosa scrivono nella relazione. Per questo non voglio proprio averci a che fare. Non contemplano l’ipotesi che uno sia innocente. Eppure statisticamente il 50% della popolazione detenuta è innocente. Il 50%! Gravissimo per uno stato civile.

Vi terrò informati sullo sviluppo della mia situazione. Ringraziandovi per l’attenzione che dedicate ai problemi delle minoranza, vi saluto.

Alessandro Greco

Tutte le persone che devo ringraziare, nel giorno della svolta… di Domenico D’Andrea

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L’ultima lettera che il nostro Domenico D’Andrea mi ha scritto, comincia così:

“Carissimo Alfredo, con grande gioia ti comunico che la camera di consiglio del 28 maggio è andata meglio di quanto mi aspettavo. In pratica, il tribunale di Sorveglianza ha accolto le mie richieste e le ha ribadite nell’ordinanza dicendo appunto che la vittima (di 17 anni) è deceduta per soffocamento e non per mano mia; che era un mio diritto tacere nel processo e che nella mia piena confessione, anche se non ho collaborato, sono stato in grado almeno di chiarire tutto; (..) e che pertanto il mio atteggiamento a considerato alla stregua della collaborazione per garantire, anche a chi non ha collaborato, il resinserimento e la rieducazione. Ti manderò presto copia dell’ordinanza (…)”

Domenico lo conobbi con la lettera che pubblicai il 5 giugno 2011 (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/05/sono-domenico-dandrea/). Una lettera che mi colpì tantissimo. 

Domenico non vedeva i genitori da anni. Non vedeva i figli da anni.

Domenico parlava dei magnifici velieri che costruiva. 

Domenico parlava delle sentenze della Cassazione che raccoglieva per essere utile a sé e agli altri.

Domenico parlava dell’atroce mal di denti che lo tormentava da anni.

Domenico.. allegava a quella lettera un curriculum. Era la prima (e ultima) volta che un detenuto mi inviava un curriculum! E leggevo che aveva due lauree, tra cui una in giurisprudenza. E due master, tra cui uno in criminologia. 

Dall’arrivo di quella lettera nacque una intensa corrispondenza. Domenico ci inviò anche tanti pezzi per il Blog, che abbiamo sempre regolarmente pubblicato.

Intanto il percorso di Domenico continuava, con volontà, passione, disciplina. Fece altri master, si impegnò in altre iniziative, continuò ad aiutare gli altri, e non cessò mai la sua battaglia legale.

Adesso è intervenuta una sentenza che sembra aprirgli, finalmente, le porte di un futuro.

Domenico ha preparato una lettera, nella quale desidera ringraziare tutti coloro che lo hanno aiutato in questi anni.

Ed è questa lettera che pubblico oggi.

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In cuor mio sapevo che la mia vita non poteva finire così. Che, prima o poi sarebbero arrivati dei “Simone da Cirene” che mi avrebbero aiutato a portare questo palo di tortura sino alla svolta tanto sperata.

Il mio cuore, però, rimaneva sempre appesantito dal ricordo di Riccardo Cefola e della sua famiglia.

Oggi la svolta, e oggi mi sento di ringraziare, a cuore aperto, tutte le persone che hanno contribuito, perché lo hanno voluto, preteso e desiderato, affinché io non morissi in carcere e riacquistassi, anche se, per ora, parzialmente, la libertà.

L’ordine non è per importanza.

-RINGRAZIO I MIEI GENITORI, che ormai sono passati, nel giro di pochi anni, l’uno dall’altro, a miglior vita. Li ringrazio per essermi stati vicini senza farmi mancare mai nulla e mi scuso con loro per il peso della vergogna che hanno dovuto portare addosso per causa mia.

-RINGRAZIO ANCHE MIA SORELLA, I MIEI NIPOTI E MIO COGNATO che mi hanno aperto la porta della loro casa facendomi sentire il calore di una famiglia quando ormai avevano compreso che una famiglia non l’avevo più.

-RINGRAZIO L’AVVOCATO LEONARDO PACE, di Potenza, per essersi prodigato, con grande competenza professionale, a dare una svolta alla mia vita. In lui percepivo di continuo quel gran senso di amorevole amicizia che mi faceva sentire orgoglioso di lui.

-RINGRAZIO IL DOTT. GIULIO VASATURO di Latina, criminologo presso l’università La Sapienza di Roma, per avere creduto in me sin dal primo giorno in cui ci siamo conosciuti e per avermi stimolato e sostenuto nel mio percorso accademico. Se sono diventato quel che sono diventato è anche merito suo.

-RINGRAZIO ALFREDO COSCO di Catanzaro, per avermi aperto più volte una finestra sul mondo, per le opportunità editoriali che ha saputo darmi e per avermi fatto venire la voglia di scrivere, per avere creduto in me, per avermi più volte chiamato “amico mio” e per avermi spinto a conservare tutte le sue note di stima nei miei confronti.

-RINGRAZIO LA PROFESSORESSA DANIELA LUCHESI per la varie iniziative che assieme abbiamo portato avanti con successo e determinazione e per aver più volte mostrato fiducia nei miei confronti, per  avere chiesto alla magistratura di sorveglianza la mia presenza in alcune sue iniziative editoriali esterne. Una fiducia difficile da tradire.

-RINGRAZIO IL DOTT. MARCELLO BORTOLATO, Magistrato di Sorveglianza, che, nel massimo rispetto della legge e della legalità, ha saputo porre l’accento anche su quel sentimento di umanità che lo ha spinto a vedere e rivedere la mia posizione giudiziaria con il lanternino affinché  potesse restituire la vita ed un futuro a chi una vita ed un futuro non l’aveva più. Mi sento di anticipare che persevererò nel dimostrargli un certo rispetto e nel ricambiare la fiducia concessami.

-RINGRAZIO I MIEI FIGLI: Gerardo per avermi riaperto le braccia e Donato per quello che ancora sta portando dentro a causa mia. Se non sono potuto essere un buon padre per loro, con questa svolta cercherò di essere almeno un buon amico.

-RINGRAZIO L’AVVOCATESSA ANNAMARIA MARIN di Padova che, al pari dell’avvocato Pace, con grande professionalità ha sposato la mia causa da diversi anni, standomi vicino nella buona e nella cattiva sorte fino al raggiungimento del risultato sperato. La ringrazio per la sua sensibilità, serietà,sincerità e professionalità mostrata nei miei confronti.

-RINGRAZIO L’AVVOCATO FRANCO CAPUZZO di Padova, perché, pur non essendo mai stato il mio difensore di fiducia, ha sempre saputo mostrare, a tutti, me compreso, il suo lato umano e la sua competenza professionale sia di persona, venendomi a trovare anche solo per chiedermi “come stai?” o per via epistolare, con un semplice  augurio natalizio trasmettendomi un tacito “io ci sono” che mi rasserenava molto.

-RINGRAZIO IL VOLONTARIO MASSIMO MARINI, ministro di culto dei testimoni di Geova, per avermi trattato, da sempre, come un fratello e per non avermi mai fatto mancare nulla, sempre nel rispetto delle norme carcerarie e riconfermando la grande fiducia che nutre nei miei confronti.

-RINGRAZIO IL PROFESSOR GIUSEPPE MOSCONI, dell’università di Padova, cosa dire di lui? Con il suo sostegno e la sua presenza sono arrivato a conseguire ben 4 master dandomi l’opportunità  di affinare le mie competenze professionali certamente spendibili per avere un buon futuro. Certamente gli devo molto e qualsiasi altra parola spesa per lui sarebbe superflua vista la sua spiccata semplicità, umiltà e sincerità.

-RINGRAZIO VINCENZO D’APICE, del carcere di Augusta. Grazie ad un suo suggerimento ben documentato sono riuscito ad avviare un procedimento per la commutazione del mio ergastolo a reclusione, per la sua serietà e generosa disponibilità resta uno dei pochi detenuti che merita la mia stima e la mia considerazione, soprattutto perché dai suoi scritti emerge una forma mentis molto distante da eventuali futuri propositi criminosi. A lui auguro un presto ritorno in libertà.

-RINGRAZIO IL PROFESSOR KALID RAZZALI,  IL PROFESSOR PACE E TUTTI I COLLEGHI DI STUDI per avermi dato l’opportunità di conseguire il master “studi sull’Islam d’Europa”. ma soprattutto per avere mostrato nei miei confronti tanto affetto e considerazione, organizzando una festa in mio onore, coinvolgendo anche i figlioletti delle colleghe mussulmane, che sono stati presenti con bellissimi bigliettini ricchi di disegni, poesie e pensieri per me. Ma soprattutto per avere tutti sottoscritto una petizione per vedermi concessa 

 

E NADIA DELLA GIUSTINA. La loro umiltà mi ha insegnato tante cose. Non hanno mai detto. Hanno sempre fatto tante belle cose per me senza mai vantarsene e senza farmele pesare. Insieme ad altre persone che avevano solo sentito parlare di me, ma hanno pregato incessantemente. Se solo nel do ci fossero più persone  come loro, sarebbe certamente un mondo migliore.

-RINGRAZIO IL PROFESSOR TURCHI GIAMPIERO, docente presso la cattedra di psicologia dell’ateneo padovano e direttore del master in mediazione penale. La reciproca fiducia e il reciproco rispetto sono cominciati prima ancora che ci incontrassimo. Man mano che le istituzioni elevavano barriere nei miei confronti, etichettandomi, lui non le abbatteva, le demoliva a calci  e pugni allo scopo di restituirmi la dignità che meritavo, portandomi spesso in carcere i colleghi dei relativi master affinché io interagissi con loro per affinare le mie competenze professionali. Anche a master terminato continua a portarmi studenti per confronti costruttivi. La prima volta che lo ascoltai in audio durante l’appello disse: “è con orgoglio che vi comunico che c’è un altro vostro collega che non può frequentare, si chiama Domenico ed è detenuto…”.

-Ed infine, ma non per ordine di importanza, ringrazio: NADIA DELLA GIUSTINA, ANTONELLA BUTTA, ELISA PESCAROLO, DORIS UGGIOLI, KETTY SPLENDORE, ANGELA SENIGAGLIESI e tutte le altre amiche che sono venute spesso a trovarmi in carcere. Alcune di loro facendo grossi sacrifici. Ringrazio alcune di queste mamme per avere consegnato i loro bambini tra le mie braccia sin dal primo giorno di colloquio. Ringrazio alcune di loro per avermi fatto vivere sogni ed emozioni bellissime, mai provate prima. Altre ancora le ringrazio semplicemente per avere scelto di essere amiche sempre presenti nel bene e nel male.

Grazie a tutti per avermi dato la speranza di un futuro migliore.

Come è trattato un detenuto che vuole studiare… di Domenico Papalia

studendo

Domenico Papalia, detenuto a Nuoro, è un altro storico amico del Blog.

Ci ha recentemente inviato questa sua dichiarazione, indirizzata, in prima battuta, al DAP.

Leggetela con attenzione, in modo da vedere il labirinto kafkiano a cui è sottoposto chi cerca semplicemente di potere studiare.

L’Amministrazione penitenziaria dovrebbe fare tappeti rossi per i detenuti che vogliono studiare.

E invece sembra fare di tutto per stancarli, sfiancarli, deprimerli, fare loro gettare la spugna.

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Al Ministero della Giustizia

Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria

Ufficio centrale detenuti e trattamento 

Largo Luigi Daga n. 2  -  00164  -  Roma

OGGETTO: PAPALIA DOMENICO- DICHIARAZIONE.

Io sottoscritto Papalia Domenico, nato a Platì (RC), il 18.04.1945, attualmente ristretto nella Casa Circondariale di Nuoro- sezione AS1, rilascia la seguente 

DICHIARAZIONE:

Con riferimento alla nota n.   del    inviata alla Direzione della Casa Circondariale di Nuoro relativa alla richiesta di traduzione presso la Casa Circondariale di Pisa per sostenere esame universitario ed invito al sottoscritto di iscriversi presso l’università di Sassari.

OSSERVA QUANTO SEGUE:

Il dichiarante non è disposto ad iscriversi all’università di Sassari per i seguenti motivi:

1) Codesto ufficio non garantisce la permanenza del detenuto in un istituto del circondario vicino all’università;

2) Infatti, quando il sottoscritto era detenuto a Livorno, si voleva iscrivere alla facoltà di Scienze della Comunicazione presso l’università di Teramo ed invece gli è stato imposto di iscriversi all’università di Pisa, essendo la più vicina al carcere di Livorno ed ha dovuto optare per la facoltà di Scienze Sociali, atteso che la facoltà di scienze della comunicazione, scelta dal sottoscritto secondo le proprie attitudini, era a numero chiuso;

3) Da Livorno, non per causa del dichiarante, è stato trasferito a Spoleto, dove si era già attivato per trasportare l’iscrizione dall’Università di Pisa in quella di Perugia, con ulteriori spese per tasse universitarie. Dopo appena sei mesi, il sottoscritto dichiarante si è nuovamente visto trasferire da Spoleto a Nuoro e sempre per motivi dell’Amministrazione penitenziaria;

4) Nel disporre i suindicati trasferimenti (di cui al n. 3), l’A.P. non ha tenuto affatto conto che il reclusorio di Nuoro non avesse nessun protocollo d’intesa con le Università sarde. Pertanto, nel caso del dichiarante, sarebbe stato più opportuno disporre un’assegnazione presso un istituto di pena posto in sede peninsulare, in cui fosse attuato un protocollo di intesa con le autorità accademiche in modo che venisse garantita la continuità degli studi universitari;

5) Per quanto concerne l’università di Sassari, presso la quale il Dipartimento ha disposto che il dichiarante riportasse la propria iscrizione, è stata proprio una docente di cattedra, insegnante presso il predetto Ateneo, a comunicare ai detenuti interessati, in un incontro, che le iscrizioni potevano essere attuate solo alla facoltà di Giurisprudenza e non in Scienze Sociali;

6) In questo istituto c’è un precedente di qualche anno fa. A un detenuto, Ausilio Felice, iscritto all’università di Sassari, non gli è stata autorizzata la traduzione per l’esame.

Per i motivi di cui sopra indicati, dato che non è garantita la permanenza del detenuto nell’istituto vicino all’università presso la quale risulta iscritto, il dichiarante non è disponibile ad iscriversi presso l’Università di Sassari, segnalata da Codesto ufficio.

Nell’occasione si chiede a Codesto Superiore Ufficio che il dichiarante sia trasferito a Livorno, qualora fosse aperto il nuovo reparto AS1, oppure la declassificazione con il trasferimento in un istituto della Toscana.

Inoltre, poiché per questi motivi, ed altri, pende ricorso presso la Corte E.D.U. si chiede che al sottoscritto vengano notificate, con rilascio di copia, tutte le decisioni di Codesto ufficio in risposta alla presente dichiarazione, nonché il rigetto dell’istanza finalizzata ad essere tradotto per l’esame a Pisa.

Ringrazia con osservanza.

Domenico Papalia

Nuoro, 10/06/2014

Presone de Santu Gimilianu…. di Mario Trudu

Sangimi

Questa poesia la dobbiamo alla preziosa Francesca De Carolis, che l’ha ricevuta e l’ha trascritta.

E’ stata scritta dal nostro Mario Trudu che l’ha scritta pochi giorni dopo il suo arrivo a San Gimignano.

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Presone de Santu Gimilianu su 10 de mau de su 2014

Meno male o finestra ci sei tu
che dal primo giorno mi allieti la vista,
con quel tuo bel panorama,
con il verde, dei boschi e dei campi,
la vita mi consoli aih! quanto
te ne stai lì a poca distanza,
se allungare il mio braccio potessi
di sessanta metri, ti tocco.
Gli occhi mi ridono in un pianto
è troppo forte la luce ch’emani,
alle narici mi arrivano gli odori
che cuore e cervello mi infiammano,
e quanti doni mi porti all’udito
il vento… o bosco, che fra le tue fronde
si culla e ti canta qualcosa,
ti sussurra pian piano all’orecchio
fai finta di niente, ma guarda
quel vecchio che sta alla finestra
che soffre, ma ti guarda estasiato,
non pensare… o vento, ti ho sentito,
è vero, un po’ sordo lo sono
ma della natura palpiti e rumori
non sfuggono a me, stanne certo,
vi conosco da quando bambino
quante volte mi cullavi giocando,
quante volte sdraiato dormivo
al sole a un masso appoggiato,
avvolto da un sogno fortunoso
salendo le scale del mondo
mi vedevo sul punto più alto
circondato da tanta natura,
mai più quel sogno io ho fatto
aih! tempo maledetto… perché?
ormai tanto tempo d’allora è passato,
oggi di nuovo m’arriva all’orecchio
il forte, e dolce mormorio di te,
sento le rane alla sera gracidare,
e i grilli che fino al mattino
accompagnano i miei sogni turbati,
di giorni quanti canti d’uccelli
che si rincorrono nell’aria festosi
c’è il cuculo a quell’ora ogni mattina,
ed io puntuale alla finestra
a sentire felice, il tuo cantare,
più ti ascolto e più mi piace
di sentirti cinguettare, o vecchio ancora qui?
tutto mi fa compagnia, che sollievo
o natura vivi dentro di me,
anche se tanto di tempo n’è passato,
riconosco tutto non ti ho mai dimenticato.
Quando dalla finestra mi volto a guardare
quanta tristezza che c’è intorno a me,
in una grande sezione son chiuso
destinata soltanto, solo a me,
è grande spaziosa sai quanto
di uomini ce ne stanno altri cento,
è lontano il posto di comando
e i poveracci rinchiusi come me,
non so se son vivo o son morto
ma è tanta la pace che c’è,
la solitudine la stimo assai tanto
ma forse è tanta, anche per me,
abbracciato mi sento di certo
da tanto cemento, e di ferro possente,
è vero, non c’è che non sopporti
sulla terra non esiste più niente
eppur emi dà da pensare… o morte
quando hai perso la grinta dimmi tu?
Mi ricordo quando Zeus ti dette
un compito, per lui assai penoso,
lacrime di fuoco gli scendevano
accendendo dei fuochi sulla terra,
per il suo amato figlio Sarpedone
Re della Licia, che in carcere morì,
Patroclo ucciso l’aveva
Difendendo i compagni suoi, Achei,
per mano d’Apollo, Deifobo e Ettore
pure Patroclo la vita ci lasciò,
Apollo sottrasse il corpo del Re
Che dagli ache tanti oltraggi sopportò,
lo lavò nel fiume Scamandro
e lo vestì di candido lino,
e per volere di Zeus lo consegnò
in mano a te, o morte, e al buio eterno
portatelo, disse, alla sua Corte,
e onorato sia da quel fiero popolo
che ama, e stima il suo Re.
Quanta grinta avevi a quel tempo
In ogni luogo morte semenando,
spietata ti sei sempre mostrata
non risparmiavi né giovani né vecchi,
la grinta, il fuoco, la passione,
non c’era pietà per nessuno,
con tanta oscura e spietata baldanza,
oggi, o morte, ti accendi anche tu,
nelle mani di un misero mortale,
con tutti non ti mostri sempre uguale,
ti comporti come la “giustizia” italiana
lasciando me, da solo ib questo inferno
sulla terra, da uomini infami creato

Mario Trudu

Quattro giorni dopo il mio arrivo

 

Figli tra le sbarre… di Carmelo Musumeci

Ecos

Questo testo del nostro Carmelo è semplicemente magnifico. Non aggiunto altro.

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Purtroppo una delle cose più brutte del carcere è che ti danno abbastanza spazio da tentare di essere un buon padre. E in fondo la limitazione della libertà è la cosa per la quale si soffre di meno, perché in Italia è quasi impossibile conciliare la vita da detenuto con quella di padre e marito.
L’altro giorno nella Redazione di “Ristretti Orizzonti” mi è capitato di leggere il Protocollo d’intesa, da poco firmato, tra Ministero della Giustizia, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e Bambini senza sbarre ONLUS. E ho amaramente sorriso leggendo che i funzionari dell’Amministrazione Penitenziaria si sono impegnati a “Favorire il mantenimento dei rapporti tra genitori detenuti e i loro figli, salvaguardando sempre l’interesse superiore dei minorenni” e di “Tutelare il diritto dei figli al legame continuativo con proprio genitore detenuto, che ha il diritto/dovere di esercitare il proprio ruolo genitoriale” perché sono fortemente convinto che, come al solito, questi rimarranno principi dichiarati e mai applicati.

Poi mi sono ricordato di uno dei tanti colloqui che ho fatto in tutti questi anni di carcere.

Fissavo il pavimento, il soffitto, le sbarre e le pareti della mia cella. Come un’anima in pena camminavo avanti e indietro per la stanza. Cercavo di mettere in ordine nei miei pensieri. Avevo la mente piena d’amore. C’erano delle volte che mi pentivo di avermi fatto arrestare vivo perché soffrivo che i miei figli mi venivano a trovare in carcere. Per loro avevo sognato un padre migliore di quello che ero riuscito a essere. Avevo sempre paura di avere rovinato la vita anche ai miei figli.
Stavo aspettando il colloquio ed ero in pensiero per i chilometri che la mia famiglia doveva fare per raggiungere Sulmona. Ero sempre ansioso quando dovevo abbracciare i miei figli. Fuori c’erano la neve e il ghiaccio. Ero preoccupato per le condizioni della strada. Fuori il cielo era nuvoloso e la temperatura doveva essere sotto lo zero. Finalmente le guardie mi chiamarono. Si prepari per il colloquio. Risposi subito: Sono pronto! Evitai di dirgli che ero già pronto dalla sera prima. Dopo dieci minuti due guardie mi presero in consegna. Mi perquisirono e mi portarono nella sala colloquio. Nel locale c’era il solito bancone divisorio, dove da una parte c’erano i parenti e dell’altra i detenuti.
Da entrambi i lati c’era una serie di panche, dove sedersi. Nella stanza c’erano già alcuni detenuti che facevano colloquio con i parenti. Vidi che c’era un posto libero dove il locale finiva. Mi diressi subito lì. Era in fondo alla stanza, dalla parte opposta delle guardie che controllavano la sala dietro un vetro. Diedi un’occhiata intorno. La sala era pitturata dai colori del carcere. Le pareti di grigio e il soffitto di bianco. Il tavolaccio divisorio era consunto. Odorava di sofferenza. Chissà quante ne aveva viste. Dopo pochi minuti vidi aprirsi la porta. Entrarono, spingendosi, insieme sia mio figlio sia mia figlia. Sia lui, sia lei, ci tenevano a entrare per abbracciarmi per primi. Era la solita scena che si ripeteva da anni. Quando li vidi feci fatica a respirare. E non riuscii a evitare che il mio cuore ruzzolasse dal petto per correre ad abbracciarli. Il mio cuore arrivava sempre prima di me. Io invece rimasi fermo in piedi al bancone ad aspettarli. Stava arrivando prima mia figlia, ma mio figlio, all’ultimo momento, diede una spallata a sua sorella e mi abbracciò per primo. Mi baciò. Lo strinsi stretto con le braccia. Ero felice di vederlo. Me lo mangiai con gli occhi. Erano mesi che non lo vedevo. Notai che stava diventando sempre più alto. Poi venne il turno di mia figlia. Ci baciammo sulle labbra. Poi lei appoggiò la testa sulla mia spalla e le accarezzai i capelli. La mia compagna dietro aspettava il suo turno e vedendo che io e mia figlia non ci staccavamo sussurrò: Ehi! Ci sono anch’io! Sorrisi. Mi staccai da mia figlia. Ed io e la mia compagna restammo a guardarci per qualche istante. Poi la abbracciai a lungo. E il mio cuore si aggrappò a quello di lei. Non ci dicemmo nulla, intimiditi dagli sguardi dei nostri figli. Ci sedemmo sulle panche. Mia figlia mi afferrò subito la mano. Imitato da mio figlio che mi prese l’altra. Rimanemmo in silenzio per qualche momento per lasciare parlare i nostri cuori. Guardai con soddisfazione i miei figli. Erano tutta la mia vita. L’unica cosa che avevo per essere felice.
Poi parlò per prima mia figlia: Papà come stai qui? Le sorrisi: Bene! Sono stato fortunato che mi hanno portato proprio qui, non potevo capitare di meglio, la direttrice è brava e mi ha accolto bene.
Le nascosi che appena arrivato mi avevano sbattuto alle celle di punizione, nella cella liscia, perché mi ero rifiutato di fare nudo le flessioni sopra uno specchio.
Mio figlio scrollò la testa: Papà, ma dici così in tutti i carceri che ti trasferiscono. 
Mia figlia fece un sorriso storto a suo fratello: Uffa! Stavo parlando io a papà. 
Io e la mia compagna ci scambiammo un’occhiata. E capii subito cosa mi stavano dicendo i suoi occhi. Te l’avevo che sono ancora gelosi e quindi era meglio che te li portavo uno per volta! Alzai le spalle.
E le feci un largo sorriso. Era da qualche tempo che desideravo vederli tutti e due insieme. Mia figlia riprese a parlare: È vero però papà… in qualsiasi carcere che ti mandano, ci dici che stai bene, lo dicevi anche in quel brutto carcere dell’Asinara, dove non hai mai voluto che ti venissimo a trovare. 
Cambiai discorso: Spero che non stiate avendo dei problemi con i vostri amici perchè avete un papà in carcere. 
Rispose subito mio figlio: No! Papà che dici! Io sono fiero di te. Piuttosto e lei…
E si voltò verso sua sorella. Che si vergogna con i suoi amici figli di papà che vanno al liceo scientifico. 
Mia figlia gli diede un calcio da sotto il bancone. E stizzita negò: Non è vero papà… Voglio solo che i miei amici non lo sappiano che sei in carcere perché non sanno la persona meravigliosa che sei. E non voglio che pensino male di te perché sei qui.
Le feci una carezza sul viso. -E fai bene! Non c’è bisogno che lo sappiano tutti dove si trova vostro padre. 
Mio figlio intervenne contrariato Io invece lo dico a tutti i miei amici. 
Corrugai la fronte -E fai male perché non c’è nulla da essere orgogliosi ad avere un papà in carcere. Mio figlio mi fece un sorriso mesto. E triste. -Non arrenderti papà… non arrenderti mai, noi ti aspettiamo a casa. 
Poi parlò mia figlia. E mi guardò dritto negli occhi: Papà comportati bene… mi raccomando non fare casini… perché se fai il bravo sento che alla fine ti faranno uscire. Alzai lo sguardo al soffitto con aria innocente. Non avevo mai avuto paura di qualcuno o di qualcosa nella mia vita. Avevo paura solo di deludere mia figlia. Le feci gli occhi dolci. E le sorrisi- Da quando in qua sono i figli che dicono al padre di fare i bravi… non dovrebbe essere l’incontrario? 
Mia figlia rispose al mio sorriso. Nel frattempo la guardia aveva gridato il mio nome.
-Il colloquio è finito. Mi alzai di controvoglia. E rivolgendomi ai miei figli dissi loro:Uscite per primi… lasciatemi qualche secondo con vostra madre. Poi mi chinai per abbracciare mio figlio che mi sussurrò: Ti voglio bene papà. Lo abbracciai ancora più forte. -Anch’io te ne voglio. E gli diedi una pacca sulle spalle. Poi venne il turno di mia figlia. Rimanemmo un attimo in silenzio. Parlò per prima lei. Io avevo la gola secca.Papà la spesa te l’ho fatta io… e ti ho fatto il sugo con in piccioni… poi mi scrivi se ti è piaciuto… ti ho comprato anche un maglione pesante. Feci finta di non vederle gli occhi lucidi. Lei non piangeva quasi mai davanti a me. Ero venuto a sapere che piangeva sempre dopo. -Grazie amore… adesso vai. Lei mi abbracciò ancora una volta. -Papà, io ti vorrò sempre bene. Ti aspetterò sempre, non mi sposerò mai fin quando non uscirai. Poi lei si voltò subito per non farsi vedere nel viso. E andò via per lasciare il posto a sua madre.
La mia compagna mi abbracciò. Io la baciai. -Stai attenta ai bambini. Lei mi sorrise controvoglia: Quali bambini? Non lo vedi che i tuoi due figli ormai sono grandi. 
L’ accarezzai.- Vai piano con la macchina… ti amo. Lei annuì. -Anch’io. 
La guardia mi aveva già chiamato tre volte per avvisarmi che il colloquio era già finito. E la lasciai andare via. E pensai con amarezza che avevano fatto tutto quel viaggio per solo un’ora di colloquio dietro un bancone.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova Luglio 2014 

Poesie di Francesco Di Dio

Tiger

Tramite la nostra Alessandra Lucini, ci sono giunte queste due poesie del nostro Francesco Di Dio.

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ABITUDINE
Dormire è un’abitudine
svegliarsi è un dolore
il suono di una voce soave annuncia un nuovo giorno
le porte si aprono, un agente ti osserva e
ti ricorda che ancora esisti.
Qui sei un numero
I giorni passano, i mesi, gli anni.
Vedi le solite cose, le stesse persone,
il sorriso abituale, in essi un senso di angoscia. 
Se si potesse leggere dietro quel numero,
quante cose scoprireste.
Scoprireste che dietro a quel sorriso
vi è pianto, dolore e tristezza.
Dormire è un’abitudine,
svegliarsi  è un dolore. 

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A COLEI CHE AMO

Se pensarti
sempre, ovunque costantemente significa amarti
io ti amo.
Se cercarti
con affanno, con passione, con disperazione
significa amarti.
Io ti amo.
Se perdermi in te, se sognarmi in te
se cullarmi in te dolcemente
significa amarti,
io ti amo. 

 

Loffredo Umberto, dall’isolamento al lavoro in cucina

limitation

ll primo maggio (ma si tenga presente che questa è la numerazione cronologica per apparizione sul Blog, che il momento temporale effettivo va considerato successivo, essendoci uno scarto cronologico di poco meno di due mesi tra la data “reale” in cui si scrive in un dato momento, e la data che appare sul Blog; scarto che si vuole progressivamente ridurre fino a colmarlo del tutto) pubblicai questa lettera di Umberto Lofffredo che denunciava di essere in isolamento, nell’apposito reparto del carcere di Catanzaro, da più di 70 giorni, nonostante le sue condizioni di salute sarebbero “ostative” ad un tale regime (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/05/01/il-diritto-alla-salute-e-sospeso-lettera-di-umberto-loffredo-da-catanzaro/).

Da pochi giorni, tramite il nostro Nellino, c’è giunta questa lettera, scritta “anche” da Umberto Loffredo e che va letta fino all’ultimo, perché nel “PS”  vengono descritti gli sviluppi in merito alla situazione denunciata nella lettera.

La lettera è probabilmente stata scritta in un momento precedente alla lettera precedentemente citata, perché la lettera che pubblico oggi è firmata da due detenuti, non solo Umberto Loffredo, ma anche Massimo Polverino; entrambi in isolamento, nel momento in cui l’avevano scritta ed entrambi con problematiche di salute che rendevano incompatibile questo regime nella loro situazione.

In conclusione alla lettera, è stato aggiunto un PS, che racconta gli sviluppi della vicenda. Inizialmente l’ubicazione in cella singola, in una sezione idonea, di Massimo Polverino. E, in un tempo successivo, la risoluzione della situazione di Umberto Loffredo, che è stato anche adibito al lavoro in cucina, cosa che ha particolarmente apprezzato. E ci tiene a che, oltre alle descrizioni “critiche”, sia presente anche il suo apprezzamento per il modo in cui la situazione è stata superata, affinché si dia menzione, in merito ad una situazione, tanto del male quanto del bene.

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Cari amici del Blog,

Siamo due persone detenute a Catanzaro, e in questo momento ubicati al reparto isolamento per le ragioni che andremo a spiegare.

Prima però vogliamo ringraziarvi per l’attenzione che rivolgete alle carceri e alle persone in difficoltà.

Abbiamo seguito il Blog, tramite il comune amico Nellino, anch’egli detenuto in questo carcere, il quale ci ha parlato di questa bella realtà del Blog.

Siamo Loffredo Umberto e Polverino Massimo, entrambi di Napoli.

Entrambi in possesso di certificazione medica che dispone l’ubicazione in cella singola per motivi sanitari.

Il 2 aprile 2014, per motivi ancora da scoprire, ma presumibilmente a causa del sovraffollamento ormai cronico delle carceri italiane, ci viene proposto-imposto di stare con un altro compagno di cella.

Di fronte a questa proposta-obbligo, invano cerchiamo di spiegare le ragioni per le quali ciò non è possibile (ragioni mediche).

Crediamo sia indiscutibile che eventuali carenze strutturali non possono in alcun modo gravare sul detenuto, né tanto meno andare a comprimere quello che è un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione.

Tale è il diritto alla salute.

Onde evitare di dilungarsi in questioni tecniche, “Ordinamento Penitenziario”, circolari DAP, ecc.ecc., continuiamo nell’esposizione dei fatti.

I nostri tentativi di spiegare non ricevono alcun riscontro, pertanto chiediamo di essere ubicati in celle singole, precisiamo, senza alcun tipo di disordine.

Veniamo “accontentati” venendo trasferiti al reparto isolamento, reparto quest’ultimo che non dovrebbe esistere, ma qui al Sud, si sa, la civiltà ci impiega decenni per arrivare.

Reparto fatiscente, sporco, con persone malate, con problemi psichiatrici gravi, ecc.ecc.

Pensiamo sia una soluzione temporanea, di emergenza. In fondo non abbiamo commesso nessuna infrazione.

Invece , dopo qualche giorno, “scopriamo” che è stato redatto rapporto disciplinare. Alla richiesta di conoscere gli addebiti contestati, non c’è risposta, solo che siamo in questo reparto perché rapportati disciplinarmente.

Dopo 14 giorni ancora non conosciamo cosa ci viene contestato e il tempo massimo è 10 giorni. Il tempo massimo di permanenza in isolamento è 15 giorni. Si badi bene, che ‘è differenza tra sottoposto a isolamento e “stare” al reparto isolamento. 

Quest’ultimo non dovrebbe esistere per legge, fatta salva l’eccezione di casi particolari, come può essere une persona fuori controllo per la quale si temono atti di autolesionismo.

Non crediamo come possa essere questo il caso e comunque varrebbe solo per il tempo strettamente necessario, affinché il soggetto riprenda coscienza di sé: 

Ordunque, dopo anni e anni trascorsi in queste sofferenze, sappiamo come funziona e, in isolamento o meno, si continua a combattere sempre per i propri diritti.

Quello che ci chiediamo è come si possa eludere in toto una certificazione medica. 

Com’è possibile che queste persone abbiano raggiunto un potere tale da potersene infischiare altamente di una prescrizione medica e restare comunque impuniti?

Quello che ci chiediamo è, come sia possibile che, per fare valere il proprio diritto alla salute, si debba scontare la pena in isolamento ed essere sanzionati a livello disciplinare. 

Tutto ciò a prescindere da questioni circa l’innocenza o la colpevolezza delle persone. C’è stata una condanna? E questa si sconta. 

Ma in un Paese civile, come usa definirsi l’Italia, ciò non accadere.

Lo dimostrano le continue ammonizioni della Corte Europea. Basti pensare che l’America, un Paese dove, non dimentichiamolo, c’è la pena capitale, rifiuta l’estradizione verso l’Italia perché in Italia c’è la tortura.

Signori del Blog, come disse il grande Antonio De Curtis, in arte Totò:.. “poi dici che uno si butta a destra..”. Non è un “capriccio”. Chiediamo che venga rispettato il nostro sacrosanto diritto alla salute.

Inoltre, comunque, è impensabile volere obbligare due persone a convivere, 24 ore al giorno, per anni, in 12 metri quadrati. Le galline, in proporzione, hanno per diritto molto più spazio.

Speriamo che nella prossima vita si rinasca Gallina..:-)

Un caro saluto a tutti, con la promessa di risentirci presto per gli ulteriori sviluppi della situazione.

Umberto Loffredo e Massimo Polverino

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P.S.:

Giova precisare che Polverino Massimo dopo “pochi” giorni è stato ubicato in cella singola in una sezione diversa, ma idonea. Il sottoscritto invece è stato ubicato in un reparto irregolare per 90 giorni e, solo dopo l’intervento energico del Magistrato di Sorveglianza, la cui ordinanza si allega, si è risolto il problema e ora sono insieme agli altri ubicato in cella singola.

Per amore della verità, bisogna anche dire che, durante il periodo al reparto isolamento, dopo una iniziale condotta irregolare da attribuire agli agenti preposti alla sicurezza che mi volevano tenere isolato, violando tutte le norme dell’Ordinamento Penitenziario, hanno poi provveduto a farmi andare al passeggio insieme agli altri ristretti, sanando così le irregolarità precedenti e successivamente sono stato assegnato a lavorare in cucina detenuti. Cosa quest’ultima, riguardo alla quale bisogna riconoscerne il merito, perché non è cosa semplice riuscire a lavorare in cucina. E’ quasi un privilegio. Forse questo è stato fatto per compensare l’errore precedente, ma è stata una cosa molto apprezzata. Allo stesso modo in cui lo è stata la disponibilità della Direzione a sistemare la cella per renderla vivibile con tutte le suppellettili necessarie che prima mancavano. Questo per sottolineare che quando si subiscono degli abusi si evidenziano e lo stesso bisogna fare quando si ricevono delle attenzioni positive. La verità vince sempre. Un caro saluto a tutti.. Loffredo Umberto 28/06/2014

Un grido liberatore… di Nino Mandalà

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Alcuni giorni fa avevo pubblicato una lettera che Nino Mandalà -detenuto a Spoleto- aveva inviato a Papa Francesco, dopo la scomunica dei mafiosi, fatta durante il suo viaggio in Calabria (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/05/08/lettera-al-papa-da-uno-scomunicato-di-nino-mandala/).

Nino Mandalà esprimeva lo sconcerto di tanti detenuti, condannati per crimini commessi nell’ambito della criminalità organizzata, che si sono sentiti “espulsi” dalla Chiesa.

La mia personale opinione è che il Papa non abbia voluto “scomunicare” tutti quelli che sono stati mafiosi, ma chi attualmente agisce in modo distruttivo verso gli altri, nell’ambito appunto del sistema mafioso. Ma questa “scomunica” non andrebbe intesa come un anatema verso tutti coloro che “sono stati” mafiosi, ma ormai, da anni, sono detenuti, e spesso, hanno perso qualsiasi collegamento col contesto criminale di appartenenza, ed anzi (in molti casi) hanno sviluppato un sistema di valori completamente differente.

Comunque, Nino Mandalà ritorna sulla questione, soffermandosi in particolare sul commento ad un articolo di Corrado Stajano, apparso sul Corriere della Sera del 3 luglio. 

Ci sono dei passaggi molto intensi in questa seconda lettera di Nino Mandalà, passaggi come questo:

“Cosa sa Stajano dei detenuti costretti a sopportare inumane condizioni di vita in carcere, dell’ipocrisia di una normativa che proclama la retorica del recupero e pratica l’emarginazione, delle angherie di uno stato che, invece di dispensare giustizia, consuma vendette, della promiscuità che condanna a vivere come in delle stie una umanità privata della dignità e dell’amor proprio, del dolore altrui che dilaga e invade, come una malattia infettiva anime già private del proprio dolore? E sa qualcosa Stajano dell’inferno del 41 bis che seppellisce creature di Dio e le condanna alla pena più crudele, quella di essere private dell’affetto dei propri cari, lì, a due passi, che quasi li puoi toccare e ne sei impedito da un vetro divisorio per mesi, per anni?Per mesi, per anni, non senti la loro carne, il loro odore, il loro alito, il loro cuore che batte, e hai la sensazione sempre più disperante la loro carne, i loro tratti si risolvano in ectoplasmi sempre più distanti, estranei, astratti.”

Vi lascio adesso a questo testo di Nino Mandalà, dal titolo “Un grido liberatore”.

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Corrado Stajano, nel suo articolo apparso sul Corriere della Sera di giovedì 3 luglio, a commento della scomunica contro i mafiosi pronunciata da Papa Francesco, parla di “evento dal sapore evangelico e di grido liberatorio contro una ambiguità secolare”:

Stajano prende le mosse dalla descrizione della ferocia delle mafie e della ‘ndrangheta in particolare, facendo una dettagliata cronaca dei misfatti più crudeli della criminalità organizzata, per bacchettare la passata tiepidezza della Chiesa Cattolica e la sua incapacità di giungere, prima di Francesco, alla scomunica.

Naturalmente Stajano, da abile giornalista quale è, sa toccare le corde giuste. Chi può non essere d’accordo con lui nella sua condanna di un mondo sciagurato che ha causato tanti mali?

Ma parlare di gesto evangelico per definire una scomunica, mi sembra troppo.

Io sono fermo al Vangelo che predica misericordia, e a Stajano, intollerante fino al punto da esultare per un gesto di intransigenza religiosa e da allinearsi con una sua etica manichea che vede il male tutto da una parte, chiedo se ha mai scoperchiato i tombini da cui fuoriescono i miasmi di un universo scellerato di cui tutti siamo responsabili.

Intransigente contro il male che attenta al bene della società, si è mai chiesto se non ci sia anche un male che la società infligge a sua volta e che gli schizzinosi sacerdoti del perbenismo di facciata si guardano bene dal denunciare?

Cosa sa Stajano dei detenuti costretti a sopportare inumane condizioni di vita in carcere, dell’ipocrisia di una normativa che proclama la retorica del recupero e pratica l’emarginazione, delle angherie di uno stato che, invece di dispensare giustizia, consuma vendette, della promiscuità che condanna a vivere come in delle stie una umanità privata della dignità e dell’amor proprio, del dolore altrui che dilaga e invade, come una malattia infettiva anime già private del proprio dolore?

E sa qualcosa Stajano dell’inferno del 41 bis che seppellisce creature di Dio e le condanna alla pena più crudele, quella di essere private dell’affetto dei propri cari, lì, a due passi, che quasi li puoi toccare e ne sei impedito da un vetro divisorio per mesi, per anni?

Per mesi, per anni, non senti la loro carne, il loro odore, il loro alito, il loro cuore che batte, e hai la sensazione sempre più disperante che la loro carne, i loro tratti si risolvano in ectoplasmi sempre più distanti, estranei, astratti.

Che ne sa Stajano di quello che passa per il cuore di un ergastolano, delle sue terribili notti da affontare quando i demoni si avventano sulla sua facile coscienza e l’addentano tentandola al suicidio? Che ne sa del suo disgusto per la viltà che l’attanaglia e gli impedisce di compiere il gesto estremo, delle interminabili giornate passate ad apparire forte  mentre l’inferno arde dentro le sue viscere.

Che ne sa delle vittime innocenti, i famigliari dei detenuti costretti da una normativa che prevede la detenzione in carceri distante dal luogo di origine e dalle ristrettezze finanziarie, a diradare i colloqui e perpetuare una lontananza che col tempo fa sfiorire gli affetti?

Sicuramente Stajano non sa nulla di questo inferno e sennò, ne sono certo, avrebbe levato, fermo e sdegnato, il suo grido di condanna, dal sapore, oltre che politico e civile, anche evangelico!

I buoni… di Sebastiano Milazzo

lupo_agnello

Pubblico oggi un altro pezzo di Sebastiano Milazzo, durissimo e acuto come al solito.

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Ho acquistato e letto il libro “I Buoni” di Luca Rastello ed. Chiarelettere.

E’ un romanzo lucido e feroce che descrive in modo eloquente e dettagliato quel mondo di “buoni” che dicono di lottare  per  salvare il mondo dal male, con i loro progetti, le loro crociate antimafia e le loro razzie di beni confiscati.

Un romanzo capace di mettere a fuoco ciò che è sotto gli occhi di tutti e che nessuno vuol vedere (nè può criticare, pena la scomunica sociale ) cioè la presenza di chi si nutre del male fingendo di combatterlo.

La presenza di sciacalli che FANNO RAZZIA di risorse pubbliche e patrimoni confiscati in nome della legalità e sulle sofferenze degli altri.

Quegli siacalli che in modo subdolo e/o indiretto, determinano la continua repressione dei diritti dei singoli, per mantenere sempre alta la tensione delle emergenze, senza le quali non potrebbero giustificare le loro illegalità.

Alcune frasi lette nel libro:

“Esporta le mafie all’estero, così può fondare associazioni in mezza Europa e acchiappare ragazzine esotiche.”

“I tossici sono il residuo di un’altra epoca, di un altro mercato: quando erano  le droghe il male assoluto. Poi sono cambiati i gusti. Ora se vuoi incarnare il male assoluto, quello che non si discute, a meno di tradimento, devi combattere le mafie.”

“Se va male la rete apriamo un’altra associazione e mettiamo a frutto il capitale che abbiamo accumulato qui.- Che capitale? – Capitale di Figa , l’associazione la chiamiamo Azione Penale”

“Sono tredici anni che si pagano lo stipendio con i soldi pubblici! Ci fanno anche le vacanze, e le chiamano Carovane di studio.”

“Anche lui rimorchia ragazzine nelle scuole dove entra come responsabile del progetto.”

“Mi ha detto : “Senti, se vuoi oggi al massimo me lo ciucci, perchè ho già scopato quell’altra e ora non ne ho più voglia”.

L’ergastolo ostativo è il frutto avvelenato del martellamento mediatico di questo genere di “Buoni” che alimentano  la repressione e la cancellazione dei diritti, perchè possano autolegittimarsi e mantenere inalterate le possibilità di continuare a fare razzie di risorse pubbliche.

Questo libro, così come scritto in copertina  da un lettore, è il feroce ritratto della retorica del bene e dovrebbero leggerlo tutti coloro che ritengono che il muro di cinta del carcere segna un confine netto e preciso tra il bene e il male. Dispiace che anche  Papa Francesco  sia passato al “soldo” di questi sciacalli recentemente.

Sebastiano Milazzo

Giugno 2014

Pietro Borsetto. Storia di una persecuzione (seconda parte)

Persecut

Pubblico la seconda parte (per la prima vai al link…http://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/05/14/pietro-borsetto-storia-di-una-persecuzione-prima-parte/) dell’intervista che ho fatto a Pietro Borsetto, che da 22 anni subisce una vera e propria persecuzione. Una persecuzione estrema. Un’azione, concertata a tutti i livelli, per distruggerlo. Fate conoscere questa storia. Diffondetela. Nessuna persona dovrà più essere trattata così. E poi.. non facciamo sentire solo Pietro. Più l’ingiustizia viene illuminata, più è difficile, per chi gioca sporco, agire nell’ombra. 

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Ah… non ti avevo detto che per quello che avevo subito, l’occhio perso, ecc… l’inail mi ha riconosciuto l’invalidità per cause di servizio, cioè infortunio sul lavoro per omissione di sorveglianza.

- “omissione di sorveglianza” nel senso che… ?

Se uno va cento volte daal primario, alla direzione sanitaria, al direttore dell’ospedale”guardate, mi stanno .. io sono in pericolo.. perché dal punto di vista della salute, dal punto di vista del non curarmi, dal punto di vista delle minacce continue dell’aiuto ecc.. io sono in pericolo..chiedo di essere tutelato..”… e quelli comunque non fanno niente è omissione di sorveglianza. Ma è l’Inail che mi ha riconosciuto questa invalidità, un ente esterno. L’Asl si è sempre guardata bene dall’entrare nel merito di queste cose. Comunque io prendo davvero una ricchissima cifra da allora per compensare il fatto che abbia perso un occhio. Prendo duecento euro al mese. Il mio occhio perso e la carriera rovinata, e tutto quello che ne è conseguito per un chirurgo oculista, vale duecento euro al mese. Ma nonostante tutte le mie denunce, i soggetti coinvolti non solo non hanno mai avuto nessuna condanna, non hanno mai avuta nessuna indagine per quello che mi hanno fatto. Quante me ne hanno fatte.. mi hanno licenziato, mi hanno picchiato, sono diventato invalido, mi hanno fatto l’impossibile. Comunque, prima di licenziarmi, me ne avevano fatto un’altra..

-Racconta..

Mentre ero ancora in malattia, per il femore rotto sempre, ricevo un ordine di servizio. Già questo, di per sé, è una immane porcheria, perché tu non puoi ricevere un ordine di servizio mentre se in malattia. E’ una cosa si anticontrattuale che anticostituzionale. Perché non puoi contrastarlo con nulla, non puoi difenderti. Quello che mi avevano scritto era grossomodo questo “visto e constatato che la presenza del dottor Borsetto in reparto ha causato parecchie tensioni, parecchi contrattempi e parecchi disguidi per i pazienti.. si decide con ordine di servizio immediato di adibirlo a servizio ambulatoriale esterno presso gli ambulatori di Porto Torre, di Porto Viro, di Vattelapesca, di Adria ecc. con cadenza due ore qua, due ore là, due ore lì, tutti i giorni, firmando il cartellino ogni volta presso l’ospedale di Adria, con divieto di accesso in reparto, senza richiedere qualsiasi ferie al primario del reparto ed è inoltre responsabile di tutta la strumentazione degli ambulatori in cui opererà”. Alfredo, si tratta di posti tutti belli distanti l’uno dall’altro. In pratica io, con un occhio solo, invalido, avrei dovuto fare, ogni giorno, oltre alla strada per andare da casa mia all’ospedale.. altri 300 km. Due ore in un laboratorio, due ore nell’ambulatorio distante 80 km, due ore in laboratorio distante altri 50-60 km, ecc. Tutto questo naturalmente di ratio medica e di ratio amministrativa non ha nulla.

-Un esempio del genere sembra preso da un film grottesco. Sembra una parodia della persecuzione. Non sembrerebbe possibile che qualcuno possa essere capace di mettere nero su bianco queste cose.

Il solo intento è quello di fare scoppiare uno. Impugnai quell’atto di fronte al Tar. Facendo, tra l’altro, anche valere il fatto che, agendo così mi dimensionavano, mi cambiavano contratto, essendo io stato assunto da contratto come “dirigente di ruolo” – il massimo livello – “presso l’ospedale di Adria, Via Badini, adria”. A proposito di “abbassarti” come forma di umiliazione, negli ultimi anni in cui avrei lavorato per le strutture pubbliche mi avrebbero messo a fare soprattutto occhiali, in ambulatori sparsi in mezzo al nulla, che hanno strumenti vecchi di venti anni. Ritornando all’ordine di servizio folle che mi avevano inviato, si tratta di un ordine a chi non ho mai adempiuto, uno perché era impossibile adempierlo, e due perché poi mi hanno direttamente licenziato. Il licenziamento è stato seguito da un atto che era l’equivalente mediatico del linciaggio. Sul Gazzettino, Il Resto del Carlino, ecc. del 1998 è stata fatta pubblicare, a pagamento, una intera pagina-LA PRIMA – il cui titolo era “medico assenteista licenziato, un caso esemplare e unico in Italia”. Il pezzo era scritto dall’avvocato Migliorini, quello di cui ti ho parlato prima, quello che Galan definiva il suo tutore politico, quello che faceva parte del Rotary di Adria. Quei giornali pubblicavano una prima pagina del genere di fango, e a me nessuno era venuto a chiedere niente.

-E poi c’è la macchina del fango.

La gente quando vede sui giornali che vengo…licenziato da una parte.. licenziato dall’altra.. accusato di questo.. accusato di quello.. alla fine messo in carcere.. cosa possono dire.. “vedi, c’hanno sempre avuto ragione, questo è sempre stato un delinquente..”.

-Fanno terra bruciata..

Sì, soprattutto con chi è esterno al mondo medico. Perché molti colleghi sapevano cosa stava accadendo. Sapevano che ero il target da fare fuori e sapevano i mezzi che venivano utilizzati contro di me. Ma cosa può capire la gente? Che il mostro sono io. Che se da trent’anni subisco rapporti, licenziamenti, denunce, di tutto, il problema sono io. E ciò unicamente perché nessuna autorità, nessuna, mi ha tutelato: Tutte hanno omesso di intervenire o perlomeno di accertare, a fronte di ripetuti e documentati esposti a mia firma, ovvero dolosamente omettendo atti d’ufficio dovuti. Io, per trent’anni ho scritto a SVARIATE DECINE di autorità, di diversi profili; anche figure ecclesiastiche. Una che si sia degnata anche solo di dirmi “cane, mi dispiace o cane, non posso fare niente”. Alcune non avevano il dovere giuridico di farlo, anche se magari quello umano sì. Altre invece –come magistrati, procuratori della Repubblica, direttori di ospedali- avevano il vero e proprio dovere giuridico di leggere e di istruire una pratica. Nessuno ha mai fatto nulla. Tutta questa gente che ha commesso crimini contro di me si è coperta a vicenda e negli anni è sempre andata avanti, continuando a fare carriera, carriera, carriera.

-Una come la tua è una di quelle storie così estreme che la gente in immaginerebbe mai che possono accadere.. in genere le persecuzioni avvengono in modo più soft… un trattamento verso di te come se fossi il nemico pubblico numero uno.. tanto da arrivare a comprare pagine di giornale per coprirti di fango

Se vuoi, tra virgolette, è anche colpa mia. Perché non mi sono mai fermato. Ho continuato denunciare, mi sono rivolto a tutti, a ogni genere di carica e figura, anche le più elevate. Io non mi sono rivolto alle cariche più elevate. Ho iniziato dal livello più basso e sono poi, via via, salito. Diciamo che il mobbing è diffusissimo da sempre. Le vessazioni sul lavoro ci sono sempre state e sempre ci saranno. Ma io sono un caso estremo, perché una persona normale, con meno rabbia, con meno palle delle mie, se ne sarebbe scappata molto prima e in mille maniere diverse. E le occasioni le avrei anche avute per farlo. Ma io, invece, più mi facevano del male, più mi rendevo conto di avere ragione, più mi incazzavo. Non ho mai piegato la testa. E quando fai così, quando ti accanisci a resistergli, o ti fanno crollare, o ti fanno andare fuori di testa, ti fanno suicidare. Certo, ho avuto i miei momenti durissimi. Quando nel 2010 sono finito sotto processo con l’accusa infamante per cui sono andato in galera –come tra un po’ ti dirò- sono stato sei mesi a letto, psicologicamente a pezzi. E’ stato un momento di depressione fortissima. C’è gente che prende una pistola e spara e si spara per un milionesimo di quello che è successo a me. Io sono sempre andato avanti, botta su botta, colpo su colpo, contestazione su contestazione, portando la denuncia sempre più in alto, denunciando sempre più persone. La “colpa” quindi è stata mia, perché sono andato avanti e mi sono fatto nemici sempre più potenti. Tutto ha generato una così assoluta compattezza nei miei confronti. Questa storia dura da troppi anni e troppe persone ormai non mi sopportano più da tempo.

-Tornando a ciò che è avvenuto dopo il tuo licenziamento..

Una volta licenziato dall’ospedale per assenteismo mentre ero ricoverato in ospedale per via della frattura del femore, ho subito cercato di rimettermi nel circuito del lavoro. Mi sono iscritto, anno per anno, alle cosiddette “sostituzioni” presso gli ordini dei medici, per i posti vacanti, per gli specialisti ambulatoriali interni… nella fattispecie oculisti.. che dovevano fare delle ore, che mancavano, per fare esclusivamente visite ambulatoriali presso i vari distretti, i vari ospedali, le varie ASL del Triveneto. Qui la graduatoria era per soli titoli di anzianità di servizio. Ogni anni ci si iscriveva a quasi tutte le ASL che interessavano o che si volevano, anche se si sapeva che lì non sarebbero andati. Diciamo che serviva per tenere il posto in caldo. Nelle varie graduatorie delle Asl del Triveneto, da quella di Treviso a quella di Belluno a quella di Padova, io non potevo non essere il primo. Potevo teoricamente essere il secondo, il terzo, il quarto, il quinto. Sta di fatto che poi, andando a vedere le graduatorie, quelli che risultavano prima di me erano già occupati preso altre Asl. Come me presentavano domanda, me poi legalmente erano già impegnati presso altre Asl, quindi in pratica non potevano acquisire il posto. Io ho peregrinato per varie ASL del Triveneto. Mi è sempre stato fatto capire che ero persona sgradita. In alcuni casi in modo soft. In altri casi in modo molto aggressivo, molto pesante, molto mafioso, per esempio tramite minacce telefoniche. In alcune ASL, come quella di Belluno, non sono mai riuscito ad entrare, perché ti ponevano dei paletti assurdi del tipo “guardi, le ore carenti sono come prima visita alle sei del mattino”. E’ evidente che erano assurdità. Un ospedale non inizia mai le visite alle sei del mattino. E comunque io non avrei certo potuto essere lì a quell’ora, con una madre con l’Alzheimer e una moglie col diabete grave e cardiopatica da assistere giornalmente. in alcuni casi, quindi, come quello della ASL di Belluno, non sono mai riuscito ad entrare. In altri ospedali, invece, riuscivo ad iniziare a lavorare, ma poi cominciavano provvedimenti disciplinari, anche questi totalmente fantascientifici, con i quali, in un modo o nell’altro, riuscivano ad allontanarmi da quella struttura. L’allontanamento impediva la riassunzione immediata alla scadenza del contratto. I loro fasulli provvedimenti disciplinari venivano poi archiviati, ma intanto avevano fatto il loro danno; perché il servizio verso le varie Asl era interrotto. Dopo che lavori in un posto per un certo periodo, diventi definitivamente di ruolo. L’ultima possibilità l’avevo fino al compimento dei 50 anni di eta’ . Poi sarebbero scaduti definitivamente i termini per diventare di ruolo.Ovviamente nelle Asl che mi avevano buttato fuori io non ci pensavo proprio a rifare la domanda. L’ultima chance che mi rimaneva era relativa un bando di soccorso uscito nell’Asl di Pieve di Soligo, che raggruppa Conegliano e Vittorio Veneto. In questo bando erano raggruppati tre bandi. Ti faccio un inquadramento di base delle tipologie di istituto medico. All’interno di una ASL ci sono gli ospedali, i pronto soccorso, e i distretti. I distretti –una novità di questi ultimi 15 anni- non sono altro che delle strutture de localizzate come delle case, dei condomini, in cui ci sono 1 o più specialità e in cui si fanno solo visite specialistiche, ma non c’è attività chirurgica. Quasi sempre sono posti squallidi e vetusti. Mentre in ospedale rinnovano sempre di più, investono in tecnologia sempre migliore, le strumentazioni desuete vanno a finire lì. I distretti sono i posti squallidi dove tu, per definizione, fai male la professione, dove hai pochi mezzi, una assistenza infermieristica del tutto velleitaria e corri molti più rischi professionali. Ritornando al bando presso le Asl Pieve di Soligo, ricomprendeva sostanzialmente tre bandi interni.C’erano le ore presso l’ospedale di Conegliano, dentro il reparto oculistico, ovvero con la migliore strumentazione, e a contatto dei colleghi; che era la cosa a cui tenevo di più. C’erano delle ore presso il distretto di Vittorio Veneto, e delle ore presso l’ambulatorio interno dell’ospedale di Vittorio Veneto. Io accettai tutte e queste tre tipologie di ore. C’era anche un quarto bando interno, delle ore presso il distretto di Conegliano. Si trattava di una struttura fatiscente, con un direttore locale che mi era stato dipinto come una viscida canaglia. Questa quarta possibilità la esclusi subito. Fui regolarmente preso –era il dicembre del 2004- e cominciai il periodo di prova. In quei primi giorni venni contattato dalla segretaria del dott. Benazzi -che poi ho saputo essere il presidente, guarda caso, della commissione di disciplina- che mi disse che il direttore avrebbe avuto piacere di conoscermi e salutarmi. Anche se non era mio dovere accondiscendere alla richiesta, diedi comunque la mia disponibilità e lei mi disse di andare il tal giorno, alla tal ora, presso l’ospedale di Conegliano. Il giorno che era stato concordato, quando arrivai all’ospedale di Conegliano e chiesi al portinaio dov’era l’ufficio del direttore sanitario, lui mi rispose “no no.. guardi che l’aspettano nella sala convegni, nella sala anfiteatro..”. Io sono rimasto a bocca aperta e cominciai a subodorare qualcosa. Arrivato nella sala convegni trovo una quindicina di persone che non conoscevo, e che poi ho scoperto essere tutti i dirigenti dei vari settori delle ASL. Mi sembrava di essere al banco degli imputati, con io seduto, e poi di fronte i giudici.

-Tipo tribunale del popolo..

E’ una immagine che rende. Una volta arrivato, hanno cominciato a farmi domande del tipo

“noi sappiamo che lei ha fatto domanda per venire qui”, “veramente non ho fatto domanda, ho già vinto i bandi di concorso”, “si certo.. l’ha fatta anche presso il reparto oculistico dell’ospedale..”, “sono tanti anni che non faccio più l’ospedaliero, mi piacerebbe MOLTO rientrare nella vicinanza dei colleghi, avere strumentazione, avere un certo ambiente e potere finalmente riprendere a lavorare con una certa dignità.“Lo sa che nel reparto c’è molta confusione, bisogna lavorare anche di sabato, anche di sabato pomeriggio”. Tutte stupidaggini naturalmente, tutto volto a disincentivarmi. Ma non ci pensavo a demordere, “sì, io ho bisogno di lavorare, scadono pure gli anni, per cui il prossimo anno io non potrò più presentare domanda, perdo anche definitivamente il lavoro, per cui sono disposto a collaborare in qualsiasi maniera, quindi non c’è problema”. “Lei sa che deve venire molto presto il mattino, perché l’ospedale si inizia molto presto, si inizia verso le 7”.“non c’è nessun problema, sono anni che mi alzo alle cinque”. “Ma lei sa..” insomma mi sciorinavano tutta una serie di paletti, espressi gentilmente, ma in modo molto netto.. e poi “Lei è disposto a collaborare?”. “Vi ripeto di sì, è solo mio interesse accettare questa cosa”. “Ma perché lei non ha accettato le ore nel distretto di Conegliano?”. “Lavorare in un distretto con due strumenti è una cosa, lavorare in ospedale è ben altra. E’ come andare a lavorare in albergo a cinque stelle o andare a lavorare in una pensioncina a una stella”. Si resero a un certo punto conto che non erano riusciti a farmi desistere e ci salutammo.

-Ma tutti quelli che erano lì presenti, perché c’erano? Alcuni non ti conoscevano proprio..

Tutte quelle persone si conoscono tra di loro, si appoggiano a vicenda. La carriera che hanno fatto è l’opposto della carriera che ho fatto io. E il fatto che tutte queste persone in questo tribunale del popolo, come lo hai chiamato tu, si siano ritrovate lì, è emblematico. Il solo fatto che si siano ritrovate d’accordo nel trovasi lì, per “ricevere” una persona come, che ero l’ultimo tra i reietti. Nei miei anni di lavoro precedenti solo una volta mi è capitato che un Direttore Sanitario mi telefonasse per augurarmi buon lavoro; se no tu non hai mai a che fare con questi personaggi. Il fatto di trovarmi quelle persone là quel giorno, significava che già si sapeva come sarebbe andata a finire. L’alternativa che avevo era che il giorno dopo avessi detto “signori, ci ho pensato, ho paura, non voglio finire sotto processo anche questa volta o che vi inventiate qualcos’altro come è successo in tutte le altre ASL, per cui rimango disoccupato a vita, do le dimissioni volontarie, e da domani me ne sto a casa a guardare il soffitto”. Questo non lo avrei mai potuto fare e per mio carattere non lo avrei mai fatto.
E ho continuato ad andare avanti, cercando sempre di fare di tutto per stare attentissimo, sapendo di avere una pistola puntata alla tempia, e un coltello alla gola, di non fare errori, né burocratici, né amministrativi, né professionali. E in qualunque Asl ho lavorato ci sono sempre stati una marea di pazienti che venivano da me, e che mi erano riconoscenti. Comunque, due giorni dopo quel “tribunale del popolo” presi servizio nell’ambulatorio oculistico dell’ospedale di Vittorio Veneto. Questo stesso giorno viene un ragazzotto, sui trent’anni, dirigente sanitario, che mi porta una raccomandata a mano e mi dice “per favore me la firmi”.“Che vuol dire?”.“Ah guardi, per motivi di servizio, lei purtroppo non potrà prendere servizio in ospedale, nel reparto oculistico dell’ospedale di Conegliano, ma prenderà servizio presso il distretto di Conegliano”.Insomma proprio in quel posto in cui io avevo sempre detto di non volere andare. Naturalmente è stato un atto illegale e irrituale, un falso ideologico gravissimo.. Ma io sono stato zitto, non volevo subito avere problemi e poi c’era scritto “temporaneamente”. In realtà non mi fu mai permesso di andare nel reparto oculistico. Andai allora in questo famigerato distretto. Dopo avere fatto il primo giorno di ambulatorio, quello stesso giorno, una volta tornato a casa, mi giunge una e-mail del dirigente che sostanzialmente diceva che avevano controllato le mie cartelle cliniche ed emergevano gravi irregolarità. In pratica, nemmeno mezz’ora dopo che mi ero messo in strada per tornare a Padova, si erano preso la briga di mettersi a controllare le cartelle cliniche dei pazienti che avevo visitato, e avevano rilevato che non erano conformi alla prassi standard di come si compila una cartella clinica. Cosa assolutamente impossibile, anche perché sapevo avere una pistola puntata alla tempia, e un coltello alla nuca pronto a trafiggermi; e quindi non tralasciavo nulla. Quando la settimana successiva sono tornato, mi sono fatto tirare fuori dalla segretaria tutto il materiale, e non è emerso assolutamente nulla di strano. Anzi erano molto più precise di quelle fatte dai colleghi. Tant’è che ho mandato, al dirigente, una e-mail piccata in cui gli dimostravo tutto questo e gli aggiungevo che se si voleva inventare qualcos’altro lo avesse fatto in maniera formale, che gli avrei risposto in maniera legale. Non seguirono altre contestazioni.
Nel luglio del 2004, mentre tornavo dal servizio ero stato fermato dalla polizia stradale perché avevo superato in centro una nonnina con una 500 vecchia che andava a 20 all’ora. Feci un ricorso contro la multa, che avrei vinto il gennaio dopo, ma intanto la polizia municipale di Padova giorni dopo mi avrebbe chiamato per dirmi che mi erano stati tolti 12 punti e che mi avrebbero sospeso la patente per un mese.Come hai già capito, ho telefonato immediatamente a tutti i distretti, a tutti i direttori, ho inviato fax, ho inviato raccomandate con ricevute di ritorno dicendo che non avevo alcun mezzo (neanche sommando treno più corriera, ecc.) per continuare ad andare in servizio con gli orari che loro mi davano. E che, o mi cambiavano giornate, orari e anche posti, o altrimenti mi dovevo trasferire ad abitare in un altro posto. , cosa che per motivi di assistenza di mia madre e per motivi di trovarmi un albergo, ecc. era impossibile. Da parte loro è giunta una diffida in cui mi si diceva solamente che io dovevo rientrare in servizio, senza entrare per niente nel merito di nulla. Io feci presente quali erano i termini contrattuali, che non era mio interesse perdere un mese di servizio, un mese di stipendio (il mio contratto prevedeva che ci si poteva assentare per motivi giustificati, ma veniva sospeso lo stipendio). Per farla breve, senza dire altro, senza attendere le mie controdeduzioni, mi hanno fatto una contestazione di addebito che hanno firmato e sottoscritto tutti, il giorno 2 gennaio del 2004.
La firma della contestazione di addebito risultava essere fatta da dieci persone, e ho scoperto che quel giorno mancavano cinque persone delle dieci che avevano firmato. Un altro grossolano falso ideologico e materiale.In pratica, con questo gesto, loro hanno determinato che, una volta finiti i mesi che ancora mi mancavano per finire di lavorare, io non avrei potuto riprendere servizio per altri sei mesi. In questo modo mi hanno fatto fuori, perché avevo superato i cinquantanni, non avrei più potuto diventare di ruolo (e quindi la certezza di un lavoro fisso )Io comunque –dopo un mese di assenza- sono tornato e ho continuato il servizio facendo finta di niente.
Il primo maggio 2005 sono finite le ore di quel bando. Io ho scritto loro per chiedere che intenzioni avessero, se c’era qualche possibilità di continuare in una qualche maniera; e naturalmente nessuno mi ha fato pervenire alcuna risposta. Ovviamente, quando telefonavo, si facevano negare. Mi sono ritrovato quindi a rimanere a casa.A settembre di quell’anno mi arriva una telefonata dai carabinieri di Vittorio Veneto che mi comunicano che c’era una denuncia contro di me da parte di una paziente e che andassi lì. Una volta arrivato lì, seppi che una paziente mi aveva contestato il fatto che le avrei palpato il seno in una visita. Sono andato lì e mi è stato contestato che una paziente mi avrebbe denunciato per il fatto che io le avrei palpato il seno in una visita avvenuta nel luglio 2004, quasi un anno prima. Una delle contestazioni che, da subito, ho fatto a questa accusa che mi veniva fatta, è che nessuno aveva preventivamente avviato un procedimento disciplinare. Io ho avuto svariati procedimenti disciplinari per sciocchezze immani, e per una cosa così grave non mi sarebbe stato fatto? Un ente che sa che tu hai fatto un atto di quel genere, ti lascia per un altro anno a continuare a visitare altre migliaia di pazienti???E poi ho fatto presente è che il nostro contratto prevedevano che qualora la direzione sanitaria avesse avuto o notizia di fatti poco ortodossi, perseguibili civilmente e penalmente avrebbero potuto comportamenti poco ortodossi, o cose perseguibili civilmente o penalmente, o che comunque danneggiano l’immagine dell’ASL, sono obbligati tempestivamente –così recita testualmente il codice- ad istruire una pratica e darne entro dieci giorni comunicazione all’interessato, per avere entro venti giorni le sue controdeduzioni, per poi istruir a pratica che deve essere conclusa tassativamente entro sessanta giorni da quando si è avuta notizia del reato. Ma qui non è stato fatto assolutamente nulla. Non avendomi fatto il procedimento disciplinare, mi hanno impedito di difendermi, impedendomi di procurarmi qualsiasi cosa a mia difesa, documentazioni, testimonianze, ecc. Innanzitutto era passato più di un anno da quando gli eventi contestatimi sarebbero accaduti, e poi io ero ormai fuori dal contesto di lavoro, e questo rendeva per me impossibile tentare di procurarmi quel materiale che sarebbe servito a mia difesa.Ma tutto ciò che io ho detto per fare vedere le scorrettezze commesse anche in questo caso, non è servito a niente. Il procedimento è andato avanti, c’è stato il processo, la mia parola contro la parola di questa donna, che è stata presa per buona e sono stato condannato.

-Il trappolone finale..

Alfredo, sono 22 anni che vogliono che la faccia finita, che mi suicidi. Tutte queste persone, queste lobby, ci hanno messo 22 anni per mandarmi in galera. Alla fine non so se ha finto Davide o Golia. Ma posso dire che ho vinto io. Ho perso tutto se vuoi, ma ho vinto io. Perché solo contro tutti ho resistito. Devo dirti che queste sono persone anche incapaci, grossolane. Alla fine lo hanno fatto con la cosa più infamante, la cosa che adesso va più di moda, la violenza sessuale. Questa è l’unica cosa che hanno architettato bene. Qui siamo al massimo della collusione. Perché già privare uno della salute e del lavoro ripetutamente è una cosa immane e infame, ma quando tu arrivi al punto di riuscire a mandarlo in carcere, il livello di coinvolgimento diventa ancora più esteso, e comprende testimoni, e probabilmente anche giudici.Resta il fatto che ci hanno dovuto mettere 22 anni per mandarmi in galera. Ci hanno messo 22 anni ma non mi hanno piegato. Sono ancora me stesso, e sono più determinato di prima. Non l’hanno avuta vinta. Certo che sorrido quando mi dicono che siamo in democrazia. Continuano a dirci che siamo in democrazia. Questa “democrazia” ha voluto che io patissi le pene dell’inferno per 22 anni, perdessi tutto e finissi infine in carcere. Se fossi vissuto in un’altra epoca o in un altro territorio, in un regime non democratico, mi avrebbero semplicemente fatto fuori subito. In uno stato democratico sono più “buoni”, non ti fanno fuori subito, esiste la tortura civile perpetua. Ma se mi avessero ammazzato direttamente tanti anni fa, mi avrebbero fatto un piacere. Non avrei sofferto così tanto per così tanti anni.

-Le persone difficilmente potrebbero credere possibile 22 anni di persecuzione…

Come ti dicevo prima, credo di esserci stato solo io ad essere stato così pazzo da perseverare in tutti questi anni, senza scappare, senza ammazzarsi, senza ammazzare qualcuno , e continuare scrivere a tutti, a denunciare tutti, a tempestarli di atti formali. Qualunque persona con un minimo di timore, con qualcosa da perdere, si sarebbe fermata molto molto prima. L’accanimento che hanno avuto con me, piuttosto che impaurirmi, mi faceva incazzare sempre di più. E ci fosse stata una cosa vera, in tutte le accuse, in tutti i colpi bassi, in tutto il fango che ho subito in questi anni.. ci fosse stata una sola cosa vera. Sai quanti esami di coscienza mi sono fatto in questi anni “ma io effettivamente ho fatto questo, ho fatto quello, posso avere dato adito ecc.?”. E in coscienza mi sono sempre risposto “no, non ho fatto nulla di tutto ciò”. Sai quanto male ti fa vedere che subisci l’indescrivibile e non hai mai fatto nulla di male? Sai che significa? Tutto questo mi ha dato una forza, una cattiveria, che non mi ha fatto mai desistere.

-Ritorniamo al processo..

Nel corso del processo il pm chiese 5 anni non per “molestie sessuali”, ma addirittura per “violenze sessuali”, perché io l’avrei costretta. Come a significare che un palpeggiamento sia uguale ad uno stupro collettivo……..Il tribunale ha ridotto la pena richiesta, condannandomi a due anni e sei mesi. Sua sponte, questo procuratore ha instaurato un secondo procedimento perché io avevo subito denunciato per diffamazione quella donna; e il procuratore instaurò un secondo procedimento in cui ero io accusato di calunnia verso questa donna. Ma tu sai che, in Italia, finché non c’è stato il terzo grado, tu sei innocente. Mi fanno un altro processo, e vengo condannato ad ulteriori 5 anni. Nel processo di Appello a Venezia il giudice ha riconosciuto –scrivendolo nelle motivazioni-“ l’errore materiale dei giudici del tribunale di Treviso” e ha ridotto la pena da 7 anni e mezzo a un cumulativo totale di 3 anni, 10 mesi 20 giorni. I due anni e sei mesi per cui sono stato mandato dentro erano inferiori ai 3 anni entro i quali vengono concessi i servizi sociali. Il Presidente del Tribunale di Sorveglianza non è entrato nel merito. Ha semplicemente scritto “non si entra nel merito, risultando il termine temporale incapiente”.

-A quel punto finisti in carcere..

Sì.. con un’altra illegalità infinita. Con una condanna di 2,6 anni io avevo tutte le carte per essere assegnato ai servizi sociali. Perché ciò avvenga la condanna non deve essere superiore ai 3 anni. Ma in quello stesso periodo intervenne il decreto svuota carceri –entrato in vigore il 24 dicembre- che ha elevato il limite temporale a 4 anni, quindi ci rientravo a maggior ragione in quel limite. Non esistevano dubbi sul fatto che dovessi essere affidato ai servizi sociali. Avevo già l’associazione di volontariato in cui sarei andato ad operare, associazione che aveva inviato due pagine nelle quali garantiva per me.
E inoltre avevo la mia situazione famigliare particolarmente problematica, dovendo occuparmi di mia moglie, invalida civile al 65%, portatrice di handicap, cardiopatica, diabetica, insulino dipendente, con un glaucoma, con il morbo di Cron. Si tratta di una persona estremamente fragile. Una persona che ha necessità di essere accompagnata al lavoro, e ci vuole qualcuno che si occupi delle incombenze di casa, e quel qualcuno sono sempre stato io. Noi abitiamo in aperta campagna, a distanza di 6km dal primo autobus, non ci possiamo permettere nessun aiuto privato, l’assistenza domiciliare non e’ prevista nel suo caso, non abbiamo nessun parente disponibile. Io chiesi semplicemente che mi mandassero a fare volontariato, da qualsiasi parte, ecc., purché potessi assistere a mia moglie la notte, dalle 8 di sera alle 8 del mattino.
A questo aggiungi che neanche io sto bene in salute. Nel senso che sono invalido certificato dall’inail, ho praticamente un occhio solo, ho grossi problemi artosici seguenti agli interventi e 5 ernie discali no operabili, ho cominciato a prendere psicofarmaci per cercare di resistere a questa situazione di stress pazzesco a cui mi hanno costretto per venti anni, ho problemi intestinali, ho un problema prostatico molto importante, sono iperteso, ho avuto una ischemia cardiaca e ripetute crisi ipertensive –causate dallo stress- e, , non dimenticarlo, buona parte della notte la passo sveglio per accudire mia moglie. Tu giudice se sai vedere l’evidente, capisci, tra le altre cose, che, in una situazione come la mia, non concedendo i servizi sociali , condanni a morte due persone. Ma il giudice disse che il termine era ” incapiente”. Un escamotage per “non entrare nel merito”. Cioè non aprire nemmeno il fascicolo e tutta la documentazione medica. Lui se aveva dei dubbi, avrebbe dovuto discutere la cosa con tutti gli specialisti, entrare nel merito e solo allora dire “non te li concedo”. Ma, entrando nel merito, non avrebbe, appunto, potuto dire “non te li concedo”. Quindi decise di “non entrare nel merito” e mi fece andare in galera, compiendo un vero falso ideologico.Sono stato in galera 25 giorni. Finché, il 7 gennaio il mio avvocato, tornato dalle vacanze e dopo essere stato nuovamente pagato da mia moglie, ha mandato un semplicissimo fax al Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia dicendo “guardi che i conti non tornano, lui è dentro per due anni e sei mesi, era inferiore già prima ai termini, a maggior ragione adesso che è stato emanato il decreto svuota carceri. Essendoci un rischio di morte sia per il soggetto che per la moglie, scarceratelo immediatamente”. Il giorno il magistrato. dopo ha ammesso l’errore materiale, e ha emanato l’ordine di scarcerazione. Ancora adesso è ancora pendente in cassazione quella porzione di pena che porterebbe la condanna da 2,6 anni a 3,10 mesi.

-Raccontami dell’impatto col carcere.

Una sera sono venuti a prendermi all’ora di cena, con la disperazione di mia moglie. Io invece ero del tutto tranquillo, e mi hanno sbattuto in carcere. Due giorni dopo sul Mattino di Padova c’era scritto che “il violentatore manomorta” era stato prelevato a casa dai carabinieri, comandati dal tal maresciallo, che erano entrati in casa, alle otto di sera, con la moglie presente. Scrissero anche falsità assolute come il fatto che inizialmente mi sarei alterato, quando in realtà ero calmissimo, perché mi aspettavo che sarebbe accaduto. Da giorni avevo la valigia pronta accanto all’uscio di casa. Era mia moglie che era disperata. A Padova ci sono due carceri, tra di loro distanti 500 metri, e con direttori, strutture e prassi burocratiche diversissime . Un carcere circondariale e un carcere per definitivi, Due Palazzi. Io inizialmente fui portato al circondariale e ci restai per una settimana, prima di essere trasferito al Due Palazzi. Secondo la legge loro dovrebbero dare un foglio ad ogni recluso, in cui sono scritti i diritti e i doveri del recluso.; si tratta di u banalissimo ciclostile, di due facciate. Ovviamente nessuno né ti dà nulla né di dice nulla. A me mi hanno sbattuto in una cella con le finestre aperte, dopo avermi “perquisito” nudo come un verme.

-La perquisizione iniziale? Completamente nudo?

Sì. E non parlo di mettere le mani nel sedere per vedere se hai dell’eroina o del guardarmi in bocca, che sono cose che possono ancora avere un senso. Io parlo cose assolutamente inutili –anzi da pervertiti. Mi hanno obbligato spogliarmi nudo e a stare per terra, senza nemmeno un tappeto, con la finestra aperta. E poi è iniziata la pantomima. Ovvero farti fare le flessioni, allargare le braccia, guardare in altro, a destra e a sinistra, sorridere, chiudere la bocca, storcere la bocca a destra, storcere la bocca a sinistra, fare versi da imbecille. Quindi mi sbattono in cella. A 57 anni, mi sbattono in una cella con le finestre aperte, con dentro solo una coperta su una branda. Il giorno dopo mi mandano in una cella con un tossicodipendente in crisi di astinenza. Un’altra situazione molto ricercata. Pensa, un tossicodipendente, in crisi di astinenza, a cui danno un po’ di metadone, ma poco. Una persona in uno stato di agitazione, di assoluta mancanza di aderenza alla realtà, e che può avere qualsiasi reazione con uno che gli entra in camera. Naturalmente assistenti sociali non ne ho quasi visti mai in quei giorni. Mia moglie me l’hanno fatta vedere solo dieci giorni. E la prima telefonata, che è un diritto per il detenuto, me l’hanno fatta fare il giorno prima che uscissi dal carcere, dopo 24 giorni di detenzione.
Dopo una settimana, come ti dicevo, mi hanno trasferito tra i definitivi, nel Due Palazzi, dove mi hanno messo in cella con due persone che, fin dalla prima volta che ci siamo conosciuti, mi hanno trattato con una delicatezza, con una umanità, un rispetto, che non avevo mai ricevuto nel mio ambiente medico e di persone “per bene” in tanti anni. Con una pazienza estrema mi hanno insegnato a non fare errori, mi hanno detto cosa dovevo fare per ambientarmi meglio, hanno sopportato la mia ingombrante presenza da imbranato. Mi hanno dato tantissimo.. Se non fosse stato per loro, non sarei sopravvissuto che per qualche giorno; mi sarei ammazzato, non ce l’avrei fatta. Pregherò per loro e cercherò di aiutarli come posso finché campo. Piano piano sono stato accettato da tutti. Sono stato trattato bene da tutti i detenuti. Non ho avuto uno sgarbo, una spinta, una offesa da nessuno. .Nonostante una vita delinquenziale alle spalle di omicidi e di altro, ho visto nei detenuti il rispetto per gli altri, per la proprietà degli altri, per i diritti degli altri, per il sonno degli altri, per il riposo degli altri. Attenzioni che se ci fossero ancora nella società, sarebbe una società ancora vivibile. C’era il bussare alla porta e dire “permesso posso entrare?”. C’era il “mi presti un attimo.. hai la penna che devo scrivere?..”, “Il bussare per andare in bagno”. Ti farei migliaia di questi esempi. Il massimo sgarbo che può esserci là dentro è quello del non considerarti, del non vederti, del non venirti a salutare e a stringerti la mano.
Questo è esattamente l’opposto a quella che è il trattamento che le guardie carcerarie e l’amministrazione riservavano non solo a me, ma a tutti. Io in 25 giorni non ho mai visto un carcerato su centinaia trattare se non con estrema educazione una guardia. Mentre ho visto spessissimo le guardie trattare come merde senza nessuna ragione i detenuti. Ti racconto un episodio. Una volta mi hanno detto “tu vai giù”. Sono giù da solo, passa una guardia dopo un quarto d’ora che sono lì e questo mi guarda, ci avevo gli occhiali spessi come due fondi di bottiglia perché sono molto miope, non dico niente, sono lì sull’attenti, perché non c’era una sedia (e non ti siedi per terra, perché è antigienico e non te lo fanno fare). Passa uno e mi dice “ma tu che fai? Che cazzo ti guardi con quella faccia di merda che hai? Ma vattene a fanculo”.In carcere non ti avvisano di nulla, non ti fanno capire niente. E’ tutto un tuo sforzo quello di cercare di carpire informazioni. C’ è la netta volontà di castrare il più possibile i carcerati, e comunque di complicargli la vita in ogni modo.
Ce ne sarebbero di cose da dire. Come l’assurdità per la quale ti chiamano per una cosa che in sé e per sé durerebbe meno di mezzora, ma tu torni in cella dopo 7 ore, rigorosamente in piedi e al freddo. Ad esempio ti mandano ai pacchi, e tu finchè passi le varie stazioni di intermedie di stazionamento, a volte devi stare lì fermo, come un fesso, per ore. E nessuno ti dice niente, nessuno ti dice “guardi, deve aspettare, ecc.”. Semplicemente ti fanno aspettare per ore. Ti racconto un’altra cosa che mi hanno fatto. Quando sono entrato in carcere, avevo con la documentazione medica completa e l’ho lasciata a loro per il fascicolo. Mi ero portato l’equivalente di due mesi delle medicine che dovevo prendere; colluttorio, antibiotici, ecc. Bene. Mi hanno sequestrato tutto, le hanno lasciate in valigia, e le ho avute venti giorni dopo. Io non ho potuto continuare la terapia per quei venti giorni. Ma sai perché alla fine me li hanno ridati? Perché non potevano prendermeli. Perché non c’era nulla di illegittimo, di pericoloso. Hanno fatto questo ulteriore abuso e con me lo hanno fatto con altre persone. Io ho dovuto pregare perché mi lasciassero lo spazzolino da denti e il dentifricio che loro stessi vendono.
-Molti, di fronte alle cose che stai dicendo sul mal funzionamento carcerario, direbbero che c’è il problema del sovraffollamento, che le risorse sono poche, che guardie e operatori sono sottorganico..

Sono cose che non c’entrano nulla. Gettano fumo negli occhi. Quello che io ti dico non ha nulla a che vedere col sovraffollamento, e non ha niente a che vedere con le poche risorse. Questi sono gli ultimi dei problemi. Tu dirai che 25 giorni sono pochi, ma in 25 giorni ho visto centinaia di situazioni e centinaia di detenuti e ho sentito altrettante storie. Non solo non si è sottorganico, ma le persone sono anche più di quanto sarebbe necessario. Le guardie? Tu in carcere vedi sempre scene tipo tre guardie che stanno nello stanzino a guardare il televisore. Persone che non fanno nulla, oltre chiamare tre o quattro volte qualcuno per andare dal medico o andare al tal ufficio. Funzionari? Se tu vai all’ufficio matricola vedi girare 3- 4 appuntati, amministrativi, ecc., che vanno lì, stampano una cosa, poi si alzano, vanno alla macchinetta del caffè. E tu aspetti delle ore. Perché c’è uno che lavora e otto che cazzeggiano. Con le persone che ho visto io ci potrebbe essere un servizio a cinque stelle. Chiami le persone a visita, chiami le persone giù, le fai aspettare mezzora, un’ora, dei tempi umani. Perché di medici, guardie carcerarie, amministrativi, ci sono a iosa.- Parliamo di guardie carcerarie. Se ne stanno tranquilli l’un l’altro. Si rimpallano le cose l’un l’altro.. “collega, prenditi in carico questo”, “collega prenditi in carico quest’altro”. Sono cose che si potrebbero fare dieci volte più velocemente; e basterebbe mettere una persona al posto di cinque. Ti dirò che io di sotto organico non ho visto nulla. A mio avviso l’organico è ampiamente sufficiente.
E andiamo all’aspetto medico. Tutti sanno che in carcere il sistema medico è tremendo. Che vieni visitato poco e malissimo. Anche qui tutti pensano (e a tutti fanno credere) che è il problema è l’essere sottorganico, le poche risorse. Posso dirti che a Padova solo di medici generici io ne ho contati una decina. E poi ci sono gli specialisti su chiamata.. Ora tu devi pensare che i medici di base di media hanno 1000, 1200, 1300 mutuati. Bene, nell’ospedale di Padova ci sono circa 800 detenuti. Meno dei mutuati di un solo medico di base, e là ci lavorano in totale almeno ventina di medici. Ci sarebbe il personale per garantire un servizio ottimo. E allora perché è un servizio indegno? Per tutta una serie di meccanismi folli. Esempio, tu hai mal di denti, ti viene una colica renale, ecc. e ti serve il medico. C’è il medico, no? No, non c’è.. perché tu devi dirlo all’infermiera, e devi chiamarla, ma non viene. Perché tu devi chiamare la guardia che è lì nel suo gabbiotto, a venti metri, che sta guardando la televisione, che o non ti risponde, o ti risponde di non rompere i coglioni, o ti dice “sì..sì.. più tardi.. che ora ho da fare..”. E tu ti tieni il tuo mal di denti, tu ti tieni la tua colica renale, ti tieni il tuo attacco epilettico. E se ne riparla, se ti va bene il giorno dopo. In cui viene uno stronzo –che definire medico è troppo- che manco ti visita.. ovvero non ti dice di spogliarti, non ti fa domande accurate, niente.. ti fai due rapidissime domande, ti dice “sì sì”, ti prescrive qualcosa che dopo demanderà l’infermiera e scappa via. Ma quel qualcosa, lo riceverai subito? No, bisogna aspettare il turno dell’infermiera che viene in corridoio per dare le terapie alle 7 di mattina o alle 7 di sera. Oppure quando ti chiamano sotto per una visita. Bene, per una insulsa “visita” (di solito il medico sta seduto e ti visita guardandoti storto dalla sedia) di dieci minuti, tu potrai metterci sette ore finché non ritornerai in CELLA. E qui, come ti ho detto la carenza delle risorse non c’entra niente. Si potrebbe, se ci fosse la buona volontà, e senza spendere un euro, garantire a tutti i detenuti un servizio medico degno.

-Perché accade tutto questo secondo te.

Ma non si vogliono fare funzionare le cose. E’ un misto di ottusità burocratica, totale mancanza di attenzione e di impegno e di volontà, da parte del sistema, di ledere il corpo e la psiche dei detenuti. L’obbligo della detenzione è una cosa, che comporta la restrizione della libertà e il tuo stare per un tot tempo in una determinata struttura. Ma altra cosa è la tortura, l’umiliazione, l’essere trattati peggio di una bestia. Il carcere attualmente è un sistema “criminale”, non per i detenuti, ma per il suo sistema di funzionamento. Da nessuna parte è scritto che un detenuto deve essere violentato nella psiche e nel fisico. Le persone sono lasciate a se stesse. Anzi, è ancora peggio. Se uno non va fuori di testa oggi, ci va fuori oggi dopo qualche giorno. – Ho visto solo che c’è la volontà di non fare un tubo, di lasciare queste persone alla mercé di se stesse. Anzi, credo sia ancora peggio. C’è una volontà di farle soffrire nel fisico e nella psiche, di farli uscire peggio di come sono entrati. E così anche una persona tranquilla ed equilibrata, uscirà fuori incazzata come un sistema e lo Stato si sarà guadagnato un nuovo nemico.

-Torniamo alla tua scarcerazione..

Come ti dicevo, dopo che il mio avvocato ha inviato quel fax al giudice, e il giudice che mi aveva fatto fare 25 giorni di carcerazione, si è degnato di riconoscere il suo errore materiale, sono uscito.. e dopo un po’ mi hanno inviato anche il “conto”, il conto delle spese che lo Stato ha sostenuto per me per “mantenermi in carcere”.

-Tu hai diritto al risarcimento perché la tua carcerazione era ingiusta…

Se io dovessi avere il risarcimento per tutto quello che mi hanno fatto in questi anni, per tutti questi anni di mobbing estremo ora sarei plurimiliardario. Su di me pende adesso il giudizio in Cassazione che si svolgerà i primi di giugno. Inoltre ho saputo che il 17 settembre ci sarà l’udienza presso il tribunale di sorveglianza per decidere il mio affidamento ai servizi sociali o meno. Andando a queste due prossime scadenze, voglio vedere che cosa succede adesso. I casi sono due:-Caso logico-evidente: io sono perfettamente dentro i termini, ho tutte le motivazioni di legge, vi è l’assistenza che devo fare a mia moglie, vi è la mia condizione sanitaria, ecc., per essere affidato ai servizi sociali.-Caso folle-malefico: troveranno un qualche escamatoge per farmi fare comunque la galera, per farmi entrare in galere e poi tenermi dentro, magari non facendomi la famosa “sintesi”; quella in cui si dice che il detenuto si comporta in un certo modo e che si è “ravveduto”. Io non mi ravvederò mai di quello che non ho fatto. Finirà mi faranno morire là. Sono ben conosciuti questi esempi: li chiamano ergastoli bianchi. . La preoccupazione grande è per mia moglie. Per mia moglie già venire fino a Padova è stato tremendo. Se capita una seconda volta mia moglie è morta. E se succede qualcosa a lei io mi uccido. Sono vent’anni e più che vivo per lei. Ho vissuto per gli altri, ho vissuto per mia mamma, ho vissuto di volontariato che ho fatto per 33 anni. Io vivo per lei. A me dei soldi, della carriera, della bella vita.. che comunque non mi sono mai permesso nemmeno quando avrei potuto.. ho badato solo agli ideali, e ai sentimenti. Se succede una cosa del genere, se mia moglie muore, a quel punto io muoio il giorno dopo.

Qualche settimana dopo questa intervista, Pietro, in un momento di debolezza, dopo tanto accanimento e ingiustizia contro di lui, tenta il suicidio. Riporto direttamente le sue parole:

Ma da gennaio, rientrato dal carcere, ho tentato in tutti i modi ( scrivendo una accorata lettera al direttore del carcere ed al magistrato di sorveglianza, scrivendo a tutte le associazioni di volontariato che operano a vario titolo nel carcere, persino al cappellano dello stesso ) di fare volontariato , quandanche tramite terze persone.
I piu’ non mi hanno risposto, alcuni semplicemente hanno detto di no. La grande pubblicità mediatica ed il fatto che comunque io sia stato ingiustamente schedato e detenuto, mi ha reso persona invisa perfino al mondo del volontariato. Mia moglie poi –come era prevedibile- e’ crollata, e si e’ lasciata andare.Il futuro che ci aspetta e’ peggiore della morte, la fiducia nella “ giustizia” umana e’ oramai nulla.In aprile io mi sono razionalmente reso conto che oramai non riesco ad essere utile nemmeno a mia moglie, anzi le sono e saro’ sempre piu’ di peso.E razionalmente ho tentato di suicidarmi. Non e’ stato un gesto teatrale : sono qui’ che scrivo semplicemente perche’ la quantita’ enorme di farmaci che mi sono somministrato non hanno fatto effetto completo prima del rientro a casa di m ia moglie, la sera. ne e’ seguito un mese di ricovero.Cosi’ ho ancor piu’ danneggiato mia moglie e mi sento ancora piu’ in colpa.Ma alla fine del racconto credo che la colpa di questo epilogo non sia mia.

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