Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Intervista a Nina Perna, madre di Federico Perna

Federicos

“Tu non dimenticare mai che Federico veniva picchiato (non solo a Poggioreale, ma anche nelle altre carceri), perché stava male e stando male chiedeva aiuto, e quindi disturbava. Per via della grande debolezza che aveva, Federico sveniva spesso in cella e allora i ragazzi che erano con lui o nelle celle intorno alla sua chiedevano aiuto agli ispettori e agli agenti. Queste costanti richieste di aiuto erano fastidiose per le guardie e quando diventavano troppo frequenti, Federico prendeva le botte.
Del bene di Federico se ne fregavano tutti. Noi da fuori presentavamo continuamente istanze per farlo uscire e loro se ne fregavano.
I detenuti mi hanno raccontato di quelle volte in cui, Federico, essendo svenuto in cella, il medico gli andava a fare una di quelle classiche iniezioni che fanno dormire. Federico chiedeva che non gli venissero fatte questo tipo di iniezioni, obiettava che lui stava male e che aveva bisogno di essere portato in ospedale. Sapeva che queste iniezioni erano assolutamente inutili. Ma il loro obiettivo non era mica il suo bene. Loro volevano sedarlo, azzittirlo. Così dormiva 10, 15, 20 ore , anche 48 ore, lui si alzava che era tutto pisciato, immerso nell’urina.” (Nina Perna)

Una premessa. Questa è una storia estrema.
La storia di un ragazzo fatto barbaramente morire in carcere e di tutte le complicità, i doppi giochi, le manipolazioni volte a non fare emergere la verità.
Se siete in un momento di particolare sensibilità, o se non sopportate i riferimenti violenti o se, semplicemente, state vivendo una giornata con vibrazioni energetiche molto basse, forse è meglio che, al momento, non la leggiate.
Più di un anno fa di Federico Perna non sapevo assollutamente nulla. Un giorno mi imbattei nella notizia della morta di questo ragazzo. L’ennesimo caso nella mattanza annuale di morti nelle carceri. Non ricordo che lessi la storia dalla vicenda ma mi soffermai sulle devastanti immagini del corpo di Federico, scattate all’obitorio.
Volli conoscere la madre, Nina Perna, e farle una intervista. Una lunga intervista per cercare di entrare, il più possibile, nelle sfaccettature e nei lati oscuri di questa storia.
Quella che adesso leggerete è l’intervista che ho fatto a Nina Perna.
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-Nina, qual è il tuo nome per intero?

Io sono Scafuro Nobile, la mamma di Federico Perna. Tutti mi chiamano Nina

-Da dove vieni?

Sono irpina, originaria della Campania. Mi sono sposata a 17 anni e poi è nato Federico.

-Quando è nato esattamente Federico?

Il 12 aprile del 1979. Era una bruttissima giornata di pioggia. Federico è nato dopo 16 ore di travaglio, con parto cesareo. Era un bambino bellissimo, pesava 3,650 kg, sembrava un bambino già grande di 3 mesi. Era proprio bello, biondino. Dopo, forse perché ero troppo giovane, sono subentrate le nonne, sia materna che paterna, che hanno fatto un bel po’ di danni. Federico era un bambino molto vivace, cadeva dalle bicicletta, dal triciclo, si faceva ogni sorta di danno. Correvamo sempre al pronto soccorso per cucire le ferite. Già a 7 anni guidava la macchina, capiva di motori, era molto bravo. Se avesse fatto il meccanico, forse a quest’ora non ci troveremmo così. Poi ha continuato col suo percorso di ragazzo normale ma, purtroppo, verso i 18 anni, si è trasferito a Roma, con la scusa dello studio. Lì si è trasferito da mia madre che, visto che era sempre impegnata col lavoro non poteva seguirlo bene. Inoltre mia madre lo viziava sempre. Lui le avrà distrutto due o tre macchine. A un certo punto incontrò un ragazzo che fumava spinelli e che glieli offriva e questa divenne un’abitudine. Presto passò anche cose ben peggiori. Faceva una vita caotica, andava a buttarsi nelle discoteche o nei rave, che duravano 3 o 4 giorni e tornava a casa distrutto, anche perché lì prendeva pasticche, acidi. Venendo a sapere queste cose, intervenni drasticamente con mia madre, che lo difendeva dicendo che quelle erano cose che i giovani fanno. Io cercavo di farle capire che avremmo dovuto esprimerci all’unisono in modo da dare una vera educazione a Federico, che era in ballo la sua salute, il suo futuro. Le dicevo che lui stava prendendo un crinale che poteva essere catastrofico. Ma lei ha sempre fatto orecchio da mercante, e lo ha sempre assecondato.
Quando finalmente mia madre si decise a non dargli più soldi, ormai lui era si era troppo affondato in un certo mondo. Tante volte sono corsa a Roma di notte perché lo arrestavano. Federico faceva piccoli furti per procurasi le dosi, perché dagli acidi poi è passato all’eroina. Lo abbiamo messo in diverse comunità, però scappava sempre. Visto che scappava, lo mandavano in carcere; perché, scappando, evadeva e violava la misura alternativa di collocamento in comunità.
Federico ha avuto un rapporto costante con la droga per 14 anni. Ho vissuto 14 anni che sono stati una peripezia. Anni durante i quali abbiamo sofferto come cani. Quando Federico stava con me non si drogava, anche per 3 o dieci mesi. Ma quando ritornava da mia madre, ricominciava. Mia madre abitava al Flaminio, sul lungo Tevere a Roma, lì c’è il villaggio Olimpico, ponte Milvio, che è pieno di droga, di spacciatori. Nel 2007 morì mia madre, che mi fece una brutta sorpresa. Con un testamento nominò unico erede mio figlio Federico, mentre io ero la sua unica figlia. Il testamento era chiaramente impugnabile, e nacquero delle tensioni tra me e Federico. Io non contestai la cosa per una questione di “interesse”. Io ho anche un altro figlio. Se mia madre avesse deciso di lasciare tutto ai suoi nipoti, cioè a entrambi miei figli, non avrei avuto nulla da ridire. Invece lei lasciò tutto a Federico, che fra l’altro aveva seri problemi di tossicodipendenza. Probabilmente mia madre lo fece per farmi dispetto, perché, siccome io dico sempre la verità, alla fine l’ho anche incolpata, le ho detto che se Federico stava in quelle condizioni anche perché lei alimentava il suo modo di fare. E lei questa cosa non me l’ha perdonata.
C’erano comunque gli estremi per agire legalmente contro mio figlio ma, appunto perché si trattava di mio figlio, decisi di metterci una pietra sopra.
Anche io ho fatto errori. Devi capire che la mia vita non è stata facile. In tanti hanno sempre cercato di allontanarmi da mio figlio. Tieni conto che io all’inizio non ho saputo mettere un muro sufficientemente forte, anche perché avevo solo 18 anni e mi sono ritrovata da sola con un bambino, senza lavoro e senza niente.

-Come si è arrivati all’arresto del 2010?

Dalla metà del 2008 alla metà del 2009 Federico è stato in galera, sempre per piccoli furti, sempre per procurarsi la roba. Furti del tipo rubare in spiaggia la borsa a una signora che era in acqua. Furti piccolissimi, da 20-30 euro. Non ha mai picchiato nessuno, non ha mai fatto violenza a nessuno, anzi aveva pure paura di fare queste cose. I carabinieri regolarmente lo prendevano perché, quando faceva queste cose, neanche si reggeva in piedi. A complicare tutto c’era il fatto che stringeva relazioni con ragazze che avevano anche loro problemi di tossicodipendenza, veniva da queste trascinato e non riusciva mai ad uscirne. Una volta mi scrisse in una lettera che non poteva più stare nell’ambiente dei drogati e che doveva trovarsi una ragazzetta fuori da quell’ambiente, altrimenti ci sarebbe ricascato sempre. “Basta eroina, basta questa vita di merda”, scriveva, e aggiungeva che voleva un lavoretto che gli avesse garantito di sopravvivere e che voleva stare con me, voleva costruire la casetta per Tyson, che è il suo cane.
Certo era difficile uscire da una tossicodipendenza di 14 anni, però magari con il mio aiuto ce l’avrebbe fatta. Nella vita si deve tentare, io non considero nulla impossibile; la speranza è l’ultima a morire. Io di speranza ne ho poca, ma per fortuna c’è quella giusta per credere ancora in un futuro migliore.
Nel 2010 doveva prendere un piccolo sussidio per l’anno di detenzione, ed è stato un mese con me, era tutto contento.
Federico stette con me tutto quel luglio. L’ultimo sabato di quel mese andò via per quello che doveva essere qualche giorno. Lunedì avrebbe dovuto prendere il sussidio. Ma scomparve e io per mesi non seppi nulla di lui. Poi scoprii che a settembre era stato arrestato.

-Quando lo arrestarono non venisti a saperlo subito?

No. Sulle cartelline c’erano gli indirizzi della nonna paterna e quindi avvertivano sempre lei. Con mia suocera non c’era un buon rapporto, non mi parlavo da 20 anni. Però nulla può giustificare ciò che fecero. Io non capivo perché i suoceri non mi avessero mai avvertita, dato che il mio numero di telefono ed i miei indirizzi ce li avevano. Venni a sapere dell’arresto di mio figlio solo dopo sette mesi, quando, molto arrabbiata per non capire cosa stava succedendo, chiamai la mia ex suocera
per capire se sapesse qualcosa, e così mi disse che Federico era stato arrestato, ch’era stato a Rebibbia e poi a Velletri. Quando le chiesi perché non mi avesse detto nulla, mi rispose che tanto a me di Federico non me ne fregava nulla. Io da qualche tempo mi ero lasciata col padre di Federico e avevo un’altra famiglia, un altro marito e anche un altro figlio. Ma ero sempre la madre di Federico, avrebbero dovuto sempre avvertirmi per tutto quello che gli succedeva. Mi tenevano sempre fuori, non so il perché, ma la verità è che non voglio capirlo il motivo o non voglio parlarne. Comunque questo modo di agire, specie in relazione all’arresto di Federico fu molto ingiusto.

-Quindi tuo figlio è stato arrestato a settembre 2010 e tu lo hai saputo a marzo 2011.

Esattamente. Ero abituata a non sentirlo per tanto tempo, perché dopo che morì mia madre ci fu tra di noi dell’attrito. La cosa grave è miei suoceri erano gelosi che Federico stesse con me, e loro sapevano che lui non si drogava quando stava con me. Di questa gelosia assurda tra le due famiglie, che sono state in guerra per anni, le spese le abbiamo pagate io e Federico; il padre non si interessava per niente di lui, infatti andò trovarlo in carcere solo una volta.

-Ci fu un processo riguardo Federico, cosa stabilì la sentenza?

Federico aveva avuto un processo e gli diedero 8 anni. Era entrato nel 2010 e, secondo la Magistratura, sarebbe dovuto uscire nel 2018. Non si trattava di una condanna per una specifica accusa. Vi erano tante pene cumulate, per lo più concernenti la droga.

-Torniamo a marzo 2011, quando scopri che Federico è stato arrestato, cosa fai?

Cominciai a scrivergli, lui mi rispondeva e capiva gli errori che aveva fatto. Io lo esortavo a non angosciarsi, gli dicevo che avremmo trovato un modo per andare avanti, che una volta uscito avrebbe potuto stare tranquillo con me. Lui era contento del mio avvicinamento e del rifiorire del nostro rapporto. del rapporto tra madre e figlio, che aveva subito degli scossoni per via della faccenda ereditaria. Federico mi voleva un grande bene. Tutte le sue lettere trasudavano di amore per me.
Andavo a trovarlo a Velletri dove era detenuto, avevo anche preso una casa in affitto a 4 km dal carcere, poter così andare spesso a trovarlo, portargli biancheria pulita, ecc. Il posto che avevo preso in affitto era un casale di campagna molto semplice, intorno al quale c’era tanta terra. A Federico piaceva molto l’attività cinofila, addestrare i cagnolini di media e piccola taglia. E quindi pensavamo, dato che c’erano questi 3000 m di campagna, di chiedere dei permessi per avviare un’attività che potesse permettere a Federico di lavorare da casa una volta ottenuti gli arresti domiciliari. Un giorno, però, che andai a trovarlo a Velletri, non lo trovai più lì. Lo avevano a Viterbo e, per raggiungerlo, la distanza diventò 130 km per l’andata e 130 km per il ritorno. Tutti dei colloqui, le sei ore di colloquio, mensilmente previste, a Viterbo le feci tutte. Per fare un colloquio, perdevi una giornata intera. Ma non era importante. Io alle 7:10 – 7:30 stavo lì, davanti al carcere.
Quando andai lì, ad un colloquio, durante il mese di maggio, pensai di impazzire.

-Racconta.

Vidi un mostro. Io stavo aspettando Federico; aspettavo, come sempre, quel ragazzo magro, di 68 anni. Ad un certo punto vidi un poliziotto penitenziario con un ragazzo che era.. un gigante.. Lì per lì manco ci feci caso, poi guardai meglio la maglietta, era una maglietta particolare, di quelle che piacevano a Federico, e mi venne il dubbio. Guardai la barbetta biondo-cenere e mi chiesi: “Ma è Federico?”. Guardai i tatuaggi e capii che era proprio Federico. Camminava piano piano come uno zombi, con le gambe aperte. Pesava 144 kg. Ci rendiamo conto? Dopo 3 mesi mi sono ritrovata un ragazzo di 144 kg. Un ragazzo che quando era entrato pesava 68 kg. Tutto questo è successo in 3 mesi. Aveva la bava ed era tutto pieno di crosticine sulla bocca. Mentre lo vedevo mi dicevo chenon poteva essere lui, anche se ormai avevo capito che era lui. Stava morendo. Aveva le gambe piene di acqua; era acqua rosa, quindi siero. Quest’acqua fuoriusciva da sopra le gambe, da sopra i piedi, era acqua rosa, quindi siero.
Con me Federico parlava, anche se molto lentamente, si vedeva che era imbottito di farmaci. Comunque lì mi rivolsi agli ispettori, dissi loro che non era possibile che mio figlio venisse imbottito di farmaci in quel modo, così si mossero e lo mandarono all’ospedale Belcolle e qui il primario gli certificò la prima incompatibilità carceraria.
Federico in quel carcere restò sempre in isolamento. La scusa ufficiale è che aveva una malattia infettiva, l’epatite c, però in realtà non lo èa meno di un probabile contato di sangue. In quel contesto si accentuò il disturbo border line perché lui parlava tutto il giorno da solo. Mi diceva che non volevano mandarlo nei reparti, che non parlava con nessuno che, quando chiedeva aiuto perché si sentiva male, lo lasciavano a terra svenuto, che se fosse morto non gliene sarebbe importato nulla a nessuno.

-Quanto tempo è rimasto in questo ospedale?

C’è stato 8 giorni. Era il giugno 2012.
Fece le analisi e furono riscontrate la leuconopenia e la piastrinopenia, che vuole dire che aveva le difese immunitatire carenti, che le piastrine non c’erano più, che il sangue era quasi acqua. E infatti era sempre molto molto pallido, anche perché denutrito di sostanze vitali. L’enorme aumento di peso era dovuto agli psicofarmaci. Ti racconto un episodio avvenuto proprio davanti a me. Ero ad un colloquio con lui, quando a un certo punto è venuta una infermiera del sert e gli ha schiacciato con le dita, senza guanti, una compressa in bocca, chiudendogli il naso in un modo violento e dandogli un bicchierino dell’acqua, incitandolo a bere. Dopo dieci minuti che aveva ingoiato questa pasticca, Federico non era più lui, gli si abbassavano gli occhi e gli usciva la bava dalla bocca. Mi alterai con gli ispettori e dissi loro: “Perché dovete ammazzarlo con psicofarmaci, può avere un blocco renale”. Lui mi disse che ogni volta che gli davano questa pasticca si sentiva prendere dalla sonnolenza, gli si addormentavano le gambe, e non riusciva neanche a tenere la pentola in cella. Riceveva spesso questo “trattamento” quando stava male. Quando urlava di dolore, cominciava a fare casino vicino alle sbarre in cella, e chiamava “Ispettore, ispettore” e pur di non sentirlo, veniva qualcuno che gli faceva una puntura. Lui con la puntura arrivava a dormire anche due giorni di seguito, e si alzava messo male, avendo anche fatto la pipì addosso. ,
Il 10 luglio Federico venne picchiato da un ispettore, sempre per il fatto che lui si lamentava e loro non volevano sentirlo. Lo lasciarono svenuto a terra sanguinante. Il giorno dopo vado a trovarlo a colloquio; io non sapevo nulla di ciò che era avvenuto. Le guardie mi dissero che Federico aveva rifiutato il colloquio, ma io sapevo che non poteva assolutamente essere vero; mio figlio non rifiutava mai i colloqui, non vedeva sempre l’ora di vedermi. Allora andai in escandescenze, dicendo loro chiaramente che non mi avessero portato mio figlio avrei fatto un bordello totale; avrei chiamato carabinieri, polizia, giornalisti. Mi dissero di stare calma e dopo dieci minuti mi portarono mio Federico. Quando lo vidi uscire dal corridoio insieme a due ispettori e un agente mi ha detto “mi hanno massacrato” e aggiunse: “Ti prego parla con l’avvocato, portami a casa, mi stanno trattando come il loro giocattolino, arriva l’uno e mi mena, arriva l’altro e mi mena”.
Gli ispettori dicevano che si era auto lesionato, ma io gli risposi: “Federico non si può auto lesionare spaccandosi un timpano, e facendosi gli occhi chiusi e gonfi, e le mani piene di botte”.
E Federico guardando l’ispettore gli diceva “neanche la verità hai il coraggio di dire”.
Io non avevo capito che proprio quello era l’ispettore che lo aveva menato, altrimenti gli avrei chiesto la matricola e lo avrei denunciato seduta stante.
Quel giorno che lo incontrai in quelle condizioni spaventose, aveva con se un foglio tutto piegato piccolo piccolo. Io gli chiesi cosa fosse e lui rispose “mettitelo in petto, e dallo all’avvocato”. Era la sua denuncia di tutto quello che era successo. L’agente di turno si era accorto di qualcosa ed era venuto per chiedere cosa avessi preso. Io gli aprii il foglio davanti, e lui capì che era una denuncia, poi me lo rimisi in petto. L’agente disse che glielo dovevo dare, ma io gli ribattei “non ti azzardare a toccarmi, che io non sono una detenuta”.
Con quel pezzo di carta lui aveva denunciato l’ispettore capo e il suo assistente per tutte le percosse che aveva ricevuto.
Dopo due giorni sono ritornata, ma lui non c’era più. Lo avevano rimandato in ospedale, dove stette un paio di giorni. Il loro scopo era di farlo internare nell’OPG; in relazione, appunto, alla sue denuncia. Federico aveva fiutato il trappolone e aveva rifiutato il ricovero.
Volevano farlo passare per pazzo, come avvenne anche nel 2004.

-Cosa successe nel 2004?

Federico fu mandato nell’OPG di Santa Maria Capua Vetere sempre per lo stesso motivo. Ovvero l’avere denunciato le percosse da parte di due ispettori ricevute nel carcere in cui stava allora. Aveva solo 19 anni all’epoca. In O.P.G. rimase per 15 giorni. Era davvero trattato come venivano trattati i pazzi in uno di quei vecchi manicomi. Stava in una stanza con una camicia di forza e sbatteva alle pareti da destra a sinistra. A mia madre chiedeva di portarlo via da lì, perché altrimenti l’avrebbero fatto morire. Pensa che tentarono anche di sodomizzarlo. Federico disse all’infermiere che se voleva avrebbe pure potuto anche accomodarsi, ma che avrebbe dovuto tenere in conto del fatto che lui aveva l’epatite C, così solo per questo lo lasciarono stare.

-Molti dicono che negli O.P.G. ci sono professionisti

No no, almeno non per quello che ho visto io. Si parla proprio di camice di forza e si fanno anche violenze carnali. Purtroppo esistono anche queste cose. Bisognerebbe andare più spesso in questi O.P.G., a fare più visite ispettive, con i movimenti, con i partiti, con qualche parlamentare. Sono luoghi in cui lo è Stato assente e il personale che approfitta di questa assenza, di questo non controllo da parte delle istituzioni competenti. Come avviene troppe volte anche in carcere, del resto.

-Ritorniamo a Viterbo, tu lo vedi ridotto in quello stato, venne anche ricoverato..

Iniziai ad andare lì due volte a settimana, perché aveva bisogno psicologicamente di avere parenti vicino. Piano piano incominciò a migliorare, e a perdere pure un po’ di chili. Federico mi diceva che da quando io avevo fatto casino, tutti avevano iniziato a trattarlo bene. Erano tutti gentili anche con me. Mi chiamarono quando ero in colloquio e se si poteva evitare questa denuncia perché anche quella guardia era un padre di famiglia e tu rispondesti “sti cazzi”. Io comunque avevo sporto denuncia, che era giunta al Magistrato di Sorveglianza di Viterbo, che non fece niente. Tantissimi detenuti mandano avanti queste denunce per percosse, maltrattamenti, illeciti vari subiti in carcere. Queste denuncie vengono abbandonate sulle scrivanie, insieme alle scartoffie, e si impolverano lì e poi un bel giorno vengono archiviate, senza essere neanche notate. Questa è la giustizia italiana.
Comunque, come ti dicevo, Federico mi diceva che lo trattavano un po’ meglio, che erano tutti rispettosi ed attenti nei suoi confronti.
La Direttrice gli ispettori del carcere di Viterbo, però, pensarono bene di mandarlo via, perché quando tu fai casino, quando denunci, loro ti trasferiscono per non avere il morto dentro il carcere, per non avere guai e problemi.
Prima lo mandarono a Cassino per poche e ore e poi a Federico fu mandato a Secondigliano, che è un carcere super-affollato, come poggio reale.

-Trasferito a Secondigliano, iniziasti ad andare anche là..

A Secondigliano ci andai in tutto tre volte, perché io soffro di crampi e quindi era difficile e pericoloso per me guidare. Due volte potei parlare con lui. La terza volta non lo trovai perché era stato inviato al carcere di Arienzo tra Benevento e Avellino, dove stette alcuni giorni prima di essere inviato a Secondigliano. Federico mi esortava a spingere sull’avvocato in modo che potesse uscire il più presto possibile. Le celle erano molto affollate e faceva in esse un caldo insopportabile. Mi raccontava che, per il caldo, lui posava il materasso a terra e dormiva lì. A Secondigliano Federico fece una visita nel centro clinico interno e anche lì il medico certificò la sua incompatibilità carceraria, e fece un sollecito alla magistratura, in quanto si sarebbe aggravato di saluteì. Ad un certo punto ho avuto un incidente a Terracina; mi hanno investita ed ho sbattuto un’anca contro un palo della luce e quindi si è lesionata. Ho dovuto fare delle terapia, una riabilitazione. Federico mi diceva che dovevo pensare a curarmi e che non dovevo assolutamente pensarci ad andare da lui finché la mia situazione non fosse migliorata, altrimenti non avrebbe voluto neanche vedermi.
Per me, la cosa problematica non era tanto il viaggio, quanto lo stare in fila. La convalescenza durò per tre mesi. In quel periodo, superati i primi periodi, andai per quattro volte a Secondigliano, mi mettevo in filo, ma dopo un’ora, un’ora e mezza dovevo andare via, perché, con i problemi che avevo non ce la facevo a reggere la fila. Ho tutti i biglietti del treno a comprovare che effettivamente andai lì in quel periodo, e a smentire quella gente che disse che io per mesi avrei abbandonato mio figlio. Chi dice queste cose si deve sciacquare la bocca.

-Cosa diceva Federico?

Mi raccontava la sua quotidianità con i compagni di cella, si informava sulla mia salute, mi ricordava sempre di fargli il vaglia. Io mi chiedevo come mai chiedeva sempre soldi, ebbi il sospetto che comprasse la droga anche in carcere, però alla fine stavo tranquilla perché ero certa che in carcere la droga non poteva circolare.
Federico a un certo punto smise di rispondermi, per circa un mese, e questo fatto mi inquietò.
Dopo qualche tempo venni a sapere che era stato trasferito a Poggioreale. Come al solito non ero stata informata. Dovetti chiamare la mia ex suocera per capire dove era finito.

-Quando fu trasferito da Secondigliano?

Questo non so dirtelo con esattezza. So solo che ad agosto smise di scrivermi. Io capii che c’era qualcosa che non andava. Seppi poi che, prima di essere mandato a Secondigliano, era stato trasferito per quattro Non sapevo che da Secondigliano era stato trasferito prima ad Arienzo –dove era stato quatto giorni. Ad Arienzo appena arrivato lo avevano gonfiato di botte.
Lui non mi aveva ancora detto del trasferimento a Poggioreale, per non farmi preoccupare. Anche questa volta fu la nonna, mia suocera a darmi questa informazione. Anche mia suocera mi confermò che anche a lei non stavano giungendo lettere.
A settembre, anche se ancora conciata fisicamente male, ingaggiai una avvocatessa con quale il 18 ottobre andai lì. Insieme a noi c’era pure
Io ero conciata fisicamente male, ma a il fratello di Federico, Christian, che era arrabbiato con Federico perché pensava che avrebbe potuto stare bene e che invece per la sua condotta era buttato in un carcere. Alla fine lo convinsi a venire, dicendogli che Federico era tanto malato e che quella avrebbe potuto essere l’ultima volta che lo vedevamo. Io lo dicevo per scherzare ma, alla fine, quel 18 ottobre, fu davvero l’ultima volta che lo vedemmo.

-Quindi dopo che non lo vedevi da mesi, l’hai visto quell’ultima volta.

Sì. Era da giugno che non lo vedevo. E lo vidi quel 18 ottobre.

-Raccontami quel colloquio.

Il colloquio l’ho fatto tutto il tempo con le mani di Federico tra le mie e me le sbaciucchiavo, me le tenevo vicino. In quei mesi mi era mancato tantissimo. A un certo punto oniziarono a scherzare tra fratelli. Federico si tirò su la maglietta e disse a Cristian – che è un gigantone di 1,95 metri- che anche lui adesso era grosso e quindi lui doveva stare attento. Ad un certo punto, guardando bene la faccia di Federico, notai un livido allo zigomo e gli chiesi cosa gli fosse successo. Lui mi disse che aveva sbattuto contro uno stipite, ma gli feci subito capire che non me la bevevo. Un amico detenuto che era lì vicino mi disse “digli la verità, è tua madre”.
Lui allora mi fece prima capire che dovevo stare zitta e, poi, indicandomi il poliziotto che stava di guardia, mi disse:
“Guarda quel poliziotto che cammina su e giù. E’ cattivissimo.”
Quel poliziotto era bassino, ed emanava un senso di nervosismo che mi dava fastidio.
Mi disse che gli agenti lì erano terribili, e cominciò a raccontarmi che lo gonfiato di botte.
Gli chiesi se era il caso che chiamassi i giornalisti e facessi un po’ di casino, ma mi pregò di non farlo, perché, diceva, altrimenti lo avrebbero ammazzato. Vidi Federico pieno di paura, terrorizzato. Federico non aveva mai avuto prima tanta paura.
Da agosto lui era entrato 3 volte nella cella 0. La quarta volta in cui ci sarebbe stato sarebbe stata l’ultima.

-La cella zero di Poggioreale. E’ emersa dalle tante denunce per pestaggi subiti fatte dai detenuti di Poggioreale. Viene descritta come una cella completamente vuota che si trova al piano terra del carcere. Un piccolo gruppo di agenti penitenziari, che pare sia sempre lo stesso, è accusato di portare, di volta in volta, alcuni detenuti in questa cella, dove, nudi e al buio, vengono sottoposti a furiosi pestaggi, per lo più a mani nude o con uno straccio bagnato…

Tu non dimenticare mai che Federico veniva picchiato (non solo a Poggioreale, ma anche nelle altre carceri), perché stava male e stando male chiedeva aiuto, e quindi disturbava. Per via della grande debolezza che aveva, Federico sveniva spesso in cella e allora i ragazzi che erano con lui o nelle celle intorno alla sua chiedevano aiuto agli ispettori e agli agenti. Queste costanti richieste di aiuto erano fastidiose per le guardie e quando diventavano troppo frequenti, Federico prendeva le botte.
Del bene di Federico se ne fregavano tutti. Noi da fuori presentavamo continuamente istanze per farlo uscire e loro se ne fregavano.
I detenuti mi hanno raccontato di quelle volte in cui, Federico, essendo svenuto in cella, il medico gli andava a fare una di quelle classiche iniezioni che fanno dormire. Federico chiedeva che non gli venissero fatte questo tipo di iniezioni, obiettava che lui stava male e che aveva bisogno di essere portato in ospedale. Sapeva che queste iniezioni erano assolutamente inutili. Ma il loro obiettivo non era mica il suo bene. Loro volevano sedarlo, azzittirlo. Così dormiva 10, 15, 20 ore , anche 48 ore, lui si alzava che era tutto pisciato, immerso nell’urina.
Un malato di cirrosi epatica non deve essere imbottito di medicine, per tenerlo buono dentro al letto a dormire tutto il giorno e non rompere le scatole; se rompeva le scatole, avrebbero dovuto mandarlo a casa, dove aveva una famiglia che avrebbe pensato a curarlo, avrebbero dovuto dargli gli arresti domiciliari, perché l’hanno tenuto in carcere? Mio figlio non era un 41 bis, era un delinquente comune, avrebbero dovuto mandarlo a casa e noi ci saremmo presi cura di lui, e se fosse comunque dovuto morire, l’avrebbe fatto con la sua famiglia vicino, avvolto certamente dall’amore e non da malvagità e crudeltà gratuite. È morto un ragazzo, adesso i colpevoli devono venire fuori, perché non si muore così da soli.
Tornando alla cella zero, uno dei detenuti che conoscevano Federico, mi scrisse per raccontarmi che Un giorno sentendo rumore di botte e urla, e aveva riconosciuto la voce di Federico. Il giorno successivo, questo ragazzo, passando dalla cella di Federico, lo trovò pieno di ematomi. Questo è successo intorno al dieci ottobre. Fino a quel momento si trovava al padiglione Salerno (il carcere di Poggioreale è diviso in padiglioni).
Subito dopo questo pestaggio venne trasferito al Reparto Avellino, da dove venne il giorno che fece il colloquio con me e dove morì.

-Che senso aveva trasferirlo in un altro reparto?

Per non farlo vedere agli altri detenuti dello stesso reparto. Nell’altro reparto, dove l’hanno trasferito, i detenuti magari l’avranno visto arrivare già malconcio e, quando c’è un detenuto nuovo nel reparto, non si fanno domande.
Cosa posso pensare inoltre? Che era meglio portarlo in un reparto, dove lui nei giorni precedenti non era stato, in modo che non si potessero interrogare i detenuti di quel reparto su quelli che furono gli ultimi giorni di Federico.
Considera anche i detenuti che erano al reparto Salerno si è cercato di trasferirli in altri reparti o in altre carceri per evitare che venissero interrogarti
Comunque, i racconti dei detenuti coincidono con lo svolgimento degli eventi. Raccontano che un giorno gli diedero tantissime botte e poi non lo portarono più nel reparto in cui stava, il reparto Salerno; ma lo portarono al reparto Avellino. Io, il giorno 18, il colloquio lo feci al reparto Avellino.

-Dopo la tua visita del 18 ottobre, cosa successe?

Dopo quell’incontro, naturalmente, mi sentii peggio di prima. Vedevo il volto di Federico terrorizzato; pensavo all’orrore che vige in quel carcere. Federico mi aveva raccontato della cattiveria totale che vigeva là dentro. Lì, appena arrivati, si veniva picchiati. Così, senza avere fatto niente, per il solo fatto di essere una nuova matricola. Pensa a un ragazzino, che magari ha 19 anni e lo hanno buttato lì perché ha fatto uno scippo. E per la prima volta si ritrova in un mondo nuovo, di cui non conosce le regole e, se non le rispetta –se, per esempio, non si mette in fila, per andare alle docce, con le mani indietro o da qualche parte- cominciano ad arrivargli schiaffi dietro al collo.
Comunque, io e l’avvocatessa ritorniamo a Poggioreale il venerdì 1 novembre, esattamente una settimana prima che morisse.
Entrò per prima l’avvocatessa, mentre intanto io ero andato a fare la fila per lasciargli il pacco della biancheria. Gli avevo comprato nuovi indumenti, perché a breve sarebbe andare in ospedale per rifare tutte le analisi che avrebbero certificato certamente un suo peggioramento. Quella volta non ero più con suo fratello, ero da sola. Dopo un’ora e mezza l’avvocatessa uscì fuori e le chiesi come stava Federico. Lei non seppe darmi una risposta, ma mi comunicò che Federico le aveva detto che quel giorno sarebbe andata a trovarlo la zia e che, quindi, io, per poterlo vedere, avrei dovuto abbinarmi con la zia, altrimenti avrebbe rifiutato il colloquio. Si poteva fare un colloquio, non due, e non si sentiva di dire alla zia di andar via, perché andava a trovarlo una volta al mese. Lui sapeva che io non vado d’accordo con lei. Solo oggi capisco il perché Federico mi mandò a dire quelle cose. Era gravemente malridotto e, se io l’avessi visto, certamente avrei fatto tanto di quel casino da farmi arrestare. Abbiamo una video-intervista dell’avocato, in cui racconta di averlo visto pieno di ematomi.

-Ma l’avvocato non ti riferì nulla quel giorno?

No, non mi disse nulla, perché questo gli aveva chiesto Federico che, conoscendomi, sapeva che io non mi fermo davanti alla giustizia e non perché non ne ho rispetto, ma proprio perché ne ho rispetto voglio che tutti la rispettino. Federico chiedeva solo un diritto, quello di essere curato, non chiedeva l’impossibile.
Comunque, come ti ho detto prima, il primo novembre Federico avrebbe dovuto fare il colloquio con la zia. Lui mi telefonò il martedì della settimana seguente, il 5 novembre. Io non ero a casa e allora ha telefonato alla zia, dicendole che gli erano saltati dei denti e che sputava e sangue e di chiamarmi subito per dirmi di andare lì con l’avvocatessa.
L’8 novembre, il venerdì successivo, è morto. Io dovevo il lunedì a fare due ore di colloquio, ma non ho fatto in tempo perché venerdì sera mi hanno chiamata per dirmi che era morto. E anche su quello avvenuto in prossimità della sua morte e subito dopo, ci sono lati oscuri.

-Racconta.

Alle sedici e venti gli amici di Federico, i compagni di cella, appena rientrati dall’ora d’aria, tornano in cella e trovano Federico morto.
Guarda caso quasi sempre i detenuti muoiono o di notte, o durante l’ora d’aria.
Comunque, i compagni di cella di Federico lo trovano a letto tutto blu che rantolava e chiamano l’agente di turno che stava facendo il giro, il quale, una volta venuto, si attiva per farlo mettere su una barella e farlo portare in infermeria.
Come mai ci hanno messo quaranta minuti per chiamare il 118?
Forse perché non sapevano giustificare tutti quei segni addosso a Federico?
Tu vedi una persona cianotica, rantolante e non chiami immediatamente l’ambulanza?
Loro all’inizio hanno iniettato adrenalina con endovena.
Gli hanno fatto anche l’elettroshock.

-Elettroshock?

Ho trovato riportato nei certificati che hanno usato l’elettroshock. Anche se l’elettroshock è vietato da 35 anni.
Ritornando alla successione degli eventi.. l’ambulanza è stata chiamata solo alle 16:50.
Quando è arrivata lui era già morto.
Federico Perna è stato dichiarato morto alle 16:57.
La morte è stata attribuita a una ischemia miocardica acuta.
E ripeto.. perché si è perso tutto questo tempo? In caso di miocardite in genere si fa un intervento immediato: aprono, mettono una cannuccia che allarga l’aorta ed è fatta; non si muore di miocardite. Se si interviene in tempo, non si muore.

-La notizia della morte ti fu data, mi dicevi, la sera dell’otto novembre..

Non me l’aspettavo. Mi aspettavo che dovesse succedere qualcosa di grave sì, perché a furia di stare da sola ho imparato ad essere come gli animali selvaggi. Mi isolo sul ceppo della montagna e guardo cosa succede sotto la valle, tutto scruto, tutto vedo e non parlo. Quel giorno, otto novembre, comprai un quadro, raffigurava un signore sui 60 anni, bello, con i capelli grigi brizzolati, lo comprai perché costava 15 euro ed era di un autore famoso, Audino, che ha una buona quotazione, quindi per me questi 15 euro spesi in questo modo erano l’affaruccio del momento e così presi in fretta questo quadro, prima che, chi lo vendeva, vedendomi molto interessata, ci ripensasse sul presso. Quando arrivai a casa lo poggiai a terra, avvolto nel suo involucro; pensavo di cenare per poi ritornare a guardarlo bene un’altra volta, prima di appenderlo. Poi quella sera non cenai, perché mi girava la testa, e bevvi un thé. Portai il quadro in camera mia, dove avevo pensato di metterlo e pensavo alla faccia del signore che mi rasserenava, mi dava l’idea di un saggio con la barba lunga. Quando tolsi il quadro dall’involucro mi accorsi che era un frate, anzi era un sacerdote, portava una croce; mi sentivo incredula e lo poggiai di nuovo. Sentivo il cane di Federico sotto la finestra che ululava. In genere si dice che quando i cani ululano non portano bene. Mi addormentai alle 18:30, ma era come uno stato di dormi-veglia e sognai che i denti di sotto mi si sgretolavano e per lo spavento mi svegliai. Dopo circa un’ora e messa è arrivò la telefonata.

-Chi fu a chiamarti?

Mio cognato. Erano le nove e mezza di sera. Non dimenticherò mai quella telefonata.
Erano le nove e mezza di sera e lui esordì dicendomi
“Federico se ne è ito”.
Io pensai che intendeva che lo avessero messo ai domiciliari o che lo avessero portato in ospedale. Ma mi fece presto capire che lui intendeva che Federico era morto.

-Un momento durissimo.

Mi si spaccò il petto. Ho sentito dentro come un rumore.. sfiorai l’infarto. E’ quel tipo di notizia che ti fa impazzire. Dopo quella bruttissima mezzora, la più brutta della mia vita e che non augurerei neanche al mio peggior nemico, ho telefonato subito al carcere di Poggioreale e mi trattarono con una scortesia unica. Mi dissero solo che era all’obitorio, ma non mi dissero di quale obitorio si trattasse. Alla fine, dopo le mie ripetute insistenze, mi dissero che avevo proprio rotto le scatole e passarono la telefonata al posto di polizia, dove furono molto più gentili, mi risposero che erano dispiaciuti per l’accaduto, e mi indicarono in quale ospedale avrebbe potuto trovarsi Federico. Quella sera stessa mi misi in macchina e andai a Napoli, dove feci, con due amici –perché io ancora non guidavo- il giro di tutti gli ospedali. Alla fine lo trovai al Federico II, nell’obitorio giudiziario. Quella sera non mi fecero entrare. Ritornai a Roma e chiamai l’avvocatessa per avvertirlo della morte di Federico. Lei fece subito una denuncia per omicidio colposo.
Quando potei vedere il suo corpo fu una visione sconvolgente..

-Penso che nessuno potrà mai veramente capire quello che provasti in quel momento..

Qualcosa di indescrivibile..
Poi ci fu l’autopsia, che è un’altra parte emblematica della vicenda. L’autopsia, riporta tutto ma, nella relazione finale, c’è solo quello che interessa a loro. Tra l’altro l’autopsia si fa o a Y o si fa dritta, lui invece è stato tagliato a zig zag da sotto il mento. Perché a mio figlio hanno tagliato il collo a zig zag? Cosa è un’altra tecnica di autopsia questa? Forse al medico gli tremava la mano? Oppure l’hanno fatto per cucire meglio il punto dove era stato spaccato? Era forse già aperto in quel punto e quindi hanno dovuto rattopparlo, giusto per far vedere che era una cucitura dell’autopsia, invece che altro? Ci credono cechi, stupidi?
E poi perché ci hanno messo sei giorni per fare l’autopsia?
Inoltre quando c’è un medico legale di parte non si spoglia il cadavere finché non è presente anche il perito di parte. Invece quando arrivò il nostro medico Federico era già nudo.
Comunque, andando un po’ più nello specifico, è riportato che sotto le tempie c’era liquido, infatti in quella zone lui era pieno di ecchimosi. Significa che colpendolo gli hanno rotto le sacche encefaliche. La milza era molto ingrossata e anche questo è un dato anomalo. Dalle foto che abbiamo si vede che ha tutte le vene in risalto.
Il palmo della mano sinistra era pieno di ecchimosi, lui era mancino, come mai queste ecchimosi? Evidentemente è il risultato di un urto contro un corpo contundente.. magari si sarà dovuto riparare da qualche colpo? Il braccio sinistro era completamente bruciato.
Sono riportati poi tutti i tatuaggi, ma le macchie epostatiche, quelle che si formano per il ristagno del sangue in alcuni punti del corpo e che fanno capire come era poggiato, si protraggono oltre le strisce di posizione del corpo. Significherà forse che non sono macchie epostatiche, ma segni di percosse? La pelle è piena di ecchimosi e goccioline ematose e in alcuni punti anche crosticine, magari c’erano già il venerdì precedente? Le orecchie erano piene di cerume, io non l’ho mai visto così, perché lui si lavava tutti i giorni, sarà forse stato a letto per 3, 4 giorni, dal martedì che ha telefonato a casa chiedendo che andassi con urgenza insieme all’avvocato?
Dicevamo che un braccio era bruciato. Non si sa perché, non ci sono documenti in carcere che possano dimostrare che questo braccio era bruciato, ma noi siamo testimoni del fatto che durante l’ultimo colloquio che abbiamo fatto questo braccio non era bruciato.
E tutte le macchie rosse che ha dietro i talloni cosa sono? Uno che muore d’ischemia è combinato così? Dietro la scapola aveva come una forma di piede, di scarpone. E non si può parlare neanche di macchie post mortis. Quando queste macchie sono state notate, mica Federico era morto da 3 o 4 mesi; le macchie post-mortis vengono fuori dopo mesi. Lui era stato messo in frigorifero. Non credo che in 5, 6 giorni il cadavere potesse ridursi in quello stato.
E poi gli mancavano totalmente i denti.

-Quindi prima i denti ce li aveva?

Quelli inferiori sì. Quelli superiori gli mancavano da diverso tempo. Lui per l’uso di droga aveva la piorrea e quindi i denti di sopra li aveva persi per questo motivo; e anche qui c’è da sottolineare una cosa vergognosa. Avendo perso i denti di sopra, Federico aveva una protesi dentaria superiore che gli veniva spedita nei vari trasferimenti tra carcere e carcere. Questa protesi era rimasta a Viterbo. E nonostante le sue istanze, in pratica non la ebbe più. Lo hanno lasciato senza di essa per un anno. Questo gli rendeva praticamente impossibile masticare il cibo. Lui mi diceva “mamma, per mangiare, me lo devo innaffiare sotto l’acqua.. gli spaghetti me li devo ingoiare, mi faccio solo la minestrina, perché quella la posso ingoiare.” E infatti, quando è morto, gli hanno trovato nello stomaco dei pezzettini di cibo, praticamente ingoiava senza masticare. Ma, i 14 denti che aveva di sotto, anche se mal ridotti, ce li aveva ancora. L’ho avuto davanti per un’ora al colloquio e anche l’avvocatessa aveva visto che i denti quella volta ce l’aveva. Quando, però, il giorno in cui fui all’obitorio, mi avvicinai al lettino d’acciaio dove era posto il cadavere di Federico, si aprì la sua bocca e i denti non c’erano più.
Come è possibile che di colpo, in pochi giorni, fossero spariti 14 denti?
Considerando la situazione complessiva, io ho sentito tanti medici e tutti concordano con me, ovvero col fatto ch è stato percosso. I miei avvocati ed il mio medico legale dicono che non sono da escludere i maltrattamenti.

-Non sono da escludere? Sono evidenti.

La vergogna dovrebbe essere enorme, perché hanno infierito su ragazzo che già non stava bene, era un ragazzo gravemente ammalato. E’ stato come entrare in un ospedale, prendere un malato e riempirlo di botte. E’ la stessa identica cosa, perché Federico era seriamente malato.
Ad un ragazzo che ti chiede di chiamare il 118 e che sta sputando sangue, non puoi dirgli “Mi hai rotto la guallera”, questo me l’hanno riferito i suoi compagni, non puoi malmenarlo e portarlo nella cella 0.
Tornando alle analisi; dall’esami tossicologico risultò la presenza, nel corpo di Federico, di una marea di farmaci.

-Soffermati un attimo su questo aspetto

Troppe, troppe medicine. Ogni volta che stava male il dottore gli faceva una iniezione, ma giusto per calmarlo, infatti dall’autopsia sono risultati una marea di farmaci, addirittura il triplo di quello che potrebbe essere tollerabile. Lui soffriva anche di un disturbo borderline, anche chi è fuori può
soffrirne e, magari, neanche saperlo.
Questo disturbo gli era venuto per le intere giornate costrette a stare da solo, dove, a un certo punto, aveva iniziato a parlare da solo. Lui si dissociava, in un attimo diventava un altro, ma dopo due minuti era di nuovo Federico; oppure non tollerava di essere tossico, allora si voltava dall’altra parte e si diceva di essere un bravo ragazzo. Quindi lui aveva certamente questo disturbo. Loro hanno giustificato la grande presenza di farmaci con questo disturbo borderline.
Tra l’altro, erano tutti medicinali incompatibili con l’ischemia, che era un malato ischemico. Mi hanno detto che mio figlio è morto per ischemia miocardico cronica acuta. E quindi ad un malato ischemico si da tutta quella porcheria?

-Si può dire che il disturbo border line è un ulteriore motivo, quindi, per cui non doveva assolutamente stare in carcere.

C’erano 3 cose che in modo univoco determinavano la sua incompatibilità alla vita carceraria:
1-prima cosa perché era un tossicodipendente,
2-seconda cosa perché aveva la cirrosi epatica cronica,
3-terza cosa perché aveva un disturbo borderline.
Avevamo fatto 6 istanze e i magistrati cosa hanno fatto? Se ne sono fregati, non le hanno prese neanche in considerazione. Il segretario del Ministro Cancellieri al Question Time, presentato dall’onorevole Salvatore Mucillo, del Movimento 5 Stelle, che chiedeva come mai Federico non fosse stato curato, rispose che era stato lui a rifiutare i ricoveri. Come è possibile? Noi i ricoveri li sollecitavamo da fuori, lui li sollecitava da dentro, chiedeva di essere portato all’ospedale e, alla fine, ti vengono a dire che era lui che non voleva farsi curare. Lui mi scriveva che non lo curavano, che lo stavano uccidendo. Tutte le sostanze chimiche contenute nei medicinali sono emerse in dosi superiori a quelle che avrebbe dovuto prendere e, nonostante questo dato, l’autopsia riporta invece che le dosi erano adeguate.

-E la sintesi finale cosa dice?

Che le percosse sono da escludere, che Federico non ha subito maltrattamenti e che è morto di miocardite cronica acuta. Gli è sì esploso il cuore, ma dalla paura.

-Come si spiega la contraddizione totale tra i dati oggettivi che tu mi hai precedentemente riportato e la sintesi finale dell’autopsia?

So solo che è una vergogna. E’ tutta una vergogna. Ma baste vedere le fotografie di mio figlio per capire che lo hanno riempito di botte.
Dopo la morte di Federico, alla fine dello stesso mese sono andata a parlare con la direttrice del carcere, che accettò di ricevermi anche perché sotto il carcere c’erano 20 televisioni.

-Ricordo che un giorno ti vidi in un servizio televisivo. Non conoscevo ancora quasi nulla della vicenda di Federico. In quel video tu protestavi sotto il carcere e poi fosti ricevuta dall’ex direttrice. In quel giorno c’era anche Rodotà, con il quale vi fu un momento toccante. Ricostruisci quella giornata.

Quel giorno c’era un convegno, ma io non ero andata lì per il convegno. Ero andata con altre persone per fare un sit-in per Federico ed anche per un ragazzo, Vincenzo Di Sarno, un ragazzo malato di cancro al midollo spinale, per giunta un presunto colpevole, che alla fine è uscito, l’hanno mandato al Cardarelli. A un certo punto direttrice decise di ricevermi, naturalmente dopo che le televisioni la informarono che io ero lì fuori dalle 6 del mattino. Entrai e lei mi disse che mi era vicina, mi diede le condoglianze, la ringraziai e gli chiesi notizie circa le ultime ore di vita di mio figlio, dato che io non ero stata presente. A quel punto un ciccione che stava seduto alla scrivania vicino a quella della dottoressa -noi eravamo su un divanetto rosso- cominciò a ridere, naturalmente gli chiesi che cazzo avesse da ridere. Quel ciccione era il comandante della polizia penitenziaria e non mi diede alcuna risposta. Mi disse solamente che dovevo calmarmi. Io gli dissi di non ridermi in faccia e chiesi alla direttrice che tipo di cure facevano a Federico, quelle col manganello? La dottoressa mi disse che stavo esagerando, ma io risposi che ad esagerare erano stati tutti loro e che qualcuno dovrà rispondere del fatto che mio figlio è uscito fuori di lì morto. È lecito sapere come è morto mio figlio? Cosa è successo? C’era un ordine di servizio, in cui sono riportati i nomi del personale di guardia, oppure no?
Ma ci sarebbero tante altre domande da fare, tante domande a cui qualcuno dovrebbe rispondere?

-Fanne qualcuna..

Per quale motivo abbiamo chiesto le cartelle cliniche e non ci sono state date?
Perché non gli avvocati della parte lesa non hanno potuto interrogare i detenuti?
Cosa hanno da nascondere?
Perché ancora oggi non ho vistiti e gli effetti personali di mio figlio dopo un anno?
Perché forse hanno paura che faccio vedere i vestiti insanguinati di Federico, 27 centimetri sulla felpa, 16 centimetri sulla maglietta sotto?
Come mai le macchie di sangue erano tutte posteriori, dal collo in giù, dietro la schiena? E’ morto di ischemia e posso pensare che gli esce il sangue dal naso. Non si muore di ischemia con quelle macchie di sangue dietro la testa, allora vuol dire che Federico perdeva sangue dalla testa.
Tornando all’incontro con la direttrice, io le chiesi di parlare con due guardie. Nel nome di esse mi ci imbattei all’obitorio. Quella mattina all’obitorio, siccome nessuno sapeva che io ero la madre del ragazzo morto, ho allungato il collo ed ho dato un’occhiata ad alcuni certificati che erano su un tavolo lì vicino, su quei certificati ho letto i nomi delle guardie che hanno preso il cadavere di mio figlio quella sera; Alla direttrice feci il nome di quelle guardie e chiesi di poter parlare con loro. Lei mi disse che erano in ferie, me lo disse immediatamente, senza prendersi il tempo di capire chi fossero.

-Questa sì che si può definire “eccellenza” nello svolgere il proprio compito. Conosceva vita, morte e miracoli di tutte le guardie penitenziarie? Era in grado di rispondere al volo ad un qualsiasi riferimento nominativo?…

Infatti. Tutte balle. Là dentro ci sono 750 poliziotti e lei poteva ricordarsi che proprio quei due erano in ferie? A quel punto cominciaI a non tollerar più il trovarmi lì dentro e chiesi di uscire perché quel posto puzzava di morti. La dottoressa con fare alterato mi disse che mio figlio era monitorato, come tutti gli altri detenuti malati, che dovevo calmarmi, che il suo carcere era trasparente. Alla fine conclusi dicendole che sarebbe stato meglio se non l’avessi conosciuta.

-Alla fine siete riusciti a sapere quali sono i nomi dei responsabili?

Noi li abbiamo i loro nomi e non posso dirti come li abbiamo ottenuti altrimenti il PM non accetterà i nomi che forniremo. Li abbiamo avuti tramite chi ha visto e sentito, tramite chi sa tutto. La vergogna è che queste persone, invece di essere state sospese dal servizio, sono state spostate in sezioni amministrative.

-Quindi anche i vertici del carcere conosco i nomi, altrimenti non sarebbero stati spostati alle sezioni amministrative.

Certo e li conoscono da tempo. In carcere le guardie usano tra di loro soprannomi, che sono sempre gli stessi: Melella, Penna Bianca, Orso Bianco, Ciondolino. o’ Siciliano, o’ Boss, l’incredibile Hulck, o’ Casalese.
Voglio dirti che, prima ancora di vedere il corpo di mio figlio all’obitorio, io sapevo che è stato ucciso e così è stato, oggi abbiamo i testimoni che possono dire questo.

-Come sono emersi questi testimoni?

Lo dirò alla fine quando saranno finite le indagini. Comunque sono tutti ragazzi che mi hanno scritto lettere. La fonte non posso dirla pubblicamente per lasciare l’opportunità a questi ragazzi di potere aiutare le indagini Ti dico che questi ragazzi mi hanno cercata, si sono informati tramite televisione. Si tratta di detenuti ed ex detenuti, le cui dichiarazioni concordano.

-Penso a tutte le contraddizioni che, in storie come questa, si manifstano tra le frettolose versioni ufficiali e quello che, e emerge. Penso a questa smania di trovare “giustificazioni” che dà, quasi sempre, l’evidente impressione di un’arrampicarsi sugli specchi.

E’ assolutamente così. Ad esempio, il fatto che Federico è morto nel reparto Avellino è attestato nel certificato di morte. Nonostante ciò, il segretario del sindacato della polizia penitenziaria Sappe, Donato Capece, ha detto in televisione che è morto nel reparto Salerno.
Quando andò in televisione, c’era con lui un esponente del DAP, Luigi Pagano, il quale sosteneva che Federico aveva ricevuto in carcere 130 visite. Premesso che non è assolutamente vero, ma dando per buona tale assurdità, fate 130 visite e non vi accorgete che aveva la miocardite cronica-
Questi due personaggi dissero anche altre scempiaggini. Come il fatto che lui sarebbe stato in cella con altri 5 detenuti, tra i quali c’era pure un detenuto piantone, pagato dall’amministrazione del carcere per avere cura di Federico e che inoltre mio figlio era assistito dalla Caritas che gli dava i vestiti e che i poliziotti gli compravano le sigarette.

-Gli volevamo davvero bene a Federico..

Naturalmente detenuti ed ex detenuti ci hanno raccontato altro. Cioè, come ti dicevo, che al reparto Salerno l’hanno ammazzato di botte e, per non farlo vedere agli altri detenuti, l’hanno immediatamente spostato al reparto Avellino, dove poi è morto. È vero poi che al reparto Salerno era insieme ad altri 5 detenuti, e che tra di essi c’era un detenuto piantone. Ma questo detenuto piantone non assisteva Federico, ma assisteva un altro detenuto che aveva problemi di incontinenza e che doveva, all’occorrenza, lavarlo. E comunque, se davvero Federico aveva un piantone, dove era questo piantone quando è morto? Perché mio figlio era cianotico quando è morto? Quanto alle sigarette, se le comprava con i soldi che gli arrivavano dalla sua famiglia. E questo vale anche per i panni e le altre cose, che non gli procurava la Caritas. Federico ha sempre avuto il suo conto in carcere, non gli abbiamo fatto mai mancare nulla. I vestiti glieli mandavamo a pacchi. Tutto questo lo dico per rispondere a quel signore che è andato a dire stupidaggini in televisione. La suora portava qualche dentifricio, qualche shampoo, qualche pacco di sigarette da 10 a quei detenuti che non avevano nessuno.
Quel funzionario disse anche che mio figlio aveva avuto 130 visite mediche. Se questo fosse davvero avvenuto, come è possibile che nessun medico si è accorto che aveva una miocardite? Questo è scritto nel certificato di morte, che i detenuti hanno chiamato, che l’agente stava facendo il consueto giro di guardia ed è andato ad aprire la cella 6, che si trova nel reparto Avellino. L’ultimo pacco che ho mandato l’ho mandato alla cella 6, reparto Avelino.

-Quando hai cominciato a ricevere le lettere dei detenuti?

Ad aprile. La vicenda di Federico ha indignato molti di loro e tutti quelli che mi hanno scritto sono arrabbiati e disposti a parlare. Io ho detto loro che così esporranno a rischio la loro incolumità, ma loro sono determinati ad andare avanti perché Federico era loro amico e dicono che non meritava quanto ha subito. Federico ha fatto i suoi errori, ma era un ragazzo generoso. Prendeva sempre le difese di tutti i più deboli, anche se così attirava su di sé l’antipatia delle guardie. Ma non riusciva a non fare nulla di fronte alle ingiustizie. Quando vedeva che le guardie si accanivano contro un poverino, le esortava a prendersele con lui.

-Dopo la morte cos’altro è successo di significativo?

Ho saputo che il Sappe, sindacato autonomo di polizia, voleva denunciarmi. Siccome non è sufficiente quello che è successo, hanno pensato anche di denunciarmi. Poi non l’hanno fatto, hanno pensato di risparmiarsi una figuraccia.

-Pensavo adesso a chi di fronte a vicende come quella di tuo figlio parla di autolesionismo…

Anche di lui hanno detto che si è auto-lesionato, questo succede spesso. Ma come è possibile? Io vedevo mio figlio con gli occhi gonfi, tutto sgraffiato, tutto ammaccato, pieno di ematomi in faccia con gli occhi chiusi che sembrava uno che era salito sul ring, pieno di acqua sotto le palpebre. Si era auto-lesionato? Ma scherziamo? Federico mi diceva che lo trattavano come un giocattolino, che con lui ci giocavano, che non ce la faceva più. Stiamo scherzando, vero?
A quelle persone che pensano che una divisa li autorizzi a poter fare tutto, io dico:
“Ma chi siete? Vi sentite autorizzati solo perché portate una divisa addosso? Allora la Costituzione la state facendo rispettare così? Oppure vi siete messi in testa che la divisa è semplicemente un vostro mezzo per una vostra difesa, non a tutela del cittadino per fargli rispettare la costituzione e a favore di altri cittadini che non fanno degli illeciti, ma devo capire che qua se ne fa un uso personale?”
Dato che ci sono delle mele marce nei corpi di polizia, per queste mele marce dobbiamo avere paura di denunciare? Perché? I fetenti come stanno tra la gente che non ha la divisa, stanno pure tra coloro che hanno la divisa e dovrebbero essere proprio i colleghi bravi a far presente alle istituzioni gli illeciti delle mele marce.
La divisa si porta addosso con onore e con rispetto ed io rispetto tutta la polizia penitenziaria, quella che fa dei sacrifici enormi per stare dietro a detenuti, che sono veramente dei forti delinquenti, che sono persone che non conoscono né madre né padre per quanto sono cattivi, ma hanno scelto quella vita e va rispettato anche il delinquente cattivo, perché quella è la sua vita, quello è il suo modo di essere ed io non sono nessuno per sindacarlo o per sotterrarlo nella vergogna; queste persone vengono arrestate e pagano in carcere la loro pena, quella che gli infligge il giudice in base alla legge. Chi porta la divisa deve aprire e chiudere la cella, è messo custodia di quel detenuto, di quell’altro, di tutto un padiglione, di tutto un reparto, ma nessuno l’autorizza a mettere le mani addosso ai detenuti.
Federico ha subito anche troppi di questi illeciti e so io quanto ho sofferto per tutto ciò. Ogni volta che andavo lì mi si presentava sempre una situazione incredibile: una volta troppi farmaci, un’altra volta troppe botte, poi uno schiaffo, poi un calcio, poi un cazzotto, poi chiudevano l’acqua in cella. Prendeva le botte per cose assurde, per esempio per il fatto che prendeva la coca cola che si vende allo spaccio del carcere e, siccome era luglio e fuori c’erano 40 gradi, lui aveva messo la sua coca cola sotto un filino d’acqua per farla un po’ rinfrescare nel lavandino del bagno. Federico cosa aveva fatto di straordinario?
Quale gran danno stava facendo per gonfiarlo come una zampogna? Per un filino d’acqua? Si nega anche l’acqua adesso ai carcerati? Questa è crudeltà, oltre che tortura. E poi vorrei sapere perché, come ti ho detto anche prima, venisse continuamente trasferito. Ha cambiato 9 carceri in 3 anni.
Qui ci sono specialisti della menzogna. Di Stefano Cucchi hanno detto che era morto per disidratazione. E poi tante di quelle scempiaggini sul suo caso, che poi venivano di volta in volta spazzate via dalla verità dei fatti..

-E poi hanno denunciato la sorella per diffamazione.

Certo, e vedrai che alla fine verrò denunciata anche io. Oltre l’infamia, pure la crudeltà, ma io non ci sto, faccio un macello, vado pure in America a fare casino, alla BBC. Se sarà necessario, farò riesumare il corpo di Federico per tutte le volte che sarà necessario, perché voglio ottenere giustizia e Federico la merita perché era un ragazzo che aveva fatto i suoi sbagli e li stava pagando, l’ha scritto anche nelle lettere: “Mamma, ho sbagliato e sto pagando, ma devo pagare una pena carceraria, non una pena inumana. Ti prego mamma, portami a casa, mi stanno uccidendo”. Sarò un incubo per loro. A me non mi ferma nessuno, a meno che non mi ammazzano.

-Fai bene. Nessuna persona deve morire così.

Ogni persona va trattata con rispetto, va tutelata, va difesa. E non c’è differenza tra le persone. Non c’è differenza tra i ragazzi. Che differenza c’è tra un ragazzo laureato che sta dietro una scrivania, in un ufficio e Federico, o un Aldrovandi, un Cucchi, un Eliantonio? Sono dei ragazzi, questo avevano in comune. Avevano il diritto a vivere, avevano il diritto al futuro qualunque esso fosse stato. Nessuno doveva permettersi di decidere per la loro vita, se morire o vivere, questo è un potere che ha solo Dio, che tra tante chiacchiere, cravatte e giacche, è l’unico Signore. Io quello conosco come Signore, non quelli seduti sulle poltrone rosse.
Quello che è successo a mio figlio può succedere a chiunque.
Abbiamo denunciato un poliziotto penitenziario siciliano che su facebook aveva scritto “Guarda un po’ sta zozzosa, aveva un figlio in carcere che non andava a trovare da 4 mesi e se la viene a prendere con noi! Io non le auguro la morte come ce l’ha augurata lei, ma le auguro la più grande sofferenza”.
Tutto quello che hanno fatto non è bastato, doveva augurarmi pure altra sofferenza?
Alcuni hanno anche detto”La madre di Perna come la Cucchi: vanno in televisione per fare soldiÈ assurdo che dopo quello che è successo debba sentirmi dire anche queste cose
Io non vado in televisione per fare i soldi, ci vado per promuovere il fatto che in carcere non debba essere torto un solo capello ai detenuti, visto che mio figlio è uscito morto da lì dentro. È giusto che adesso io urli, non per mio figlio che comunque non risuscita, ma per gli altri, contro questo sistema che non mi piace.

-Nina, chi parla in quel modo, si squalifica da se.

Ti dico una cosa. Vorrei che venissero da me queste persone che hanno ucciso mio figlio, che vengano davanti a me, io non ho detto che non li perdono, ma vengano a dirmi: “Signora, ci siamo lasciati prendere la mano. Siamo 6, 7 teste di cazzo; quella sera eravamo un po’ ubriachi o c’eravamo esaltati troppo…ci perdoni. Siamo 3, 4, 5, 6, 700000 teste di cazzo.” Solo così io potrei capire, non giustificare. Quello che hanno fatto è un gesto ingiustificabile, per sempre. Che li condannino oppure no, un ragazzo è morto. Morire per le botte è la cosa più brutta che c’è al mondo; ad un ragazzone, ad un gigante, come era mio figlio, hanno dovuto dargliene davvero tante per ammazzarlo. Il corpo di Federico parla da solo, io, guardandolo ad un palmo da me, avrei voluto dargli un bacino, ma non ce l’ho fatta, mi toccava lo stomaco, non sapevo dove toccarlo per fargli l’ultima carezza.
Federico è morto, e adesso chi ne risponde? Non me ne frega niente di avere quattro spiccioli di rimborso dallo Stato. Io voglio giustizia. Per loro era un tossico e un delinquente, per me era, è e sarà sempre mio figlio, sempre.
Non c’è minuto in cui non pensi a mio figlio. Lui già stava male. Per quale motivo non gli hanno fatto vivere la sua vita?
Ho quasi paura a sognarlo, per paura di rivederlo in quello stato. Anzi, alcune volte, mi trovo a dirgli mentalmente “se vuoi venirmi in sogno, non venire in quello stato che mi spavento” . La mia vita è sconvolta, non sto vivendo più. Già prima non mangiavo volentieri la carne, adesso dopo la morte di Federico mi fa proprio schifo, perché ho visto la carne di mio figlio maciullata, tritata. Io non mangerò mai più una lasagna in vita mia, perché lui mi scriveva nelle lettere che non vedeva l’ora di tornare a casa per mangiare la mia lasagna. Ci sono tante cose nella vita di tutti i giorni che mi riportano a lui, anche il suo cane. Mio figlio è dentro una bara, come mia madre e come tutti prima o poi ci finiremo, ma non è possibile crescere un figlio, fare dei sacrifici, mandarlo avanti, farlo studiare, fare tutto per lui, scegliere il meglio nel limite del possibile, per poi arrivare ad un giorno in cui te sballottolano da un carcere ad un altro per farlo finire nelle mani di 4 pazzi esaltati. Loro sono le prime mele marce da togliere, sono loro che non rispettano per primi i diritti costituzionali. Chi si comporta così è un delinquente. Abbiamo pianto la bellezza di 2400 morti in carcere. Ma dicono che questo è morto per cause incerte, e quest’altro è morto per suicidio. Cercano sempre di non fare emergere la verità. È ora di finirla. Un ragazzo morto in quel modo, qualunque cosa se ne voglia dire, prima di tutto era un cittadino, un nostro concittadino, ed era ed è un essere umano; poi dietro quel ragazzo, quella ragazza c’è sempre una famiglia.

-Grazie Nina

Solo quando una persona si sente amata può dare qualcosa di buono

Amoresss

Pubblico oggi questo interessante confronto.

Una lettrice scrive a Francesco Zanotti, direttore del Corriere Cesenate, contestando la troppa indulgenza che Cesenate, a riguardo di questa lettrice, avrebbe avuto rispondendo a Carmelo Musumeci.

A questa lettera seguono le risposte dello stesso Zanotti e della nostra Nadia Bizzotto.

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Una lettrice

Caro direttore, nella sua risposta a Carmelo Musumeci (cfr. Corriere Cesenate n.28 del 17 luglio scorso) mi è parso troppo indulgente e anche troppo comprensivo con l’ergastolano. Non ho mai notato, nei testi di Musumeci che lei ha proposto ai lettori, un solo pensiero o una sola parola per le vittime dei suoi delitti. Se gli hanno dato il “fine pena mai” un motivo ci dovrà pur essere. Non crede, caro direttore? Saluti cordiali.

Lettera firmata

 

Carissima lettrice, sono molto convinto che non si possa lasciare un uomo senza speranza. Non si possono girare le chiavi e poi buttarle via. Sono giunto a questa  convinzione dopo  aver frequentato diverse volte le carceri e aver parlato con uomini come noi. Assolutamente come noi. Ma non sto qui a tirarla in lungo. Lascio lo spazio a Nadia Bizzotto della comunità Papa Giovanni XXIII che molto più di me conosce il mondo delle carceri e di chi vive dietro le sbarre. Devo a Nadia la conoscenza e la corrispondenza con Carmelo Musumeci.

Francesco Zanotti

zanotti@corrierecesenate.it

 

Caro Francesco, tento una risposta. Premetto che forse mi si può dire che sono di parte, ma è anche vero che io conosco Carmelo più di altri e conosco un po’ di più la natura del suo cuore, libero dalle maschere che lui si crea quando pensa di doversi difendere dal mondo intero.

Facendo un attimo un discorso più generale, è il caso di ricordare che una pena che esclude per sempre un uomo dalla possibilità di essere un giorno (anche lontano, per carità) una persona nuova, rinata, redenta, è contraria al senso di umanità. È pura vendetta, non è mai giustizia. Ripagare il male con il male è vendetta, non giustizia. Giustizia è non solo ridare dignità alla vittima e ai familiari (e troppo spesso questo non accade perché ci piace di più accanirci col cattivo che soccorrere chi è ferito…). Il male purtroppo fa  sempre più colpo e più notizia del bene. Giustizia è anche recuperare un uomo e restituirlo alla vita e alla società, come bene mancante (per dirla alla don Oreste). Giustizia è anche “Non dire mai a un uomo: io ti butto via per sempre” (per dirla all’Agnese Moro).

Non dobbiamo mai scambiare la giustizia con la  vendetta. La vendetta è comprensibile per chi subisce un reato, ed è profondamente ferito, ma se ci siamo dati uno Stato di diritto e non la legge di “forca per forca” ci sarà un motivo… La vendetta è “giustificata” (e comprensibile) nel cuore della vittima, ma non nelle mani di uno Stato che dovrebbe custodire e  rieducare (questo è il senso anche della nostra Costituzione, art. 27) un cittadino che ha sbagliato, anche gravemente. Perché faccio questo lungo preambolo? Perché è importante capire che l’ergastolo (soprattutto quello ostativo) è una vendetta legalizzata, è una vendetta e una sconfitta di tutti noi.

Capire questo ci toglie dall’ipocrisia di crederci buoni e bravi, perché t’assicuro che una delle prime cose che ho capito in tutti questi anni è che dentro non ci sono i “mostri”, o “bestie”, ma ci sono persone normali, che per essere nate in posti sbagliati, in contesti sbagliati, o per cultura, hanno fatto scelte devianti. Certo, la  responsabilità personale c’è sempre, ma non sempre si è veramente liberi di scegliere. E per me  è stato sconvolgente capire che dentro potremmo finire tutti, che dentro potresti trovare il tuo vicino di casa, il tuo compagno di scuola, il tuo prossimo che non avresti mai immaginato… Se io non fossi nata nel miracoloso nord est, se non avessi avuto la famiglia che ho, se non avessi incontrato don Oreste, forse oggi anch’io potrei essere dall’altra parte… Chi lo può dire. Le gente non vuole capire, eppure papa Francesco una delle prime cose che  ha fatto è stato abolire l’ergastolo in Vaticano. Ma in Vaticano non ci sono ergastolani. Forse allora voleva solo dare l’esempio, darci un messaggio.

Eppure non si vuole capire. Di carcere e di detenuti la gente non vuole sentir parlare. È meglio pensare che sono dei mostri e che la  miglior giustizia è la vendetta. E se provi a dire che, soprattutto con le leggi degli ultimi anni, in carcere ci potremmo finire tutti, apriti cielo! Siamo tutti brava gente che con la galera non ha  niente da spartire! Io non ho la pretesa di aver capito tutto dalla vita, ma di sicuro ho imparato (e sulla mia pelle) che non è vero che certe cose succedono solo agli altri.

Sto cercando di dirti che se al male rispondiamo col male, creiamo altra violenza e cattiveria. È difficile che uno si penta (nel senso che intendiamo noi, perché bisogna sempre tenere conto che il cuore dell’uomo è imperscrutabile, solo Dio conosce l’uomo fino in fondo) quando si sente a sua volta vittima di un mondo che si è accanito contro di lui e che si sta vendicando. Solo quando uno si sente amato, può dare qualcosa di buono. Carmelo dice che il perdono è la migliore vendetta che una società può dare, perché fa  incredibilmente tirare fuori il senso di colpa per il male fatto. Solo se uno smette di sentirsi in guerra capisce che uccidere è un male.

Nadia Bizzotto

Comunità Papa Giovanni XXIII

L’amore sfuggente… di Giovanni Leone

Poesiass

Il nostro Giovanni Leone -detenuto a Voghera- che da sempre ci invia i suoi disegni pieni di anima, e di cui abbiamo pubblicato anche molti brani pieni di uno spirito positivo dal cuore “bambino”, ci ha mandato qualche tempo fa questa poesia, che oggi pubblico.

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L’AMORE SFUGGENTE

La tua mente usa mille e mille forme di sotterfugi.

-

Mentre il volto è rosso

come la linfa del vulcano.

-

Dove il cuore batte costante

come una gazza ladra.

-

Ma quando i tuoi occhi

incroceranno i miei.

-

Non possono più esistere

meandri per nascondere

le parole d’amore…

-

Fedeli come il cigno.

 

Voghera   10-6-2013

Giovanni Leone

Le vignette di Ivano Ferrari

Ecco altre vignette di Ivano Ferrari.

Ferrari..12settembre

Morte… di Alessandro Rodà

mortess

Pubblico oggi questa poesia che ci ha inviato Alessandro Rodà detenuto a Tempio Pausania.

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Dedicata a Giuseppe e Antonia che non vedranno più sorgere il sole.

LA MORTE

Due cuori stesi sul cemento

lo imbevono di sangue.

In mezzo all’oscurità

si perdono le anime.

Non sentiranno più né la voce

né la carezze della mamma,

gli sguardi non si incroceranno più,

ora piangono a dirotto.

E’ solo buio!

La morte squarcia la notte

e penetra negli abissi,

la crudeltà spezza il fiore, 

viola la libertà della vita.

Lei per l’amore così forte per te

si è inchinata di fronte alla morte.

Non potrà più coronare il sogno d’amore,

non suoneranno più le campane della felicità.

Non indosserà più l’abito bianco per salire

sull’altare, quel sogno è finito.

Nel mare di sangue

si odono grida senza quiete,

lacrime copiose scendono come pioggia.

Anche stasera piangono le stelle,

voi non volevate ma,

vi hanno uccisi.

I volti squarciati dai colpi

sanguinano per terra.

La morte così spietata

ha spezzato la vostra vita

infrangendo il silenzio.

Il cuore sanguina,

non avrà mai pace

e un po’ alla volta

lo sotterra in una tomba.

 

Vibo Valentia, 25 settembre 2005

Alessandro Rodà

 

Lettera aperta di Nellino (seconda parte)

Pandini

Pubblico oggi la seconda parte della lettera aperta che Nellino ci ha inviato (per la prima vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/07/03/lettera-aperta-di-nellino-prima-parte/).

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Che vero è, negli altri istituti pur ci sono, come il computer in cella, le attività, il sopravvitto, le domandine ecc.ecc., che pure sono state citate e sono importanti per la quotidianità. Anche da queste cose si può partire per raggiungere certi traguardi più ambiziosi. Il computer è un chiaro segnale di una certa volontà. Ha ragione il mio compagno Pasquale (detenuto da 31 anni) qundo dice che prima c’era l’analfabetismo scolastico, oggi ci faranno uscire analfabeti informatici. Faranno uscire? Scusate, un piccolo lapsus..:-)! Voi potete immaginare una persona dopo trenta anni fuori dal mondo, esce e non sa usare il PC? Sarebbe come non saper mangiare. Quello è un pericolo per la società. Immaginate gli sfracelli di cui sarebbe capace avvicinandosi ad un congegno informatico? Oggi la vita stessa è informatica, si pagano le bollette attraverso la rete, e un poveretto che, per sua sfortuna, è stato detenuto a Catanzaro gli staccheranno la luce, il telefono, la spazzatura, e l’acqua.. J! Perché? Perché a Catanzaro non gli hanno concesso il computer e non sapeva pagare!:-). Noi ci scherziamo, ma vi invito a riflettere tutti, addetti ai lavori compresi, sulle tante gravi verità enunciate.

Come sapete, io sono iscritto alla facoltà di ingegneria informatica e biomedica, sono autorizzato da più di un anno all’acquisto di PC in cella. Un anno! Preparo analisi senza il computer. Ho sostenuto fisica senza il computer. Sul libro ci sono cose che si possono fare solo al computer.  Sono autorizzato, quindi non posso dire nulla.. A chi mi rivolgo? E cosa gli dico? Mi hanno autorizzato, ma non me lo comprano? E perché non lo comprano? Ufficialmente? Ne ho tre o quattro di risposte ufficiali, quali preferite? J!

Il DAP non risponde, la circolare è vecchia, nessuno sa nulla, ma quella che più preferisco è che non si trova il computer adatto alla relazione fornita dal tecnico, secondo la quale il PC dovrebbe avere caratteristiche del computer degli anni ottanta. Le mie indicazioni di computer preferiti, non vanno bene, perché il tecnico, non ho capito bene se, non sa usare windows 8 o windows 8 non è controllabile. A prescindere dell’assurdità dell’asserto.

Non lo sa usare? Non lo sa controllare? Facile! Rimuovere il tecnico. Se fosse un’amministrazione privata, sarebbe licenziato per inefficienza, nel pubblico fa quello che vuole. D’altra parte, basta vedere come è ridotta l’Italia, per fugare ogni dubbio. E allora siamo al punto di partenza, prima il computer non potevo averlo, perché lo davano solo agli studenti universitari, e nemmeno così era, perché poi lo hanno dato a chi a scuola nemmeno ci va e hanno autorizzato, chi non lo sa nemmeno accendere e certamente non è studente universitario.

Non si devono offendere quando qualcuno sostiene che i parametri per vedersi autorizzato il computer sono : simpatia e antipatia.

Allora cosa significa? Che fin quando il tecnico, o chi per esso, non trova un computer, io continuerò a sostenere esami con penna e calamaio?

E’ questo quello che cerco di dire: la mentalità! Inoltre, è il tecnico a interpretare la circolare del DAP? Il tecnico dovrebbe fare il tecnico, ed eseguire gli ordini impartiti, invece qui ognuno interpreta, chiunque dice la sua, tutti si sentono in diritto di poter decidere, non c’è rispetto dei ruoli.

Qui non ci sono soldati, ma sono tutti generali o tali si sentono. Volete un esempio anche su questo?

L’art. 37 comma 10 prevede che il colloquio è comunque prolungato quando i familiari risiedono in un comune diverso da quello dove è il carcere e se il detenuto non ha effettuato colloquio nella settimana precedente. Da sette giorni, cerchiamo di fargli capire e comprendere che quel “comunque” significa: imperativo. “E’ comunque prolungato”, significa che non ci sono altre condizioni fuori da quelle previste espressamente.

Invece ogni giorno c’è qualcuno nuovo che dice la sua, che interpreta fuori da ogni norma. Interpretazioni ad personam, nonostante la richiesta autorizzata dal direttore e firmata, loro interpretano, dicono, fanno, senza avere né competenza né cognizione di quello che sostengono. E vi assicuro non c’è vero di farli ragionare. Poi si offendono, quando gli dico, che hanno bisogno di aiuto. C’è un’autorizzazione del direttore? Esegui! Punto e basta!

Invece no! E pure quando le cose le scrivi in maniera elementare, sono capaci di inventarsi chissà cosa. Non dimentichiamo che stiamo parlando di soggetti per i quali i kiwi non erano frutta e i fagiolini non erano verdura. E Totò con Peppino De Filippo, in Totò Peppino e la Malafemmina diceva: ho detto tutto! Riuscite a comprendere in che mani siamo?

Questo trova una “giustificazione” solo nella politica del diniego. A queste persone non fa piacere che un direttore sia per una pena giusta. Non va giù che ci sia un direttore che vuole rispettare la Costituzione. Secondo il loro punto di vista il carcere deve essere solo punitivo e PRIVATIVO. Come se non bastasse quello che già ci è stato tolto, il bene più prezioso, LA LIBERTA’!

Questi “disordini”, che disordini non sono, questo malcontento, è studiato ad arte, per creare disordini che magari mettano la direttrice nelle condizioni di mollare.

La direttrice ha “minacciato” più volte che, se le cose non cambiano, “rinuncia”. Se non può avere il carcere che desidera, molla. Io dico due cose: sig. direttore non molli! Non li lasci vincere. La seconda è che: se la s.v. se ne andrà, me ne andrò anche io. In quali mani vorreste lasciarmi?

Queste? Non prendiamoci in giro. Sappiamo tutti che non si resterebbe a lungo in questo istituto con la gestione che vorrebbero queste persone. Stiamo parlando di persone detenute che minimo sono da vent’anni in carcere, che hanno già affrontato ben altre mentalità. Che non gliene frega nulla delle sanzioni disciplinari, né della lontananza, soprattutto sapendo che ogni altro posto è estremamente migliore di questo. Se la s.v. va via, qui resteranno solo i locali giudicabili, che hanno un interesse a restare. Giudicabili non lo siamo più da decenni ormai.

Lei è l’unica speranza che in questo istituto le cose possano uniformarsi al rispetto della legge, non gliela dia vinta a quelli che vorrebbero affondare lei e il carcere di Catanzaro.

Ecco un esempio di quello che stavo sostenendo, a un nostro compagno hanno applicato il regime speciale di cui all’artt. 41 bis qualche giorno fa, in attesa di trasferimento in una struttura idonea, è all’isolamento. Questa mattina è venuta la sua famiglia a colloquio e prima lo hanno avvisato per prepararsi, lo hanno accompagnato alla saletta e dopo atteso invano che giungessero i familiari, è arrivato il gesto di turno, che gli ha detto che il colloquio non poteva effettuarlo, perché non hanno i mezzi per registrare, visto che in regime di cui al 41 bis, i colloqui sono video registrati.

Questo genio non sa che le mancanze strutturali non possono, in nessun modo, ripercuotersi sul detenuto. Questo genio non è a conoscenza che ciò che ha fatto questa mattina è un reato penale. Non sa che il colloquio con i familiari è l’unica cosa che non può toccare. Inoltre, la famiglia, prima di venire, ha telefonato al carcere, chiedendo se poteva fare il colloquio e gli hanno risposto di sì. Ha fatto chiamare dal proprio avvocato e gli hanno risposto che poteva fare colloquio. E’ arrivata qua, fino alla sala colloquio, l’hanno fatta entrare, e poi, si è svegliato il genio e chissà cosa ha interpretato, ed ha deciso che il colloquio non lo poteva fare. Ora la direttrice non c’è , ma se il compagno, tramite i suoi avvocati, adducesse alle vie legali, le responsabilità ricadrebbero sempre sul più alto in grado, ovverossia la direttrice. Lo stesso genio che sosteneva che io non potevo fare il passeggio insieme agli altri. Lo stesso genio che sosteneva che non potessi comprare le cose da mangiare, perché non potevo vederla, in quanto il 14 bis è un regime punitivo e quindi la privazione della tv è un’afflizione. Lo stesso genio che sosteneva che non potessi comprare le cose da mangiare, perché non potevo cucinare. Ma se costui è così un genio, da non aver avuto ragione nemmeno su una delle cose elencate e nemmeno si accorge che le sue interpretazioni sono sempre contro legge o quantomeno sbagliate, per non dire strampalate, se non è mestiere suo quello di ‘interpretare’, perché non cambia mestiere? Bisognerebbe indagare su chi le ha fatte laureare queste persone. Certamente non ci sono vie di mezzo, o sono ignoranti o lo fanno apposta, per tutto quello sostenuto in precedenza, ossia che sono seriamente intenzionati a creare problemi alla direttrice. Si credono impunite, al di sopra della legge, perché sono protetti, perché quando si tratta di loro, la giustizia veramente sa essere moooooolto lenta.

Qui i problemi sono queste persone che, oltre a non avere nessuna esperienza con i detenuti che sono in carcere da vent’anni e che hanno alle spalle un percorso carcerario di un certo tipo, sono anche ignoranti nella materia che dovrebbe essere il loro lavoro. A volte, per molti di noi, si arriva al paradosso che era meglio quando si stava peggio, ossia quando avevamo a che fare con gli agenti e i comandanti del GOM, gruppo operativo mobile, quello tristemente famoso per i pestaggi di Genova. Sì, è vero, sono più rigidi, “rompono” un po’ di più, sono più severi, ma almeno sono competenti, almeno conoscono l’ordinamento penitenziario e, quando parli con il loro comandante, parli con uno preparato in materia, parli con uno che non si mette dalla parte del torto per ignoranza ma, se lo fa, lo fa coscientemente.

Come sapete, i lavori che si possono fare all’interno sono sempre gli stessi e non hanno alcuna valenza formativa, non è che uno fuori si può mettere a fare il porta vitto? Ha! Ha! Ha! Ha! Ha! Ha! Fin quando le turnazioni le seguiva un’agente di quelli con il cervello, tutti i mesi erano giuste, e non si verificavano mai errori, lo  hanno rimosso da questo incarico e ogni mese per i turni di chi deve lavorare ci sono problemi. Quando lo stesso agente era di servizio a scuola, la scuola funzionava senza che si sia verificato un problema. L’hanno rimosso da quell’incarico e sono  iniziati i problemi a scuola. Avevano problemi con la consegna della corrispondenza, hanno incaricato questo agente alla posta e ora la posta funziona, ma come questi si assenta, vuoi per ferie, vuoi per malattia, vuoi per il riposo che gli spetta come a tutti i lavoratori, la posta non arriva. Ci vorrebbero tutti gli agenti come lui. E non fa nulla di straordinario. E’ semplicemente professionale. Semplicemente fa bene il suo lavoro. E’ mai possibile che in un carcere di 1000 detenuti ormai, ci sia solo un agente capace di fare bene qualsiasi cosa?

Faccio un appello alla direttrice: non se ne vada, ma se resta, resti con pieni poteri e metta in atto tutti i suoi propositi. Sarà necessario qualche sacrificio, pazienza. Sicuro in queste condizioni non si può stare. Come già ho avuto modo di farle sapere, fosse stata al Nord, il suo carcere sarebbe stato preso a modello per civiltà e rispetto delle persone detenute. Qui sembra di combattere contro i mulini a vento, ma può farcela. Il carcere non ha mai cambiato nessuno, a maggior ragione, QUESTO tipo di carcere, le persone come Lei invece sì! E sa perché? Perché le si legge negli occhi lo spirito con il quale parla e con il quale vorrebbe che tutto funzionasse, per noi. Per quale motivo se no dovrebbe mettersi a “combattere” contro le cose che non vanno? Sarebbe molto più semplice per lei fregarsene e stare in pace con tutti. In fondo in galera stiamo. Invece no! Dedica tempo, e ascolta. E’ l’esempio che si può lottare con la legalità, usando gli strumenti che la legge mette a disposizione e Lei lo dimostra essendo direttore senza paraocchi, ascoltando le ragioni delle parti e adottando i provvedimenti a seconda di come si sono svolti i fatti, non come tanti, per i quali il detenuto ha torto a prescindere. Forse è questo che infastidisce qualcuno, che era abituato a picchiarli i detenuti.

Il carcere no, ma lei può, perché concede fiducia laddove dovrebbe prendere una mazza J! E non tradisce quella risposta, dando l’esempio.

Se la direttrice se ne va, qua pure le guardie scappano da questo posto.

A proposito di guardie, quei signori che vorrebbero affondarlo questo penitenziario, con i loro giochetti e le loro angherie, devono ringraziare alcune di queste guardie che vengono a fare il loro vengono lasciate aperte, di proposito. Se non fosse per queste poche “guardie” che ancora vengono solo per guadagnarsi il pane sarebbe già scoppiato questo carcere.

Cari amici, vi lascio con un forte abbraccio.

Nellino.

Catanzaro lì, 10/08/2014

Poesie di Alessandro Rodà

San Carlino

Pubblico oggi altre poesie di Alessandro Rodà detenuto a Tempio Pausania.

Sono poesie davvero molto belle.

Voglio citare una parte de “Gli Invisibili”..

In ogni momento uomini invisibili

camminano a plotoni nei corridoi

scrutano il tempo che non passa mai,

si guardano negli occhi

per non dimenticare

il loro compito.

Ascoltano il pianto

e ridono dei miseri uomini.

Il dolore scava pian piano nelle ossa,

il sorriso muore sulle labbra

e non pongono domande.

Gli invisibili si nascondono dietro il potere,

pensano di entrare ovunque,

la libertà altrui è nelle loro mani,

ma l’anima è inviolabile.”

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INFERNO

Una mandata al cancello per entrare

nel mondo dell’inferno e lasciar fuori

il mondo colorato

dei sentimenti e della libertà.

Sono in catene

i sogni miei si sono frantumati

in questa tomba di cemento.

Il sole è pallido

l’anima mia sempre più fredda.

Due mandate per chiudere

il cancello della morte

dove i fantasmi ti prendono per mano

per portarti nel buio.

Qui nessuno mi ascolta.

E’ un mare di lacrime amare

che nessuno può asciugare.

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SERENITA’

Col cuore dilaniato dal dolore

viaggio in tortuosi sentieri

alla ricerca della serenità.

Vive lontano da me, irraggiungibile,

non mi è amica

la sua luce culla dolcemente solo i cuori felici.

E’ un dono prezioso che non mi appartiene,

i pensieri sono struggenti

urlano silenziosi alle porte degli inferi.

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GLI INVISIBILI

Visi e occhi tetri,

appannati dalle lacrime,

con angoscia attendono

di vedere il sole.

In ogni momento uomini invisibili

camminano a plotoni nei corridoi

scrutano il tempo che non passa mai,

si guardano negli occhi

per non dimenticare

il loro compito.

Ascoltano il pianto

e ridono dei miseri uomini.

Il dolore scava pian piano nelle ossa,

il sorriso muore sulle labbra

e non pongono domande.

Gli invisibili si nascondono dietro il potere,

pensano di entrare ovunque,

la libertà altrui è nelle loro mani,

ma l’anima è inviolabile.

Lettera aperta di Nellino (prima parte)

Pandini

Francesco Annunziata, il nostro Nellino, ci ha inviato una lunga lettera dove esprime le sue riflessioni su quanto avviene nel carcere di Catanzaro, soprattutto in merito al fatto che molti detenuti di lungo corso (persone da decenni in carcere) ritengono che non viene dato loro una vera speranza di potere usufruire di quei percorsi che possano, gradualmente, accompagnarli verso la libertà.

La lettera parla anche di altro, sempre nell’ambito della dicotomia tra “ciò che dovrebbe essere” e “ciò che invece è” la realtà carceraria e le prospettive concrete per i detenuti. Anche se ritengo che sia proprio la chiusura che percepiscono i detenuti di lungo corso l’aspetto pregnante della lettera.

Essendo una lettera molto lunga, oggi pubblico la prima parte. Presto pubblicherò la seconda.

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Cari amici, rieccoci insieme. Sono qui per informarvi di alcune novità che riguardano la mia sottoposizione al regime di sorveglianza particolare di cui all’art. 14bis O.P e per ribadire ancora una volta che noi al sud siamo troppo arretrati anche per comprendere il valore di quelli che possono sembrare piccoli gesti, ma che in realtà sono occasioni da cogliere al volo, per dimostrare anche noi la maturità necessaria affinché si possa realizzare l’obiettivo di un carcere rispettoso della Costituzione.

Dunque, in riferimento al 14 bis, il tribunale di sorveglianza ha accolto parzialmente il mio ricorso e, pur confermando il regime di 14bis, ha annullato le limitazioni della mancata dotazione in cella di un televisore e un armadio.

Cari amici credetemi sulla parola, ci sarebbe da scrivere un libro su ciò che sono stati capaci di fare e dire a tal proposito. Interpretazioni al limite dell’assurdo, più esattamente comiche, infatti ho sorriso, ma ovviamente mi sono rivolto al giudice. La prossima volta, magari, vi racconterò nei dettagli, così strapperò un sorriso anche a voi. Per ora sappiate che ho di nuovo il televisore, quindi ho ottenuto un’altra vittoria.

Secondo argomento di discussione, e in questo momento ritengo più importante anche delle mie vicende personali. Non so ancora come impostare ciò che intendo comunicarci, non vorrei urtare la suscettibilità di nessuno.

Da una parte, però, bisogna iniziare. Vorrei che questa fosse una lettera aperta alla direzione di questo carcere. Vorrei che si potesse realmente comprendere quanta fiducia è riposta nella persona della direttrice. Vero è, non siamo in vacanza, siamo qui per espiare una colpa, per scontare una sanzione, ne siamo consapevoli, e questo carcere non mi sembra proprio un villaggio di vacanze, e nemmeno che si possa dire o sostenere che le nostre “pretese”, e di pretese di può parlare, siano legittime.

Qualche giorno fa, la direttrice ha invitato tutti i detenuti ad un incontro per esporle tutti i problemi di carattere generale che ravvisiamo in questo penitenziario. Purtroppo, quando non si è abituati a questo genere di cose e quando i partecipanti sono eterogenei, è facile trasformare un’occasione importante di dialogo in confusione. Ciò è avvenuto, meno di quanto mi aspettassi, anche se non è semplice mantenere l’attenzione di una platea per un tempo molto lungo. Siamo riusciti a non cogliere l’occasione che ci era stata fornita, ossia quella di avere un dialogo con la massima autorità dirigente per illustrarle IL PROBLEMA.

Certamente la direttrice ne è bene a conoscenza, però sinceramente senza un oggettivo riscontro non può andare adottare quel provvedimento necessario e che tutti in quella circostanza avevano sulla punta della lingua, per risolverlo.

L’autocritica è rivolta prima a me stesso, ed è frutto di quell’esperienza ormai ventennale di carcere che ti fa riconoscere quando sciupi un’occasione per migliorare il luogo dove sei costretto a vivere e anche te stesso.

In soldoni, non siamo riusciti a parlare uno alla volta e con le voci sovrapposte non si capisce nulla. Non siamo riusciti ad ottenere una risposta ai mille quesiti posto, è colpa nostra se non abbiamo saputo cogliere un’occasione importante.

Non intendo trovare scusanti, però bisogna dire che eravamo un centinaio di persone e che pur essendo tutti detenuti, molti da tanti anni, ciò che inevitabilmente si differenzia è il diverso percorso carcerario affrontato. Le esigenze, il modo di rapportarsi è differente. L’esperienza è diversa. Mai si dovrebbe mettere un direttore nella posizione di scegliere. E mi spiego: se lamenti che in un locale comune fumano e a te questo reca un disagio, è ovvio che il direttore ti risponderà: proibiamo di fumare in quel locale. Ciò ad esempio è ovvio per persone che per anni e anni hanno lottato contro questo genere di cose, ed hanno imparato a non mettersi mai in questa posizione.

Questo è solo un esempio per evidenziare le differenze di cui sopra.

Comunque, a mio modesto avviso, in quell’occasione bisognava dire solo una cosa, u solo problema, l’unico problema di questo carcere. E quest’unico problema lo conosciamo tutti. Vero è, quello che ha detto un compagno alla fine di questo incontro, ovvero sia che la direttrice quando è arrivata sembrava avere una ferrari per come stava e intendeva far procedere questo carcere, poi ad un certo punto, che ha coinciso con l’arrivo di nuove figure dirigenziali, nuovi collaboratori, quella Ferrari si è arenata.

Ho un po’ di timore a proseguire, perché ogni volta che ho pensato di scrivere bene di questo carcere mi è capitato qualcosa di spiacevole, allora in questo momento temo che da un momento all’altro viene qualcuno per intossicarmi la giornata e farmi desistere da scrivere quello che c’è di buono in questo penitenziario. :)!

A dire il vero c’è poco, molto poco da salvare.

L’unica cosa è la Direttrice. Questa è la persona che intende il carcere come dovrebbe essere e come è scritto nella Costituzione italiana. Vorrebbe avere rispetto dell’art. 27 della Costituzione, ma oltre ai molteplici problemi di varia natura e le difficoltà incontrate all’interno, vi sono ostacoli che vengono anche dal di fuori. Un’amministrazione schizofrenica, che cambia e sostituisce dirigenti a suo piacimento. Questo è un modo per non dare continuità a qualsiasi progetto intrapreso e anche un direttore che, nell’immaginario collettivo è la massima autorità e in teoria potrebbe fare tutto, deve sottostare a ordini o espresse volontà di superiori gerarchici.

Questo è il caso in cui una diversa  “idea” del carcere e della funzione della pena, tra due autorità, sfocia in un “conflitto” istituzionale, dove vince chi è investito di un potere maggiore.

Non vorrei tornare alla vecchia “storia” delle diversità, anche della gestione, tra Nord e Sud.

Per questo ci pensa il nostro amico Pasquale De Feo… E’ tutta colpa dei Savoia e di Garibald che ci ha unito al nord ladrone e depredato il sud delle risorse che aveva… J!

Il direttore non è un RE e non ha sudditi, non può fare tutto quello che vuole, anche se lo facesse nel rispetto delle leggi in vigore. Se un superiore gerarchico, che sia il DAP o il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, non fa differenza.

Il direttore deve per forza sottostare a quelle direttive. E’ obbligato, in un certo qual modo, deve attenersi alle disposizioni impartite, nonostante sia nei suoi poteri assumersi anche responsabilità al di fuori di quei “paletti”. Ciò è improbabile oltre che una pretesa pretestuosa da parte nostra.

Mi spiego meglio. Se oggi a capo del PRAP regione Calabria vi è l’ex direttore di Poggioreale (quindi potete immaginare la mentalità di questo signore che dirigeva il carcere più ignobile d’Italia), questo dirigente, contrariamente a tutte le regioni d’Italia, ha imposto alla direzione di non applicare la legge “Torreggiani” e le varie circolari del DAP, che invitano tutte le direzioni ad una maggiore apertura delle celle e la c.d. “Torreggiani” e le varie circolari del DAP, che invitano tutte le direzioni a una maggiore apertura delle celle e la c.d. Torreggiani ORDINA l’apertura fuori dalla cella per otto ore al giorno. E’ normale che, qualsiasi direttore non possa sovvertire un ordine gerarchico superiore. Anche volendo si esporrebbe a rischi che obbiettivamente non si può pretendere che corra.

L’incontro si è svolto prevalentemente sull’argomento dei metri quadri delle celle. La sentenza della corte europea ha creato un po’ di scompiglio in un sistema consolidato dove ognuno poteva fare come meglio credeva. In Italia siamo così abituati. E’ venuto fuori che, per recuperare lo spazio necessario per non cadere sotto la soglia minima prevista, altrimenti si ravviserebbe il “reato” di trattamento inumano e degradante, intendevano togliere parte degli arredi della cella, perché un’ordinanza della magistratura di sorveglianza, ha stabilito che i tre metri minimi, devono essere al netto!

Quindi, la condizione è che siamo sotto ai tre metri calpestabili. Voglio dire, se sono costretti a togliere gli arredi, di conseguenza significa che, in quel momento, non stanno rispettando i parametri prefissati. E’ logica elementare. E presto andrò a spiegare perché sottolineo che è un ragionamento facile da capire.

Ovviamente sollevato il problema, la direttrice  si è’ assunta la piena responsabilità di questa decisione. Potrebbe anche starci, perché per essere in regola con la legge, lei più di tutti, giacché è sempre la prima responsabile di qualsiasi cosa accade, una soluzione deve pur trovarla. Ci si consenta di avere un piccolo dubbio, vista la mentalità ampiamente dimostrata finora e ancor di più da un certo punto in avanti. E ritorniamo alle parole di un compagno che parla di Ferrari quando è arrivata e senza benzina oggi. Per fortuna in un certo senso qual modo si è riuscita anche a esprimere i veri problemi di questo carcere, o meglio il vero problema di questo carcere.

Almeno questa è la sensazione di tutti.

Quello che pensano tutti, a mio avviso, e lascio il beneficio che non posso parlare per altri se non per me stesso, è che i problemi siano iniziati dall’arrivo di alcune figure, che hanno una certa responsabilità ed occupano un determinato ruolo all’interno dell’amministrazione penitenziaria. Cari amici, i nomi non è mai bello farli, o almeno per noi che viviamo in questo contesto e così, anche perché, passatemi la battuta, se volevamo fare i nomi, non saremmo stanti venti e più anni in carcere. Quindi, al teatro si è capito benissimo a chi fossero rivolte le critiche e lo si capisce anche da questo scritto.

Ora vorrei precisare una cosa. Ritengo che le mie non siano “fantasie”, non sono congetture. Perché la tesi è sostenuta da fatti. Quindi partiamo da una base solida, che annovera episodi in serie. Vero è che nessuno è infallibile, e potrebbe anche darsi che una serie di coincidenze, ma una serie moooooolto luna di coincidenze, abbia finito per certificare ciò che in realtà potrebbe anche non essere.

Senza nulla togliere ai miei interlocutori, ma Totò diceva: una coincidenza oggi, una coincidenza domani… mi sembra che ci siano troppe coincidenze che coincidono… J!

Proprio noi, però, siamo le persone meno indicate per fossilizzarci sulle nostre posizioni, senza ascoltare o tenere in conto l’eventualità, la possibilità, anche remota, che possano essere veramente solo una serie di coincidenze sfortunate ad avere inficiato sull’opinione che, comunque, oggi c’è su queste persone. Alcuni di noi sanno sulla loro pelle quanto disgraziato possa essere il fato quando ci si mette e come possano veramente combinarsi in maniera incredibile una serie di coincidenze che chiunque farebbe fatica a credere che non siano dipese dalla propria volontà. Ergo, il beneficio del dubbio è concesso.

Ora che però, che da un nuovo incontro, con una delle persone indicate, si è parlato in maniera onesta e sincera, senza remore di alcun tipo e ci si è detti veramente quello che si pensa, e chiarite alcune “coincidenze” nefaste, per sovvertire le “certezze” acquisite, frutto di tutte quelle belle coincidenze, ci vogliono i fatti!

I problemi restano, la responsabilità di qualcuno deve pur esserci!

La Direttrice se le assume formalmente perché non può fare altrimenti, ma io sono sicuro che non è così. E non è così proprio perché questi ha dimostrato di avere una certa idea della pena, e del carcere in generale.

Vogliamo dire e possiamo dire che la Direttrice predica bene e razzola male? No! No non possiamo dirlo. I motivi per i quali non possiamo dirlo sono sotto gli occhi di tutti. Io non posso dirlo. Voglio dire, per ammettere le “coincidenze”, per “discolpare” coloro che ritengo gli artefici dei mali e delle inefficienze di questo istituto, dovrei sostenere che la direttrice è diabolica. Possiamo sostenerlo^ IO credo di no.

Certo se la direttrice non ne è a conoscenza è grave. Ma se la direttrice è a conoscenza e non interviene è ancora più grazie.

A me personalmente ha fatto molto piacere il dialogo “nuovo”, il dopo incontro. Ha fatto effetto, perché finalmente c’è stata la possibilità di spogliarsi ognuno dei propri ruoli (fino a un certo punto ovvio) e parlare francamente, in maniera onesta, sincera e libera, senza barriere, dicendosi quello che rispettivamente si pensa. Finalmente quel rapporto umano che fino a ieri sembrava utopia. Quel rapporto umano sostituito dalla solita facciata istituzionale e anche quella non è solo e sempre repressione e oppressione.

Ci si è detti in faccia: il problema è lei e quell’altro signore.

Perché?

Per questo, questo e quest’altro motivo. Bastano? E’ successo questo, questo e quest’altro. Lei al mio posto, cosa avrebbe pensato? Possono considerarsi solo congetture le mie?

No! E allora è ora di cambiare.

Di cambiare mentalità. E’ ora di assecondare la visione della direttrice.

E’ ora di rispettare e onorare la frase con la quale si è presentata la direttrice il primo giorno che ha assunto l’incarico: noi non abbiamo nulla in meno rispetto al nord.

Ebbene è giunto il momento di unire le forze e remare tutti nella stessa direzione.

Qui non si lamenta di avere di meno. Qui si lamenta di non avere nulla, il che è diverso. Molto diverso! Non si pretende di raggiungere, da un giorno all’altro, i livelli di civiltà di carceri come Padova e Spoleto, anche se con la fortuna di avere questo tipo di direttore nessun traguardo sarebbe precluso, ma almeno cerchiamo di avvicinarci a chi ci è più vicino, anche geograficamente, come Secondigliano (NA). In questi istituti si esce dal carcere. Si vuole capire che dal carcere bisogna uscire?

E’ difficile capire che nessuno può essere colpevole per sempre? Nei luoghi indicati i direttori si assumono responsabilità, non verso il detenuto, ma nei confronti della stessa Costitutzione. I magistrati si assumono le stesse responsabilità.

Se la pena di morte in Italia è stata abolita, allora non si possono lasciare morire in carcere le persone. Oggi con l’ergastolo ostativo (ostativo è una parola coniata dagli stessi detenuti, prima non esisteva) è come avere la pena di morte, perché se non muori non esci o, come preferiste, esci solo da morto. Questo è quello che chiediamo.

Comprendiamo le innumerevoli difficoltà che si incontrano, quando si cercano di affrontare questi discorsi e, per effetto di questa consapevolezza, non sostengo che il direttore debba farci uscire, non è nei suoi poteri. Ma almeno che i suoi collaboratori, e lei stessa, ci mettano nelle condizioni i poterci rivolgere alla magistratura di sorveglianza, partendo da una base solida. Base solida che, ad esempio, potrebbe essere quella di un parere favorevole. Attenzione, non mi riferisco al mio caso.

Anzi non prendiamo me, perché magari il mio modo di pormi nei confronti di alcune persone appartenenti a questa amministrazione pubblica non è proprio quello che si può dire: modello. Ma non è nemmeno possibile che, in sette anni che siamo qui, nessuno sia stato meritevole di avere non dico il beneficio, ma almeno la speranza, la fiducia che, il gruppo di osservazione lo ritenga idoneo ad iniziare un percorso di trattamento all’esterno? Parliamo di persone che sono in carcere da 25 anni, 31 anni. Come si può sostenere, dopo 31 anni, che non si è cambiati? Magari in peggio, ma si è cambiati. Come si può ignorare prove inconfutabili di questi cambiamenti? Prove documentali, laddove vi è un riscontro cartaceo, come ad esempio un percorso di studi universitari, conclusi con la laurea e una media voto, per ogni singolo esame, di 30?

Si possono ignorare prove comportamentali, di non semplice buona condotta, ma di partecipazione attiva alla vita dell’istituto, di aiuto concreto verso gli altri compagni ristretti, una forma mentis quasi deleteria per chi è ancora all’epoca della coppola e della lupare? Si possono ignorare queste cose? E come possono ignorarle loro che vengono pagate proprio per fare questo, quando ad accorgersene è, ad esempio, proprio un semplice e ignorante detenuto come me? Ci sono persone nella mia sezione che non hanno più nulla in comune con il detenuto in generale.

E ripeto il concetto. Stessimo parlando di un soggetto a cui è stato applicato il 14 bis, come me, e che potrebbe avere una logica di diniego, vuoi anche solo per il comportamento intollerante alle regole, come usano dire “loro”. E nemmeno sarebbe totalmente corretto, poiché il principio sul quale basarsi non può prescindere dalla fiducia e deve prescindere dalla buona condotta, che potrebbe facilmente essere strumentale. Ma con quelle persone che nelle quali sono così evidenti i cambiamenti, ogni ulteriore giorno trascorso qui dentro è un giorno di pena superfluo. E questo, in un Paese civile, è come un lutto che riguarda tutti i cittadini. Si chiede solo di avere la possibilità di andare a discutere dal Magistrato di Sorveglianza, da una posizione oserei dire quasi di forza, nella misura in cui, poter sostenere che degli esperti che ci osservano da anni hanno stabilito  che possiamo cominciare a reinserirci nella società. Sinceramente dopo venti anni di carcere, non ce ne frega nulla dei contentini.

(fine prima parte)

Riflessioni di Giovanni Leone

Leone

Giovanni Leone, detenuto a Voghera, è persona dalla straordinaria sensibilità.

Un’anima bambina immersa nel suo costante disegnare. E ne abbiamo pubblicati tantissimi di questi suoi disegni.

Giovanni Leone passa le giornate immerso in lunghe riflessioni, in viaggi all’interno della sua anima che, quando non rende coi disegni, rende con le parole. Parole tutte animate da una profonda idea del bene, una volontà di accendere scintille di speranza, di fare sentire bene le persone.

Oggi pubblico alcune sue riflessioni.

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Nella nostra vita, prima o poi, si comprende quale è la via da seguire. 

Prima di assaggiare una pietanza per la prima volta, vogliamo sapere quali sono gli ingredienti. Allo stesso modo, prima di provare un certo tipo di vita, dobbiamo scoprire quali sono le sue caratteristiche.

Se siete attratti da un certo sport per lo spirito di competizione e di aggressività che lo caratterizza, il rischio eccessivo che si corre, l’alta frequenza di incidenti, i festeggiamenti sfrenati, lo spirito nazionalistico e ingredienti simili.. dopo avere esaminato ciò che vi è implicato, probabilmente concluderete che quello sport non si accorda con il modo di pensare di Dio e il messaggio d’amore e di pace che predichiamo agli altri. 

IL SAGGIO

Ogni essere umano deve essere pronto a udire, lento a parlare, lento all’ira. 

Se una persona capisce che sta per arrabbiarsi mentre ha uno scambio di opinioni con un’altra persona, fa bene a seguire questo consiglio. Ovvero quello di prendersi il tempo di calmarsi, di pregare riguardo alla questione e di riflettere su come è meglio rispondere, il saggio permette allo spirito di Dio di guidarci. 

Quando ci rivestiamo di mitezza e longanimità contribuiamo davvero alla pace e all’unità di ogni società del mondo.

PERCHE’ VIVERE?

Lo sguardo fisso si posa sullo specchio, come la farfalla sul fiore ancora fresco.

E’ dura affrontare la realtà che svanisce con gli anni.

La testa e i pensieri sono ancora giovani, forti della loro voglia, incuranti delle mancate risposte di libertà.

Non c’è ne età né logica. Solo desiderio del monte di venere rialzato. Ne ammiro la perfezione e ne bramo la gioventù come un frutto proibito ingordo. Mi avvicino, la piccola striscia di rosa ben curata mi segnala la rotta del vivere.

A volte è difficile parlare al cuore. Quanto ci piace sorprendere la vita. Non si può essere sempre razionali ed equilibrati mentre le fiamme dell’inferno ci sciolgono dolcemente, trascinandoci verso meandri di lussuria; assaggiando il nettare direttamente dalle labbra. In quel momento è come un tornado che ti spazza via senza ragione. 

Diario di Pasquale De Feo- 22 giugno – 21 luglio

diario11[1]

Pubblico oggi un’altro dei diari mensili di Pasquale De Feo -detenuto a Catanzaro- che si erano accumulati nel corso dei mesi e che stiamo recuperando grazie alla nostra nuova collaboratrice Francesca Virdis.

Ogni mese Pasquale De Feo traccia, giorno per giorno, la sua personale mappa, fatta di sogni, emozioni, riflessioni, cultura, indignazioni.

Prima di lasciarvi alla lettura integrale del diario, cito un passaggio che trovo bellissimo:

Pierre Rabhi, scrittore, filosofo e contadino francese di origini algerine è uno dei pionieri dell’agroecologia. Ha fondato diversi movimenti come “ Terre et Humanisme e Colibris”, ed è  il creatore del concetto “ un’oasi in ogni luogo”. Promuove un modello basato sul rispetto dell’uomo e della terra e lo fa attraverso libri, conferenze e iniziative che hanno toccato l’Africa, l’Europa e la sua vita stessa, votato alla campagna dal 1961. Ritiene che ci vuole meno petrolio e più agricoltura, perché con l’urbanizzazione si è allontanata la gente dalla campagna e per questo motivo non vogliono più bene alla terra. Nel 1961 tornò a vivere in campagna come scelta politica, perché non voleva sottostare all’evidente alienazione di chi baratta la propria vita con un salario. E’ un’esistenza che sa di carcere, nel nome di un mito di un progresso che rinuncia alla natura. Un progresso che in teoria doveva liberare, non fa altro che imprigionare. Ha lanciato una nuova iniziativa per fare 10.000 orti in Africa. La situazione è disastrosa perché gli asiatici depredano le risorse e i capi di Stato sono corrotti. Prende ad esempio l’Algeria, non produce ma esporta , si è addormentata sullo sfruttamento petrolifero . Non producono cibo e i settori vitali sono morti. Se l’Algeria smette di esportare petrolio, muore. Come in tutti i paesi africani ci sono caste che si prendono tutte le ricchezze e lasciano il popolo nella povertà. In Africa i contadini sono talmente poveri che l’agricoltura chimica non possono farla perché non hanno  i soldi per acquistare fertilizzanti e diserbanti , un sistema insostenibile perché è fatto per vendere e non nutrirsi .E’ il sistema che produce la fame. Questo meccanismo sta rovinando anche i contadini europei, perché per fare agricoltura industriale gli strumenti sono troppo cari e la crisi peggiora la situazione e si impoveriscono sempre di più. La gente facendo un piccolo orto per nutrirsi, diventa un atto politico e di resistenza. Un orto in ogni luogo, anche sul balcone, la gente inizierebbe a gustare di nuovo i sapori di una volta, si ribellerebbe alle multinazionali e alla grande distribuzione. Principalmente in Africa dove la fame miete molte vite, con un orto come si faceva un tempo potranno sfamare una famiglia. Ricordo che quando aiutavo a coltivarlo l’ orto a casa, l’ unica cosa che usavamo era il verderame che adoperavamo per il pergolato d’ uva che avevamo davanti casa, per il resto acqua e un po’ di letame, cresceva tutto bene. Quando in TV vedo che in molte città i comuni hanno messo a disposizione terreni comunali per coltivare orti, con gli anziani che occupano il loro tempo in modo costruttivo e mettono a disposizione il loro sapere per i cittadini che conoscono solo la città, è una solidarietà che riempie il cuore e finalmente i sindaci fanno qualcosa di veramente positivo.” (8 luglio)

Vi lascio adesso al diario di Pasquale De Feo… mese di luglio.

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BRAVO POPE
Nel suo discorso fatto nella piana di Cassano in Calabria, il Papa ha detto tante cose, ma su due
voglio approfondire.
“ Torturare le persone è un peccato mortale”, nel nostro Paese la tortura è stata istituzionalizzata,mi
riferisco al regime di tortura del 41 bis. Quando gli scrissi tempo fa e lui mi rispose, gli parlai sia
dell’ergastolo che del 41 bis, nella sua lettera ho trovato tutto sull’ergastolo, ma niente sul 41 bis.
“I mafiosi sono scomunicati”, sicuramente c’è la mano di quel signore di Torino in questa frase, ma
qualcuno vicino a lui doveva fargli presente che in carcere ci sono migliaia di persone accusate di essere mafiosi, tra cui il sottoscritto, e in Italia basta un comma non c’è bisogno di un articolo del codice penale, per diventare mafioso, se lui ritiene che questa decisione sia corretta dovrebbe ritirare tutti i cappellani dalle carceri, o imporgli di farsi un elenco dei detenuti tramite l’ufficio matricola di tutti i reclusi imputati di reati mafiosi, e vietargli qualsiasi conforto religioso, tra cui la messa.
Purtroppo il Papa non è italiano e non conosce le dinamiche trasversali di un sistema di potere che ha bisogno di mostri per continuare a fare i loro affari e mantenere i loro privilegi, e quelli annidati nel Vaticano fanno bene la loro opera di complicità a questi mafiosi con la cravatta.
22.06.2014
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REPRESSIONE SPROPORZIONATA
Hanno rapito tre ragazzi seminaristi ebrei nella Cisgiordania, i media hanno subito fatto una copertura mediatica asfissiante e il primo ministro israeliano ha cominciato a minacciare a destra e a sinistra, ho l’impressione che aspettava un episodio del genere per strumentalizzarlo.
Da quando i palestinesi avevano fatto un governo di unità nazionale, inserendo anche Hamas, il governo di destra israeliano ha fatto di tutto per trovare scuse per sabotarli.
L’esercito ha iniziato a fare rastrellamenti e arrestare centinaia di persone, tra cui alcuni sono morti, hanno libertà e impunità di fare quello che vogliono.
Ormai la Palestina è una prigione a cielo aperto, tutto ciò è possibile perché i paesi occidentali
chiudono gli occhi complici come fecero settant’anni fa con i nazisti.
Un mio amico che va sempre in Palestina a fare volontariato, mi ha scritto che è impossibile descrivere il senso di oppressione a cui sono sottoposti i palestinesi, uno stillicidio quotidiano che senza la ferrea volontà di questo popolo di resistere all’occupazione, non riuscirebbero a sopportare l’infamia a cui sono sottoposti tutti i giorni.
Il disegno è chiaro, da sessantacinque anni, anno dopo anno, la spartizione originaria dell’ONU del 1948 si è dileguata a favore di Israele, del 50% a testa si è arrivati all’80%, e temo che fra cinquant’anni, se continua così, arriverà al 100%.
23.06.2014
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NON SI FINISCE MAI DI MERAVIGLIARSI
Nel carcere di Modica in provincia di Ragusa sono stari arrestati due assistenti capo della polizia penitenziaria per violenza sessuale su cinque detenuti.
I due spiavano i detenuti mentre facevano la doccia e sceglievano quelli più virilmente dotati, e poi iniziavano a circuirli, quando resistevano partivano con le minacce di tutti i generi , dal soggiorno vessatorio, ai rapporti disciplinari, a fargli trovare la droga nella cella, alcuni cedevano, ma quelli che resistevano venivano trasferiti.
La cosa andava avanti da parecchio tempo e sicuri dell’impunità avevano nominato nell’immaginario di entrambi il carcere come loro caravanserraglio privato.
Uno dei detenuti che ha subìto le avances dei due poliziotti era stato trasferito al carcere di Ragusa, confidandosi con un compagno di cella, ha trovato in lui un’altra vittima e hanno trovato il coraggio di denunciare quello che succedeva nel carcere di Modica, cosi sono stati arrestati e posti agli arresti domiciliari , nel frattempo sono venuti a galla altri otto casi.
Conoscendo un po’ le carceri, mi sembra strano che in un piccolo carcere potesse passare in silenzio tutta questa attività di abusi sessuali e i reclusi abbiano avuto il coraggio di denunciare ma in un altro carcere e non nello stesso carcere, a mio parere ci dovevano essere altre complicità di loro colleghi che sapevano e tacevano per spirito di omertà cooperativa.
24.06.2014
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DISFATTA
L’illusione gioca brutti scherzi, pensavamo già alla finale dopo la prima partita, invece era un fuoco di paglia perché l’Inghilterra stava peggio di noi.
L’allenatore Prandelli si era fissato con Balotelli, un ragazzino viziato e capriccioso che dovunque è andato non ha mai combinato niente, ma solo confusione e divisione negli spogliatoi.
Aveva il capocannoniere della seria A Immobile, ma per lui non contava, l’ha messo in campo solo a furore di popolo, senza togliere Balotelli.
Non bastava Balotelli, si è portato anche Cassano, così non si è fatto mancare niente. Come diceva il Sommo poeta “ chi è causa del suo male pianga sé stesso”
Ha lasciato a casa ragazzi seri e bravi per portarsi sia questi due conosciuti in tutto il mondo ma anche degli acciaccati, c’erano Rossi, Criscito, Florenti, Ranocchia, Astori e credo anche Totti avrebbe fatto meglio.
Un fallimento totale, almeno è stato uomo dimettendosi subito dopo la sconfitta.
Il mio sogno è che la nazionale venga data in mano a Zeman, ma siccome lui non è ben visto dal palazzo per la sua onestà, sarà difficile che venga nominato CT della nazionale.
Mi auguro che il prossimo faccia piazza pulita ,incominciando da Balotelli e chiami solo chi la merita la nazionale e non perché gioca nei grandi club italiani.
25.06.2014
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L’ENI E LA COPERTURA DI BEFERA
Finito il suo mandato a Equitalia, Befera è stato assunto dall’Eni, cosa strana se non c’è stato qualche aiuto da parte dello stesso nei confronti del colosso Eni.
Oggi con le inchieste in corso nei confronti dell’Eni, per evasioni milionarie sull’accise dei carburanti, si capisce perché fino ad oggi nessuno ha mai mosso un dito per scoprire l’evasione fiscale che incrociando i dati si potevano scoprire.
Befera ha fatto il Torquemada inflessibile contro i poveri cristi, facendo chiudere migliaia di piccole aziende, mandando sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie, ha rastrellato soldi anche dal sangue della povertà più estrema, ma contro l’Eni non ha mai aperto una sola procedura di infrazione, per questo gli avevano promesso il posto, doveva chiudere tutte e due gli occhi.
Quello che mi suona strano, nessuno ha detto niente, tutti hanno paura dell’Eni. Quando sento parlare di omertà mafiosa mi viene da ridere pensando a quello che l’Eni ha creato nei suoi settant’anni di vita.Enrico Mattei ha creato un mostro come Idra e sarà difficile sradicare il Paese dai suoi influssi malefici.
26.06.2014
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AL PEGGIO NON C’E’ MAI FINE
Certe notizie non vengono riportate da tutti i quotidiani, perché fanno sempre la scelta settaria politica e quasi nessuno vuole mettersi contro certe icone dell’antimafia.
Nicola Gratteri ormai lo chiamano anche in TV come una pop star, purtroppo nessuno critica i suoi strafalcioni, la gente crede che siano verità assolute, mentre sono sue cervellotiche interpretazioni.
Quello che non manca mai di sottolineare nei suoi squilibrati sermoni televisivi e interviste ai quotidiani, che ha arrestato i suoi compagni di scuola, devono averlo fatto molto soffrire con il loro bullismo per avercela tanto.
E’ uscito un articolo su di lui sul Manifesto, riportano ciò che ha detto il 5 giugno davanti alla Commissione dei diritti umani del Senato sull’applicazione del regime penitenziario per i mafiosi.
Corleone scrive che si tira un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo di avere questo PM ministro della giustizia.
L’analisi nazista di questo signore sul funzionamento del regime di tortura del 41 bis dimostra tutta la sua ignoranza in materia; non me ne meraviglio perchè i PM conoscono le carceri dagli uffici dove interrogano i detenuti e quando fanno sapere alle direzioni delle sezioni di tortura del 41 bis di pressare i reclusi per farli pentire, forse oggi non si prestano più come prima a queste loro direttive. Siccome i 750 detenuti sepolti vivi nel regime di tortura del 41 bis, sono allocati in 12 istituti, con rischi di interpretazione diversa da parte dei direttori sulle norme da applicare, allora lui ha trovato la soluzione al problema, un “ genio”, perché bisogna essere intelligenti per avere l’idea di uniformare la tortura.
Costruire 4 nuove carceri dedicati esclusivamente al 41 bis, con 4 direttori specializzati, forse sarebbe meglio dire scegliere i direttori più aguzzini sulla piazza.
Questo nuovo Torquemada si è chiesto perché negli anni 90 sono stati chiusi i gulag di Pianosa e Asinara e auspica la loro riapertura con la stessa destinazione.
Bene fa il giornalista a sottolineare il motivo della chiusura , la scelta fu dovuta al rifiuto doveroso da parte dello Stato democratico di sopportare condizioni di violenza inaudita e di gestione paranoica da parte di direttori immedesimati nella parte di vendicatori e aguzzini. Non credo che lo Stato voglia essere condannato per violazione dell’art.3 della Convenzione dei diritti umani da parte della CEDU, dopo averne evitata sia una all’epoca ( per un solo voto) e sia una di recente.
Ha sciorinato anche su un altro punto, i colloqui con i familiari,che bisogna controllare la loro mimica facciale quando fanno i colloqui, inoltre trovare una soluzione con i detenuti che hanno la moglie avvocato, essendo che il colloquio non si può registrare. Si può sopperire con il trasferimento di militari dell’ esercito adeguatamente formati per controllarli.
Non ha dato una soluzione,ma l’ unica sarebbe di farli divorziare, suggerisce Franco Corleone che ha redatto l’ articolo.
Il culmine dello slancio riformatore di questo nazista del terzo millennio è stato quando si è espresso sul lavoro: “ Io sono per i campi di lavoro, non per guardare la TV: Chi è detenuto sotto il regime di tortura del 41 bis coltivi la terra se vuole mangiare, In carcere si lavori come terapia rieducativa. Occorre farli lavorare come rieducazione, non a pagamento. Se abbiamo il coraggio di fare questa modifica, allora ha senso la rieducazione. Farli lavorare sarebbe terapeutico e ci sarebbe anche un recupero di immagine per il sistema”.
Nel trattato di Nizza del 2000, all’ art. 5 (se non vado errato) stabilisce che è proibito ogni obbligo lavorativo forzato.
Ci vuole un coraggio presentarsi davanti a una Commissione del Parlamento e chiedere di stracciare le norme penitenziarie europee, le sentenze della Corte Costituzionale, la legge Smuraglia, la riforma penitenziaria del 1975, peggiorando addirittura il Regolamento penitenziario di Alfredo Rocco (fascista) del 1932.
I commissari hanno risposto con un silenzio glaciale, l’ unica risposta adeguata che gli potevano dare.
Corleone chiede al ministro Orlando di avviare subito la procedura per la nomina del garante nazionale dei diritti dei detenuti. L’ unico argine a simili fanatici paranoici.
Posso immaginare come imbastisce i processi, conosco il metodo perché ne ho conosciuto qualcuno di questi schizzati che si sentono investiti da poteri divini, al di sopra della legge e che sono infallibili.
Avrebbe bisogno di un analista per fargli superare i traumi avuti a scuola con i suoi compagni, perché la sua è solo ed esclusivamente sete di vendetta.
27-06-2014
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SI SONO FINALMENTE DECISI
Dopo circa tre mesi di celle con il 14 bis (isolamento particolare) hanno fatto risalire dal reparto isolamento Nellino, in questo momento si sta sistemando le sue cose nella cella.
L’ importante che ora si trova in sezione, fra tre mesi finisce il 14 bis cosi sarà di nuovo libero, per modo di dire scadrà le limitazioni di questo articolo usato dal DAP per spaventare e reprimere con limitazioni assurde che sono esclusivamente dei soprusi, in caso contrario non se ne capisce il motivo, perché vietare la TV? Perché togliere le ante agli armadietti? Come tanti altri piccoli divieti, ma quello che stupisce che li mettono per iscritto come fosse una cosa naturale.
Con l’oppressione anche una pecora diventa un leone, e con questi residui ottocenteschi non fanno che alimentare odio, rabbia e rancore contro il sistema. Forse è quello che vogliono? Ai posteri l’ ardua sentenza.
28-06-2014
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MAI GIUDICARE GLI ALTRI
Stavamo discutendo di alcuni politici e quelli che un tempo i comunisti chiamavano “ boiardi di Stato”, l’influenza sovietica dettava anche gli insulti.
Oggi che la maggioranza dei boiardi di Stato è tutta di sinistra, sono diventati geni illuminati, perché fanno parte della loro parrocchia.
Il discorso era improntato sulle amicizie che ognuno di loro ha, sia i politici, i boiardi, imprenditori,banchieri sindacalisti e religiosi.
Da sinistra quando usano il metodo “ Boffo” fanno le pulci alle persone che il partito ha deciso di attaccare, d’altronde lo fanno anche dal lato opposto, Berlusconi ha ricevuto un buon insegnamento in questo campo.
Allora usano tutte le loro corazzate, la sinistra con l’ armata di Repubblica che ha dei novelli Goebbels secondi solo a quelli del Fatto Quotidiano, poi c’ è Rai Tre e altri giornalisti nelle altre due reti della Rai.
Dal lato opposto c’ è la corazzata Mediaset con i quotidiani il Giornale e Libero, che non le mandano a dire nell’ inventarsi nefandezza per colpire gli avversari.
Sono vent’ anni che questo metodo è usato senza riguardo e si specializza sempre di più.
Quando devono colpire iniziano a criticare come si è vestiti, i difetti, si spulciano le parole per trovare frasi che possono essere strumentalizzate, ma su quello che le artiglierie scatenano l’ inferno sono le amicizie basta una amicizia che possa essere immolata sulla gogna mediatica per qualunque problema ha, allora i roghi di Campo dei Fiori a Roma si accendono.
In cella ho trovata una frase che mi avevo appuntato tempo fa, che dovrebbe fare riflettere un po’ tutti, perché l’ essere umano non può essere giudicato per le sue amicizie, cosa che purtroppo fanno anche nei tribunali. “ Non giudicate mai una persona dalle sue amicizie, perché Gesù Cristo ne aveva di discutibili “, altrettanto si può capovolgere il concetto su Giuda “ lui ne aveva di ineccepibili “.
Ogni persona dovrebbe essere giudicata in base ai suoi comportamenti e non in base alle sue amicizie, qualunque esse siano, ma purtroppo è più facile a dirsi che a farsi.
29-06-2014
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MAGISTRATO DI SORVEGLIANZA
Leggendo la rivista Ristretti Orizzonti che mi mandano dal carcere di Padova, mi è rimasto impressa l’ intervista del magistrato di sorveglianza, perché tra quello che dicono e quello che applicano c’è di mezzo il mare.
Parla della costituzione, dell’ art. 27 che stabilisce che la rieducazione è un obbligo per lo Stato; dell’ art. 3 che stabilisce l’ uguaglianza la dignità e la libertà per tutti i cittadini, lui ritiene che nelle scuole insegnano che la libertà e l’ uguaglianza sono beni supremi, come anche che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, quindi anche la dignità è un bene supremo.
Ritiene che l’ Europa ha fatto bene a condannarci, perché non si possono tenere migliaia di persone in più pressate come sardine.
Attacca l’ informazione che sindaca in modo errato, facendo leva sull’ emotività per attrarre il pubblico, e ci vorrebbe una nuova cultura giuridica anche nei media.
La sua funzione che ricopre allo stesso tempo due ruoli, da un lato il giudice della rieducazione e dall’ altro il giudice dei diritti delle persone detenute. Questo presupposto dovrebbe consentire di frequentare il carcere piu spesso, purtroppo tutto il lavoro dell’ ufficio non glielo consente, principalmente la liberazione anticipata che intasa le scrivanie.
La liberazione condizionale, sono poche perché legate al sicuro ravvedimento,condizione difficile da provare.
L’ art. 4 bis andrebbe rivisto se non abolito, perché deriva da una concezione arcaica che dovrebbe scomparire dal nostro Ordinamento Penitenziario. Se una persona è cambiata non può portarsi dietro per tutta la vita questa nota negativa che discende solo dalla natura del reato compiuto.
Sull’ ergastolo ostativo, lui ritiene che lo stesso ergastolo non ostativo è in contrasto con la Costituzione. La sua incostituzionalità deriva dal conflitto con l’ art. 27, perché una pena perpetua non può essere rieducativa. Bisognerebbe mettere mano all’ ergastolo, ergastolo ostativo e l’ art. 4 bis.
Interviene anche sull’ ex Cirelli e tante altre cose.
Finisce la sua intervista con la sollecitazione di una cultura giuridica e gli interventi riformatori intelligenti, non devono essere dominati dalla paura. Più uomini recuperati alla società significa più sicurezza e anche più giustizia.
Aggiungo che i discorsi sono necessari per esternare i propri pensieri, ma sono i fatti quelli che contano, pertanto applicare i benefici in senso di umanità e di apertura, e non sempre rigorosi e di chiusura
30-06-2014
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FA INNORIDIRE LA DEPORTAZIONE DEI DETENUTI PER GABBARE L’EUROPA
Mi è arrivato uno scritto dei radicali datato il 9 giugno 2014 postato in Condizioni carcerarie.
Come sempre i radicali non misurano le parole ma usano quelle giuste senza diplomazia, iniziano massacrando il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa : “fa inorridire il giudizio che hanno dato sulla situazione carceraria italiana, “significativi risultati”, quasi si possa stabilire una gradazione della tortura, dei trattamenti inumani e degradanti. Hanno accettato “il gioco dei tre metri”e dei “ tre cartari” italiano, in primis il presidente del Consiglio Matteo Renzi del quale abbiamo chiesto le dimissioni; tre metri quadri a disposizione di ogni detenuto, calcolati chissà come e ottenuti violando altri diritti umani come la deportazione di migliaia di reclusi in istituti lontani centinaia di Km dalla propria famiglia”.
Per garantire tre metri quadri , il ministro della giustizia ha provveduto a deportazioni di massa distribuendo qua e là i detenuti, così provocando sofferenze inimmaginabili a migliaia di detenuti che si trovano a centinaia di Km di distanza dalla propria famiglia.
Dal carcere di Poggioreale hanno spostato ottocento detenuti mandandoli a centinaia di Km, molti anche in Sardegna, ed ora non possono più vedere i propri familiari, figli, genitori e coniugi. La stragrande maggioranza non possono permettersi viaggi così costosi, lo possono fare solo quella piccola minoranza di detenuti ricchi.
Come negli ultimi vent’anni hanno preso in giro l’Unione Europea, così hanno fatto anche adesso, li hanno truffati, sicuramente ciò è stato possibile perché c’è stato un complice che si può individuare in una italiana che fa parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, avevo letto il suo nome su un articolo del Manifesto.
Adesso andranno avanti per altri anni nel degrado più squallido, con la scusa che l’Europa li ha assolti.
Mi auguro che da qui al 2015, anno in cui dovranno passare di nuovo sotto il controllo europeo, ricevano migliaia di lettere per informarli della truffa di cui sono stati vittime. Quello che bisogna fargli sapere è che fanno un gioco di prestigio; questi i maghi dovevano fare e non i politici.
01-07-2014
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LE TRUFFE LEGALIZZATE
L’amica Francesca mi ha mandato un piccolo opuscolo sulle autostrade in Toscana.
A Roma usano i soldi pubblici per interessi privati, uno dei modi per farlo sono le autostrade, hanno una genialità nel crearne con semplici tratti di penne, sconvolgendo zone che sono ammirate in tutto il mondo.
Inoltre queste autostrade sono tutte a pagamento, con somme importanti, un salasso per i cittadini.
Dovevano sistemare l’Aurelia e farla a quattro corsie, siccome non conveniva ai “profittatori”, in trent’anni non ci hanno mai messo mano, e su quella strada ci sono il doppio di incidenti e morti del resto d’Italia.
Il degrado che ne consegue rimane ai cittadini, mentre i miliardi rimangono ai politici e alle imprese vicine a loro, un sistema collaudato da decine di anni.
Sono cambiate le architetture dello Stato, dalla monarchia, alla dittatura del fascismo, alla democrazia, ma nulla è cambiato, anzi è peggiorato.
Nei giorni scorsi il presidente della Corte dei Conti ha detto che la corruzione sfrenata del nostro paese va pari passo con la legislatura, e ha citato ciò che scrisse Tacito “Moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto”.
Sono rimasto meravigliato da ciò che diceva il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, riportato nell’opuscolo: “sei un’ambientalista di sinistra se ti occupi di foche monache e della foresta fluviale; mentre se ti interessi del tuo territorio, del tuo ambiente, dei tuoi cittadini, diventi subito di destra, irresponsabile nemico del progresso e sai dire solo NO.
Gli appalti pubblici sono il bancomat dei politici e delle imprese, ma poi ci “mangiano” un po’ tutti, dalle banche, confindustria, sindacati, politici e in ultimo la Chiesa con regalie sotto forma di donazioni.
Controllando i media e con la protezione della magistratura, continueranno a fare quello che vogliono, rubando, devastando e inquinando, tanto il conto lo pagano sempre i cittadini.
02-07-2014
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LA NATURA INSEGNA SEMPRE
Gli ingegneri dell’ Università della California di Riverside diretti da David Kisailus, studiando il gambero mantide, hanno inventato un materiale molto resistente e leggero.
Il gambero mantide caccia le sue prede muovendo le chele a una velocità superiore a quella di un proiettile, provocando un’ onda d’ urto capace di stordire le prede a distanza.
Come fa a non spezzarsi? Questo era il quesito degli ingegneri, visualizzando la struttura a spirale in cui sono disposti gli strati di chitina della chela, sono arrivati alla conclusione riproducendo la stessa struttura con resine, hanno ottenuto una lega più resistente di quelle aeronautiche.
Dalla natura non si finisce mai di imparare, l’evoluzione ha subito milioni di anni per adattarsi ai luoghi più esterni, pertanto basta studiare e si troveranno tante soluzioni ai nostri bisogni.
03-07-2014
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PIANTA MANGIAMETALLI
L’Università delle Filippine ha scoperto una pianta che ha la proprietà di assorbire in modo esponenziale il nichel dal terreno.
Si tratta della Rinorea Niccolifera, una pianta originaria dell’isola di Luzon, ha la capacità di immagazzinare nelle sue foglie mille volte più di quanto riescano a fare la maggior parte delle piante.
Questo consente di usarla sia per la bonifica dei terreni ma anche a fini commerciali, perché una tale quantità di nichel può far diventare i terreni inquinati una miniera a cielo aperto con l’estrazione in modo ecologico.
La natura non finisce mai di stupirci
04-07-2014
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GLI OMICIDI LEGALI
Lo Stato italiano è nato male e continua nel solco di una illegalità normativa, non è questione recente che vengono commessi omicidi che passano impunemente, è un metodo che viene da lontano con la complicità della magistratura che gli assicura l’impunità.
Proprio l’altro giorno i quattro assassini di Ferulli sono stati assolti dal tribunale di Milano, eppure c’erano i filmati che avevano ripreso tutto, non fossero stati i poliziotti avrebbero preso una forte condanna, se poi fossero stati pregiudicati, stranieri o rom il pregiudizio avrebbe preceduto ogni giudizio.
Leggevo un articolo sull’anarchico Gaetano Bresci che uccise il 29 luglio del 1900 nei pressi di Villa Reale a Monza, il re Umberto I.
Lui era nato a Cogliano nel 1869, frazione di Prato (Toscana), operaio tessile, emigrato in America nel 1897 per l’impossibilità di trovare lavoro, essendo schedato come sindacalista e anarchico e avendo partecipato a molte manifestazioni di protesta operaia, viveva a Patterson (New Jersey), una cittadina poco distante da New York, nota per essere un focolaio della cultura anarchica internazionale.
Il suo gesto era per vendicare i morti di Milano, la sanguinosa repressione popolare del 7 maggio 1898 ordinata dal generale Bava Beccaris, che causò dai 100 ai 300 morti e innumerevoli feriti.
Proteste popolari per il rincaro del pane, che come al solito i Savoia sapevano risolvere solo con la repressione e i massacri.
Gaetano Bresci maturò il proposito di vendicare le vittime colpendo il maggiore responsabile, il re savoiardo Umberto I. Rientrò nel giugno 1900 e a luglio uccise il re a Monza.
Subito catturato disse che aveva agito da solo e l’aveva fatto per vendicare i morti di Milano. La sua tesi nel processo: “non ho ucciso un uomo ma un principio”.
Ad agosto fu condannato all’ergastolo con l’aggravante dei primi 7 anni di segregazione cellulare.
Trasferito a Santo Stefano (dove era stato rinchiuso per alcuni anni anche Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica) fu trovato impiccato il 22 maggio 1901.
Le crudeltà inflitte a Bresci durante le sue giornate furono spietate: “ferri e catene, pasti minimi, mutismo assoluto, luce dei controlli anche di notte, sonni brevi e spezzati e tante guardie acquattate dietro gli spioncini”, un trattamento per portarlo alla pazzia.
Sveglia alle 6 di mattina,pranzo alle 11, fino alle 6 di sera non poteva abbassare il letto e stendersi per addormentarsi anche se difficile per via delle catene e delle ispezioni.
Che sia stato suicidato non c’è nessun dubbio e se qualcuno ne avesse, basta ricordarsi le parole di Sandro Pertini che all’Assemblea Costituente del 1947 aveva precisato: “non è vero che Gaetano Bresci si sia suicidato. Prima l’hanno ammazzato di botte e poi hanno attaccato il cadavere all’inferriata e diffuso la notizia del suicidio”.
I Savoia hanno trasmesso in tutto il territorio italiano, quando l’hanno annesso al Piemonte, tutte le loro leggi barbare e spietate. Nelle carceri vigevano i Bandi promulgati da Carlo Felice di Savoia del 22 febbraio 1826, anche se vengono sostituiti da un regolamento provvisorio del 1863 (anno della famigerata legge Pica), nella sostanza non cambia niente, tutto continua come prima con le torture del bastone (severamente vietato anche dal governo Ottomano), le catene ai piedi, la condanna al banco con le manette durante la notte, cella di isolamento a pane e acqua, le segrete di rigore (senza luce, aria e spazio), le camice di forza, la palla al piede per 12 ore, appeso con le mani a due anelli al muro, il cassone (chiuso in una specie di cassa da morto,con due buchi, uno sotto per i bisogni e uno sulla bocca per mangiare, legato in modo che doveva rimanere immobile, essendo che gli veniva messa anche la camicia di forza), il puntale (con un collare legato ad un anello al muro), rimaneva in piedi almeno per due giorni), quella dei ferri corti (legato mani e piedi per tenerlo accovacciato su se stesso sulla nuda terra.
Tutte queste infamie le scrisse prima il giornalista Giovanni Gervasi sul “Polpolo” 1868, e poi riprese dall’inglese Wilford che le pubblicò sul Times, dove aggiunse che tutto ciò che di turpe, di feroce, d’immondo, di barbaro e d’infame veniva praticato sui reclusi nelle carceri italiane.
A Bresci usarono tutte le “delicatezze” delle leggi savoiarde, che nel tempo non sono andate perdute ma adeguate alla modernità e all’Unione Europea.
Oggi abbiamo la tortura del 41 bis, legge barbara che è figlia di quella cultura, come i tanti morti che le procure insabbiano come suicidi.
Per entrare a pieno titolo nella civiltà europea bisognerebbe spiemontesizzare tutto il paese, non solo la toponomastica ma tutte le leggi che abbiamo ereditato dall’infamia savoiarda.
05-07-2014
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LA RICERCA PROGREDISCE
Non passa giorno che non leggo di nuove scoperte di come risparmiare e tagliare i combustibili fossili, anche se le multinazionali del settore mettono in campo tutto il potere economico per bloccare la fine di un “Era” quella del petrolio, del gas e del carbone, seppur necessaria per il cambiamento climatico che l’ inquinamento atmosferico ha stravolto il naturale susseguirsi delle stagioni.
L’università di Miami ha scoperto un nuovo metallo termoelettrico, in grado di trasformare uno scarto di temperatura in corrente elettrica, si tratta del litio LiPB.
L’idea che hanno avuto di adoperarlo per convertire tutti i disavanzi di calore per generare elettricità, come quello prodotto dalle scariche dei veicoli e di tante altre fonti che dal loro scarto producono calore.
Credo che oggi esiste la tecnologia per dimezzare in breve tempo di almeno il 50% i combustibili fossili, ma non c’ è alcuna volontà politica.
Il nostro paese che è ritenuto uno dei più industrializzati del mondo, non ha un programma energetico, perché cosi vuole l’ENI, e i politici sempre pronti ai suoi comandi.
06-07-2014
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EPIDEMIA GLOBALE
Il mio amico Giuseppe, Testimone di Geova, mi manda sempre le due riviste che la sua religione stampa periodicamente.
In una ho trovato uno scritto sul fumo, francamente sapevo che era una piaga, ma non pensavo che potesse arrivare fino a questo punto.
Uccide una persona ogni 6 secondi, uccide 6 milioni di persone ogni anno, ha ucciso 100 milioni di persone nell’ultimo secolo.
Le autorità stimano che entro il 2030 il fumo ucciderà 8 milioni di persone all’anno, prevedendo che alla fine del nuovo secolo avrà ucciso un miliardo di persone.
Ogni anno muoino anche 600mila persone per il fumo passivo.
A parte la strage “legale”, tutti i costi per cure mediche ricadono sui cittadini, che devono sopportare il fumo passivo e pagare in termini economici, mentre le multinazionali del tabacco non pagano niente ma guadagnano miliardi di euro e molti ne spendono in pubblicità per invogliare a fumare e trovare nuove vittime.
Tutte le droghe e l’alcool messi insieme, tutti gli incidenti d’auto e tutte le mafie del mondo non causano tanti morti, con tutto ciò nemmeno l’ONU interviene per sradicare questo cancro malefico, nemmeno i governi del mondo intervengono in modo adeguato per stroncare questa carneficina.
La coltivazione e la vendita della Marijuana non produrrebbe neanche lo 0,001% dei morti del tabacco, anzi è provato scientificamente che il suo uso terapeuta aiuta a curare e contenere tante patologia, principalmente neurologiche e del dolore, ma con tutto ciò è vietata.
Siccome il tabacco, l’alcool e le auto producono molti soldi in tasse per i governi, allora lasciano correre e non fanno niente, come sempre i soldi non hanno odore, come diceva l’imperatore romano Vespasiano.
07-07-2014
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RITORNIAMO ALL’ORTO
Pierre Rabhi, scrittore, filosofo e contadino francese di origini algerine è uno dei pionieri dell’agroecologia. Ha fondato diversi movimenti come “ Terre et Humanisme e Colibris”, ed è il creatore del concetto “ un’oasi in ogni luogo”.
Promuove un modello basato sul rispetto dell’uomo e della terra e lo fa attraverso libri, conferenze e iniziative che hanno toccato l’Africa, l’Europa e la sua vita stessa, votato alla campagna dal 1961.
Ritiene che ci vuole meno petrolio e più agricoltura, perché con l’urbanizzazione si è allontanata la gente dalla campagna e per questo motivo non vogliono più bene alla terra.
Nel 1961 tornò a vivere in campagna come scelta politica, perché non voleva sottostare all’evidente alienazione di chi baratta la propria vita con un salario. E’ un’esistenza che sa di carcere, nel nome di un mito di un progresso che rinuncia alla natura.
Un progresso che in teoria doveva liberare, non fa altro che imprigionare.
Ha lanciato una nuova iniziativa per fare 10.000 orti in Africa. La situazione è disastrosa perché gli asiatici depredano le risorse e i capi di Stato sono corrotti. Prende ad esempio l’Algeria, non produce ma esporta , si è addormentata sullo sfruttamento petrolifero . Non producono cibo e i settori vitali sono morti. Se l’Algeria smette di esportare petrolio, muore. Come in tutti i paesi africani ci sono caste che si prendono tutte le ricchezze e lasciano il popolo nella povertà.
In Africa i contadini sono talmente poveri che l’agricoltura chimica non possono farla perché non hanno i soldi per acquistare fertilizzanti e diserbanti , un sistema insostenibile perché è fatto per vendere e non nutrirsi .E’ il sistema che produce la fame.
Questo meccanismo sta rovinando anche i contadini europei, perché per fare agricoltura industriale gli strumenti sono troppo cari e la crisi peggiora la situazione e si impoveriscono sempre di più.
La gente facendo un piccolo orto per nutrirsi, diventa un atto politico e di resistenza.
Un orto in ogni luogo, anche sul balcone, la gente inizierebbe a gustare di nuovo i sapori di una volta, si ribellerebbe alle multinazionali e alla grande distribuzione. Principalmente in Africa dove la fame miete molte vite, con un orto come si faceva un tempo potranno sfamare una famiglia.
Ricordo che quando aiutavo a coltivarlo l’ orto a casa, l’ unica cosa che usavamo era il verderame che adoperavamo per il pergolato d’ uva che avevamo davanti casa, per il resto acqua e un po’ di letame, cresceva tutto bene.
Quando in TV vedo che in molte città i comuni hanno messo a disposizione terreni comunali per coltivare orti, con gli anziani che occupano il loro tempo in modo costruttivo e mettono a disposizione il loro sapere per i cittadini che conoscono solo la città, è una solidarietà che riempie il cuore e finalmente i sindaci fanno qualcosa di veramente positivo.
08-07-2014

ALFREDO DI STEFANO
È morto Alfredo di Stefano, era ritenuto il più grande calciatore di tutti i tempi, superiore a Pelè, Maradona, Eusebio,Cruijff ecc..
Molti anni fa lessi un intervista prima della sua morte di Nils Liedholm, alla domanda chi fosse stato il calciatore più grande rispose senza esitare Alfredo di Stefano, eppure lui aveva giocato contro Pelè ai mondiali in Svezia del 1958, aveva conosciuto tanti campioni da giocatore e da allenatore. Disse che era il più completo e il più determinante per la squadra in cui giocava.
Era nato a Buenos Aires in Argentina il 4 luglio 1926, nel quartiere Barracas, figlio di Alfredo (stesso nome del padre) partito dall’ isola di Capri, un napoletano emigrante, giocò nel River Plate e nel Boca. A 16 anni gioca già in prima squadra del River, gli daranno il soprannome “saeta rubia” freccia bionda che lo accompagnerà per tutta la carriera.
Passa al Millionarios di Bogotà dove rimane per tre anni. Giocò un amichevole con il Real Madrid e fece innamorare anche il Barcellona. Il Real Madrid si accordò con i Millionarios e il Barcellona con il River. Il proprietario del cartellino era il River; il Barcellona si fece da parte sdegnato perché immaginarono e non a torto che fosse intervenuto il dittatore Francisco Franco.
Nel 1953 a 27 anni sbarca a Madrid dove non vincevano la Liga da 20 anni e due anni prima stavano retrocedendo in B, e nella loro storia avevano vinto solo due scudetti.
In 11 anni vince 8 scudetti, 5 Coppe dei Campioni (attuale champions league) consecutive (segnò in tutte e cinque le finali) segnando 49 gol in 58 partite, 2 coppe latine, una Coppa di Spagna e una Coppa Intercontinentale. Dal 1953 al 1964 giocò 396 partite e segnò 307 gol, vincendo due volte il Pallone d’Oro nel 1957 e nel 1959.
Prima del Real aveva vinto 2 scudetti con il River Plate, 3 scudetti con i Millionarios, una Coppa di Colombia e una Coppa America.
Lasciò il Real nel 1964 dopo aver perso la finale di Coppa dei Campioni con l’ Inter, giocò altri due anni con l’ Espanyol e si ritirò a 40 anni.
Ha giocato 6 partite con l’ argentina segnando 6 gol, 2 partite con la Colombia e 31 partite con la Spagna segnando 23 gol, non ha mai giocato un mondiale, nel 1962 in cile un infortunio glielo impedì. Con tutto ciò in 50 anni il France football ha assegnato solo a lui il Superpallone d’ oro, riconoscimento unico per un giocatore unico.
Per tanti da Gianni Brera, Bobby Charlton, Sandro Mazzola, era stato il più grande di sempre, dicevano che “ era la principio, durante e alla fine delle giocate da gol e segnava in tutti i modi”.
Mazzola ritiene che più che il mito, più che la leggenda, Di Stefano è stato il Calcio, perché sapeva fare tutto: intercettava la manovra avversaria e perciò difendeva; impostare l’azione partendo dalla sua metà campo; rifinirla per i compagni; andare egli stesso a segno. E poi dribbling, velocità, visione di gioco, scelta di tempo, precisione e forza nel tiro. Nessuno da Pelé, Maradona e Cruijff avevano la capacità di interpretare tutti i ruoli della commedia ai massimi livelli, era un giocatore universale.
Se esiste l’aldilà, ora starà giocando su verdi praterie celesti.
09-07-2014
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FINALMENTE…
Era ora che a quel ragazzotto che hanno messo a fare il presidente della Juve, qualcuno dicesse in modo chiaro quello che pensano milioni di italiani.
Andrea Agnelli parla come se tutto gli fosse dovuto ; ricordo due anni fa quando sbraitava e non se ne capiva il motivo, lo si capì dopo il regalo della supercoppa giocata a Pechino, l’arbitro ridusse in nove il Napoli ,dopo rimase in religioso silenzio.
Agnelli aveva bocciato Tavecchio perché ritenuto vecchio, è intervenuto Mario Macalli, il n° 1 della Lega Pro, dicendo le cose come stanno e attaccando Agnelli senza mezze misure : “ per un anno e mezzo la Serie A ha desertato il Consiglio Federale perché voleva più stranieri, oggi vogliono fare lezioni. I disastri non li hanno creati le piccole società ma quelli che in A fanno giocare nelle loro squadre il 60% di stranieri che per il 90% sono pippe. Parlano di seconde squadre ma quanti giovani hanno tirato fuori dai loro vivai? Da me non farebbero neanche i portinai.
Macalli è andato anche sul personale nei confronti di Agnelli . “ Io quando vado a lavorare produco e pago le tasse, lui e la sua famiglia fino d oggi hanno spolpato l’Italia. Cerchiamo di offendere meno, a nessuno è permesso. Non sono unti dal Signore , hanno solo il cognome, senza quello forse andrebbero in un tornio ogni mattina e vediamo quanti pezzi producono in un’ora. Io mangio a casa mia, non mangio con i soldi del governo italiano”.
Concordo pienamente con il signor Macalli e aggiungo che gli Agnelli non hanno mai dato niente al popolo italiano, hanno sempre avuto dallo Stato come dei parassiti, anche attualmente ricevono sovvenzioni nell’ordine di 2-3 milioni al giorno, tutti tirano la cinghia e loro ingrassano in qualsiasi periodo, crisi o non crisi.
10-07-2014
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SCHIAVITU’
A volte i quotidiani riportano delle notizie a cui si stenta credere, ma nell’era di internet è difficile che un episodio possa essere inventato di sana pianta, perché verrebbe subito smentito.
Una bambina birmana di etnia Karen, rapita a 7 anni, era stata venduta come schiava a una famiglia tailandese, la trattavano in modo crudele, la torturavano e la picchiavano tutti i giorni, addirittura per punirla la immergevano nell’acqua bollente, la sua pelle è diventata un insieme di cicatrici talmente deturpata che neanche il più bravo chirurgo estetico potrà mai farla ritornare come prima, le manca mezzo orecchio, glielo hanno tagliato i suoi aguzzini, la facevano dormire nella cuccia del cane.
La sua famiglia era immigrata illegalmente in Thailandia per cercare lavoro, l’avevano trovato nella raccolta della canna da zucchero e quando scomparve la figlia non poterono fare neanche la denuncia perché erano clandestini, dei fantasmi.
Dopo cinque anni è riuscita a scappare e, aiutata dall’ associazione Human Rights and Developement Foundation, ha portato il caso in tribunale chiedendo un risarcimento di 143mila dollari. I due aguzzini sono fuggiti ma i legali cercheranno di aggredire il patrimonio dei responsabili.
Con questi soldi, la bambina potrà costruirsi un futuro e il precedente fungerà da deterrente in futuro per chi si macchierà di colpe simili.
Il problema maggiore è il pregiudizio molto fastidioso da abbattere e il muro d’omertà che coinvolge anche la polizia e l’elite del paese.
Il Dipartimento di Stato americano ha declassato la Thailandia, è considerata tra i peggiori Paesi per quanto riguarda il traffico degli esseri umani. Nel rapporto di quest’anno gli sforzi di Bangkok sono stati definiti “ insufficienti” e grave il coinvolgimento di civili corrotti e di militari conniventi.
John Kerry, Segretario di Stato americano, ha detto che non ci può essere impunità per chi è nel mercato degli esseri umani, sia che si tratti di una giovane ragazza costretta a prostituirsi ,sia costretta a elemosinare per strada
Secondo il rapporto della Casa Bianca, sono più di venti milioni le persone nel mondo che finiscono in schiavitù. Moltissimi sono minori e in Asia la piaga è più grande che altrove.
11-07-2014
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OGNI TANTO UN PO’ DI LUCE
Ieri sera è ritornato Rocco dal processo con l’assoluzione, aveva una condanna a 25 anni per associazione mafiosa e omicidio.
Era incensurato, faceva il barbiere, l’avevano accusato perché un pentito ha “pensato”che lui avesse avvisato i killer.
Dopo cinque anni di carcere, tra regime di tortura del 41 bis e in giro per carceri italiani, l’ultimo l’avevano deportato a Badu e Carros ( Nuoro) in Sardegna, è finito il suo calvario.
Per paradosso deve anche ritenersi fortunato, perché in questi processi di livello industriale è difficile fare emergere la verità, prevale sempre quella della DDA.
In questi casi, spesso elargiscono una condanna per associazione mafiosa per non dare una assoluzione, la quantificano con il carcere già scontato.
Ogni tanto vedere qualcuno che esce è una bella sensazione, felice per lui, piacevole per noi.
12-07-2014
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LA CULTURA CALPESTATA
Tempo fa avevo letto sul mensile “ Il Diario di Siracusa” che il detenuto Alessio Attanasio, ristretto nel regime di tortura del 41 bis, aria riservata e con il 14 bis, aveva avuto risposta positiva dal tribunale di Perugia contro la legge 94/ 2009 e conseguenti circolari ministeriali, sulla limitazioni dei libri, riviste e quotidiani, ma con tutto ciò le direzione delle carceri se ne fregano.
Trasferito al carcere di Novara ( I° lager dei Savoia sulle Alpi) la direzione del carcere gli vieta di avere due libri di Isabel Allende in spagnolo, fa reclamo al magistrato di sorveglianza che gli da ragione, ma la direzione, calpestando l’ordinanza di un giudice e commettendo reato di omissione nell’applicazione di una disposizione di un magistrato, non gli da i due libri.
L’Attanasio fa ricorso al TAR che dichiara l’incompetenza per materia, lavandosene così le mani.
Sembra strano perché tutto ciò che riguarda l’Amministrazione Pubblica li riguarda.
La direzione di Novara è la stessa che gli fermò la lettera che aveva scritto al Papa, sbloccata successivamente dal magistrato di sorveglianza; ne ho scritto anche nel diario.
In Inghilterra gli scrittori e gli intellettuali si sono ribellati a una limitazione del genere, il ministro aveva escogitato la patente di buona condotta, chi non l’aveva non poteva ricevere libri e riviste.
Hanno messo in piedi una petizione e chiesto le dimissioni del ministro. In Italia a parte la tortura del 41 bis, nessuno si è mosso per urlare allo scandalo per la limitazione della cultura.
Al carcere di Ascoli Piceno, nel regime di tortura del 41 bis, avevano proibito la lettura del libro “ Il nome della rosa” di Umberto Eco, il 2 gennaio c’è stata una certa risonanza mediatica, ma nessun intellettuale è intervenuto.
Sembra di assistere alla violenza “legale” delle camere di tortura e i roghi di piazza di un tempo.
Dov’è la società civile che inorridisce per un cane maltrattato e di fronte a barbarie simili fa come la scimmietta che non vede, non sente e non parla? Vergogna !!!
13-07-2014
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LA SVOLTA DEMOCRATICA
Oggi si celebra in Francia la presa della Bastiglia. La rivoluzione francese è stato il seme per la svolta democratica nel mondo.
Furono coniati principi che ancora oggi in certe nazioni non sono applicati, figuriamoci per quei tempi cosa dovevano rappresentare per la popolazione, una liberazione da secoli di oppressione.
In Francia come in tutti gli Stati Europei c’era la monarchia, poi venivano gli aristocratici e il clero che teneva il popolo buono ammonendolo che per loro c’era il paradiso dopo la morte, una bella truffa, mentre il re e gli aristocratici se lo godevano in terra il paradiso.
Senza la rivoluzione francese, forse saremmo ancora sotto la dittatura monarchica e l’oscurantismo religioso in tutta Europa, ci è voluto un altro secolo per arrivare la democrazia come forma di governo, ma l’ importante che sia arrivata.
Come disse Winston Churchill: “la democrazia è imperfetta ma è l’ unico sistema democratico che conosciamo”.
14-07-2014
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LE TRUFFE MEDIATICHE

In questi giorni c’è stata una cagnara mediatica alimentata dal partito dell’antimafia, che ogni tanto deve inventarsi qualcosa per creare la tensione, per giustificare il loro apparato.
Le parole di Leonardo Sciascia sono sempre attuali: “ i professionisti dell’antimafia, per esistere fanno vivere la mafia anche dove non c’è”.
A Oppido Mamertino in provincia di Reggio Calabria, durante la processione i portatori della Madonna si sono fermati in una strada, il maresciallo dei carabinieri del paese ha gridato allo scandalo perché , a suo dire, avrebbe fatto l’inchino ad un boss ottantaduenne che era agli arresti domiciliari.
Subito hanno iniziato le icone antimafia ad accusare a destra e a sinistra; la Chiesa, i politici e i portatori della Madonna.
Nei giorni seguenti hanno gridato che anche in altri paesi succedeva la stessa cosa, ma non hanno trovato nessuno da crocifiggere.
La DDA ha inquisito 25 portatori della Madonna del paese, perché avendo fatto l’inchino possono essere collusi con la ‘ndrangheta.
Tutte le voci fuori dal coro o meglio dire pensiero unico di questo potere trasversale, che con la scusa della lotta alla mafia prosperano nel mantenere i loro privilegi, le loro poltrone e si arricchiscono.
Oggi finalmente esce un piccolo articolo sulla Gazzetta del Sud, un intervista al prete del paese Don Benedetto Rustico, la prima cosa che ha detto è stata che in caso di processo sarà al fianco dei portatori della Madonna perché non hanno fatto niente e non li abbandoneremo.
Ha continuato dicendo una cosa che il sindaco del paese ha avuto paura di dire comportandosi da pusillanime, che la Madonna sono decenni che passa per quella strada e si ferma allo stesso posto, anche quando la famiglia del boss in questione non abitava in quella strada. Questo dimostra che si è voluto creare il caso e il gruppo di fuoco antimafia composto da politici, magistrati, giornalisti e le icone depositarie della verità, hanno aperto il fuoco di sbarramento.
Non c’ è stato un solo politico calabrese che abbia detto una parola. Il terrore che incutono questi signori è uguale a quello dell’ inquisizione, allora c’ erano i roghi di piazza oggi c’ è la gogna mediatica e qualche procedimento penale per eliminare le persone.a in
Don Benedetto Rustico dice: “la mattina vado al bar a prendere un caffè, chi me lo serve ha il figlio in carcere, fa di me un affiliato? Oggi va di moda il prete che fa le manifestazioni, partecipa ai cortei, lancia slogan, io scelgo la strada del silenzio e della mediazione, nessuno in questi giorni ha detto che sono presidente di una cooperativa che si occupa di beni confiscati. Per me la ‘ndrangheta si combatte agendo sull’ humus nel quale si sviluppa. Gli arresti non servono. Quando all’attività della DDA –si criminalizza e basta -.
Nel paese e sui social network sono compatti e in modo incondizionato schierati in difesa di Don Benedetto Rustico, che più di tutti è stato bersaglio di un devastante e umiliato fuoco incrociato.
L’ associazione cattolica diocesana ha fatto un comunicato in cui elogia il parroco: “per aver interpretato, con un vero spirito evangelico, la “Chiesa del grembiule” al servizio degli ultimi senza mai abbattersi, alzando la voce davanti alle ingiustizie, per cui ha anche pagato di persona”.
Su un sito o blog “StoConDonBenedetto dei ragazzi dell’ associazione cattolica della frazione Cannavà di Rizziconi, hanno scritto:”Se la grandezza di un sacerdote si misura davvero dalle opere di carità, e non dal modo di apparire, o da quando siano eloquenti e perfette le omelie, sicuramente caro Don, tu sei un gigante per la Chiesa che rappresenti”.
Una persona cosi apprezzata viene distrutta e messo alla gogna da una concrega che ha incancrenito il paese inquinandolo con il veleno del sospetto, della menzogna mediatica e dal terrore che hanno instaurato nei cuori delle persone.
I vescovi che dovrebbero difendere queste belle persone, si mettono subito sugli attenti per non finire anche loro sulla graticola, pertanto esercitano il loro ministero con la paura nel cuore.
La Chiesa, ormai inquinata da teorie oscurantiste, fa voto di silenzio, lasciando questi agnelli ai lupi famelici della setta antimafia, ormai una sorte di massoneria.
15-07-2014
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PIF
Pif al secolo Pierfrancesco Diliberto, palermitano, conduttore televisivo e ha fatto anche un paio di film-doc.
In un articolo sul Corriere della Sera, nell’ elogiarlo per un suo documentario sulla mafia è stato anche intervistato e ha detto: “Non riesco a capire come sia possibile che i giudici di Palermo non possono arrestare una persona all’estero perché il reato di 416 bis (associazione mafiosa) esiste solo in Italia, è una cosa inconcepibile”.
Quando leggi queste cose ti cascano le braccia a terra, mi viene il sospetto che questo signore non è solo l’ impressione che apparire sfasato fa parte del personaggio ma lo è nei fatti, perché una persona con un minimo di intelligenza si chiederebbe perché un simile obbrobrio esiste solo in Italia?
Ormai dopo oltre vent’anni di catechizzazione questo è il risultato; cosi si può comprendere come Hitler era riuscito a robotizzare i tedeschi e fargli commettere atrocità orribili.
Il 416 bis è un articolo barbarico perché dà ai magistrati la discrezionalità di arrestare chiunque, bastano le parole di un pentito senza bisogno di prove, siccome hanno migliaia di pentiti a busta paga, quando vogliono rovinare qualcuno o mettersi in mostra perché il personaggio ha una nomea e possono avere una risonanza mediatica, subito li chiamano e con il loro aiuto costruiscono l’architettura del processo.
Mi auguro che quanto prima l’ONU intervenga su questo famigerato articolo come è intervenuto nei giorni scorsi sul 41 bis, l’ha classificato tortura, aspetto la documentazione con ansia.
16-07-2014
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LE STRAGI DIMENTICATE
Una volta ho letto su un libro, forse “ L’Arte della guerra”, una frase che recitava così: “ se uccidi una persona sei un assassino, se massacri migliaia di persone diventi una statistica”. Non ricordo se la frase fosse esattamente così, ma il senso era quello.
Lo stesso discorso lo possiamo fare con i grandi dittatori, con un paragone tra Hitler e Stalin, due sanguinari che rimarranno nella storia fino a quando esisterà, ma Stalin solo dopo la morte è stato elevato allo stesso livello di Hitler. I paragoni si possono fare su tanti ,addirittura le religioni hanno santificato assassini certificati.
Ogni tanto viene pubblicato sui quotidiani qualche strage che gli americani hanno commesso nella loro “ liberazione”, sono tante ma vengono taciute, viceversa quelle dei tedeschi vengono esaltate fino al parossismo più estremo.
A Mileto in provincia di Reggio Calabria, 71 anni fa ci fu la strage di Carasace, gli aerei americani bombardarono e mitragliarono i contadini che scappavano nelle campagne. Fu fatto in modo deliberato: uccisero 39 persone, tra cui 13 bambini tra le braccia delle madri, molti furono i feriti.
Tutto faceva parte di una strategia studiata a tavolino dallo Stato maggiore americano, terrorizzare la popolazione per metterla contro Mussolini e accelerare la caduta del fascismo. Se avessero perso la guerra ci sarebbe stata una Norimberga anche per loro.
Nell’eccidio morirono tre sorelline, si chiamavano D’Onofrio, il comune gli intitolerà la nuova scuola dell’infanzia. Finalmente danno il nome a tre anime innocenti e per questo, le si può classificare nell’olimpo degli eroi , essendo che le strade e le piazze sono piene di nomi di autentici criminali, non parliamo poi del meridione dove è vergognoso , perché è pieno di questi personaggi che hanno ridotto il Sud a paese africano, ma vengono lo stesso osannati come eroi.
Gli americani ci hanno liberato dal fascismo, senza di loro la resistenza non sarebbe riuscita a fare niente, ma sono 71 anni che hanno preso il posto dei fascisti e tengono sotto occupazione il paese e non hanno nessuna intenzione di andarsene. Ma la cosa più vergognosa è che nessuno ha il coraggio di dirlo.
17-07-2014
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NON TUTTI I MORTI SONO UGUALI
In questi giorni imperversa su tutti i media quello che sta succedendo in Palestina, ma la cosa più vergognosa è che nessuno è imparziale, tutti parteggiano con Israele.
La guerra l’ha innescata il Primo Ministro israeliano Netanyahu, la morte di quei tre ragazzi è stata un’ occasione che ha preso al volo, non avendo mai digerito l’unità politica ritrovata del popolo palestinese. Subito ha accusato Hamas promettendo che gliela avrebbe fatta pagare cara, anche dopo che erano stati scoperti i veri responsabili, due palestinesi in fuga.
Ha iniziato a fare raid aerei, di rimando Hamas ha risposto con i razzi , l’unica possibilità per rispondere all’attacco, che poi sono solo di propaganda, perché fanno rumore e qualche danno ma non incidono militarmente in nessun modo per fare pressione su Israele.
Dall’altra parte tra raid e cannonate hanno già ucciso 260 persone e 2000 feriti, tra cui 43 bambini, ieri gli ultimi sette : quattro mentre giocavano sulla spiaggia e una nave israeliana ha fatto il tiro a bersaglio, gli altri tre nel centro della città di Gaza.
Con una telefonata avvisano le famiglie di abbandonare le case che saranno bombardate, non fanno nemmeno in tempo ad uscire che subito le colpiscono, uccidendo donne e bambini.
La striscia di Gaza è una prigione a cielo aperto, come lo era il Ghetto di Varsavia, perché non possono usare né il mare, né la terra e né il cielo. Il mare è pattugliato dalle motovedette israeliane, i valichi controllati da israeliani e quelli con il confine del Sinai , dagli egiziani e l’aeroporto di Gaza costretto dagli israeliani a rimanere chiuso. Prigionieri come in un carcere, sottoposti per ogni cosa agli israeliani perché hanno l’embargo totale , per sopperire a ciò scavano tunnel nel confine con l’Egitto per reperire, con il contrabbando tutto ciò che occorre per le necessità primarie. E’ una vergogna planetaria con una omertà peggiore di quella enfatizzata della criminalità
Sentire dei servizi in TV, leggere degli articoli sui quotidiani è nauseante, perché la colpa la danno tutta ai palestinesi. Sono considerati terroristi perché quando sparano i missili e risuonano le sirene, mettono paura alla gente, non potendo dire altro essendo che Israele non ha subito né morti né feriti tra i civili ad eccezione di un soldato ucciso in combattimento nell’avanzata di terra. Ci vuole davvero coraggio per raccontare in questo modo un tiro a bersaglio, dove non si fa differenza tra bambini, donne e anziani.
L’Occidente, come al solito, si comporta come gli struzzi, la stessa cosa faceva quando i nazisti massacravano gli ebrei , a guerra finita poi, fecero finta di indignarsi. La stessa cosa stanno facendo ora con i palestinesi che al pari degli ebrei stanno subendo un genocidio.
Israele possiede un esercito tra i più potenti del mondo, dotato anche di armamento nucleare , come può far credere alle persone dotate di un minimo di intelligenza che la disperazione di un popolo portato all’esasperazione, possa fargli paura ? La sua è solo una strategia per costringerli con la paura e il terrore ad accettare tutti gli interessi israeliani : mai uno Stato palestinese e accettare i confini che hanno tracciato loro e non quelli stabiliti dall’ONU nel 1948.
Un giorno la marea islamica ci chiederà conto di tutto questo e avranno tutte le ragioni per sfogare la rabbia, il rancore e l’odio accumulato per tanti anni di soprusi.
Chi fa male gli ritorna sempre.
18-07-1014
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STORICA SENTENZA
Il tribunale dell’Aja ha condannato l’Olanda per il massacro dei civili a Srebrenica. E’ la prima volta che uno Stato viene processato e condannato per l’azione dei suoi soldati sotto il mandato ONU, è civilmente responsabile della morte di 300 uomini e ragazzi musulmani di Srebrenica. Si erano rifugiati nella base dei caschi blu olandesi, furono espulsi il 13 luglio 1995 per trovare la morte per mano dei soldati serbi.
Non sono stati ritenuti responsabili del massacro degli 8000 civili uccisi dai serbi dopo che era caduta la città.
L’ONU gode di immunità e pertanto tutti quelli che sono impegnati a mantenere la pace e la sicurezza, non possono essere perseguiti.
Questa sentenza è storica perché i soldati,sotto mandato ONU, non potranno più fare tutto quello che vogliono sicuri dell’impunità.
Ricordo che in Somalia si macchiarono di nefandezze di ogni genere, dalle torture alle violenze sessuali, tra cui anche gli italiani. Talmente erano sicuri dell’impunità che fecero foto e filmini.
Già l’anno scorso la Corte Suprema dell’Olanda aveva confermato la responsabilità del proprio paese, nella causa intentata dall’ex interprete dei baschi blu, Hasan Nuhanovic, che aveva perso il padre e il fratello e di un altro uomo, costretti a lasciare la base e praticamente consegnarsi ai carnefici.
Spero che presto inizino a fioccare le condanne anche per gli americani, perché dovunque vanno si comportano come i nazisti in Unione Sovietica che ritenevano gli slavi una razza inferiore
19-07-2014
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L’AFFARE MORO CONTINA
I tasselli della verità sulla morte di Aldo Moro si arricchiscono di un altro capitolo che riguardano gli americani.
Gli americani avevano interesse a fare eliminare Moro perché non volevano che ci fosse il compromesso tra comunisti e democrazia cristiana e siccome era lui l’artefice di questa idea, prima che si potesse realizzare, fu eliminato.
I servizi segreti italiani erano al servizio degli americani perché tengono sotto occupazione il paese da 71 anni.
I magistrati di Roma sono andati in Florida per interrogare Steve Pieczenik, si ritiene uno psichiatra al servizio del suo paese. Ha detto che fu mandato dal governo USA in Italia ad aiutare il ministro Cossiga, all’epoca ministro degli Interni. I suoi superiori della CIA ( doveva essere per forza un agente della CIA) gli ordinarono di non rilasciare l’ostaggio ma di stabilizzare il Paese. Oggi sostiene che l’incompetenza dell’Italia uccise Aldo Moro.
Questo signore la sa molto lunga, prima sponsorizzò, con l’aiuto del partito comunista, la linea della fermezza, poi, in un libro di un giornalista francese, intitolato “ Abbiamo ucciso Moro”, affermò che aveva contribuito con fermezza all’eliminazione del Presidente.
Ritiene le brigate rosse dei dilettanti perché con l’uccisione di Moro hanno accelerato la loro autodistruzione.
Il quadro dell’omicidio Moro si sta delineando, credo che non passerà molto tempo ancora affinché
non esploderà tutta la verità.
Comunque ritengo che la morte di Moro possa essere classificata come “ omicidio di Stato” e che le brigate rosse siano state manipolate e usate.
Gli americani sono bravi a trovare esecutori che non li conducano a loro, l’hanno fatto anche con John e Bob Kennedy e in tante parti del mondo.
20-07-2014

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FINALMENTE VEDONO LA LIBERTA’

Stamane mentre vedevo la rassegna stampa in TV, sul quotidiano IL TEMPO, in prima pagina c’èra un articolo sull’arresto di una magistrata. Questa signora si chiama Schettini ed era talmente baldanzosa che diceva che lei era più mafiosa dei mafiosi, durante l’arresto ha gridato che la carcerazione preventiva è un male per la società e le carceri son un inferno.
I PM conoscono le carceri solo dagli uffici dove interrogano, talmente è diventata un’abitudine
arrestare le persone che hanno perso quel senso di umanità che dovrebbe essere parte di chi applica la legge, anzi per mettersi in mostra cercano sempre di moltiplicare il numero degli arrestati. Questo dimostra che il sistema corporativo li ha messi fuori dalla realtà senza nessuna empatia con i loro datori di lavoro; il popolo che pagando le tasse gli paga gli stipendi più alti d’Europa e molteplici privilegi, ma la loro resa è l’ultima del nostro continente, mentre hanno portato la giustizia dietro i paesi africani. Se parli con loro, la colpa è degli altri e non la loro, che i dieci milioni di processi arretrati non sono colpa loro, gridano sempre all’indipendenza anche quando gli volevano far firmare il cartellino come per tutti i dipendenti dello Stato, non parliamo poi di toglierli qualcosa dallo stipendio come è stato fatto a tutti i dipendenti pubblici. L’hanno ritenuto un attentato nei loro confronti e subito i loro colleghi della Consulta gli hanno ridato fino all’ultimo centesimo con tutti gli interessi.
Ormai parlare di loro come degli inquisitori della Chiesa è qualcosa di reale essendo che si comportano come tale.
Il potere ha bisogno di tenere a bada il popolo, la magistratura è un’ottima istituzione per reprimere e terrorizzare.
21-07-2014

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