Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Il sistema penitenziario e le sue regole… di Angelo Meneghetti

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Ecco un altro testo di Angelo Meneghetti, detenuto a Padova, che ci invia spesso le sue riflessioni dal carcere di Padova.

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Nelle carceri italiane sta continuando una silenziosa “mattanza di suicidi”, ma il Ministro della Giustizia, Andrea Orlano, si appresta a divulgare che l’emergenza delle carceri è superata, e richiama gli stati generali sul sistema penitenziario. Dire che l’emergenza è superata vuol dire ignorare la situazione disastrosa di come sono obbligati a vivere ogni giorno i detenuti, “in una situazione degradante e inumana”, dove è violata qualsiasi regola.

Qualsiasi persona che deve scontare la sua pena, pensa di trovare in carcere “una cella vuota”, ma così non è. 

Si è costretti a pensare almeno di trovare un posto letto, per non dormire con il materasso a terra, come avviene, tranne per quei detenuti sottoposti: “al cosiddetto regime del 41 bis”, che lì le regole, almeno “il posto-cella”  è applicata alla lettera, anche se ci sarebbe da discutere all’infinito per la brutalità del cosiddetto carcere duro del 41 bis. Per via del sovraffollamento, tutti i detenuti comuni “media sicurezza” stanno scontando la loro pena in modo disumano. Si è obbligati a stare in celle con più persone, anche se la cella è adibita per una sola persona. Sono regole senza senso. Condividere il posto-cella con persone anche di etnie diverse che non riescono nemmeno a comunicare fra loro, e, per diverso tempo, tutto questo ti è imposto con la forza e la prepotenza. Questa situazione reale, le persone che la subiscono appena condotti in carcere, sia nella casa circondariale, e anche nelle case di reclusione. Nei primi giorni la vivibilità è intollerabile e, con il passare dei giorni, ci sono detenuti la cui pena da scontare si allunga per via dei rapporti disciplinari o per qualche denuncia, perché vogliono delle condizioni di vivibilità più umane. Certi detenuti la fanno più breve, non pensano di allungarsi la pena da scontare, perché scelgono la strada più breve impiccandosi alle sbarre. 

Negli ultimi mesi, in diverse carceri, hanno disposto di tenere aperte le celle di giorno, in modo che i detenuti possano muoversi nella sezione dove sono ubicate le celle, ma in sostanza non serve a nulla, se non c’è spazio adeguato. Il problema resta per quanto riguarda i passeggi, dove si dovrebbero trascorrere le ore d’aria, perché ci sono troppi detenuti.

Poi esiste il problema di chi è stato condannato alla pena dell’ergastolo “fine pena il 31.12.9999″ (vedete che la data di termine pena non è sbagliata). 

Nel nostro Paese esistono due tipi di ergastolo: quello normale, dove il detenuto è destinato a non essere mai un uno libero. E c’è quello ostativo, dove il detenuto è destinato a rimanere in cella fino all’ultimo giorno della sua vita, salvo che non si collabori con la giustizia. Le regole del sistema penitenziario sono violate giorno dopo giorno. Per queste violazioni il nostro Paese è stato condannato più volte dal Tribunale dei diritti dell’uomo di Strasburgo “C.E.D.U.”. 

A parte tutto, non bisogna dimenticarsi del comportamento svolto “con immensa sensibilità ed umanità” all’interno delle carceri da parte dei volontari esterni, che si occupano delle minime necessità dei detenuti. Anche i volontari che vivono nella società per bene, trovano diversi “paletti” all’interno del carcere per svolgere la loro genuina volontà ad aiutare chi veramente ne ha bisogno. Tutto per certe regole a volte applicate in maniera errata. Non bisogna dimenticarsi che i volontari all’interno delle carceri, a tutt’oggi, svolgono un ruolo anche di mediazione tra chi dovrebbe occuparsi della tutela e del reinserimento dei detenuti. Sono ruoli che dovrebbero svolgere gli educatori. “In certe carceri sono figure di cui difficilmente si vede la presenza”, anche se i detenuti scrivono decine di richieste, “le cosiddette domandine”, ormai il ruolo dell’educatore va ben oltre i confini delle regole penitenziarie, trascurando il fabbisogno dei detenuti. Gli educatori forse si dimenticano che la maggioranza dei condannati hanno già subito tre gradi di giudizio, e del quarto se ne occupa il Magistrato di Sorveglianza. Se mai il loro ruolo è solo di accertare se il condannato ha raggiunto il limite per accedere alle misure alternative o ai permessi premio.  Si dimenticano che il carcere dovrebbe fare in modo che il processo di reinserimento dei condannati nella società abbia subito inizio e non attendere che il detenuto arrivi a pochi mesi alla sua fine pena per accedere a qualche ora di libertà con un permesso premio, così non è un giusto reinserimento. Va ricordato agli educatori che il giusto reinserimento va fatto a 360 gradi per tutti i detenuti e non, come avviene per certe categorie di condannati, “ai pupilli, raccomandati e quelli che non si sa”, all’interno di un carcere dove i reclusi sono tutti uguali e a tutti va fatto il giusto trattamento per accedere alle misure alternative per il corretto reinserimento nella società. Non bisogna dimenticarsi che i volontari svolgono un ruolo importante e rimangono gli unici che veramente incontrano i detenuti, capiscono che all’interno delle carceri c’è tanta miseria, e svolgono la loro beneficenza con immensa umanità. Auguriamoci che il Ministro della Giustizia richiamando gli stati generali sul sistema penitenziario, faccia sì, che tutte quelle persone della società esterna che si occupano di portare quella sensibilità e umanità all’interno delle carceri, non incontrino ogni volta quei divieti e quei paletti di certe regole applicate a volte con diversi criteri. Non dimentichiamoci di fare presente al Ministro di Giustizia che la condanna dell’ergastolo e le regole per la sua applicazione hanno poco a che vedere per un Paese civile e democratico, e dunque l’ergastolo è a rimanere una pena di morte mascherata, e va abolito, se si vuole un miglioramento della Giustizia del nostro Paese.

Padova 20/09/2014

Angelo Meneghetti

Consigli efficaci… di Giovanni Leone

Leone

Giovanni Leone, detenuto a Voghera, è una presenza storica e preziosa di questo Blog.

Ci sono caterve dei suoi bellissimi disegni in archivio, e anche tanti suoi testi.

Giovanni Leone ha un’ “anima bambina”, un senso di delicatezza estrema coltivato negli anni, e la spinta a trasmettere bellezza e speranza alle persone, a incoraggiarle a vivere una vita autentica.

Oggi pubblico queste sue riflessioni.

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Essendo  imperfetti tutti, a volte abbiamo bisogno di consigli.

Il sapiente esorta:

“Ascolta il consiglio e accetta la disciplina per divenire saggio nel tuo futuro”.

Anche se a volte dare consigli non è una prerogativa degli anziani, spesso sono gli anziani a darle per le loro abitudini moderate, e la serietà nella mente e nel cuore, la fede e la perseveranza.  che siano di abitudini moderate, seri di mente nella mente, nella fede e nella perseveranza.

Siamo spinti a volere dare consigli che gli altri possano accettare, senza sentirsi umiliati, in modo da aiutare a farli riflettere.

Consideriamo tre fattori che influiscono sull’efficacia dei consigli:

L’atteggiamento e i motivi di chi li da’. Quello su cui si basano e il modo in cui vengono dati.

L’efficacia di un consiglio dipende molto da chi lo da’. Riflettiamo. Quand’è che più volentieri accettiamo un consiglio? Quando sappiamo che chi ce lo dà, ci vuole bene, non sta caricando su di noi la sua frustrazione e non ha secondi fini.

Non dovrebbe dirsi la stessa cosa dell’atteggiamento e dei motivi che abbiamo quando consigliamo altri? Inoltre i consigli efficaci si basano sulla parola solare. 

Siamo che citiamo direttamente la Bibbia o no, ogni consiglio dovrebbe avere una base strutturale. Perciò gli anziani badano di non imporre la propria opinione e di non torcere le scritture per fare sembrare che la Bibbia sostenga qualche idea personale.I consigli sono anche più efficaci se vengono dati nel modo giusto.

Un consiglio dato con gentilezza rispetta la dignità altrui ed è più facile da accettare.

In conclusione, la parola è un prezioso dono di Dio. L’amore per lui dovrebbe indurci a usare bene questo dono.

Ricordiamo che le parole che le parole che pronunciamo hanno il potere di edificare o di abbattere.

Sforziamoci dunque di usare questo dono intendeva colui che ce l’ha dato, cioè  “per edificare”.

Così le nostre parole saranno una benedizione per chi ci sta intorno e ci aiuteranno a rimanere nell’amore di Dio e del prossimo.

Ricordando l’Asinara… di Sebastiano Primo

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Pubblico oggi un testo che Sebastiano Primo ha scritto a settembre del 2012, ricordando la sua esperienza nel super carcere dell’Asinara negli anni ’90.

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Mi chiamo Sebastiano Primo, sono nato a Nuoro il 29 luglio 1964 e con questa breve testimonianza vorrei descrivere, se è possibile farlo con la penna, il periodo di detenzione che ho trascorso nel carcere dell’Asinara dal 3 ottobre 1995, data del mio arresto, al mese di luglio del 1997, cioè fino alla chiusura di quel piccolo lager che, in termini di sospensione dei diritti umani, ha poco da invidiare ai più famigerati penitenziari di Abu Grahib in Iraq o all’ancor più noto carcere di Guantanamo, messo anch’esso in piedi dal governo americano per rinchiudervi i “nemici combattenti” catturati in Afghanistan.

Dunque, all’alba del 3 ottobre del 95, mentre mi trovavo a governare il mio gregge che in quel periodo come al solito aveva cominciato a figliare, sono stato arrestato con l’accusa di avere partecipato ad un tentativo di rapina avvenuto circa un mese prima ai danni di un furgone portavalori e che si era concluso con la morte di quattro uomini, due militari e due ragazzi che avevano preso parte all’assalto. Nel pomeriggio di quello stesso giorno, dopo un passaggio alla questura di Nuoro, mi ritrovai nell’isola dell’Asinara, rinchiuso in una cella delle struttura adibita al 41 bis. Ricordo perfettamente che in quel giorno indossavo un paio di pantaloni neri in velluto liscio, scarponi di pelle dello stesso colore a cui subito furono tolti i lacci, una maglietta intima e, sopra di essa, un maglioncino verde che dava un tocco di colore al resto degli indumenti e, soprattutto, al mio volto terreo che in quel momento rifletteva il turbine di sentimenti che attraversava il mio animo.

Il lucido ricordo che ho dei capi di abbigliamento che indossavo quel giorno deriva dal fatto che essi sono stati gli unici indumenti che ho indossato giorno e notte per i seguenti otto mesi, cioè fino alla primavere del 96, quando è stato concesso ai miei familiari di farmi un pacco postale, contenente, oltre ad un paio di tute, un accappatoio, un asciugamano e mutande e calze che da tempo non usavo più, essendomisi putrefatte addosso. Quei primi otto mesi di galera nel carcere dell’Asinara non sono stati duri solo per averli trascorsi n condizioni di totale abbrutimento dal punto di vista igienico, ma anche per il fatto che in quel periodo sono stato colto da un fortissimo mal di denti “curato” con la somministrazione di un’aspirina al giorno e che, dopo una decina di giorni, mi ha spinto a tentare il suicidio, non riuscito solo per il fatto che le calze usate come cappio, logore dall’uso, non hanno retto il mio peso. Inoltre, a queste prevaricazioni, va aggiunto il non secondario fatto che, ogni qualvolta riuscivo ad addormentarmi, venivo svegliato  dallo scuotere dello spioncino metallico o dalla battitura su esso delle enormi chiavi delle porte blindate. Questo accanimento su di me derivava dal fatto che durante gli interrogatori a cui venivo sottoposto e nonostante le profferte di benefici, denaro e libertà, in cambio della collaborazione con gli inquirenti, mi avvalevo della facoltà di non rispondere, un mio diritto sancito dal codice di procedura penale, e il mio mutismo li faceva imbestialire.

Credo di essere riuscito a sopravvivere a quelle torture fisiche (poiché non mi sono state risparmiate neanche quelle) e psicologiche solo grazie al fatto di essere cresciuto in un ovile barba ricino e le regole che vigono in quell’angolo di mondo mi hanno temprato alla lotta e a soffrire in silenzio. Oggi, dopo 17 anni dal giorno dell’arresto, sono ancora dentro un carcere da dove inutilmente, notte dopo notte, tento di disfarmi di ricordi che l’inconscio si ostina a riportare a galla.

Per quel che può valere faccio presente che, al momento dell’arresto, ero incensurato e che il reato di cui ero accusato non prevede ora, né tantomeno lo prevedeva allora, la detenzione nel braccio del 41 bis dove sono stato illegalmente detenuto per circa due anni.

Termino questo breve scritto augurandomi che questa testimonianza, insieme ad altre più corpose, più interessanti e dettagliate di questa e che mi auguro andranno a formare un libro, venga letta e diffusa tra i lettori di ogni angolo di questo Paese per fare conoscere, e di conseguenza evitare per il futuro, le torture subite da me e da un altro centinaio di persone relegate nelle isole dell’Asinara e di Pianosa dal 1992 al 1997, cioè in un periodo dove di fatto ad un pugno di uomini è stato sospeso ogni diritto costituzionale, non abbia più a ripetersi.

Padova, settembre 2012.

Recensione di Marcello Dell’Anna del libro di Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro

GIUGNO 2014:GIUGNO 2008

Oggi pubblico questa recensione che il nostro Marcello Dell’Anna ha scritto su “L’assassino dei sogni”“Lettere fra un filosofo e un ergastolano” di Carmelo Musumeci e del grande filosofo Giuseppe Ferraro, edito  da Stampa Alternativa – Nuovi Equilibri.

Tante volte c’è stata la presenza di Marcello Dell’Anna in questo Blog. Marcello è una di quelle persone che è riuscita a trasformare il male in occasione di rinascita e riscatto. Comunque per presentarlo, cito adesso le parole con cui lui, in due note biografiche, ha descritto se stesso.

“Nato il 4 luglio 1967, a Nardò (Lecce). Ha vissuto sino ad oggi nelle patrie galere oltre 25 dei suoi 47 anni. Detenuto ininterrottamente da oltre ventidue. Sconta una condanna all’ergastolo presso il reclusorio di Badu e Carros, Nuoro; è sposato ed ha un figlio di 26 anni. E’ una attivista contro la “pena-di-morte-viva”, oggi vigente in Italia, ossia “l’ergastolo ostativo”. E’ un detenuto con il cruccio della lettura, dello studio e della scrittura. Nel corso degli anni di detenzione, infatti, gli sono stati conferiti diversi Encomi per meriti e comportamenti distinti, Diplomi di scuola superiore e, nel 2012, ha conseguito col massimo dei voti la laurea in Giurisprudenza. Ha scritto due libri e diverse pubblicazioni. “Quando però sei un condannato all’ergastolo, il trasformarti in una persona migliore e diversa da quella che eri prima, a volte, diventa per “qualcuno”…”una questione di secondaria importanza”; in fondo, sei sempre un ergastolano…”

La recensione di Marcello, come vedrete, non è una semplice recensione. 

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La lettura del libro mi ha coinvolto, nella stessa misura in cui io e Carmelo ogni giorno eravamo intenti a domandarci perché lo Stato ci tiene in vita quando per contro ci ha condannati ad una “pena di morte viva”.

I pensieri del prof. Ferraro mi entravano nella pelle, nella stessa misura in cui quando mi scriveva le sue lettere mi faceva vivere con lui, respirare con lui, pensare con lui in una dimensione elevata che oltrepassava mura e frantumava cancelli.

I loro discorsi scatenano forti emotività perché riflettono momenti che vivo sulla mia pelle ogni giorno, di ogni anno, di ogni decennio, da oltre 22 anni. Discorsi quelli tra Carmelo e il prof. Ferraro che viaggiano ad un livello superiore del normale relazionarsi.

In questa mia recensione non voglio analizzare il libro come farebbe chiunque, ma dargli quel valore che merita attraverso un commento a quella che è oggi la “pena-di-morte-viva” in Italia. Un commento scritto da chi quella pena non la sconta ma la subisce ogni attimo.

Ebbene, inizio col dirvi che, secondo me, davvero poca gente conosce gli effetti della violenza fisica e psicologica che subisce una persona detenuta stando in galera da oltre un ventennio. Parliamo di ergastolo dunque. Di quello “ostativo” intendo. Una pena che pochi ne comprendono il senso. Occorre superare il decennio dietro le sbarre affinché una percezione reale della cosa permanga la tua psicologia e la tua carne. Il corpo invecchia in fretta, la mente perde di lucidità, i gesti sono rallentati. La prigione a vita, una “macchina di violenza” un brutalizzo morale, una giustizia mascherata di vendetta. Scontata nei regimi speciali di massima sicurezza diventa poi “un inferno sulla terra”.

Molto spesso cerco di scavare in profondità, negli abissi e negli orrori della vita in prigione e mi accorgo che non è facile farlo… La vita ha le sue luci e le sue ombre. La prigione no! Il carcere ha il puzzo mefitico dei luoghi oscuri, e, molto probabilmente, state già dicendo che me lo sono meritato. Ma questo non è un razionale giudizio è solo una razionale e meritata equazione.

Mi permetto perciò di farvi riflettere e vi domando: perché trovate giusta questa mia “pena-di-morte-viva” che ha la cinica e spietata raffinatezza di uccidermi ogni giorno di ogni anno, per sempre. E perché, invece, non trovate il coraggio di uccidermi subito e all’istante.

Io sono pronto. Io sono qui. Non ho paura della morte, tanto quanto voi non avete paura di chiedere giustizia ma vendetta. Quindi, se è la vendetta che vi appaga, allora facciamola breve. Preferisco morire subito. Non ha senso farmi invecchiare in prigione per poi liberarmi.

Dei miei quarantasette anni, e da quando ne avevo 20, ne ho passati in prigione oltre 25, rimanendo in libertà per soli diciotto mesi.

Non mi sono mai piegato al sistema, non ho mai cercato di farmi scorciatoie, sconto la mia pena con sofferenza e dignità, non subisco il fallimento, non mi faccio spersonalizzare, annientare, annullare.

Mi ritengo un carcerato ma facente parte dell’Elite della popolazione detenuta, di quella migliore riuscita dal sistema dei carcerati che riescono a vincere ogni annichilimento del crimine sul crimine. Una vittoria, per esempio, tanto da aver raggiunto la piena consapevolezza di aver arrecato del male a delle persone e al consorzio sociale, perciò oggi cerco riscatto ed emenda, sperando di riparare al male commesso.

Il paradosso del nostro diritto penale, dal quale derivano i mille mali e le mille afflizioni del sistema carcerario, è che l’ergastolo, in specie quello “ostativo”, non soddisfa nessuna sete di giustizia, ma solo quella della vendetta, tesa ad oscurare, a nascondere, ad annientare. E qui comincia l’orrore…

Perché “l’incarcerazione a vita” amputa vite, sfascia le menti, degrada gli animi. Molti “carcerati a vita” subiscono gli effetti di questo “progressivo deterioramento” del corpo e della mente, senza mai più guarire, altri lo vincono e si temprano fino a diventare più duri dell’acciaio che li rinchiude.

Purtroppo, l’ergastolo è concepito per smidollare e corrompere la persona, spezzare e brutalizzare ogni animo. Nessun sistema di punizione che pretende da un essere umano di rinunciare alla sua umanità può mai lavorare per il bene comune. Viola la fibra universale dell’anima su cui le grandi civiltà si sono costruite.

Tuttavia, noi non viviamo in un Paese che prova a risolvere i suoi problemi delle prigioni. Persino solo presumerlo è utopistico. L’orrore implicito può essere che tutti ormai viviamo dentro i tessuti gonfi di un corpo politico infracidito di cattiva coscienza, così cattiva che la risata di una iena riecheggia da ogni televisore, con il rischio di diventare il nostro vero inno nazionale.

Tutti siamo colpevoli per aver permesso che il mondo intorno a noi diventasse più brutto e sciapo ogni anno che ci siamo arresi al terrore delle nostre prigioni sprofondandoci dentro.

La misura del progressivo imprigionamento della società può essere trovata al suo fondo, nella situazione dei penitenziari veri. La cattiva coscienza della società viene messa a fuoco sotto la lente ustoria del penitenziario.

Ecco perché nel nostro Paese nessuno parla di migliorare le prigioni – che sarebbe come dire di farle passare attraverso qualche prodigiosa trasformazione, come un rospo in un principe azzurro- ma solo di rendere più forti la legge e l’ordine. Ma questo non è più fattibile del sogno di una remissione in un paziente malato di cancro. Ma non si otterrà legge e ordine senza una rivoluzione nel sistema carcerario.

Io, la mia rivoluzione, l’ho trovata leggendo libri e studiando sin da quando sono nei circuiti speciali, fatti più per togliere e non per dare.

Solo con un leggero sussulto del cuore potete immaginare come dev’essere vivere da soli con una fame così grande e acquisire la “carne e le ossa della cultura” senza il brodo. Ho cercato di osservare il mondo attraverso i libri per capirne l’incanto, dato che nel “mondo libero” ho vissuto solo per poco tempo.

Conosco la prigione come il traghettatore conosce il passaggio per l’Ade. Ma il mondo, lo conosco solo attraverso i libri. Mi è sempre piaciuto servirmi di un “pasto eccezionale”. Ho lacerato ”la carne della cultura” con le mie mani, ho spezzato “le ossa del sapere” con i miei denti.

Le mie idee, molto probabilmente, come un credo religioso, risiedono nei valori “della vita, della libertà e del perseguimento della felicità”. La libertà e la giustizia per me sono ossigeno. Sicuramente ho forgiato queste mie idee, per cui oggi scrivo a voi tutti, nel dolore e nei danni fatti alla mia carne e ai miei nervi da una vita passata in prigione…spero di poter un giorno scrivere e leggere con il gusto di assaporare “il pasto della libertà…”.

Marcello Dell’Anna

Lettere dal di fuori… da Patrizia a Carmelo

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Oggi pubblico una lettera inviata a Carmelo dalla sua amica Patrizia.

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lunedì 8/9/14

Ciao Carmelo, mi dispiace di rattristarti, ma con te butto fuori quello che sento e penso veramente. Anche con la mia psicologa, ma ad altri, che non ci riesco proprio più. Ho conosciuto troppa falsità. Non mi dire, ti prego, di riavere fiducia nel mondo, perché preferisco vivere con un po’ di titubanza, non tutti ascoltano per consigliarti o tirarti su, anzi, non so quanto ascoltano.

Le persone che ascoltano non è che ce ne siano molte. Molte cose andrebbero meglio penso!!!!
Il carcere dell’Asinara non si può definire triste. Torturare le persone.. non può esistere un regime così. E’ rabbrividente, da gelare la schiena. Si può  solo provare un senso di dolore forte al cuore. Non voglio immaginarti lì. Lo cancello. Perché mi fa sentire la gola secca e una gran voglia di aprire la finestra, urlare, che vergogna!!!!

Ci sono tante voci, ci saranno sempre voci che diranno quello che hai passato. Spero con l’anima un giorno di sentire la tua voce, anche per telefono “sono libero”. Questo per me è la cosa più importante. Santo cielo. Ma anche loro saranno papà, nonni. Cioè punire è giusto, ma la punizione non è perseverare, perché se no uccidi anche tu una persona. Io sono contraria alla punizione a lungo tempo, ma cercano di spezzare l’animo?

Se no è pazzia. Dopo 24 anni, ma cos’è??

Mancano i forni crematori. Ma qui è anni che dicono che l’Italia è un Paese democratico, se no sono tornati indietro anni luce, almeno per quanto riguarda gli ergastolani fine pena mai.

Carmelo, sai, per capire le privazioni, le sofferenze, e tutto il dolore bisogna averlo provato, se no si ha un cresta intono al cuore. Non capiscono!!!! Oppure, essere persone oltre, intelligenti, sensibili e concrete.

Spero solo che esci, che torni a vivere!!!! Con la tua famiglia che ti ama. I tuoi versi sono molto, non trovo parole. Poche righe. 24 anni concentrati, un quarto di vita se uno ha la fortuna di vivere cent’anni. Se no può essere una vita intera!!!

Ricorda i figli che amano, amano per sempre. Mia mamma e mio papà, anche alla mia età sono stati i miei più grandi amori. Li rivivrei, Dio solo sa quanto, eppure non sono stata una figlia perfetta!!

Ciao Carmelo, non mollare mai, mai.

Un abbraccio cara Patrizia

Lettere tra Uomini Ombra

Amorsero

La redazione di Ristretti Orizzonti ha lanciato la campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi.

Questa è una iniziativa che condividiamo e appoggiamo pienamente anche noi.

Per aderirne o saperne di più potete andare su   www.ristretti.org o www.carmelomusumeci.com.

In questo testo che ci ha girato Carmelo, è presente uno scambio di lettere da lui avuto con Salvatore, detenuto a San Gimignano.

La storia che Salvatore racconta è emblematica… per avere espresso un atto di tenerezza verso la moglie incinta, si innescò un meccanismo che, nei fatti, come vedrete, lo portò a essere trasferito in Sardegna e a non potere, per diverso tempo, vedere la moglie e il figlio, che nel frattempo era nato.

Suo figlio poté vederlo solo dopo un anno.. e questo.. per un semplice atto affettuoso.

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LETTERE TRA UOMINI OMBRA DELLE CASE DI RECLUSIONE DI SAN GIMIGNANO E PADOVA

 

Lettere fra “Uomini Ombra” delle Case di Reclusione di San Gimignano e Padova

Quasi tutti i giorni, mi sento un uomo ombra e un fantasma. Oggi, invece, mi sono sentito un padre e un nonno perché mi sono venuti a trovare mia figlia e i miei due nipotini Lorenzo e Michael con la loro madre Erika. È stato il primo colloquio che ho fatto nell’area verde del carcere con i miei due nipotini. Prima mi era vietato perché Lorenzo e Michael erano colpevoli di essere nipoti di un nonno detenuto in “Alta Sicurezza”. Per qualche ora mi sono sentito sereno e felice a  giocare con i miei due nipotini. Mi hanno fatto venire anche il fiatone perché non ci ero più abituato a giocare con i bambini all’aria aperta.

 (Fonte: diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com).

Da quando la redazione di “Ristretti Orizzonti” ha lanciato la campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi, molti prigionieri hanno iniziato a scriversi. Come una volta. Fra un carcere e l’altro per raccogliere le firme da inserire nel sito www.ristretti.org . E grazie a questa iniziativa hanno iniziato a scriversi anche gli uomini ombra (come si chiamano fra loro gli ergastolani). Rendo pubblica la lettera di Salvatore del carcere di San Gimignano.

 Caro Carmelo, ho raccolto tutte le firme della mia sezione e le ho spedite a Ornella Favero nella sede esterna di Ristretti Orizzonti, via Ciotolo da Perugia, 35, 35138 Padova. Questa iniziativa mi ha fatto venire in mente un episodio di tanti anni fa quando ero detenuto nel carcere di Palermo. Avevo mia moglie incinta.E mentre dietro al bancone la consolavo per darle conforto in maniera affettuosa toccandole la pancia per sentire muoversi il bambino, la guardia mi aveva richiamato a  stare giù con le mani. E lo aveva fatto ad alta voce ed in maniera brusca, facendo capire chissà che cosa a tutte le altre persone presenti nella sala colloquio. Ci siamo sentiti osservati. E mia moglie era diventata rossa ed anch’io mi ero vergognato (penso persino per la creatura che doveva nascere) e non ci ho più visto. Alla guardia gliene ho detto di tutti i colori. E l’ho mandata pure a quel paese. Mi hanno sospeso il colloquio. Poi mi hanno punito con il regime di sorveglianza particolare. E come se non bastasse mi hanno trasferito in un carcere della Sardegna dove per ovvi motivi di distanza e finanziari non ho più visto mia moglie ed il bambino che nel frattempo era nato.

Silvio l’ho visto solo quando aveva già compiuto un anno. E tutto per colpa di un gesto affettuoso scambiato fra poco più che adolescenti in attesa di un bambino. Adesso mio figlio ha appena compiuto venti anni e proprio l’altro giorno gli ho raccontato questo episodio. E spero che finalmente anche in Italia fanno una legge per stare con la propria famiglia in un ambiente riservato.

Salvatore.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova 2014

Uno stato che non rispetta la legalità- Francesca De Carolis intervista il Andrea Pugiotto

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Andrea Pugiotto è  professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Ferrara. Ed è in prima fila nelle battaglie di civiltà per i miglioramento della situazione dei detenuti e per il superamento dell’ergastolo.

Pubblico oggi una intervista -già uscita sulla rivista “Una Città” (http://www.unacitta.it/newsite/index.asp), fattagli da Francesca De Carolis, amica e bravissima giornalista, e autrice del libro “Urla a bassa voce”. 

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Nel numero di ottobre della rivista “Una città”, questa mia intervista ad Andrea Pugiotto, che è costituzionalista e molto si batte per il miglioramento delle condizioni del carcere e per l’abrogazione dell’ergastolo. Un bellissimo intervento, il suo… ascoltate:

Quando e perché ha scelto di fare della questione carceraria e in particolare dell’ergastolo non solo il suo filone principale di studio, ma anche una vera e propria battaglia civile?

Provo a rispondere muovendo da un dato giuridico. Nel nostro ordinamento penale esiste un principio secondo il quale, quando si ha il dovere giuridico di impedirlo, non evitare un reato equivale a cagionarlo. Analogamente, avere una competenza (cioè un sapere) e non fare nulla, è un grave peccato di omissione o, per noi laici, una grave responsabilità personale. Nasce da qui, da questa consapevolezza, l’urgenza non solo di studiare e di scrivere, ma anche di trovare strumenti inediti ed efficaci in grado di veicolare il proprio sapere in una battaglia di scopo.

Non accade spesso fra i membri dell’Accademia…

Non saprei dire. E comunque, in questo, ognuno risponde solo a se stesso: nel mio caso la circolarità tra l’impegno scientifico e l’impegno civile era un esito pressoché obbligato. (…)Da costituzionalista, infatti, ho sempre pensato il diritto come violenza domata, e la Costituzione come regola e limite al potere. Visti da tale angolazione, il carcere e le pene rappresentano indubbiamente un campo d’indagine privilegiata, un banco di prova tra i più impegnativi per misurare la distanza tra la dimensione ontica del diritto, la sua effettività, e la dimensione deontica del diritto, il suo dover essere. O, se preferisce, tra il diritto vivente e il diritto che insegno.

Iniziamo dall’ergastolo, al cui superamento lei ha dedicato un’attenzione tutta particolare. Un tema impopolare, senza parlare del luogo comune difficile da scalfire: “l’ergastolo in Italia non esiste più”.

Sul tema dell’ergastolo, ma vale in realtà per tutti i principali problemi che ruotano attorno alle pene e alla loro esecuzione, è davvero larga la forbice tra il senso comune e la realtà delle cose. Ecco perché è fondamentale la parola, lo scritto, il dibattito pubblico, la capacità di creare momenti di riflessione non reticente: tutte occasioni capaci di colmare la distanza abissale tra l’opinione omologata, la doxa dominante, e la consapevolezza delle cose, l’epistème. Quante persone sanno, ad esempio, che in Italia esistono non uno ma più tipi di ergastolo? Quante sono al corrente che, a settembre 2014, dietro le sbarre si contavano 1576 ergastolani dei quali 1162 ostativi? Parlo di ergastoli al plurale perché, accanto a quello comune contemplato nell’art. 22 del codice penale, presentano un proprio regime autonomo ed una propria ratio l’ergastolo con isolamento diurno (art. 72 c.p.) e l’ergastolo ostativo (per i reati previsti all’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario). Di ergastolo nascosto si deve poi parlare per l’internamento dei rei folli negli ospedali psichiatrici giudiziari che, di rinnovo in rinnovo, spesso si traduce in una detenzione senza fine. Degli attuali 1576 ergastolani, molti sono reclusi da oltre 26 anni, che pure è il termine raggiunto il quale è possibile accedere alla liberazione condizionale, anche se si sta scontando una pena a vita. Altri addirittura sono in carcere da più di 30 anni, che è la durata massima per le pene detentive. Quanto agli ergastolani ostativi (e sono almeno 681), sono condannati a morire murati vivi, perché per essi – salvo non mettano qualcuno al loro posto, collaborando proficuamente con la giustizia – le porte del carcere non si apriranno mai. Mi (e vi) domando: dobbiamo forse attenderne la morte in carcere, per affermare che queste persone stanno scontando una pena senza fine?

L’ergastolo, però, è già stato sottoposto a giudizio, sia costituzionale, mi riferisco alla sentenza n. 264 del 1974, che popolare con referendum radicale del 1981. Tutte e due le vote ne è uscito confermato.

Quanto a quel voto popolare contrario all’abrogazione dell’ergastolo, come per ogni altro referendum la vittoria del no non produce alcun vincolo giuridico, perché solo la vittoria del  - con conseguente cancellazione della legge – è in grado di innovare l’ordinamento. Semmai, il fatto che la Corte costituzionale abbia allora dichiarato ammissibile il quesito, ci dice che l’ergastolo non è una pena costituzionalmente necessaria: le leggi il cui contenuto è imposto dalla Costituzione, infatti, non possono essere sottoposte a referendum abrogativo. Da ultimo, vorrei ricordare che anche la sovranità popolare si esercita «nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1, 2° comma) e se l’ergastolo è una pena illegittima, non basta a metterlo in sicurezza un voto referendario.

Ma la Corte costituzionale, ricordavamo, ha escluso che il “fine pena mai” violi la nostra Carta fondamentale.

Quella sentenza di rigetto, che risolveva un problema gigantesco con una motivazione di sole tremila battute, giuridicamente, non preclude la riproposizione della questione di legittimità dell’ergastolo. Da allora, infatti, il quadro costituzionale è mutato: pensi, ad esempio, all’introduzione in Costituzione nel 2007 del divieto incondizionato della pena di morte (art. 27, 4° comma), che molto ci dice sull’illegittimità di pene irrimediabili e che eleva a paradigma la finalità risocializzatrice cui tutte le pene «devono tendere», come enuncia l’art. 27, 3° comma. La stessa giurisprudenza costituzionale, nel tempo, ha valorizzato in massimo grado questo vincolo di scopo, che non può mai essere sacrificato integralmente ad altre diverse finalità, arrivando anche, con la sentenza n. 161/1997, a dichiarare illegittimo l’ergastolo per i minori. Infine, quella sentenza di quarant’anni fa diceva cose che, oggi, andrebbero rilette con maggiore attenzione di quanto finora è stato fatto.

Ci spiega?

La ratio decidendi di quella decisione è che l’ergastolo non viola la Costituzione perché non è più pena perpetua, potendo il condannato a vita beneficiare della liberazione condizionale, istituto che estingue la pena restituendo il reo alla libertà. Con tutto il rispetto, si tratta di un sofisma. Equivale a dire che l’ergastolo esiste in quanto tende a non esistere. Rovesciato, quell’argomento dimostra che una reclusione a vita è certamente incostituzionale: dunque, tutti i condannati che per le ragioni più varie hanno scontato l’ergastolo fino a morirne, sono stati sottoposti a una pena che la Costituzione respinge. E’ accaduto. Accade anche oggi. Continuerà ad accadere, finché sopravvivrà la previsione legislativa di una pena perpetua.

Perché, allora, in tutti questi anni, l’ergastolo non è mai stato cancellato dal codice penale?

Perché le pene, la loro tipologia, la loro durata, rappresentano un formidabile «medium comunicativo», come dice Giovanni Fiandaca, manipolabile ad arte e catalizzatore di ansie sociali, E’ un serbatoio cui la politica attinge a piene mani per rispondere simbolicamente alla paura percepita dal corpo sociale. Ma dal quale si tiene alla larga, quando si tratta di restituire al diritto penale cornici edittali più ragionevoli di quelle attuali, o se si tratta di mettere in discussione un sistema penale tolemaicamente costruito attorno al paradigma della pena detentiva. Difficile, in questo contesto, che l’ergastolo, cioè la massima tra le pene, possa essere cancellato da un voto, parlamentare o referendario, entrambi suggestionabili ad arte.

Infatti lei ha indicato come strada alternativa l’incidente di costituzionalità davanti alla Consulta. E a questo scopo ha elaborato un atto di promovimento (pubblicato nella rivista Diritto Penale Contemporaneo e che è anche in appendice al volume Volti e maschere della pena curato con Franco Corleone). Perché questa strada dovrebbe riuscire dove hanno fallito legge e referendum?

Pre-vedere come i giudici costituzionali risponderebbero a rinnovati dubbi di legittimità sull’ergastolo va oltre le mie capacità. Tuttavia, diversamente da un voto politico, so che il loro giudizio andrà argomentato secondo coerenza logica e giuridica, sarà guidato da un principio di legalità costituzionale che ha una sua logica stringente non inquinabile da ragioni di opportunità. Riducendo l’essenziale all’essenziale: i giudici delle leggi rispondono alla Costituzione, non al consenso popolare. Compito del giudice che impugna la legge è argomentare persuasivamente perché il carcere a vita, cioè a morte, si collochi fuori dall’orizzonte costituzionale delle pene. In ciò la dottrina giuridica può dare il suo contributo. Dopo di che, vale la massima «fai ciò che devi, accada quel che può».

Può sembrare un atto di sfiducia nella logica democratica, fatta di partiti, confronto parlamentare, leggi approvate a maggioranza…

Capisco l’obiezione ma la respingo. Nasce dall’ubriacatura di questi ultimi vent’anni a favore di una mera democrazia d’investitura, quasi che gli strumenti della sovranità popolare si risolvano esclusivamente nel voto periodico, inteso come delega a una forza politica, a sua volta riunita attorno al capo di turno che tutto prevede e a tutto provvede. La democrazia liberale, disegnata nella nostra Costituzione, è molto più ricca e articolata. Prevede la rappresentanza politica, ma anche la seconda scheda referendaria, il pluralismo associativo, l’esercizio delle libertà civili, la rivendicazione dei propri diritti per via giurisdizionale. La sovranità popolare, in altri termini, si esercita continuamente attraversotutti questi canali di partecipazione. Tra essi c’è anche la via della questione di costituzionalità, laddove ne ricorrano le condizioni di ammissibilità previste dalla legge.

La via giurisdizionale come forma complementare di partecipazione politica, dunque?

In un certo senso è così. Per la condizione carceraria, ad esempio, il processo di riforme introdotte nell’ultimo anno da Governo e Parlamento è stato messo in moto da importanti decisioni giurisdizionali sui diritti dei detenuti, pronunciate dalla Corte di Strasburgo e dalla Corte costituzionale, sollecitate opportunamente da singoli detenuti o da giudici chiamati, altrimenti, ad applicare norme illegittime. Diversamente, tutto sarebbe rimasto come prima. Spero accada, e presto, anche per l’ergastolo.

Più in generale, comunque il diritto esige sanzioni per condotte penalmente illecite, pene detentive, anche dure…

Premesso che la pena è un male necessario, senza il quale sarebbe a rischio l’esistenza stessa dell’ordinamento e, con esso, le condizioni minime necessarie a una convivenza pacifica, va fatta salva una precisazione, in verità decisiva. La nostra Costituzione ammette la forza di cui lo Stato ha il monopolio ma nega la violenza. E lo fa proprio con riferimento alle situazioni in cui il soggetto è nelle mani dell’apparato statale: se è costretto a una qualunque restrizione di libertà (art. 13, 4° comma), durante l’esecuzione della pena (art. 27, 3° comma), quando è sottoposta a un trattamento sanitario obbligatorio (art. 32, 2° comma). I tanti obblighi internazionali che pongono il divieto di trattamenti crudeli, inumani, degradanti, e ai quali l’Italia è egualmente vincolata ora anche per obbligo costituzionale (mi riferisco all’art. 117, 1° comma), chiudono questo cerchio normativo. Ecco il punto: quando la pena minacciata dal legislatore, irrogata dal giudice, eseguita dalla polizia penitenziaria sotto il controllo della magistratura di sorveglianza, travalica il confine che separa la forza dalla violenza, non è più una pena legale.

 E questo è proprio quello che accade nelle nostre carceri sovraffollate, come ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo, condannando l’Italia per il divieto di tortura sancito dall’art. 3 della CEDU.

Esattamente. Anche qui urge una precisazione, per me decisiva. Affrontare il problema «strutturale e sistemico», per dirla con i giudici di Strasburgo, di galere colme fino all’inverosimile, non significa fare fronte a un problema umanitario, né essere chiamati a un sussulto di civiltà o a un obbligo morale. Quello che abbiamo davanti, e di cui il sovraffollamento è solo il lato più visibile, è innanzitutto un problema di legalità. La sua soluzione, dunque, non è una scelta dettata da buonismo o affidata a valutazioni di opportunità politica. E’, semmai, un vero è proprio dovere costituzionale cui non possiamo sottrarci. Pena, altrimenti, un micidiale cortocircuito ordinamentale.

 Quale?

Quello per cui, mentre condanna un soggetto ad espiare una pena per aver violato la legge, è lo Stato che contestualmente viola la propria Costituzione, la CEDU, l’ordinamento penitenziario e finanche il suo regolamento di esecuzione. E’ un cortocircuito micidiale perché, a riconoscere che lo Stato non rispetta la propria legalità sono i suoi stessi organi apicali: sul problema del sovraffollamento carcerario, per esempio, i richiami più severi sono venuti dal Presidente della Repubblica, dalla Corte costituzionale, dal Primo Presidente della Corte di cassazione. La stessa Presidenza del Consiglio, con propri decreti, ha proclamato nel 2010 e reiterato negli anni successivi lo stato di emergenza in ragione dell’attuale condizione carceraria. Sono state addirittura emanate apposite circolari ministeriali che riconoscono il problema dei troppi suicidi dietro le sbarre, la violazione della capienza regolamentare nelle carceri, il problema di una carente assistenza sanitaria per i detenuti. Se questo è il quadro, corriamo il serio pericolo che il reo diventi vittima, perdendo così la consapevolezza della propria condotta antigiuridica, percepita come minuscola davanti a una illegalità statale tanto certa quanto vasta. 

Lei fa molti incontri in carcere e in carcere, è entrato più volte. Che percezioni ne ha ricavato?

Entrare in un carcere, anche se occasionalmente, è un’esperienza sconvolgente. Varchi uno, due, tre, più cancelli che, ad ogni passaggio, si richiudono rumorosamente alle tue spalle. Gli odori, i suoni, i colori, gli spazi, i visi che incroci – del detenuto, dell’agente penitenziario, dei familiari di detenuti, il più delle volte mogli, madri, sorelle fuori dal carcere in attesa di entrare per i colloqui – ti si imprimono nel ricordo. E’ come se tutti i tuoi sensi acuissero la loro capacità di percezione. Fondamentalmente, è un’esperienza che ti mette in contatto con il dolore più sordo, quello che sembra non avere né rimedio né speranza. Per quanto mi sia sforzato, non riesco minimamente a realizzare che cosa siano, quotidianamente, il tempo dietro le sbarre, l’assenza di spazio, la convivenza coatta tra detenuti, l’amputazione della sessualità come libera scelta.

Dove trovare le parole per far capire a chi non ha visto, per raccontare…

Nella letteratura spesso riesco a trovare le parole capaci di raccontare del carcere ciò che altrimenti non saprei personalmente narrare. Adriano Sofri, su tutti, ha questa straordinaria dote. Penso ai suoi libri più carcerari: Le prigioni degli altri (Sellerio), Altri Hotel (Mondadori, 2002), alcune pagine di Piccola posta (Sellerio, 1999) e quelle sull’ergastolo in Reagì Mauro Rostagno sorridendo (Sellerio, 2014). Tra le mie letture più recenti, ho trovato coinvolgenti alcuni romanzi che ruotano attorno all’esperienza del carcere, guardata con occhi diversi: lo sguardo del detenuto che è entrato e uscito di galera (Sandro Bonvissuto,Dentro, Einaudi, 2012), lo sguardo dei figli di madri detenute che hanno vissuto i loro primi tre anni di vita dietro le sbarre (Rosella Postorino, Il corpo docile, Einaudi, 2013), lo sguardo dei genitori di figli detenuti in regimi di massima sicurezza (Francesca Melandri,Più alto del mare, Bur, 2012). Per capire l’ergastolo, poi, i libri di Nicola Valentino, Carmelo Musumeci e – senza alcuna piaggeria – le testimonianze da lei raccolte Urla a bassa voce (Stampa Alternativa, 2012) sono stati per me letture fondamentali.

 La scrittura e la lettura, in effetti, possono essere chiavi d’accesso a una realtà, come quella del carcere, altrimenti sconosciuta.

E’ vero, ma c’è anche dell’altro. Le parole “libro” e “libertà” derivano dalla medesima radice:liber. Ci aveva mai fatto caso? Io la trovo una coincidenza fantastica. Non è una bizzarria, allora, se in altri paesi per ogni libro letto in detenzione è prevista una riduzione della pena da scontare. Del resto, non si è sempre detto che la lettura è una forma di evasione?

 

La situazione delle carceri d’Italia? Leggendo la rassegna stampa, sembra di leggere un bollettino di guerra

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Un’altra interessante riflessione di Angelo Meneghetti, detenuto a Padova.

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In questi giorni, leggendo la rassegna stampa di Ristretti Orizzonti, emerge la situazione disastrosa di diverse carceri d’Italia. Addirittura si legge che: la casa di reclusione di Rossano (RC) vigile costantemente “l’ombra di una specie di Guantanamo”. Oltretutto è stata fatta una denuncia da parte della parlamentare PD Enza Bruno Bossio, che nel corso di una visita interna alla struttura penitenziaria aveva scoperto situazioni inammissibili, violenze  e condizioni di vivibilità impossibili per i detenuti (articolo di Matteo Lauria sul quotidiano “Il Garantista” del 4 settembre 2014). Oltretutto in quell’articolo ci sono le iniziali di un signore di 38 anni che racconta “le vili aggressioni subite” e svela alcuni misteri, denunciando “i pestaggi avvengono in isolamento”. In altre carceri ci sono detenuti che si uccidono impiccandosi. Nel nuovo carcere di Trento in pochi mesi si sono tolti la vita tre detenuti, e su questi episodi si sono acesi i riflettori sul carcere e sulle condizioni di vita al suo interno. E’ una scia di suicidi che stanno avvenendo in diverse carceri della penisola e non solo. Anche nell’isola della Sardegna. 

Leggendo queste cose mi vengono in mente i vecchi ricordi di dialoghi con diversi detenuti, fatti nell’arco della mia carcerazione, “2o anni trascorsi in questi luoghi di cemento e di ferro. Dicevano sempre che le carceri italiane, con questo sistema, peggioreranno. Ovviamente il pensiero e la speranza della maggioranza dei detenuti sono sempre quelli di vedere un cambiamento e un miglioramento di vivibilità di questi infernali luoghi.  A volte sembra impossibile che avvenga tutto ciò nel nostro Paese, considerato uno Stato di diritto, democratico e civile. Ma nelle prigioni italiane di democratico e civile c’è ben poco. Quello che manca è proprio quella sensibilità umana che dovrebbe esserci. Se una persona da giovane ha fatto degli errori “dovuti al, la giovane età”, il carcere dovrebbe essere la scuola per il giusto reinserimento nella società,  ma no è così. Tutto ciò è dovuto a certe regole e, pensandoci bene, sono regole senza senso. Ad esempio: se la cella è adibita per una persona, perché con la forza e la prepotenza in quella cella ci devono stare 3 o 4 persone per diverso tempo, addirittura di etnie diverse che non riescono nemmeno a comunicare tra loro. E’ qui che manca il senso di umanità di un Paese democratico e civile, anche se nell’Ordinamento Penitenziario si parla dei diritti dei detenuti e di tante altre belle cose che non sono applicate alla lettera. Ma c’è di più. I detenuti hanno il Magistrato di Sorveglianza che dovrebbe tutelarsi. E’ qui che nasce il conflitto, perché questa persona, rappresentando anche le istituzioni, copre un doppio ruolo, e i due ruoli si vanno contraddicendo l’uno con l’altro. Tutti i reclusi delle carceri italiane sono obbligati a rivolgersi al Magistrato di Sorveglianza, specialmente per chi vuole accedere ai permessi premio e ad altre richieste di necessità, e se applicasse alla lettera quello che c’è scritto sull’Ordinamento Penitenziario, le carceri italiane non sarebbero luoghi degradanti e inumani come realmente sono oggi. Basterebbe che ogni Magistrato di Sorveglianza applicasse alla lettera l’art. 69 dell’Ordinamento Penitenziario (funzioni e provvedimenti del Magistrato di Sorveglianza) legge 26 luglio 1975 n. 354.

Non voglio aggiungere altro. Basta leggere l’Ordinamento Penitenziario “e norme complementari”. In questo periodo si discute moltissimo, in Parlamento, circa la nuova riforma della giustizia, e si spera che ci sia un cambiamento sul versante dell’esecuzione penale e del reinserimento dei condannati. Dopotutto la maggioranza dei detenuti che hanno sulle spalle diversi anni di carcerazione, dicono e pensano in questo modo: “E’ il carcere che dovrebbe fare in modo che il processo di reinserimento abbia inizio. I permessi premio non sono regali o premi come vogliono farci pensare. Essi sono solamente una parte integrante del processo di reinserimento del detenuto. Se non ci sono i permessi, non può completarsi tutto il percorso di reinserimento del detenuto. Cose che spesso sono sottovalutate dai Tribunali di Sorveglianza”. Vogliamo che questo Paese sia veramente democratico e civile e con il giusto senso di umanità?

Padova 12/09/2014

Angelo Meneghetti

In memoria di Pianosa… di Rosario Indelicato

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Questo testo venne scritto alcuni anni fa. Da una delle persone che furono detenute nel supercarcere di Pianosa.

Una delle due supercarceri.. quella di Pianosa e quella dell’Asinara.. che fecero furore all’inizio degli anni 90 e che adesso qualcuno vorrebbe riaprire, dopo che, nel 1997, furono chiuse.

E che adesso qualcuno vorrebbe riaprire.

Quel qualcuno forse non sa, o non vuole sapere, cosa furono Pianosa e l’Asinara.

Ci eravamo già occupati di questa questione.

Questo di Rosario Indelicato è uno dei testi più emblematici in tal senso.

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In memoria di Pianosa

(di Rosario Indelicato)

Grazie. Buonasera. Io sono stato arrestato nel 1992 a maggio. Mi trovavo nel carcere de l’Ucciardone, nella seconda sezione. Successero le stragi. Dopo l’ultima, ero ristretto nella seconda sezione con altri detenuti. Non avevo addirittura neanche l’associazione di stampo mafioso. La notte dopo la strage ci vengono a prendere alle tre di notte: “dobbiamo fare la perquisizione”, allora dico: “Mi devo preparare, devo prendere qualcosa?”. “No, no, vada nel cortile che dopo la perquisizione risalite tutti”. “Va bene”. Scendo addirittura con un paio di jeans e una camicia e mi buttano lì nel canile, perché così chiamano le celle di isolamento. Dopo tre ore cominciano ad arrivare carabinieri, polizia, finanza. “Ma cosa sta succedendo?”, penso. Ci caricano sopra ai blindati, ci portano all’aeroporto di Punta Raisi e da lì a Pisa. A Pisa con gli elicotteri militari. Ricordo un particolare, terrorizzato com’ero dalla visione del carcere che non avevo ancora fatto, un capitano dei carabinieri contava i detenuti ammanettati sull’elicottero con la pistola, così…: uno, due, tre, quattro, per comunicare agli altri quanti eravamo sull’elicottero.

Arrivati a Pianosa, c’era qualcuno di noi più vecchio che già immaginava cosa potesse succedere. Io, invece, ero ignaro. Sinceramente non avevo la cultura del carcere pesante. Comunque  ci portarono nelle celle, diciamo nella Grippa. Passò un giorno e l’indomani cominciò l’inferno. Di tutto: legnate, manganellate, acqua tirata, sputi, spinte, fatti cadere a terra. C’era di tutto e di più. Ricordo che si cercava di normalizzare la situazione facendo fare delle denunce ai propri famigliari. Ricordo che venne addirittura la Maiolo, venne Taradash, vennero altri politici ma durante il giorno della loro visita era tutto normale perché le guardie, dietro di loro, ci imponevano di stare zitti per cui nessuno, per timore, diceva cosa ci facevano. La cosa durò per mesi. Io lì ce ne feci cinque anni un mese e venti giorni proprio contati. Io ho brutti ricordi, brutti ricordi e dico solo che la violenza è generatrice di violenza e se ad una persona tu levi la libertà, le levi tutto e non c’è più bisogno di usare violenza su quella persona che magari si vuole riscattare, ma ancor di più quando la persona viene infangata nell’onorabilità come è nel caso di molti siciliani, di molte persone. Lasciamo stare queste cose che poi ne sono uscito a testa alta da tutti i processi. Il discorso invece è un altro. Lo Stato che si è prestato a queste direttive che trovo vergognose. Mi devono spiegare perché su di me si è fatto un crimine perché per questo crimine non sta pagando nessuno, anche se ho denunciato gli artefici di questi abusi. Volevo rispondere al Dottor Palma della commissione europea che in Italia pur avendoli condannati, non hanno espiato un giorno di pena e si ritrovano attualmente a lavorare all’interno del carcere, per cui, dico io, non cambia niente. In Spagna e in Italia le cose non cambiano, tanto è vero che poi non c’è stato più luogo a procedere. Per quattro denti mi hanno portato dal dentista e questo dentista, seduto là, fece. “togliete le manette al detenuto”. “No, no, operi così”. “Guardi che deve anche sciacquarsi”. “No, no, operi così e basta, stia zitto”.

E allora si misero in sette otto di loro, chi con le pinze chi con lo scalpello, con gli arnesi diciamo per tirare il dente perché questo medico ha avuto paura e questo è nella mia denuncia. Questo medico ebbe paura e allora diete luogo a sistemare il dente, ma comunque non capì quello che stava facendo, tanto è vero che ha  rovinato quello buono e lasciato quello cattivo. Alla fine mi ha detto: “Fra 15 giorni ci vediamo e completiamo il lavoro”, ma vidi che era più terrorizzato di me. Quindi venni messo sul blindato (andavamo fuori dalla sezione Agrippa, ci portavano in un carcere dove c’erano gli ergastolani che però andavano a lavorare fuori), messo sul blindato e venni massacrato. Questo il 22 dicembre 1992. Ero stato portato lì il 20 di luglio. Figuratevi quello che avevo passato.

Mi portarono in cella, massacrato. Passarono 3 giorni, arrivò Natale e mi portano patate bollite con la pasta condita con la margarina fredda, tutte cose appiccicate. Presi le paste e le buttai –tant’è vero che i primi mesi persi 16 chili- buttai la pasta, non volli mangiare andai a letto. Dopo, il 27 mi vennero a prendere. Ogni volta non volevamo uscire dalla cella per non prendere legnate. Sistematicamente tutte le volte c’era la perquisizione corporale, dovevamo fare piegamenti perché dovevano vedere se eventualmente si nascondesse qualcosa nelle parti intime. Dovevamo aprire la bocca, ci infilavano le dita nelle orecchie, tutto quello che potevano… Ma sicuramente dovevano esserci le istruzioni, le direttive di qualche psicologo o psichiatra, perché non erano persone intelligenti quelle che si adoperavano a fare queste cose, per cui le direttive dovevano esserci dall’alto.

Il 27 dicembre, come dicevo, mi portarono dal comandante e il comandante guardò i miei mandati di cattura, già ne avevo tre, e disse: “Guardi che lei ha una brutta posizione”. Io, sempre con la testa bassa, con le guardie dietro, davanti, risposi: “Guardi che la cosa non mi tocca se lei pensa così, perché lei sui di me non può dare nessun giudizio, questo lasciamolo decidere ad un tribunale e vedrà che la mia onorabilità verrà pulita nuovamente, non infangata come in questo momento”. Il Direttore: “Ma lei vuole andare a casa?”. “No, no, io a casa non ci voglio andare, io le chiedo solamente di finirla con questa vessazioni, queste legnate, queste torture, queste cose. Guardi che io a casa ci andrò a tempo debito2. Lui non fece nessun cenno e disse: “Può andare”. Quando mi girai e già stavo uscendo dalla porta seguito dagli… diciamo aguzzini, non li voglio neanche chiamare guardie per non infangare chi veramente fa questo lavoro con rispetto verso l’umanità, il Direttore mi disse: “Sa Indelicato se ha ricevuto minacce a casa…?”. Risposi: “Son 13 mesi che non faccio colloqui. Sa perché non faccio colloqui? Perché mia moglie, ogni volta che viene qua, viene vessata più di me, perché deve passare le perquisizioni corporali, deve fare i piegamenti, deve fare tutto. Mia moglie che non c’entra niente, i miei figli che non c’entrano niente con queste torture. E allora io, siccome sono stato scelto come agnello sacrificale, preferisco subirle io, per cui qua colloqui non ne faccio. Quindi lei sa meglio di me se io, visto che c’è la censura, posso ricevere informazioni in merito a quello che mi sta dicendo. Se così è e hanno fatto questo abuso…”.

Perché, che cosa fece questo direttore? Mi chiese se avevo ricevuto minacce a casa, tipo incendi, cose varie. Ma io ovviamente non lo potevo sapere. Me ne sono andato. Però questo pallino, questa idea mi rimase in testa. Quella era una mossa psicologica, perché loro ti smontavano, volevano creare il pentito. Questa è la realtà. E questo hanno fatto, perché ci sono state persone che si sono pentite e persone che si sono pure uccise. E persone che, forse la dico grossa, le hanno costrette o le hanno proprio uccise loro, perché uno non può tacere su quello che vedeva.

Per cui andai in cella e cominciò tutta ‘sta trafila. Era il 27 dicembre e non ricevevo neanche la posta, mi avevano bloccato tutto. Feci il telegramma perché volevo che venisse l’avvocato. E il telegramma non partiva. La risposta non arrivò, perché il telegramma non partiva. Comunque sto due mesi malissimo, proprio non ci stavo più con la testa. Poi ci fu un detenuto della mia sezione che andò al colloquio e lo pregai di chiedere che il suo avvocato si mettesse in contatto con il mio per vedere se poteva venire e darmi delucidazioni in merito a quello che mi avevano detto. E venne. Mi disse: “No guardi, tutto a posto, tranquillo”. Dissi: “Va beh, ho capito”. Si trattava di un altro tipo di tortura. Ma al pomeriggio mi portarono tutta la posta che era un bel po’ di lettere, di telegrammi, di auguri di amici, fratelli e così via.

Le altre torture erano: uscivo dalla cella, si doveva correre per circa… il primo braccio – io mi trovavo alla nona -, il primo braccio era 15 metri, c’erano altri 15 metri per arrivare al cancello dell’aria e lì, sistematicamente, si mettevano 20 di loro, o 15, o 30, dipende da chi voleva partecipare al gioco. Allora ci facevano levare le scarpe, ce le facevano buttare a terra, ci facevano la perquisizione, poi andavamo a prendere le scarpe e qualcuno dava una pedata. Andavamo a prendere le scarpe e chi ci metteva la manganellata, chi la pedata, chi la spinta, chi ci sputava, chi ci buttava l’acqua; si scivolava nella curva ed erano botte nuovamente. In una di queste tante  giornate passate così, ci fu una guardia che mi disse “Lei quando esce all’aria, quando esce dalla cella non deve correre. “Guardi, io non lo capisco se corro, se ho corso, perché non ho più cognizione di causa di capire quello che faccio”. “No, lei non deve correre. Prego si accomodi”. Apre il cancello, quello di dietro mi mette una pedata nella schiena, cado all’interno dell’aria, lui chiude il cancello e mi incastra il ginocchio destro che poi mi sono operato una volta finito lì, diciamo la pena, la situazione. Comunque, questa fu una delle tante.

Un’altra fu che nella perquisizione ci fu uno che fece un atto eroico e io non so come ringraziarlo. Prese lo scroto e lo tirò talmente forte che mi staccò una vena all’interno. Caddi a terra e lì ci fu un altro pestaggio. Mi alzai ma non poteva fare più niente: ero una noce dentro un sacco, non potevo parlare, perché il fatto che avessi il processo a Marsala mi comportava che loro mi trasferivano e dalla relazione volevano che arrivasse il chiaro di tutto, che io non parlavo con nessuno, che non facevo nessuna denuncia, sennò erano problemi seri.

Ritornai lì e comunque persisteva sempre questo stato di cose: trovai vetro nella pasta, trovai detersivo nella pasta, trovai un preservativo nella pasta, presi sputi in faccia nella notte quando mi venivano a svegliare. Andavo allo spioncino a chiedere che volessero e, nel momento in cui mi affacciavo, mi dicevano: “Come si saluta’”. Dicevo: “Buona notte…”. “Come si saluta’”. Dicevo: “Buona notte…” e seguiva lo sputo: “Buona notte signore”. Allora dicevo: “Buona notte signore”. Andavo a letto e non spegnevano più la luce per cui le zanzare facevano festa.

Poi un giorno ebbi delle coliche renali, mi presero, avevo bisogno del medico, mi ci portarono, e mi prescrisse che dovevo bere tre litri d’acqua al giorno. E loro cos’hanno fatto? Mi hanno preso, mi hanno portato nelle celle d’isolamento, mi hanno dato un litro d’acqua al giorno. Mi piegavo per il dolore perché non resistevo a stare in piedi e non appena mi abbassavo veniva qualcuno di loro e mi diceva: “Alzati, devi stare in piedi se no… non c’è neanche gioia a vederti abbassato che ti attutisti il dolore”. Nel mentre lui andava via, mi riabbassavo perché questo stiramento mi faceva stare un tantino meglio. Queste sono state alcune delle migliaia e migliaia e migliaia di situazioni che mi sono capitate nella detenzione a Pianosa.

Ricordo che una volta dovevo andare al colloquio, allora loro mi vennero a prendere all’aria e mi hanno detto: “Lei deve andare al colloquio”.”Io qua sono, pronto”. Non ci avevo niente. Non ci avevano fatto prendere niente a Palermo. Dicono: “Vada in cella, che poi la veniamo a prendere”. Va bene, vado in cella, esco dalla cella, mi metto le mani al muro che mi dovevano fare la perquisizione, perché questa perquisizione prima era fatta manualmente e poi ti dovevano passare al metal detector. Passo questa perquisizione e uno mi fa: “Ma lei, quando esce dalla cella – ci eravamo visti un minuto prima- come dice? Non saluta?”. “Ho detto buongiorno poco fa quando sono uscito, poi mi siete venuti a prendere, vi ho salutato, sono entrato in cella e vi ho risalutato, sono qua, vi ho detto buongiorno”. “No, no, no. Come si dice?”. A me il “buongiorno signore” non mi usciva, non ce la facevo. Quel “buongiorno signore” non mi usciva e io, sistematicamente prendevo le legnate. “Vi ho detto buongiorno” ripetei, sempre con le mani al muro e allora, da sotto le bracci che tenevo alzate, mi arrivò un pugno qui, nell’occhio. Io ho fatto il pugile da professionista e lo so quello che significa prendere le botte, ma quante ne ho prese lì… manco in vent’anni di pugilato ho preso tutti i pugni che ho preso lì. Va bene. Mi si gonfia l’occhio. Vengono a maniche nude con le unghie sporche, perché quelle erano sporche, perché molti erano anche sardi, napoletani . Mi prendono…

Non sono un razzista però queste persone mi ricordo essere più umane.

Mi prendono uno per un braccio e uno per l’altro, stringono forte e mi entrano le unghie nelle carni, comincia a sanguinare il braccio, mi portano nella saletta, mi fanno rispogliare, mi rivesto e mi ripresento al grande pubblico che erano mio fratello e mia moglie. La situazione è stata disastrosa, io non riuscivo manco a contenere la rabbia, avevo paura di qualche reazione scomposta di mio fratello, anche se solo uno sguardo potesse nuocere a loro, allora dissi: “State calmi, non è successo niente, state tranquilli che piano piano ci rimettiamo”.

In questo modo loro facevano capire ai famigliari… C’era qualche famigliare che diceva: “Ma se tu hai qualcosa da raccontare, la racconti e te ne esci”. Cioè cercavano di fare pressione sui famigliari affinché a loro volta la facessero a noi. Comunque ho fatto colloqui di due minuti: ti portavano là e poi: “Signora si deve preparare perché il mare si sta mettendo brutto, deve partire”. “Ma guardi che sono arrivata ora…”. “Signora non insista, prego si accomodi . Due volte me l’hanno fatta questa discussione. Un minuto… Ogni volta mi costava tre milioni fare venire per un colloquio, uno al mese.

Io, una cosa mi ricordo, ecco perché la voglio porre all’attenzione: non sono tutti così i sardi, però ce n’era uno in particolare che… Gianluca Valletta. Abbiamo fatto n processo e non l’hanno manco condannato, cioè l’hanno condannato ma non ha neanche scontato la pena. Questo ogni volta che arrivava con il carrello nella sezione diceva: “Forza porci, da che si mangia, dai che si mangia. Affacciatevi tutti, porci”. Andavo per prendere il pane e “Levati di mezzo”. “Ma il pane me lo devi dare”. “Togliti”. Mi toglievo e me lo buttava a terra, e dovevo raccogliere il pane… 

Un’altra cosa che mi ricordo e me la ricordo perché… crdetemi ne sono passati di anni  però sono cose che non riesco a cancellare. Il fatto era che lavavi la cella, il giorno, la mattina, tutto bello e sistemato perché  per un detenuto occupare il tempo, lavare qualcosa, lavare qualche indumento, lavare la cella, fare le pulizie significa non oziare, occupare il tempo e non pensare a come ti va a finire, a quanti anni hai da scontare… Lavai la cella la mattina, rientrai dall’ora d’aria che erano le 11.00, presero un prodotto, non so cosa, lo buttarono dentro, gli occhi mi bruciavano e mi fecero: “Era sporca, comincia a ripulire la cella”. Ma questo capitava…

Dentro le docce, dentro le docce era che s’entrava come mandrie, come i tori quando passano attraverso… (anche perché ci chiamavano così), attraverso il valico. Avevamo il tempo di bagnarci, insaponarci e loro chiudevano l’acqua: “Fuori, avanti un altro… avanti un altro”. Gente anziana che soffriva di queste cose. Chi scivolava. Insomma, sono tante le cose… Non riesco a delineare tutto e a raccontare, ma c’è da parlare pure molto di quanta cattiveria c’è all’interno. Si sono fatti dei crimini che non hanno una giustificazione.

Credetemi, io da incensurato non dovevo essere portato lì a Pianosa: che c’entro io a Pianosa e che c’entra quello che ha la pena definitiva? Se il carcere deve essere rieducativo non c’entra nulla la repressione. Ma con chi la fanno la repressione? Con quelli che sono dentro e che non si possono nemmeno difendere?

Io ho avuto come avvocato in Cassazione l’onorevole Alfredo Biondi che venne qui a Piombino per presentare l’appello in Cassazione e disse a mia moglie: “Signora guardi che suo marito lì non ci può stare, suo marito è un semplice indagato e lì non ci può stare, vedrà che le cose cambieranno”. Per undici volte ho avuto rinnovato il 41 bis, il dottor Margara, ogni volta che me lo rinnovavano e io mi appellavo, il tempo di arrivare le carte a lui e mi facevano la traduzione qui nel carcere di Sollicciano, e arrivava nuovamente la carta che me lo rinnovavano. Ma come? Io non ero mai stato in carcere, non avevo mai avuto sequestri di beni, non ero stato nemmeno sottoposto a vigilanza. Il guardasigilli… Io avevo passato tutte queste cose mentre ero un semplice incensurato, perché alla fine si evince che “il soggetto non collabora”. Ma che devo dire, che volete sapere di me che io non so? Vi rendete conto di come viene amministrata la giustizia? Alla fine la giustizia viene amministrata da gente che non ne è degna?

Vi ringrazio.

(…..)

Ricordo che feci un colloquio e volli vedere mia figlia dopo 16 mesi, una bambina di appena 6 anni. Allora mia moglie la preparò e la portò. Io avevo il processo a Termini Imerese. Ero arrivato a Termini Imerese da qualche giorno in traduzione da Pianosa, smagrito. Feci subito la domandina e feci un telegramma chiedendo a mia moglie di portare la bambina che la volevo vedere. Il giorno del colloquio andai nella saletta per due posti, e c’era anche Pippo Calò. Entrai e vidi che c’erano mia moglie e mia madre. Chiesi dove fosse mia figlia. Mia moglie disse: “E’ qui sotto, nascosta”. C’era il muretto  e poi tutto il vetro fino al soffitto; allora mia figlia salta su per farmi uno scherzo, mi vede e si aggrappa a mia moglie e comincia a piangere: “Portami via, questo non è papà, non è il mio papà”, a gridare, a piangere. Ho detto loro di andarsene per non rovinare il colloquio all’altra persona che era nella saletta e che aspettava come me questo momento. 

Perché si perdeva tantissimo tempo prima dei colloqui e nelle traduzioni. Nelle traduzioni pensi che arrivi là, poi ti rimandano su, poi ti dicono che lo faranno da un’altra parte, poi rimandano il processo. I soldi li bruciavano così nelle traduzioni, io non capisco il perché. Dovevo stare un giorno lì, una settimana, per poi ridiscendermi un’altra volta a Palermo. Cose assurde, nondimento era questa la situazione che si veniva a creare anche con i famigliari. (Questo secondo me è da togliere, perché qui non si tratta di un appendice su tutte le tematiche carcerarie, come il problema delle traduzioni, ecc.) Mia figlia la lasciai a 3 anni e la trovai più grande e non ho più intrattenuto un rapporto con lei perché la bambina nella sua crescita avrebbe avuto bisogno di un padre, di una sicurezza che le è venuta a mancare. Ormai è sposata e abbiamo un altro tipo di rapporto, ma quella mancanza le è pesata e grazie alle istituzioni che me l’hanno vietata, che mi hanno vietato di vederla, di toccarla, di abbracciarla, ho perso la sua infanzia, non ho potuto crescerla, volerle bene, esserle vicino quando era bambina. .

(…)

Il piatto veniva lavato con il Cif, quello con il quale si pulisce il bagno. Con il Cif in polvere noi ci lavavamo i piatti dove mettevamo la pasta.

 

 

“E’ la mia vita”… di Francesco Annunziata (seconda parte)

Amore3

Questa è la seconda parte del libro che il nostro Nellino -Francesco Annunziata- detenuto a Catanzaro, sta scrivendo.

———————-

Diventano contrastanti i sentimenti d’amore tra la felicità per avere trovato finalmente l’anima gemella e costringerla a vivere un amore castrato, monco, a metà.

Lui. Vorrei tanto prenderti per mano ed accompagnarti e accompagnarmi a te lungo il viaggio di questa vita che ci ha condotto a riunire le nostre anime chissà quanto disperse.

Ci vuole coraggio, molto coraggio per affrontare l’amore.

Sono pochi coloro che ci riescono in queste circostanze. L’egoismo prende facilmente il sopravvento, “legarti” a me, trattenerti accanto a me, assecondando il tuo desiderio, sarebbe da parte mia un atto di egoismo puro.

Sfuggo dalle mie sofferenze rifugiandomi in te.

Troppo grande il dolore sarebbe lasciarti andare via.

Non sono così forte come pensi. Altri ci riescono, io no. Eppure è quella la scelta più giusta da fare. In questo luogo l’amore non ci è concesso.

Si può amare una donna, e allo stesso tempo costringerla a condurre una vita senza il suo amore?

L’amore è anche saper rinunciare a qualcosa di così prezioso, è un sentimento troppo grande che non si può racchiudere in una parola.

Credo sia possibile scegliere di amare in molti modi.

Molte volte amare può voler dire soffrire, esistono amori che non vengono vissuti per tante ragioni: responsabilità, clandestinità, egoismo……

L’amore è un sentimento che quando si prova non si può rinunciare a esprimerlo.

Noi non ci siamo ancora visti, eppure parliamo di fare l’amore, desideriamo l’amore e lo vogliamo con tutte le nostre forze. Non ci siamo ancora visti, eppure non ci spaventa il tempo che ancora dovrà trascorrere affinché ciò accada. Ti giuro che scapperei da quest’amore se questo fosse possibile. “Odio” chi è fortunato, chi può incontrarti ogni giorno.

Non ci siamo ancora visti, eppure sappiamo di “noi”, più di quanto riusciamo a sapere di noi stessi. Dai nostri odori, sapori, anche se immaginati, li abbiamo comunque fatti nostri, ormai ci appartengono.

Non voglio rinunciare a te, anche se dovrei.

I ritardi delle poste italiane in una situazione del genere possono causare indicibili sofferenze, una storia d’amore vissuta nel 21 sec., col solo mezzo delle lettere, è paragonabile a quelle del medioevo con i piccioni viaggiatori… Purtroppo questo è uno dei problemi che si devono affrontare in queste condizioni. Il potere delle lettere a volte può essere anche quello di “ucciderti” per un imprevedibile ritardo dove nessuno ha colpe…

Vicini ma lontani… in una serata tra amici il pensiero corre veloce alla persona che vorresti in ogni momento accanto a te… Lo immagini fino a vederlo entrare da quella porta che inevitabilmente resta chiusa…

… Ciao Angelo,

che malinconia in questo momento…

Sono con gli amici, è il compleanno di una delle nostre “piccoline”.

Mi sento inquieta, ho il telefonino in mano con la sensazione di volerti chiamare. Forse in questo momento mi basterebbe sentire la tua voce. Forse No!

Pagherei per vederti entrare.

Pagherei per guardarti negli occhi e vederti sorridere.

Ti guarderei dal divanetto su cui sono seduta, un po’ di secondi, poi chiuderei il mio taccuino e lo poggerei sul tavolino che ho di fronte.

Mi alzerei e ti verrei incontro..

Ti abbraccerei, porterei il tuo volto sul mio petto, forse per farti sentire i bambini del mio cuore, forse per far sentire al mio cuore che finalmente può essere felice.

Vorrei poterti far sentire il rumore della pioggia mentre sei seduto vicino a me, rassicurandoti che non dovrai fare mai più sentire alcun altro rumore.

Farei in modo che gli altri continuassero a lasciarci soli, così come lo siamo stati fino ad ora.

Anche se la voglia di fare l’amore sarebbe tanta, sarei rimasta qui seduta con te, a farmi raccontare dai tuoi sguardi, dai tuoi occhi, tutto ciò che fino ad ora mi hanno raccontato solo delle parole scritte.

Ci sarei rimasta per ore.

Ci rimarrei per sempre!

Ti avrei vicino, avrei i tuoi occhi e starei a guardarti, provando emozioni ad oggi sconosciute.

Anche nel caos avrei udito i tuoi pensieri…..

Avrei finalmente potuto toccare le tue mani, che ora finalmente stanno addolcendo i miei palmi.

Ne posso sentire la sensazione.

Così come accade adesso mentre ti scrivo…

I wish you were here…

Se questo non so cosa sia, se questo non l’ho mai provato, né sentito, né compreso, adesso non mi spaventa, non temo ciò che sento.

Soltanto… vorrei tu fossi qui.

Il desiderio di aversi… di stare insieme… causa uno sconforto che non è percepibile ma solo intuibile, tra loro sanno che questa è una condizione che dovrà durare ancora per chissà quanto tempo e capita che in momenti un po’ così. Il cuore non ammette ragioni, che la ragione ben conosce.

Come si può fare per farsi sentire quanto più vicini possibile, come se fossero insieme nelle quotidianità? Ma sì! Anche se al giorno d’oggi pare che sia un gesto superato, è sicuro che a nessuna donna di questa terra, dispiace ritornare ai tempi che furono, quando gli uomini erano galantuomini galanti, gentili e cortesi, insomma prima che giungesse quella parità dei sessi per la quale le donne hanno tanto lottato e che ora sembra avere dei risvolti non tanto piacevoli; dal posto dove si trova e per  le difficoltà che si possono immaginare incontrerà, per farle avere dei fiori, sarà sicuramente un gesto mai banale.

Lui:

Posso comprendere quanto possa essere difficile per te l’attesa di un momento, che tarda ad arrivare. Ricordi quando ti ho detto che forse l’amore da solo non può colmare tutte le altre necessità che comunque fanno parte dello stesso?

Tu mi chiamavi pazzo, cosa dici ora? Ora pare che il terreno sotto i piedi ti stia mancando, il tempo ti sembra interminabile. Neppure il più grande degli amori può vivere monco, castrato nei suoi elementi più fondamentali.

A me basta anche solo questo sorriso accattivante, mi basta anche solo che mi guardi, mi basta anche solo la tua ombra. Io non ti chiedo nulla se non pregarti di non farti male. Sarà difficile superare indenni ciò che ci aspetta.

Perdona le mie stupide paure, sono le paure di un uomo innamorato, che teme, a giusta ragione, di perdere un dono tanto prezioso, quale sei tu.

Sei così bella dentro e fuori, come posso pensare di trattenerti a me, se non potrai mai avermi, se non proprio mai, per ancora tanto tempo? Domani incontrerai un ragazzo che ti piace e al quale tu piaci, quale sarà il tuo freno? Un uomo che non hai mai visto?

Il nostro è l’amore ideale, ma questo esiste? Anche il più grande degli amori ha bisogno di un raggio di luce ogni tanto, noi non abbiamo neanche quello. Non abbiamo altro al di fuori di quello che sentiamo nei nostri cuori. 

Lei:

Oggi ho ricevuto un pugno di stelle…

Erano chiuse in una busta da lettere indirizzata proprio a me!

In una giornata così soleggiata chi avrebbe potuto inviarmi delle stelle?

Sono sicura che se ti chiedessi di accendermi il sole, in una fantastica notte, solo per noi, tu lo faresti.

Sono sicura che se ti chiedessi di fermare il tempo, perché la mia carrozza non mi porti via dai tuoi sogni, tu lo faresti, ma saresti troppo preoccupato, per non farmi soffrire, da fare in modo, che io posticipassi la mia partenza prima che il sole spunti all’orizzonte.

Solo tu mi fai sognare, sorridere, sospirare, desiderare, soffrire, commuovere, emozionare, viaggiare, saltare, camminare.

Il fatto che ci si possa innamorare per corrispondenza è bellissimo, non riesco a capirne la possibilità, eppure dovrei ricredermi.

That something in my self I think is something from yourself.

Or maybe you are!

The other side of  ourself.

Mi trasmetti tanta energia, la tua libertà, la tua bellezza, perché sei una persona bellissima, sei pieno di vita, di solarità, che quando ti leggo, non riesco a immaginarti, mentre mi scrivi. Mi dici che l’unico muro che ci separa è quello di cemento. E’ vero, ma ogni tanto lo dimentico anche io e quando me ne ricordo, vorrei sfondarlo!

I hope I’ll meet you tonight in my dreams.

Good night.

E’ tutto molto bello quello che stiamo vivendo. Forse, con un po’ di incoscienza. Quando si procede così verso l’ignoto tendenzialmente si dovrebbe avere anche un po’ di timore.

Come dicevi tu all’inizio, pensi dovremmo stare più attenti? Tu hai detto che io sno un treno in corsa che potrebbe fermarsi alla tua stazione. Se tu fossi un treno in corsa, ti fermeresti alla mia fermata?

Anche io come te sono molto fisica e penso sempre al futuro, ma c’è una filosofia secondo cui, per vivere bene con se stessi e con gli altri, bisogna pensare solo ed esclusivamente al presente, ora e qui.

Io adesso, in questo momento, sono un treno in corsa che ha deciso di fermarsi alla tua stazione.

Sali?

Hai ragione, uno matto come te non mi era mai capitato… Che bella sorpresa che sei, che bel regalo…

Se ho te vicino, no ho bisogno di altre stelle.

Io ti aspetto…

Frasi incomprensibili al resto del mondo, ma non al Cielo, che scruta e conosce i loro sentimenti. E’ testimone dei patimenti che infligge la lontananza e molte volte presta loro le stelle e la luna del firmamento  a fare da messaggeri. A sconfiggere la distanza, questa volta, li soccorre il vento, altro fedele messaggero, che presta le ali al suono delle loro parole, parole d’amore… che si incrociano e confondono nello spazio che li separa, superando alte mura e recinti metallici…

Una finestra fatta di fredde sbarre, che si disinteressano dei sentimenti, che impediscono ricongiungimenti, che ti negano qualunque libertà. Anche quella di amare, di essere vicino a chi desideri e ti desidera con tutte le sue forze. Sbarre che ti negano la possibilità di toccare quella che senti essere l’altra metà di te stesso. Sbarre che ti costringono a vedere il sorgere dell’alba, un’alba già “tramontata”…”.

Una finestra dalla quale vedi il mondo che va avanti senza di te. Dalla quale ti fermi a contemplare l’orma, l’aurea, lasciata dalla figura che per Lui ha le sembianze di un angelo. Un angelo con “ali d’amore” che prima l’ha cercato, poi l’ha trovato e infine l’ha sconfitto un semplice… ti amo!

… che voglia infinita di viverti che ho!

Il  sogno che il nuovo anno porta con sé è quello di incontrarsi, toccarsi… guardarsi  e finalmente sorridersi negli occhi… ma, è un sogno che si infrange contro la sordità delle norme burocratiche che impediscono agli amori appena nati, non formalizzati, non certificati, non timbrati… come un “prosciutto”, di rivendicare il diritto di viversi… legittimamente un sentimento che va oltre un semplice pezzo di carta, che non abbisogna di un riconoscimento legale perché la sua legittimazione viene da una bel più altra Volontà… Autorità…

Stretti da un legame profondo come le fosse delle Marianne… la lontananza comincia a farsi sentire… E’ frustrante essere lontano dalla persona amata, non poterla abbracciare, baciare, coccolare, giocarci insieme…

Anche questo è il carcere. Soprattutto questo… Sei una proprietà… quella dello Stato. Ormai la tua vita non è più tua… La perdita della libertà non è solo fisica, ma anche spirituale… psicologica.

Non sei libero di decidere nulla… nemmeno di incontrare la persona per la quale saresti disposto a sacrificare la tua di vita…

Un nuovo inizio, come il nuovo anno. Un anno che serberà palpiti di cuore e sofferenze d’amore, gioie e dolori.

Lunghe attese, che a volte consumano intere esistenze, nella speranza della grande occasione, il grande Amore… che per alcuni potrebbe non giungere mai, per altri potrebbe arrivare troppo tardi… altri ancora se lo lasciano sfuggire per paura…

Chi invece ha il coraggio di coglierla, nonostante le difficoltà, gli ostacoli… vivranno… sì, potranno dirsi vivi… perché ogni storia d’amore ha in sé una forza, una energia capace di superare qualsiasi difficoltà…

Una nuova vita… come l’anno che sta nascendo… pregno di promesse… di aspettative… come l’amore che cresce e mette fine all’agonia dell’anno appena trascorso, chiudendo quello di una vita ormai passata… che sopravvive… ancorata in una realtà parallela… quella dei ricordi…

La penombra della sera presta il suo manto ai due amanti… celandoli al resto del mondo, ma non ai loro cuori, che sono esplosi in un turbine di emozioni… con un sentimento che travalica confini e dimensioni… divenuto irrefrenabile… indissolubile… vive in ogni fibra del loro essere… dei loro corpi…

Un incontro inaspettato… ma voluto… volato sulle leggere ali della sorpresa, del vento che ha guidato le loro poche parole, quelle che sono riusciti a pronunciare… che superando mura e cancelli, sbarre e spazi… hanno portato in quel luogo di desolazione… di separazione… di dolore, le speranze e la gioia che può portare solo un amore… un vero amore…

Ascoltare il flebile suono della voce dell’altro è stato come prendere coscienza della sua concreta esistenza. Rendendo reale quello che fino a quel momento era stato poco più che un sogno….

Lui:

Io sono innamoratissimo di te e questo sentimento, nel bene mi conduce alla felicità, ma ritengo che sia una felicità egoistica.

Son un generoso, pertanto non posso soffrire per questo.

Credo che certi momenti siano fisiologici in un uomo innamorato che pensa, prima di se stesso, all’altra persona. Quando penso a te, penso a una ragazza bella, fuori dal comune, che farebbe la felicità di qualunque uomo e che merita di essere felice. Io “la costringo” in un rapporto monco, l’attiro a me, cosciente delle enormi difficoltà che dovrà affrontare per sostenere un peso, come quello di un amore, con una persona che non c?é. Cero, io sto bene. Questa è LA MIA condizione. Non la sua. 

Queste sono LE MIE colpe. La “costringo” ad amare un uomo che è in carcere, che è stato un delinquente, quindi domani sarà costretta ad affrontare il giudizio e i commenti che sono scaturiti da quelle convenzioni sociali secondo cui, ormai, chi è colpevole lo è per sempre. I litigi con i propri genitori, che comprendo e che comprenderai anche tu. Qualunque genitore desidera il meglio per la propria figlia e converrai con me che la notizia: mi sono innamorata di un “mafioso” o di un uomo che è stato condannato per mafia, è da shock. Il conflitto è aperto dentro di me. Un conflitto tra l’innamorato  e il responsabile. Un conflitto tra quella che è la mia felicità odierna e quella felicità che, non puoi vivere tu oggi, a causa della mia assenza.

Amore mio, credimi, è bellissimo sentirsi dire che mi aspetterai tutta la vita, ma io so quanto sia una sofferenza. Non fraintendermi, tu aspetti, perché in questo momento non ha desiderio di altro, quindi è “facile” aspettare. Mi accorgo che stavo per intraprendere un discorso da “fidanzatino geloso”! :-)

Come facciamo ad addentrarci in questi ragionamenti senza esserci mai sfiorati? Follia! Bhè! Devi riconoscere che, dal primo momento, ti ho sempre messa in guardia che qualcosa sarebbe successo, solo che dimenticavo di dirlo anche a me stesso! :-)

… Ma questo incontro… altro non è stato che un sogno… un bel sogno… che quando è finito… ha riportato Francesco alla cruda realtà….

Il bello dei sogni… come sappiamo tutti… è che non costano nulla…  e possono ripetersi tenendoci compagnia nelle notte più solitarie…

Lei:

Eccoci al nostro posto. Una volta incontrai un amico dopo avere trascorso la notte a scriverti, mi chiese cosa avessi, gli risposi che avevo passato la notte a scrivere ad un detenuto, ma non sapeva che non era “un detenuto”, ma un ladro d’amore.

“Ladro d’amore” converrà metterlo virgolettato… perché diversamente si rischia l’ennesimo processo… e qua non finiamo mai… :-)!

Lei:

…. Pensiero…

Vorrei tu non dimenticassi mai un concetto

tanto importante che ormai

è entrato a far parte di noi e che

probabilmente potrebbe aiutarci a “definirci”.

-

è un concetto fondamentale

in un rapporto come il nostro

perché ci da quel respiro che

ci fa vivere

ci da quel mordo allo stomaco che

ci fa sentire in bilico.

tra una emozione e un desiderio.

-

E’ un concetto semplice…

che poi non è soltanto semplice

o meglio: lo è nella misura in cui

è chiaro

è presente

è vivo

E’!

-

E’ un concetto che appartiene a molti ma

che per ognuno assume un significato diverso.

E’ qualcosa che scorre nel mio sangue

come vorrei scorresse nel uo

E’ un concetto che ci unisce

te ne sarai accorto che

ci guida in questo pazzo cammino che abbiamo scelto di percorrere

Scelto?

-

Non saprei…

certamente ce lo siamo ritrovati davanti e

ci ha affascinato

Pazzi noi

oltre quel gradino di luce

non ci abbiamo visto

ne ci vediamo granché

eppure ci ha conquistati

imponendoci di continuare

a percorrerlo

-

E ancora

nonostante non scorgiamo nulla

ogni volta che ci fermiamo

a rifletterci su 

ogni volta che ci fermiamo

a guardare oltre

non facciamo altro che

rimanere abbagliati dalla luce che

-

in quel punto ci illumina

come se ci muovessimo mano nella mano

in una buia selva

ma a cavallo di una stella… che

poi sarà proprio buia?

Più che buia io la vedo variopinta

-

Misteriora

senza fine

senza bagliori

ma nemmeno senza ombre sinistre…

Ecco appunto

magari è questa stella che

ci accompagna che

non ci fa vedere oltre?

-

Pazienza

amore mio

finché tu sarai al mio fianco

 il buio non mi toccherà

finché saremo insieme

attorno a me

altro non ci sarà

se non tanta luce e

la consapevolezza di

un lieto orizzonte.

-

dunque 

utilizzo questo metodo che

magari ti porterà un po’ di confusione in più

 dentro la tua testa

giacché non voleva riempirla di parole

ti tocca

amore mio

perché voglio stare con te

in ogni angolo della tua vita

perché tu non dimentichi mai

l’importanza e la realtà

di questo grande concetto

che cerco di comunicarti in questi piccoli foglietti

questo

è quello che ti voglio dire:

… … …

… …. secondo te? … ….

… … ….

… … …

…ti amo!!!!!

To be continued….. :-)!

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