Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Un pasticcere a Catanzaro- ricette di Fabio Valenti

Plum-cake-ricotta-e-cioccolato

Ecco altre due ricette del nostro Fabio Valenti -grande pasticcere- detenuto a Catanzaro.

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PLUMCAKE CIOCCOLATA E RICOTTA

Ingredienti:

250 g. di farina,

100 g. ricotta,

100 g. di cioccolato fondente (sciolto a bagnomaria),

200 g. di zucchero,

100 g. di mandorle tagliate grossolanamente,

50 g. di burro sciolto a bagnomaria,

2 uova,

mezza bustina di lievito in polvere,

sale un pizzico.

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Procedimento:

1) In una capiente ciotola mettete le uova (2) con lo zucchero (200 g.) e montateli fino a quadruplicare il volume. Aggiungete il burro fuso (50 g.).

2) Lavorate con una forchetta la ricotta (100 g.) e unitela al composto delle uova; aggiungete il pizzico di sale, la farina (250 g.) con il lievito setacciati; mescolate bene e se il composto vi sembrerà un po’ denso aggiungete un po’ di latte.

3) A questo composto aggiungete le mandorle (100 g.) il cioccolato fuso e amalgamate il tutto. Imburrate e infarinate uno stampo da plumcake, versateci dentro l’impasto, livellate e infarinate a forno già caldo, 160° x 50-60 minuti.

Servitelo freddo 

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TORTA DI PESCHE

-Pasta frolla:

250 g. di farina; un uovo; 120 g. di burro; 80 di zucchero; 1/2 cucchiaino di lievito in polvere per dolci; la buccia grattugiata di un limone; un pizzico di sale.

-Ripieno:

5 grosse pesche gialle; 130 ml di panna per dolci; 3 tuorli; 180 g. di zucchero; 30 g. di farina; un pizzico di sale e la polpa di un pezzetto di stecca di vaniglia.

-Guarnizione di sbriciolato di pasta frolla:

70 g. di farina; 60 g. di zucchero; 50 g. di burro e un pizzico di cannella (facoltativo).

Procedimento:

1) Iniziate con la preparazione della frolla. Lavorate, brevemente con una frusta, il burro con lo zucchero; incorporate l’uovo, il lievito, il sale e la buccia di limone grattugiata; amalgamate il tutto aiutandovi con la frusta. Inserite la farina poco per volta e con l’aiuto di una spatola amalgamate l’impasto con delicatezza; continuate così fino all’assorbimento di tutta la farina ottenendo così un impasto morbido. Racchiudete l’impasto avvolto con pellicola trasparente e ponetelo in frigo per circa un’ora.

2) Ripieno. Pelate le pesche; tagliate ogni pesca in otto spicchi. Tenetela da parte. In una ciotola mettete i tre tuorli, la polpa della vaniglia, lo zucchero, la farina, il pizzico di sale e la panna liquida. Mescolate il tutto con una frusta e mettete da parte.

3) Assemblamento. Imburrate e infarinate una tortiera da 26 cm. di diametro (possibilmente con il fondo estraibile). Tirate fuori dal frigo la pasta frolla; stendetela e coprite il fondo e la parete della tortiera (fate in modo che la pasta della parete sia alta 3 cm). Sistemate le pesche a spicchi sopra la pasta in modo da coprire tutto il fondo. Versateci sopra il composto liquido di panna, tuorli, farina e zucchero, in modo da coprire tutte le pesche. 

4) Cottura. Infornate la torta, a forno già caldo, a 180° x 30 minuti circa. Nel frattempo preparate la guarnizione di sbriciolato lavorando insieme il burro (50 g.), la farina (70 g.), lo zucchero (60 g.) e il pizzico di cannella fino a realizzare un composto  di briciole su tutta la superficie della torta. Rimettetela in forno per altri dieci minuti.

Servitela fredda con una leggera spolverata di zucchero a velo.

Catanzaro, 15 ottobre ’14.

Per qualche metro e un po’ di amore in più nelle carceri- concorso per riflettere su “carceri e affetti”

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La redazione di Ristretti Orizzonti ha promosso un concorso incentrato sulla questione dell’affettività nelle carceri.

Il concorso è aperto anche a persone non detenute.

Di seguito il regolamento.

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Per  qualche metro e un po’ di amore in più nelle carceri.

Un Concorso per riflettere su “carceri e affetti”

Regolamento

1. Il concorso è promosso e organizzato dalla redazione di Ristretti Orizzonti.

2. Al concorso possono partecipare le persone detenute, i loro famigliari, gli studenti che prendono parte a progetti di sensibilizzazione sui temi del carcere e della Giustizia, i cittadini interessati a una riflessione sulla questione degli affetti per le persone detenute. 

3. Si concorre inviando:

-Sezione scrittura: un testo scritto, che può essere un racconto, una lettera, un articolo sul tema degli affetti per le persone detenute e le loro famiglie.

-Sezione audiovisiva: video-testimonianze realizzate sugli stessi temi.

-Sezione artistica: un prodotto a scelta, tra illustrazioni, vignette, un’opera grafica, un disegno, realizzato anche da bambini, figli di persone detenute.

4. Le opere devono essere consegnate alla segreteria del concorso presso la sede dell’Associazione “Granello di Senape- Redazione di Ristretti Orizzonti” (via Citolo da Perugia, 35 Padova) entro il 10 dicembre 2014. Gli elaborati possono anche essere inviati via mail.

La Giuria sarà coordinata da uno scrittore, e sceglierà le opere più interessanti, per le quali è prevista la pubblicazione all’interno di un libro dedicato al tema del carcere e degli affetti. Nel libro sono previste tre sezioni, con le testimonianze delle persone detenute, quelle dei famigliari e i testi scritti dai ragazzi delle scuole e da cittadini interessati a questi temi. Le opere audiovisive saranno diffuse nei social network.

5. I risultati del concorso verranno presentati pubblicamente nel periodo di Natale, festa “storicamente” dedicata alle famiglie, nel corso di un incontro organizzato per portare al Parlamento le firme raccolte in sostegno di una legge per “salvare gli affetti delle persone detenute”.

6. La partecipazione al concorso comporta l’accettazione e l’osservanza di tutte le condizioni del presente bando. Una delle condizioni è che i singoli testi possano essere pubblicati anche prima della selezione finale nella newsletter quotidiana di Ristretti, per contribuire a sostenere la campagna di stampa “Per qualche metro e un po’ di amore in più”.

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Per ulteriori informazioni e per inviare i testi o le opere video e grafiche:

Redazione di Ristretti Orizzonti, Via Citolo da Perugia 35   35128 Padova.

Tel. 049654233, mail direttore@ristretti.it.

Le società segrete (quinta parte)… di Fabio Falbo

Societas

Questa è la quinta parte del saggio sulle società segrete che ci ha inviato Fabio Falbo, detenuto a Rebibbia.

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Il passaggio dalla massoneria “operativa”, composta di gente del mestiere, di costruttori, alla massoneria moderna, detta “speculativa”, si operò in Inghilterra, grazie alla parte sempre più importante avuta dai “massoni accettati” (accepted masons).

La Gran Bretagna, come tutti gli altri Paesi europei, possedeva confraternite di costruttori, di “franchi muratori” (freemasons), gruppi ricchi e potenti, protetti dai sovrani, e i cui membri erano ammessi nella corporazione dopo un’iniziazione, dovevano serbare il segreto su quei riti, e rispettare un certo numero di regole designate sotto il nome di landmarks (letteralmente: “limiti di proprietà”) che contenevano gli articoli essenziali dell’ordine, considerati come immutabili.

Lo scopo della massoneria è il “costruttivismo”, la ricostruzione simbolica del tempio di Gerusalemme, e cioè “la costruzione d’una società conforme ai principi razionali, in modo da assicurare all’umanità il suo perfetto sviluppo. Gli uomini devono lavorare al piano della natura sotto gli occhi e gli ordini del Grande Architetto dell’Universo. La massoneria non ha essenzialmente altro scopo che la conoscenza dell’uomo e della natura: essendo fondata sul tempio di Salomone, non può essere estranea alla scienza dell’uomo perché tutti i savi esistiti dopo la sua fondazione hanno riconosciuto che quel famoso tempio non è esistito nell’universo se non per essere il tipo universale dell’uomo generale nei suoi stati passati, presenti e futuri, e il quadro figurato della sua propria storia. Scopo dell’iniziazione massonica è dunque qualche cosa di fondamentalmente diverso da una dottrina segreta, ecc.ecc.

RAPPORTO E DIFFERENZE TRA ORGANIZZAZIONI INIZIATICHE E GRUPPI POLITICI

All’inizio di questa mia missiva facevo notare che è spesso abbastanza difficile fare una demarcazione stretta tra società segrete “iniziatiche” e società “politiche”.

Ciò che colpisce anzitutto nelle società segrete puramente politiche è la loro durata limitata: mentre le organizzazioni iniziatiche hanno scopi “trascendenti”, un po’ come tutte le religioni, le società politiche hanno una durata molto breve.

Si potrebbero classificare le società politiche secondo gli scopi da esse perseguiti; e si differenzierebbero così:

-Le società “giustiziere” che si sostituiscono alla giustizia legale quando questa è ritenuta carente.

-Le società con scopi propriamente “politici”, che combattono sia una dominazione straniera, sia un regime oppressivo, ecc. ecc.

LA SANTA VEHME

E’ la più celebre delle società segrete con scopi giustizieri.

Questo temuto tribunale nacque verso la metà del sec. XIII, durante il periodo di disordini e di brigantaggio instaurato in Westfalia dopo la messa al bando dell’impero, da parte di Federico I, di Enrico Leone duca di Sassonia e di Baviera.

La Vehme ispirava un rispetto misto a timore, perché aveva un gran numero di aderenti, appartenenti a tutte le classi sociali, e tenuti dal giuramento a eseguire le decisioni del tribunale. Gli affiliati, che avevano dei segni di riconoscimento, formavano una gerarchia: i “frohnboten”, incaricati di applicare le sentenze; i “freishoffen” (giudici franchi); gli “stohlherren” (conti franchi), che presiedevano generalmente all’aria aperta. Le udienze erano sia pubbliche sia, in certi casi, riservate ai vincolati da giuramento (heimliche acht, tribunale segreto); si aveva una legge scritta che era tenuta segreta, e che era proibito comunicare ai profani. La sola penalità  prevista era la morte: la sentenza era eseguita immediatamente dopo il giudizio, mediante impiccagione all’albero più vicino.

Tre ingiunzioni a comparire venivano fatte agli accusati, che avevano, ogni volta, sei settimane e tre giorni per rispondervi.

Se l’accusato accettava di comparire davanti al tribunale, aveva il diritto di produrre sino a trenta testimoni a discarico.

Se era condannato, la sentenza della Vehme veniva resa pubblica, dopo l’esecuzione, con un coltello piantato nell’albero al quale era stato impiccato il criminale. Se l’accusato non ottemperava ad alcuna delle tre intimazioni, veniva condannato in contumacia, “messo al bando dall’impero”; se tre affiliati dalla Vehme riuscivano a metter le mani su di lui, avevano il diritto di impiccarlo bene in vista all’albero più vicino.

E’ facilmente comprensibile che un tal tribunale, con una procedura così speditiva e con un gran numero di affiliati a disposizione, ispirasse un timore almeno altrettanto grande quando l’inquisizione spagnola; il suo ricordo è rimasto del resto molto vivo in Germania.

I CARBONARI

Hanno fatto molto parlare di sé nel secolo passato, questa “massoneria delle foreste”, i cui luoghi di riunione, o cantieri, erano in preferenza all’aria aperta, dava luogo a riti d’iniziazione, a segni o parole di riconoscimento, ecc. ecc. 

La società dei carbonari fu introdotta nell’Italia meridionale verso la fine del regno di Murat, come re di Napoli, e senza dubbio da francesi, che l’avrebbero organizzata sul modello della fratellanza dei carbonari, o “bon cousinage” del Giura, ecc. 

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Un pasticcere a Catanzaro- ricette di Fabio Valenti

Veganchocolatesourdough

Oggi pubblico due ricette del nostro Fabio Valenti, il nostro pasticcere di fiducia, detenuto a Catanzaro. Il primo è un dolce speciale; una torta al cioccolato per vegani. 

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Oggi un pensiero lo rivolgo a coloro che non sempre possono godersi una fetta di torta al cioccolato. E’ più di una semplice torta; non è stato facile trovare il giusto equilibrio  dei vari ingredienti e ancora più difficile è stato reperire i giusti prodotti che sostituiscono i grassi animali. (Fabio)

BUON DOLCE AI VEGANI

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TORTA VEGANA AL CIOCCOLATO

Ingredienti:

300 g. di farina integrale,

50 g. di cacao in polvere amaro, 

1 bustina di lievito in polvere,

250 g. di zucchero,

125 ml di olio di semi di girasole,

350 ml di acqua,

essenza di vaniglia Q.B. e un pizzico di sale.

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Crema di cioccolato:

50 g. di margarina o burro di cacao,

3-4 cucchiai di latte di soia,

250 g. di zucchero a velo,

2 cucchiai di cacao amaro in polvere.

Procedimento:

1) In una ciotola capiente setacciate la farina (300 g.), il cacao (50 g.) e il lievito (1 bust.). Aggiungete anche lo zucchero (250 g.), il sale e l’essenza della vaniglia (mezza fialetta). Gradualmente aggiungete l’olio di semi (120 ml) e l’acqua (350 ml) in modo da ottenere un impasto morbido. 

2) Imburrate e infarinate una tortiera da 24 cm di diametro e versateci dentro l’impasto e livellatelo aiutandovi con una spatola. Infornate il dolce a forno già caldo, 170° x 40-45 minuti. Togliete dal forno e lasciate raffreddare completamente.

3) Nel frattempo preparate la crema: sciogliete la margarina nel latte dentro un pentolino a fuoco basso. Togliete dal fuoco, inserite lo zucchero a velo e il cacao setacciato. Lavorate questo composto con la frusta fino a ottenere un impasto morbido e dal calore lucido. Lasciate raffreddare in frigo in modo che raggiunga la consistenza di una normale crema adatta da spalmare e per decorare la torta.

4) Tagliate la torta a metà in modo da ottenere due dischi. Spalmate una metà di crema sul primo disco di torta e copritela col secondo disco. Mettete la restante crema dentro una tasca da pasticcere con un beccuccio rigato e decorate tutta la superficie della torta con tanti ciuffetti di crema. Spolverate con mezzo cucchiaio di cacao in polvere e infine completate con una manciata di granella di mandorle o pistacchio. 

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TORTA DI CAROTE

(senza burro)

Ingredienti:

5 uova,

300 g. di zucchero,

350 g. di carote pulite e grattugiate finemente,

230 g. di mandorle tritate grossolanamente,

120 g. di farina,

1/2 bustina di lievito in polvere,

la scorza grattugiata di 1 limone.

Procedimento:

1) Dividete le uova, i tuorli, in una ciotola e l’albume in un’altra più capiente. Nella ciotola dei tuorli inserite lo zucchero e la buccia del limone e montate con una frusta fino ad ottenere un composto chiaro e spumoso. Inserite, dentro questo composto, le carote grattugiate, le mandorle e la farina col lievito setacciati. Amalgamate bene.

2) Montate gli albumi a neve ben ferma. Versate un po’ di albume montato dentro il composto delle carote e amalgamate velocemente con frusta in modo da ammorbidire l’impasto. Aggiungete tutto il restante albume e questa volta, aiutandovi con una spatola, amalgamate l’impasto mescolando con delicatezza dal basso verso l’alto.

3) Imburrate e infarinate una tortiera da 24 cm di diametro; versate l’impasto dentro la tortiera, livellate e mettete in forno già caldo a 180° x 60-70 minuti. Fate la prova stecchino per verificare la cottura. Sformatela e fatela raffreddare su una gratella. Decorate con zucchero a velo.

Il sistema penitenziario e le sue regole… di Angelo Meneghetti

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Ecco un altro testo di Angelo Meneghetti, detenuto a Padova, che ci invia spesso le sue riflessioni dal carcere di Padova.

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Nelle carceri italiane sta continuando una silenziosa “mattanza di suicidi”, ma il Ministro della Giustizia, Andrea Orlano, si appresta a divulgare che l’emergenza delle carceri è superata, e richiama gli stati generali sul sistema penitenziario. Dire che l’emergenza è superata vuol dire ignorare la situazione disastrosa di come sono obbligati a vivere ogni giorno i detenuti, “in una situazione degradante e inumana”, dove è violata qualsiasi regola.

Qualsiasi persona che deve scontare la sua pena, pensa di trovare in carcere “una cella vuota”, ma così non è. 

Si è costretti a pensare almeno di trovare un posto letto, per non dormire con il materasso a terra, come avviene, tranne per quei detenuti sottoposti: “al cosiddetto regime del 41 bis”, che lì le regole, almeno “il posto-cella”  è applicata alla lettera, anche se ci sarebbe da discutere all’infinito per la brutalità del cosiddetto carcere duro del 41 bis. Per via del sovraffollamento, tutti i detenuti comuni “media sicurezza” stanno scontando la loro pena in modo disumano. Si è obbligati a stare in celle con più persone, anche se la cella è adibita per una sola persona. Sono regole senza senso. Condividere il posto-cella con persone anche di etnie diverse che non riescono nemmeno a comunicare fra loro, e, per diverso tempo, tutto questo ti è imposto con la forza e la prepotenza. Questa situazione reale, le persone che la subiscono appena condotti in carcere, sia nella casa circondariale, e anche nelle case di reclusione. Nei primi giorni la vivibilità è intollerabile e, con il passare dei giorni, ci sono detenuti la cui pena da scontare si allunga per via dei rapporti disciplinari o per qualche denuncia, perché vogliono delle condizioni di vivibilità più umane. Certi detenuti la fanno più breve, non pensano di allungarsi la pena da scontare, perché scelgono la strada più breve impiccandosi alle sbarre. 

Negli ultimi mesi, in diverse carceri, hanno disposto di tenere aperte le celle di giorno, in modo che i detenuti possano muoversi nella sezione dove sono ubicate le celle, ma in sostanza non serve a nulla, se non c’è spazio adeguato. Il problema resta per quanto riguarda i passeggi, dove si dovrebbero trascorrere le ore d’aria, perché ci sono troppi detenuti.

Poi esiste il problema di chi è stato condannato alla pena dell’ergastolo “fine pena il 31.12.9999″ (vedete che la data di termine pena non è sbagliata). 

Nel nostro Paese esistono due tipi di ergastolo: quello normale, dove il detenuto è destinato a non essere mai un uno libero. E c’è quello ostativo, dove il detenuto è destinato a rimanere in cella fino all’ultimo giorno della sua vita, salvo che non si collabori con la giustizia. Le regole del sistema penitenziario sono violate giorno dopo giorno. Per queste violazioni il nostro Paese è stato condannato più volte dal Tribunale dei diritti dell’uomo di Strasburgo “C.E.D.U.”. 

A parte tutto, non bisogna dimenticarsi del comportamento svolto “con immensa sensibilità ed umanità” all’interno delle carceri da parte dei volontari esterni, che si occupano delle minime necessità dei detenuti. Anche i volontari che vivono nella società per bene, trovano diversi “paletti” all’interno del carcere per svolgere la loro genuina volontà ad aiutare chi veramente ne ha bisogno. Tutto per certe regole a volte applicate in maniera errata. Non bisogna dimenticarsi che i volontari all’interno delle carceri, a tutt’oggi, svolgono un ruolo anche di mediazione tra chi dovrebbe occuparsi della tutela e del reinserimento dei detenuti. Sono ruoli che dovrebbero svolgere gli educatori. “In certe carceri sono figure di cui difficilmente si vede la presenza”, anche se i detenuti scrivono decine di richieste, “le cosiddette domandine”, ormai il ruolo dell’educatore va ben oltre i confini delle regole penitenziarie, trascurando il fabbisogno dei detenuti. Gli educatori forse si dimenticano che la maggioranza dei condannati hanno già subito tre gradi di giudizio, e del quarto se ne occupa il Magistrato di Sorveglianza. Se mai il loro ruolo è solo di accertare se il condannato ha raggiunto il limite per accedere alle misure alternative o ai permessi premio.  Si dimenticano che il carcere dovrebbe fare in modo che il processo di reinserimento dei condannati nella società abbia subito inizio e non attendere che il detenuto arrivi a pochi mesi alla sua fine pena per accedere a qualche ora di libertà con un permesso premio, così non è un giusto reinserimento. Va ricordato agli educatori che il giusto reinserimento va fatto a 360 gradi per tutti i detenuti e non, come avviene per certe categorie di condannati, “ai pupilli, raccomandati e quelli che non si sa”, all’interno di un carcere dove i reclusi sono tutti uguali e a tutti va fatto il giusto trattamento per accedere alle misure alternative per il corretto reinserimento nella società. Non bisogna dimenticarsi che i volontari svolgono un ruolo importante e rimangono gli unici che veramente incontrano i detenuti, capiscono che all’interno delle carceri c’è tanta miseria, e svolgono la loro beneficenza con immensa umanità. Auguriamoci che il Ministro della Giustizia richiamando gli stati generali sul sistema penitenziario, faccia sì, che tutte quelle persone della società esterna che si occupano di portare quella sensibilità e umanità all’interno delle carceri, non incontrino ogni volta quei divieti e quei paletti di certe regole applicate a volte con diversi criteri. Non dimentichiamoci di fare presente al Ministro di Giustizia che la condanna dell’ergastolo e le regole per la sua applicazione hanno poco a che vedere per un Paese civile e democratico, e dunque l’ergastolo è a rimanere una pena di morte mascherata, e va abolito, se si vuole un miglioramento della Giustizia del nostro Paese.

Padova 20/09/2014

Angelo Meneghetti

Consigli efficaci… di Giovanni Leone

Leone

Giovanni Leone, detenuto a Voghera, è una presenza storica e preziosa di questo Blog.

Ci sono caterve dei suoi bellissimi disegni in archivio, e anche tanti suoi testi.

Giovanni Leone ha un’ “anima bambina”, un senso di delicatezza estrema coltivato negli anni, e la spinta a trasmettere bellezza e speranza alle persone, a incoraggiarle a vivere una vita autentica.

Oggi pubblico queste sue riflessioni.

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Essendo  imperfetti tutti, a volte abbiamo bisogno di consigli.

Il sapiente esorta:

“Ascolta il consiglio e accetta la disciplina per divenire saggio nel tuo futuro”.

Anche se a volte dare consigli non è una prerogativa degli anziani, spesso sono gli anziani a darle per le loro abitudini moderate, e la serietà nella mente e nel cuore, la fede e la perseveranza.  che siano di abitudini moderate, seri di mente nella mente, nella fede e nella perseveranza.

Siamo spinti a volere dare consigli che gli altri possano accettare, senza sentirsi umiliati, in modo da aiutare a farli riflettere.

Consideriamo tre fattori che influiscono sull’efficacia dei consigli:

L’atteggiamento e i motivi di chi li da’. Quello su cui si basano e il modo in cui vengono dati.

L’efficacia di un consiglio dipende molto da chi lo da’. Riflettiamo. Quand’è che più volentieri accettiamo un consiglio? Quando sappiamo che chi ce lo dà, ci vuole bene, non sta caricando su di noi la sua frustrazione e non ha secondi fini.

Non dovrebbe dirsi la stessa cosa dell’atteggiamento e dei motivi che abbiamo quando consigliamo altri? Inoltre i consigli efficaci si basano sulla parola solare. 

Siamo che citiamo direttamente la Bibbia o no, ogni consiglio dovrebbe avere una base strutturale. Perciò gli anziani badano di non imporre la propria opinione e di non torcere le scritture per fare sembrare che la Bibbia sostenga qualche idea personale.I consigli sono anche più efficaci se vengono dati nel modo giusto.

Un consiglio dato con gentilezza rispetta la dignità altrui ed è più facile da accettare.

In conclusione, la parola è un prezioso dono di Dio. L’amore per lui dovrebbe indurci a usare bene questo dono.

Ricordiamo che le parole che le parole che pronunciamo hanno il potere di edificare o di abbattere.

Sforziamoci dunque di usare questo dono intendeva colui che ce l’ha dato, cioè  “per edificare”.

Così le nostre parole saranno una benedizione per chi ci sta intorno e ci aiuteranno a rimanere nell’amore di Dio e del prossimo.

Ricordando l’Asinara… di Sebastiano Primo

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Pubblico oggi un testo che Sebastiano Primo ha scritto a settembre del 2012, ricordando la sua esperienza nel super carcere dell’Asinara negli anni ’90.

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Mi chiamo Sebastiano Primo, sono nato a Nuoro il 29 luglio 1964 e con questa breve testimonianza vorrei descrivere, se è possibile farlo con la penna, il periodo di detenzione che ho trascorso nel carcere dell’Asinara dal 3 ottobre 1995, data del mio arresto, al mese di luglio del 1997, cioè fino alla chiusura di quel piccolo lager che, in termini di sospensione dei diritti umani, ha poco da invidiare ai più famigerati penitenziari di Abu Grahib in Iraq o all’ancor più noto carcere di Guantanamo, messo anch’esso in piedi dal governo americano per rinchiudervi i “nemici combattenti” catturati in Afghanistan.

Dunque, all’alba del 3 ottobre del 95, mentre mi trovavo a governare il mio gregge che in quel periodo come al solito aveva cominciato a figliare, sono stato arrestato con l’accusa di avere partecipato ad un tentativo di rapina avvenuto circa un mese prima ai danni di un furgone portavalori e che si era concluso con la morte di quattro uomini, due militari e due ragazzi che avevano preso parte all’assalto. Nel pomeriggio di quello stesso giorno, dopo un passaggio alla questura di Nuoro, mi ritrovai nell’isola dell’Asinara, rinchiuso in una cella delle struttura adibita al 41 bis. Ricordo perfettamente che in quel giorno indossavo un paio di pantaloni neri in velluto liscio, scarponi di pelle dello stesso colore a cui subito furono tolti i lacci, una maglietta intima e, sopra di essa, un maglioncino verde che dava un tocco di colore al resto degli indumenti e, soprattutto, al mio volto terreo che in quel momento rifletteva il turbine di sentimenti che attraversava il mio animo.

Il lucido ricordo che ho dei capi di abbigliamento che indossavo quel giorno deriva dal fatto che essi sono stati gli unici indumenti che ho indossato giorno e notte per i seguenti otto mesi, cioè fino alla primavere del 96, quando è stato concesso ai miei familiari di farmi un pacco postale, contenente, oltre ad un paio di tute, un accappatoio, un asciugamano e mutande e calze che da tempo non usavo più, essendomisi putrefatte addosso. Quei primi otto mesi di galera nel carcere dell’Asinara non sono stati duri solo per averli trascorsi n condizioni di totale abbrutimento dal punto di vista igienico, ma anche per il fatto che in quel periodo sono stato colto da un fortissimo mal di denti “curato” con la somministrazione di un’aspirina al giorno e che, dopo una decina di giorni, mi ha spinto a tentare il suicidio, non riuscito solo per il fatto che le calze usate come cappio, logore dall’uso, non hanno retto il mio peso. Inoltre, a queste prevaricazioni, va aggiunto il non secondario fatto che, ogni qualvolta riuscivo ad addormentarmi, venivo svegliato  dallo scuotere dello spioncino metallico o dalla battitura su esso delle enormi chiavi delle porte blindate. Questo accanimento su di me derivava dal fatto che durante gli interrogatori a cui venivo sottoposto e nonostante le profferte di benefici, denaro e libertà, in cambio della collaborazione con gli inquirenti, mi avvalevo della facoltà di non rispondere, un mio diritto sancito dal codice di procedura penale, e il mio mutismo li faceva imbestialire.

Credo di essere riuscito a sopravvivere a quelle torture fisiche (poiché non mi sono state risparmiate neanche quelle) e psicologiche solo grazie al fatto di essere cresciuto in un ovile barba ricino e le regole che vigono in quell’angolo di mondo mi hanno temprato alla lotta e a soffrire in silenzio. Oggi, dopo 17 anni dal giorno dell’arresto, sono ancora dentro un carcere da dove inutilmente, notte dopo notte, tento di disfarmi di ricordi che l’inconscio si ostina a riportare a galla.

Per quel che può valere faccio presente che, al momento dell’arresto, ero incensurato e che il reato di cui ero accusato non prevede ora, né tantomeno lo prevedeva allora, la detenzione nel braccio del 41 bis dove sono stato illegalmente detenuto per circa due anni.

Termino questo breve scritto augurandomi che questa testimonianza, insieme ad altre più corpose, più interessanti e dettagliate di questa e che mi auguro andranno a formare un libro, venga letta e diffusa tra i lettori di ogni angolo di questo Paese per fare conoscere, e di conseguenza evitare per il futuro, le torture subite da me e da un altro centinaio di persone relegate nelle isole dell’Asinara e di Pianosa dal 1992 al 1997, cioè in un periodo dove di fatto ad un pugno di uomini è stato sospeso ogni diritto costituzionale, non abbia più a ripetersi.

Padova, settembre 2012.

Recensione di Marcello Dell’Anna del libro di Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro

GIUGNO 2014:GIUGNO 2008

Oggi pubblico questa recensione che il nostro Marcello Dell’Anna ha scritto su “L’assassino dei sogni”“Lettere fra un filosofo e un ergastolano” di Carmelo Musumeci e del grande filosofo Giuseppe Ferraro, edito  da Stampa Alternativa – Nuovi Equilibri.

Tante volte c’è stata la presenza di Marcello Dell’Anna in questo Blog. Marcello è una di quelle persone che è riuscita a trasformare il male in occasione di rinascita e riscatto. Comunque per presentarlo, cito adesso le parole con cui lui, in due note biografiche, ha descritto se stesso.

“Nato il 4 luglio 1967, a Nardò (Lecce). Ha vissuto sino ad oggi nelle patrie galere oltre 25 dei suoi 47 anni. Detenuto ininterrottamente da oltre ventidue. Sconta una condanna all’ergastolo presso il reclusorio di Badu e Carros, Nuoro; è sposato ed ha un figlio di 26 anni. E’ una attivista contro la “pena-di-morte-viva”, oggi vigente in Italia, ossia “l’ergastolo ostativo”. E’ un detenuto con il cruccio della lettura, dello studio e della scrittura. Nel corso degli anni di detenzione, infatti, gli sono stati conferiti diversi Encomi per meriti e comportamenti distinti, Diplomi di scuola superiore e, nel 2012, ha conseguito col massimo dei voti la laurea in Giurisprudenza. Ha scritto due libri e diverse pubblicazioni. “Quando però sei un condannato all’ergastolo, il trasformarti in una persona migliore e diversa da quella che eri prima, a volte, diventa per “qualcuno”…”una questione di secondaria importanza”; in fondo, sei sempre un ergastolano…”

La recensione di Marcello, come vedrete, non è una semplice recensione. 

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La lettura del libro mi ha coinvolto, nella stessa misura in cui io e Carmelo ogni giorno eravamo intenti a domandarci perché lo Stato ci tiene in vita quando per contro ci ha condannati ad una “pena di morte viva”.

I pensieri del prof. Ferraro mi entravano nella pelle, nella stessa misura in cui quando mi scriveva le sue lettere mi faceva vivere con lui, respirare con lui, pensare con lui in una dimensione elevata che oltrepassava mura e frantumava cancelli.

I loro discorsi scatenano forti emotività perché riflettono momenti che vivo sulla mia pelle ogni giorno, di ogni anno, di ogni decennio, da oltre 22 anni. Discorsi quelli tra Carmelo e il prof. Ferraro che viaggiano ad un livello superiore del normale relazionarsi.

In questa mia recensione non voglio analizzare il libro come farebbe chiunque, ma dargli quel valore che merita attraverso un commento a quella che è oggi la “pena-di-morte-viva” in Italia. Un commento scritto da chi quella pena non la sconta ma la subisce ogni attimo.

Ebbene, inizio col dirvi che, secondo me, davvero poca gente conosce gli effetti della violenza fisica e psicologica che subisce una persona detenuta stando in galera da oltre un ventennio. Parliamo di ergastolo dunque. Di quello “ostativo” intendo. Una pena che pochi ne comprendono il senso. Occorre superare il decennio dietro le sbarre affinché una percezione reale della cosa permanga la tua psicologia e la tua carne. Il corpo invecchia in fretta, la mente perde di lucidità, i gesti sono rallentati. La prigione a vita, una “macchina di violenza” un brutalizzo morale, una giustizia mascherata di vendetta. Scontata nei regimi speciali di massima sicurezza diventa poi “un inferno sulla terra”.

Molto spesso cerco di scavare in profondità, negli abissi e negli orrori della vita in prigione e mi accorgo che non è facile farlo… La vita ha le sue luci e le sue ombre. La prigione no! Il carcere ha il puzzo mefitico dei luoghi oscuri, e, molto probabilmente, state già dicendo che me lo sono meritato. Ma questo non è un razionale giudizio è solo una razionale e meritata equazione.

Mi permetto perciò di farvi riflettere e vi domando: perché trovate giusta questa mia “pena-di-morte-viva” che ha la cinica e spietata raffinatezza di uccidermi ogni giorno di ogni anno, per sempre. E perché, invece, non trovate il coraggio di uccidermi subito e all’istante.

Io sono pronto. Io sono qui. Non ho paura della morte, tanto quanto voi non avete paura di chiedere giustizia ma vendetta. Quindi, se è la vendetta che vi appaga, allora facciamola breve. Preferisco morire subito. Non ha senso farmi invecchiare in prigione per poi liberarmi.

Dei miei quarantasette anni, e da quando ne avevo 20, ne ho passati in prigione oltre 25, rimanendo in libertà per soli diciotto mesi.

Non mi sono mai piegato al sistema, non ho mai cercato di farmi scorciatoie, sconto la mia pena con sofferenza e dignità, non subisco il fallimento, non mi faccio spersonalizzare, annientare, annullare.

Mi ritengo un carcerato ma facente parte dell’Elite della popolazione detenuta, di quella migliore riuscita dal sistema dei carcerati che riescono a vincere ogni annichilimento del crimine sul crimine. Una vittoria, per esempio, tanto da aver raggiunto la piena consapevolezza di aver arrecato del male a delle persone e al consorzio sociale, perciò oggi cerco riscatto ed emenda, sperando di riparare al male commesso.

Il paradosso del nostro diritto penale, dal quale derivano i mille mali e le mille afflizioni del sistema carcerario, è che l’ergastolo, in specie quello “ostativo”, non soddisfa nessuna sete di giustizia, ma solo quella della vendetta, tesa ad oscurare, a nascondere, ad annientare. E qui comincia l’orrore…

Perché “l’incarcerazione a vita” amputa vite, sfascia le menti, degrada gli animi. Molti “carcerati a vita” subiscono gli effetti di questo “progressivo deterioramento” del corpo e della mente, senza mai più guarire, altri lo vincono e si temprano fino a diventare più duri dell’acciaio che li rinchiude.

Purtroppo, l’ergastolo è concepito per smidollare e corrompere la persona, spezzare e brutalizzare ogni animo. Nessun sistema di punizione che pretende da un essere umano di rinunciare alla sua umanità può mai lavorare per il bene comune. Viola la fibra universale dell’anima su cui le grandi civiltà si sono costruite.

Tuttavia, noi non viviamo in un Paese che prova a risolvere i suoi problemi delle prigioni. Persino solo presumerlo è utopistico. L’orrore implicito può essere che tutti ormai viviamo dentro i tessuti gonfi di un corpo politico infracidito di cattiva coscienza, così cattiva che la risata di una iena riecheggia da ogni televisore, con il rischio di diventare il nostro vero inno nazionale.

Tutti siamo colpevoli per aver permesso che il mondo intorno a noi diventasse più brutto e sciapo ogni anno che ci siamo arresi al terrore delle nostre prigioni sprofondandoci dentro.

La misura del progressivo imprigionamento della società può essere trovata al suo fondo, nella situazione dei penitenziari veri. La cattiva coscienza della società viene messa a fuoco sotto la lente ustoria del penitenziario.

Ecco perché nel nostro Paese nessuno parla di migliorare le prigioni – che sarebbe come dire di farle passare attraverso qualche prodigiosa trasformazione, come un rospo in un principe azzurro- ma solo di rendere più forti la legge e l’ordine. Ma questo non è più fattibile del sogno di una remissione in un paziente malato di cancro. Ma non si otterrà legge e ordine senza una rivoluzione nel sistema carcerario.

Io, la mia rivoluzione, l’ho trovata leggendo libri e studiando sin da quando sono nei circuiti speciali, fatti più per togliere e non per dare.

Solo con un leggero sussulto del cuore potete immaginare come dev’essere vivere da soli con una fame così grande e acquisire la “carne e le ossa della cultura” senza il brodo. Ho cercato di osservare il mondo attraverso i libri per capirne l’incanto, dato che nel “mondo libero” ho vissuto solo per poco tempo.

Conosco la prigione come il traghettatore conosce il passaggio per l’Ade. Ma il mondo, lo conosco solo attraverso i libri. Mi è sempre piaciuto servirmi di un “pasto eccezionale”. Ho lacerato ”la carne della cultura” con le mie mani, ho spezzato “le ossa del sapere” con i miei denti.

Le mie idee, molto probabilmente, come un credo religioso, risiedono nei valori “della vita, della libertà e del perseguimento della felicità”. La libertà e la giustizia per me sono ossigeno. Sicuramente ho forgiato queste mie idee, per cui oggi scrivo a voi tutti, nel dolore e nei danni fatti alla mia carne e ai miei nervi da una vita passata in prigione…spero di poter un giorno scrivere e leggere con il gusto di assaporare “il pasto della libertà…”.

Marcello Dell’Anna

Lettere dal di fuori… da Patrizia a Carmelo

Letterasss

Oggi pubblico una lettera inviata a Carmelo dalla sua amica Patrizia.

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lunedì 8/9/14

Ciao Carmelo, mi dispiace di rattristarti, ma con te butto fuori quello che sento e penso veramente. Anche con la mia psicologa, ma ad altri, che non ci riesco proprio più. Ho conosciuto troppa falsità. Non mi dire, ti prego, di riavere fiducia nel mondo, perché preferisco vivere con un po’ di titubanza, non tutti ascoltano per consigliarti o tirarti su, anzi, non so quanto ascoltano.

Le persone che ascoltano non è che ce ne siano molte. Molte cose andrebbero meglio penso!!!!
Il carcere dell’Asinara non si può definire triste. Torturare le persone.. non può esistere un regime così. E’ rabbrividente, da gelare la schiena. Si può  solo provare un senso di dolore forte al cuore. Non voglio immaginarti lì. Lo cancello. Perché mi fa sentire la gola secca e una gran voglia di aprire la finestra, urlare, che vergogna!!!!

Ci sono tante voci, ci saranno sempre voci che diranno quello che hai passato. Spero con l’anima un giorno di sentire la tua voce, anche per telefono “sono libero”. Questo per me è la cosa più importante. Santo cielo. Ma anche loro saranno papà, nonni. Cioè punire è giusto, ma la punizione non è perseverare, perché se no uccidi anche tu una persona. Io sono contraria alla punizione a lungo tempo, ma cercano di spezzare l’animo?

Se no è pazzia. Dopo 24 anni, ma cos’è??

Mancano i forni crematori. Ma qui è anni che dicono che l’Italia è un Paese democratico, se no sono tornati indietro anni luce, almeno per quanto riguarda gli ergastolani fine pena mai.

Carmelo, sai, per capire le privazioni, le sofferenze, e tutto il dolore bisogna averlo provato, se no si ha un cresta intono al cuore. Non capiscono!!!! Oppure, essere persone oltre, intelligenti, sensibili e concrete.

Spero solo che esci, che torni a vivere!!!! Con la tua famiglia che ti ama. I tuoi versi sono molto, non trovo parole. Poche righe. 24 anni concentrati, un quarto di vita se uno ha la fortuna di vivere cent’anni. Se no può essere una vita intera!!!

Ricorda i figli che amano, amano per sempre. Mia mamma e mio papà, anche alla mia età sono stati i miei più grandi amori. Li rivivrei, Dio solo sa quanto, eppure non sono stata una figlia perfetta!!

Ciao Carmelo, non mollare mai, mai.

Un abbraccio cara Patrizia

Lettere tra Uomini Ombra

Amorsero

La redazione di Ristretti Orizzonti ha lanciato la campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi.

Questa è una iniziativa che condividiamo e appoggiamo pienamente anche noi.

Per aderirne o saperne di più potete andare su   www.ristretti.org o www.carmelomusumeci.com.

In questo testo che ci ha girato Carmelo, è presente uno scambio di lettere da lui avuto con Salvatore, detenuto a San Gimignano.

La storia che Salvatore racconta è emblematica… per avere espresso un atto di tenerezza verso la moglie incinta, si innescò un meccanismo che, nei fatti, come vedrete, lo portò a essere trasferito in Sardegna e a non potere, per diverso tempo, vedere la moglie e il figlio, che nel frattempo era nato.

Suo figlio poté vederlo solo dopo un anno.. e questo.. per un semplice atto affettuoso.

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LETTERE TRA UOMINI OMBRA DELLE CASE DI RECLUSIONE DI SAN GIMIGNANO E PADOVA

 

Lettere fra “Uomini Ombra” delle Case di Reclusione di San Gimignano e Padova

Quasi tutti i giorni, mi sento un uomo ombra e un fantasma. Oggi, invece, mi sono sentito un padre e un nonno perché mi sono venuti a trovare mia figlia e i miei due nipotini Lorenzo e Michael con la loro madre Erika. È stato il primo colloquio che ho fatto nell’area verde del carcere con i miei due nipotini. Prima mi era vietato perché Lorenzo e Michael erano colpevoli di essere nipoti di un nonno detenuto in “Alta Sicurezza”. Per qualche ora mi sono sentito sereno e felice a  giocare con i miei due nipotini. Mi hanno fatto venire anche il fiatone perché non ci ero più abituato a giocare con i bambini all’aria aperta.

 (Fonte: diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com).

Da quando la redazione di “Ristretti Orizzonti” ha lanciato la campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi, molti prigionieri hanno iniziato a scriversi. Come una volta. Fra un carcere e l’altro per raccogliere le firme da inserire nel sito www.ristretti.org . E grazie a questa iniziativa hanno iniziato a scriversi anche gli uomini ombra (come si chiamano fra loro gli ergastolani). Rendo pubblica la lettera di Salvatore del carcere di San Gimignano.

 Caro Carmelo, ho raccolto tutte le firme della mia sezione e le ho spedite a Ornella Favero nella sede esterna di Ristretti Orizzonti, via Ciotolo da Perugia, 35, 35138 Padova. Questa iniziativa mi ha fatto venire in mente un episodio di tanti anni fa quando ero detenuto nel carcere di Palermo. Avevo mia moglie incinta.E mentre dietro al bancone la consolavo per darle conforto in maniera affettuosa toccandole la pancia per sentire muoversi il bambino, la guardia mi aveva richiamato a  stare giù con le mani. E lo aveva fatto ad alta voce ed in maniera brusca, facendo capire chissà che cosa a tutte le altre persone presenti nella sala colloquio. Ci siamo sentiti osservati. E mia moglie era diventata rossa ed anch’io mi ero vergognato (penso persino per la creatura che doveva nascere) e non ci ho più visto. Alla guardia gliene ho detto di tutti i colori. E l’ho mandata pure a quel paese. Mi hanno sospeso il colloquio. Poi mi hanno punito con il regime di sorveglianza particolare. E come se non bastasse mi hanno trasferito in un carcere della Sardegna dove per ovvi motivi di distanza e finanziari non ho più visto mia moglie ed il bambino che nel frattempo era nato.

Silvio l’ho visto solo quando aveva già compiuto un anno. E tutto per colpa di un gesto affettuoso scambiato fra poco più che adolescenti in attesa di un bambino. Adesso mio figlio ha appena compiuto venti anni e proprio l’altro giorno gli ho raccontato questo episodio. E spero che finalmente anche in Italia fanno una legge per stare con la propria famiglia in un ambiente riservato.

Salvatore.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova 2014

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