Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Ecchimosi di un ergastolo… di Salvatore Torre (prima parte)

ARCHEOS

Tramite la sorella Giusy mi è giunto uno splendido racconto di Salvatore Torre, detenuto a Saluzzo.

Questo racconto è tra i racconti di detenuti presenti nel libro “Il giardino di cemento armato. Racconti dal carcere”; libro a cura di Antonella Bolelli Ferrera. 

Il racconto di Salvatore è, innanzitutto, scritto con stile, da “scrittore”.

In secondo luogo, un racconto emblematico, carico di elementi su cui sofffermarsi e riflettere.

Anche per questo lo pubblicherò a puntate.

In questa prima parte, il punto centrale del testo è la questione se un ergastolano senza figli sia più “fortunato”.

Effettivamente a volte capita che un ergastolano con figli dica a un ergastolano senza figli che perlomeno lui non ha figlia a cui aspettare.

In questa parte del suo racconto Salvatore si domanda se sia effettivamente così..

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Ancora oggi il sole si mostra nel cielo in modo indeciso, punteggiando debolmente le colline a ridosso le mura di cinta; è un sole primaverile, carnico[1], che non si lascia cogliere più di tanto dall’epidermide. L’osservo trapassando lo sguardo di là della trama di ferri che occupa la finestra della mia stanza, mentre da quella di fianco continua a venire alle mie orecchie la voce spazientita di un compagno: Assistente, diciotto[2]: doccia! - grida accompagnando quella richiesta con una parolaccia.

Lo fa da almeno dieci minuti, ma l’agente Mugugno (lo chiamiamo così per via della sua tendenza a parlare spesso tra sé e sé), lo lascerà senz’altro sgolare ancora per un bel po’.

Non è cattivo Mugugno, è solo un po’ avvinazzato e di logica tendenzialmente “inoperoso” … immagino quale senso di fatica debba provare quest’uomo all’idea di dover alzare le chiappe dalla sedia, lasciare il suo posto di guardia, percorrere quei quindici metri di corridoio, tirare fuori dalla cintola il grosso mazzo di chiavi, indovinare quella giusta, riuscire poi a inserirla nel pertugio del cancello e, finalmente, permettere a quel “cazzo” di detenuto urlante di raggiungere il vano doccia, situato più in là sul corridoio.

Questo carceriere sarebbe pure da capire, ma la sua indolenza ci rende nevrotici e ci priva alla lunga dei buoni propositi. Forse per questo, passato qualche altro momento, unisco la mia voce a quella del compagno e, come lui, inizio a chiamarlo nel reclamare la doccia. Del resto, stanotte ho dormito poco e male, e questo, già di primo mattino, mi ha reso poco incline ad avere pazienza.

Accendo il televisore. Marco Pannella annuncia l’ennesimo sciopero della fame. Chiede ancora, restando inascoltato, che siano varati dei provvedimenti legislativi per risolvere l’annoso problema del sovraffollamento delle carceri, in altre parole, un condono.

La chiave che gira nella toppa e leva le mandate dal cancello accanto al mio, mi avvisa che Mugugno si è destato dal suo etilico torpore.  

Spengo il televisore. Indosso l’accappatoio, afferro il secchiello con gli indumenti sporchi e i detersivi, mi avvicino al cancello e l’aspetto.

Devi andare in doccia? – chiede sorvolando sull’evidenza.  

Non rispondo, né lui, in verità, aspetta che io lo faccia. Infila la chiave nella serratura e apre.  

Guadagno il corridoio.

Agente, porco diavolo, devo fare la doccia pure io! – si lamenta un compagno da una cella vicina.  

Mugugno non si volta neppure a guardarlo.

La doccia è piena – risponde prima di richiudere il cancello e ritornare di filato al suo posto di guardia.

Il locale doccia è per davvero affollato; tre compagni sono intenti a lavarsi e altrettanti aspettano di farlo.

Il vapore acqueo satura l’ambiente, si alza al soffitto, si condensa in grosse gocce d’acqua e gronda, irreversibile, sulle nostre teste: per un liceale sarebbe un’ottima lezione di fisica.

Sorrido a questo pensiero.

I presenti discutono della questione carceri, indubbiamene sollecitati dalla dichiarazione televisiva di Marco Pannella. Qualcuno azzarda che la nuova compagine governativa guidata da Enrico Letta gli darà retta risolvendo, finalmente, il problema. L’auspicio è che lo facciano al più presto così potranno ritornare a casa.

Avanzo fino al lavatoio, traggo fuori dal secchiello i detersivi e mi appresto a riempirlo d’acqua. I compagni si avvedono di me, allora tacciono un momento, mi salutano e cambiano argomento: sarebbe irrispettoso continuare a discutere di tornare liberi, davanti un condannato a trascorrere tutta la sua vita in carcere.

Lavo i panni.

Quando arriva il mio turno, m’infilo sotto lo spruzzo d’acqua calda e provo a quietare il malumore che mi strascico appresso da ore.   

Una condanna all’ergastolo ti riempie di dubbi, e quando alcuni di questi si spiegano con il passare del tempo, altri sono destinati a rimanere tali per sempre.  

Di quest’ultima categoria credo faccia parte quello che mi molesta da qualche giorno.

“Per fortuna, non hai figli a cui pensare” – mi diceva l’altro ieri Gianni il Navigato, che di figli ne ha quattro, immaginando che quando ne avessi avuto, mi sarei sentito maggiormente afflitto dalla mia condanna.

Per fortuna, diceva… io però non riesco ancora a decidere se lo sia oppure no.

A dire il vero, il ricordo dei miei nipoti, di Lollo, di Gigia, di Moretto e di Nemi, di questi piccolini che mi guardano con occhi incerti ma curiosi e mi donano dei sorrisi così innocui e cari, mi suggerisce che avere figli aiuta ad essere lieti persino in questa morte[3]

Ma è davvero così?

Dopotutto, da questi bambini ricevo amore, dolcezza e parole d’affetto, senza patire il tormento di saperli crescere senza di me; osservo la loro delicata evoluzione, le sfumature delle loro piccole vite, attraverso le foto, il racconto dei loro genitori, il loro tono di voce, quando l’ascolto per telefono, sapendo di non recargli sofferenza; certamente, non quella prodotta dall’assenza di un padre, perché non sono loro padre.

Appena la settimana scorsa, la più grande delle mie nipoti, Nanna, mi ricordava di avere compiuto ventidue anni: il numero è pari a quello degli anni che mi separano dal suo mondo. La ragazza era al telefono all’altro capo del Paese, in Sicilia, ed io, sino ad un momento prima di questa sua rivelazione, la ricordavo bambina, mentre giocava sistemando uno sopra l’altro gli sgabelli della sala colloquio.

Se fosse stata mia figlia e l’avessi condannata a vivere lontano da me tutti questi anni, avrei sofferto di più o la sua presenza nella mia vita mi avrebbe comunque reso l’esistenza carceraria meno afflittiva?

Non lo so, non sono padre …

[1] Riferito ai monti della Carnia.

[2] Il numero della cella.

[3] Morte civile, affettiva, sociale

Il ghiro… di Antonio Russo

Ghiro

La nostra Grazia ci ha inviato questo testo, reale, ma con un’anima fiabesca, scritto da Antonio Russo, detenuto a San Gimignano.

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Una notte con il ghiro

Ho le palpebre appesantite dalla stanchezza, un’ultima pennellata al quadro e vado a dormire, ma un pensiero mi attanaglia la mente e a stento prendo sonno.

E’ il 22 agosto 2011 e ho vissuto un’esperienza che, considerato il contesto in cui si è verificata, ha reso questa data memorabile.

Quello che sto per raccontarvi è avvenuto dove, tutt’oggi, sono ancora recluso: il carcere di Volterra. Una notte mentre dormivo, nella mia cella singola ho avvertito una strana sensazione: sembrava come se qualcosa mi stesse camminando sul corpo, o come se una mano mi toccasse e non mi rendevo conto se stavo sognando o se era realtà. A un certo punto mi sono svegliato e subito ho cercato di realizzare cosa fosse successo. Sicuramente non potevo incolpare un compagno di avermi toccato, l’essere solo in cella escludeva questa possibilità; l’incredulità e l’incertezza mi impedirono di riprendere sonno. Rimasi nel letto ma ero molto turbato. Volevo assolutamente capire cosa mi era capitato; guardai l’orologio: erano le 3,00, cercai di riaddormentarmi coprendomi il viso come di solito uso fare. Dopo una ventina di minuti ho sentito un rumore e visto che mi trovavo in uno stato di dormiveglia mi sono detto: no, stavolta non sto sognando, qui qualcosa non va. Dal letto guardavo tutta la cella quando il mio sguardo si volse verso una tenda che funge da divisore con il piccolo bagno.

Mi sembrava che la tenda si muovesse, ma essendo buio non ne ero sicuro; il rumore aumentava e, trascorsi pochi secondi, vidi una cosa che volò dalla tenda e finì su un piccolo marmo vicino al lavandino, il volo si arrestò su una fruttiera che vi era appoggiata. Era buio, ma qualcosa si riusciva ad intravedere, perché un piccolo spiraglio di luce filtrava dal corridoio della sezione, quindi era vero che avevo visto volare qualcosa. I miei occhi erano fissi sul marmo per capire cosa fosse, anche perché dopo quel volo si era fatto un silenzio tombale. Dopo un po’, con quel filo di luce che penetrava dal corridoio, riuscii a vedere una testolina che usciva dalla fruttiera, ma non mi rendevo conto di cosa potesse trattarsi. Mi dava l’impressione di essere uno scoiattolo, ma nello stesso tempo mi chiedevo: come è possibile che uno scoiattolo possa essere entrato in una cella tutta chiusa? La cella e la finestra, oltre alle sbarre, hanno anche una rete di ferro dove a malapena ci passa una zanzara. Nella mia testa c’era tanta confusione, almeno fino a quando questo animaletto, uscito per intero dalla fruttiera, tra mele e arance, cominciò a fissarmi, e io fissavo lui, e tutto questo durò una manciata di secondi. A quel punto mi sono alzato dal letto e ho acceso la luce, ma sarebbe stato meglio se non mi fossi alzato perché appena fatti due passi lo scoiattolo si spaventò e iniziò a saltellare sulle pareti, sulle mensole e sugli stipetti di legno, e fece molto rumore. Confesso che tra il sonno interrotto e la vista di quell’animale che saltellava per tutta la cella, mi sentivo un po’ frastornato. Tuttavia mi armai con un bastone di legno, anche perché non ero in grado di stabilire se l’animale che si trovava al mio cospetto fosse velenoso o meno, e quindi temevo per la mia incolumità. Superfluo aggiungere che nella confusione generale i rumori aumentavano a dismisura. Nella cella di fianco alla mia c’era quella di mio fratello il quale bussò alla parete e sottovoce mi disse: Antonio, ma cosa stai facendo a quest’ora di notte, non vorrai svegliare tutta la sezione?

Risposi che avevo uno scoiattolo in cella, al che lui ribadì che non era possibile e mi invitò a tornare a letto dato che lo scoiattolo sicuramente me l’ero sognato. Era ovvio che nessuno ci credesse, ma era la verità. Dopo pochi minuti arrivò l’agente che avevo chiamato, il quale mi chiese che cosa potevo mai volere alle tre di notte. Quando gli dissi dello scoiattolo in cella, lui stupito di quanto asserivo, mi rispose: “Ma non è che avete sognato o avete avuto un incubo?”

“Indubbiamente la sua meraviglia era dovuta alla consapevolezza che essendo la porta della cella chiusa e blindata era praticamente impossibile accedere in essa; da dove sarebbe potuto entrare uno scoiattolo? Ricevuta una risposta negativa anche l’addetto alla sorveglianza aveva ritenuto che io avessi potuto sognare. Per evitare di essere considerato un visionario, cominciai con insistenza a battere forte sotto il letto, finché di colpo lo scoiattolo uscì fuori e saltò sulla tavola. Alla vista dello scoiattolo l’agente sobbalzò, chiuse lo spioncino del blindato, e si avviò nel corridoio per andare ad avvisare la sorveglianza. E mentre procedeva, forse perché stupito da quanto aveva visto, urlava dicendo: “E’ un ghiro, è un ghiro”. A distanza di poco tempo l’agente ritornò e mi disse che aveva riferito alla sorveglianza di aver visto l’animale, però si poneva un problema: a quell’ora di notte le chiavi della cella erano custodite nell’ufficio sicurezza, ragion per cui avrei dovuto convivere con il ghiro fino alle 7.30, poiché prima non era possibile intervenire. Iniziò così la mia lotta con il ghiro.

Lui scappava per la cella e io, anche se un po’ mi dispiaceva spaventarlo, volevo prenderlo. Dopo più di due ore di battaglia escogitai uno stratagemma che mi permise di bloccarlo in un angolo; infine mi avvicinai a lui con un secchio in una mano e il coperchio nell’altra. Il ghiro nel tentare la fuga entrò nel secchio che provvidi subito a richiudere; dopodiché appoggiai il secchio sul tavolo e vi posi sopra una cassa d’acqua per non farlo uscire. L’averlo neutralizzato mi tranquillizzò e quindi cercai di recuperare un po’ di sonno in attesa che arrivasse l’ora stabilita. Alle 7.30 si presentò davanti alla mia cella l’agente con un suo superiore in grado e mi chiesero dov’era il ghiro. Risposi loro: è qui nel secchio. Aprirono la cella facendomi uscire con il secchio. Il mio vicino di cella, incuriosito, volle vedere l’animale che aveva provocato tutto quel trambusto. Spostando con cautela il coperchio del secchio glielo feci vedere e lui meravigliato esclamò: “Mamma mia com’è bello, com’è curioso”. Io che indossavo ancora il pigiama ed ero in ciabatte e l’agente ci recammo in fondo al corridoio dove c’era una finestra. Mi accorsi che essa, oltre ad avere le classiche sbarre, era munita di una grata molto stretta, e dissi: “Agente, questo da qui non può uscire!”; infatti nel tentativo di farlo, il ghiro scappò per il corridoio e per rincorrerlo persi una ciabatta e dietro di me c’era l’agente che correva, e correvamo dietro al ghiro che, impaurito, si stava dirigendo verso un ragazzo che era addetto alla pulizia del corridoio. Questo, vedendolo, si impaurì a tal punto che, lasciati per terra tutti gli attrezzi, si lanciò di corsa verso la sua cella.

Dopo un po’ di tempo, malgrado fossimo ostacolati dalla gran confusione che si era creata, siamo riusciti a riprendere il ghiro e a infilarlo nel secchio. Naturalmente, visto l’insuccesso precedente, abbiamo deciso di cambiare sistema, ci siamo recati nel cortile all’aperto e io, dopo essermi accostato a un albero, ho sollevato il coperchio del secchio e come un fulmine il ghiro è salito in cima. Lo seguivo con lo sguardo e a un certo punto i nostri sguardi si sono incrociati, lui mi guardava fisso, come se volesse ringraziarmi per averlo liberato. Quel suo sguardo mi emozionò molto. In quei suoi meravigliosi occhi belli, grandi e luccicanti, dove si rispecchiavano i miei occhi, era espressa tutta la sua tenerezza; nel suo sguardo si leggeva la gioia per aver riacquistato la libertà. Ero molto felice: una parte della sua libertà era stata trasmessa al mio cuore.

Antonio Russo

Gli affetti violati… di Pierdonato Zito (seconda parte)

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Oggi pubblico la seconda parte (per la prima via al link http://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/11/09/gli-affetti-violati-di-pierdonato-zito-prima-parte/) del testo dedicato al tema dell’affettività, e gravido del proprio percorso personale, che ci ha inviato il nostro Pierdonato Zito detenuto a Voghera. Questo testo è stato inviato alla redazione di Ristretti Orizzonti, per il concorso da loro indetto sui temi dell’affettività in carcere. 

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In realtà quando rifletto su come noi veniamo ancora oggi considerati dopo un così lungo arco di tempo di detenzione, mi rendo conto che non sono io ma forse loro ad essere SCHIAVI del mio passato, non riescono a liberarsi. Non si rendono conto che in natura tutto muta, tutto cambia.

Le società continuano a trasformarsi, mutano gli atteggiamenti psicologici, le motivazioni all’origine dei comportamenti, la sessualità e le relazioni d’amore. Il carcere sembra un mondo a sé, obsoleto, anacronistico. Una società può essere considerata “violenta” quando esclude dei cittadini da quei diritti fondamentali.

Uno dei miei figli, per dieci anni, oltre a venire dietro alle varie carceri in cui, di volta in volta, veniva trasferito si recava anche in ospedale per un serio problema di salute.

Ripercorrere mentalmente questo passato, anche se per iscritto mi procura ancora oggi  dolore, se penso quanti giorni, mesi, anni, decenni di disagi, sofferenza, abbiamo vissuto. Quando un figlio è piccolo come si a spiegare il mondo compresso e incomprensibile degli adulti? Così usavo la parola per dare loro un senso a tutto ciò che vivevano.

Poi i miei figli sono cresciuti e a volte mi sono giunte delle lettere un’intestazione che mi ripagava di tutto quell’amore versato nei miei scritti, come ad esempio: ALLA FONTE DELLE MIE CERTEZZE… beh, essere una certezza per mio figlio è la più bella, la più importante delle gioie che un genitore può ricevere.

Senza punti di riferimento la stessa potenzialità umana si disgrega.

Adesso qualche bambina di 7 anni che amava tanto l’arte e che non poté terminare il liceo artistico che frequentava a prendersi  cura dei fratelli minori. Oggi è mamma. E pochi giorni fa ci siamo ritrovati tutti a colloquio; io, la mia compagna, i nostri 3 figli e la nuova arrivata da quasi due anni. Dopo 20 anni siamo riusciti per la prima volta ad effettuare delle fotografie tutti insieme. L’ultima foto che avevamo risaliva a due decenni fa.

La mia piccola nipotina sente sempre parlare del “nonno” che però fisicamente e quotidianamente non vede e poi, in media una, due volte l’anno, affronta un lunghissimo viaggio per recarsi al colloquio. Si ripete l’eterno ritorno dell’identico. Ed io per entrare delicatamente a fare parte della sua vita cerco di non essere invasivo… e mi limito a sorriderle, ed osservarla mentre nella saletta colloquio giocava on altri bambini mentre correva, mentre cerava di parlare… io con il mio sguardo portavo queste immagini dentro di me. “Filmo” con i miei occhi i suoi movimenti e le sue espressioni.

L’uomo non è un risultato casuale, ma il derivato di una strategia di relazioni sensasoriali, parentali e sociali la presenza fisica e importantissimo e dunque un padre non è sostituibile con una telefonata, di pochi minuti, oppure con uno sporadico e frettoloso incontro; ma è necessario toccarlo, percepirlo nella sua fisicità e nei suoi movimenti.

L’assenza del genitore in tenera età genera una sorta di “morte” della figura genitoriale. Poi, quando lo si incontra nei colloqui, una sorta di “resurrezione”. Quindi, il rapporto del detenuto con i figli è fatto di ripetute scomparse e comparse. Questo può generare non poche problematiche sul piano interiore, emotivo.

Il carcere deve essere vissuto come parte integrante della società e non come luogo di vita separato. Basterebbe un po’ di buona volontà e copiare le nazioni più avanzate di noi.

Voghera 8 dicembre 2014

Pierdonato Zito

Anno fine coraggio mai

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La nostra Nadia ci ha inviato questa lettera scritta da Giulia Duca, una studentessa universitaria, dopo avere incontrato Carmelo Musumeci presso il polo universitario di Padova.

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Caro Carmelo,

mi chiamo Giulia, se ti ricordi ci siamo incontrati la settimana scorsa, quando sono venuta in visita al Polo Universitario per il mio progetto di tesi.

È’ difficile spiegare cosa ho provato a conoscerti e a conoscervi. Credevo di arrivare libera da ogni pregiudizio, invece mi sono stupita del clima che ho trovato, delle piacevoli conversazioni che ho avuto, dell’acutezza e profondità delle cose che mi avete raccontato. Ti assicuro che il 70% delle conversazioni che ho qui fuori è di un livello nettamente più basso. Mentre guidavo per tornare a casa ho capito che questo mio stupore era figlio di un pregiudizio che non sapevo di avere. Non mi stupirei di passare un pomeriggio piacevole al bar con persone qualunque, perché mi devo stupire del tempo ricco e arricchente che ho passato con voi? Quindi innanzitutto ti ringrazio e vi ringrazio perché mi avete ricordato che il pericolo dello stereotipo è sempre in agguato, la nostra mente tende a semplificare il mondo che ci circonda se non la teniamo allenata a ricercare sempre la profondità e la complessità delle cose. Grazie ancora per la disponibilità con cui mi avete accolta, trovare l’apertura proprio in un carcere era l’ultima cosa che mi aspettavo. Se puoi ti prego di estendere il ringraziamento a tutti tuoi colleghi. 

La seconda parte di quello che ti vorrei dire è più difficile per me da esprimere perché tocca le corde più profonde del mio cuore. Sono rimasta colpita, tra le tante cose che mi hai detto, da una tua frase: “Studiare ti fa sentire molto di più il dolore della pena”. Ho pensato tanto a questa frase, è stata per me una chiave che ha aperto un mondo al quale non avevo mai dedicato la giusta attenzione. Mi ha fatto cambiare totalmente la prospettiva con la quale voglio scrivere la mia tesi, che non sarà di sicuro un trattato a livello internazionale, ma è mia, e anche se non la leggerà nessuno, voglio che tratti il tema dalla giusta prospettiva: la vostra. 

La sera stessa avevo una cena con alcune mie amiche, non potevo smettere di parlare di te. Del modo in cui ti sei raccontato. Ancora una volta parlando con loro ho scoperto il pericolo del pregiudizio, attaccato, incrostato dentro di me.

Mentre mi parlavi non ho mai mai mai visto, neanche per un secondo, un criminale. Chi credevo di trovare? Hannibal Lecter? Davanti a me ho visto un papà, un nonno, una persona colta ed intelligente, un uomo dotato di grande empatia e doti comunicative. Ho visto il mio papà, che è anche nonno, e che è anche uomo intelligente, me lo hai ricordato tanto. Sarà che lui è il papà più bravo del mondo, ma in te ho rivisto il papà più bravo del mondo.

Insieme alle mie amiche quella sera abbiamo letto tante cose su di te, la tua storia, la tua famiglia, il tuo percorso. Io inizialmente non volevo sapere per quale reato fossi stato condannato. Avevo paura di poter cambiare idea su di te, di spaventarmi delle emozioni che ho provato ascoltandoti. Ho avuto paura di non riuscire più a vederti come uomo ma solo come delinquente. E invece no, conoscere la tua storia mi fa essere ancora più vicina a te come persona e alla tua causa. Anzi è proprio la tua storia a dare il vero senso alla tua lotta.

Mi indigno con te di vivere in una società che non offre un’altra possibilità ad un uomo, papà, nonno come te. E a tanti altri come te. Mi indigno di un sistema penale che mette anno di fine pena 9999, una grottesca ironia, una sadica dicitura, una presa in giro. 

Mi chiedo dove sarei adesso se quando ho sbagliato nessuno mi avesse perdonato.

Ti ringrazio per il coraggio e la forza che metti nel cercare di cambiare le cose. Non solo per te, ma in nome di un senso di giustizia più grande. Forse non conterà molto, ma conoscerti, leggere ciò che scrivi, ascoltare le tue interviste, mi ha fatto cambiare idea, mi ha tenuto il pensiero e il cuore impegnati per giorni. Ho riflettuto tanto sul significato delle parole che usiamo superficialmente tutti i giorni: colpa, colpevole, criminale, pena, buoni, cattivi. Il tuo definirti “cattivo” , in contrapposizione ai ” buoni” che ti condannano ad una punizione senza vie d’uscita, è un contrasto così forte che ci costringe a rimettere in discussione la nozione stessa di bene e di male. La parola  “cattivo” non sta bene con i tuoi occhi, con i tuoi modi, con la tua umanità, è un po’ come il calzino con i sandali dei tedeschi per capirci, non ci sta. 

Ho parlato di te al mio amore, alla mia famiglia, ai miei amici e anche alla mia nipotina, che come sempre, con i suoi 4 anni ha più ragionevolezza della maggior parte degli adulti. Forse non conterà molto ma come disse Madre Teresa, se non mettessimo la nostra piccola goccia, l’oceano sarebbe un po’ più vuoto. Forse non conterà molto ma se posso fare qualcosa, ci sono. 

Grazie per la tua forza, per il messaggio che passi ai più giovani, per l’impegno, per non fermarti mai di dire, scrivere, raccontare. Anno fine coraggio: mai. 

Ti abbraccio,

Giulia

Un pasticcere a Catanzaro- ricette di Fabio Valenti

mascarpone

Pubblico oggi un’altra delle ricette che chi ha inviato il nostro pasticcere di fiducia, Fabio Valenti, detenuto a Catanzaro.

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DOLCE AL CUCCHIAIO CON MASCARPONE E CIOCCOLATO

Ingredienti:

-1 pan di spagna (alto 2 cm),

sciroppo al caffè,

50 ml di acqua,

50 g. di zucchero,

100 ml di caffè espresso amaro

-Ganache al caffè:

100 g. tuorli,

80 g. zucchero,

200 ml panna dolci,

200 ml latte,

270 g. cioccolato fondente,

50 ml caffè espresso concentrato.

-Glassa lucida:

100 ml panna liquida,

250 ml latte,

120 g. zucchero,

10 g. miele,

80 g. sciroppo glucosio,

60 g. cacao amaro,

10 g. gelatina in fogli.

-Semifreddo al mascarpone:

90 g. tuorli,

165 g zucchero,

50 ml acqua,

350 g. mascarpone,

350 g. panna semimontata.

-Per decorare cioccolato a scaglie.

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Procedimento:

-Per lo sciroppo al caffè; portate a bollore l’acqua con lo zucchero. Togliete dal fuoco unitelo al caffè espresso. Tagliate il pan di spagna a dadini e inzuppatelo con lo sciroppo al caffè. Tenete da parte.

-Semifreddo al mascarpone: versate l’acqua e lo zucchero dentro un pentolino e portate a bollore. Alzate la fiamma e fate cuocere fino alla temperatura di 121° (utile un termometro da pasticceria; ma si può ovviare facendo cadere, con l’aiuto di un cucchiaio, alcune gocce dentro un bicchiere d’acqua fredda, se le gocce rimarranno compatte e non scioglieranno allora lo sciroppo è pronto). Nel frattempo versate i tuorli in una ciotola e lavorateli con le fruste; con le fruste azionate versate a filo lo sciroppo bollente. Continuate a montare  fino a renderli gonfi e spumosi, e fino a quando il composto non sarà freddo. Incorporate il mascarpone, in precedenza amalgamato con un cucchiaio, mescolate bene e unite la panna montata. Mescolando dal basso verso l’alto fino ad ottenere una crema liscia fluida. Dividete il semifreddo dentro sei mezze sfere in silicone (dalla grandezza di una pallina di tennis- giusto per darvi un’idea) e ponetele in freezer per tre ore circa.

-Ganache al caffé: portare quasi a bollore panna e latte. E versarla sopra i tuorli e zucchero, mescolate bene, versare  tutto nel tegame e scaldare ancora pochi minuti, togliere dal fuoco e unite il cioccolato fondente e il caffè espresso. Lavorare il composto con una frusta fino a quando  il cioccolato non si sarà sciolto e amalgamato al composto. Tenete da parte.

-Glassa lucida: Versate dentro un tegamino la panna, il latte, lo zucchero. Fate cuocere a fiamma dolce; incorporate il miele e il glucosio. Mescolate e incorporate il cacao tutto in una sola volta. Mescolate di continuo portandolo a bollore. Fate cuocere ancora per altri due tre minuti. Togliete dal fuoco e incorporate i fogli di gelatina, in precedenza tenuti in acqua fredda. Mescolate bene e tenete da parte.

Composizione:

dentro sei coppe mettete due cucchiai di pan di spagna imbevuto di caffè, versateci sopra 3-4 cucchiai di ganache al caffè (spessa 2 centimetri) ponete in freezer le coppe a rassodare. Tirateli fuori e versateci dentro un leggero strato di glassa lucida. Tirate dal freezer le mezze sfere del semifreddo, poggiatele sopra una griglia e glassatele; adesso trasferiteli dentro la coppa, decorateli con del cioccolato a scaglie e servite.

Gli affetti violati… di Pierdonato Zito (prima parte)

affettività3

Pierdonato Zito, detenuto a Voghera, è uno degli amici storici del Blog.

Lui non scrive di frequente. Ma quando scrive è portatore sempre di un ricco percorso riflessivo che è espresso in uno stile “classico” e che risuona di una integrità umana e di un durissimo e costante lavoro su di sé che dura da tanti anni.

Pierdonato ci ha inviato il testo sull’affettività che ha inviato alla redazione di Ristretti Orizzonti per il concorso che hanno organizzato su questo tema. Il testo di Pierdonato intreccia la riflessione generale, col il suo vissuto. 

Oggi pubblico la prima parte.

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GLI AFFETTI VIOLATI

La mia storia è un po’ lunga e complessa. Mi rendo conto però che devo essere breve, conciso, e offrire un contributo per sensibilizzare chi legge sul tema dei rapporti affettivi, tra persone detenute, prive di libertà e le loro famiglie.

Sono stato incarcerato 20 anni fa. All’epoca i mie tre figli avevano rispettivamente 7 anni, 5 anni, 3 anni. I genitori rappresentano i due pilastri che reggono il mondo interiore affettivo del bambino. In assenza di uno dei genitori solitamente si aggrappano, per così dire, all’altro pilastro.

Dopo alcuni anni la mia compagna viene anch’essa in carcerata. A quel punto il mondo interiore del bambino può andare in frantumi. Il nucleo familiare comunque è totalmente paralizzato e annullato.

A sostituirli ci sono anziani nonni. Dopo qualche anno ancora mi viene applicato il regime del 41 bis. I rapporti affettivi vengono drasticamente ridotti ad 1 ora al mese e dietro un vetro divisorio a tutta altezza, privo di ogni contatto fisico.

In quel periodo, durato otto anni, vedevo i visi dei miei figli esausti sia per il lungo viaggio effettuato e sia per la lunga attesa per potere entrare al colloquio.

Dopo qualche anno di detenzione, la mia compagna necessitava di una operazione chirurgica. In questi casi l’ordinamento penitenziario prevede un’attenuazione delle pena. Invece, immediatamente gli viene applicato addirittura il regime del 41 bis. Quindi un tipo di detenzione più dura con più limitazioni. Per cui più limitazione uguale più sofferenza. Perciò si va ad incrudelire la pena, senza che ci fossero reali necessità che la giustificassero. Evidentemente si voleva approfittare di quel drammatico momento per fare leva sul dolore per raggiungere altri.. obiettivi. Si opera in regime di 41 bis.

Il tempo passa vengono a mancare i nonni paterni, poi materni. Alla mia compagna in regime di 41bis per sei anni e mezzo gli viene rigettato perfino il permesso  per ragioni umanitarie con scorta che viene dato solitamente a tutti i detenuti così come previsto dal nostro ordinamento penitenziario, per recarsi ad abbracciare il proprio genitore, padre, negli ultimi istanti di vita. Se ne è andato col dolore nel cuore di non poter vedere sua figlia. Poi, passano anni, ed è la volta di mio fratello maggiore. Si ammala di un mila incurabile, perché anch’esso la vita e anche a me rigettano il permesso di recarmi per un ultimo abbraccio.

Uno stato ottuso che non applica e disattende quei principi previsti della nostra Costituzione, del nostro ordinamento penitenziario e che invece poi pretende, al contrario, dai suoi cittadini il rispetto di quelle regole sociali che per primo lui non rispetta. In primis non è coerente, non è credibile verso il cittadino e in secondi non ha titolo per dare lezioni di etica e di moralità a nessuno.

Sarebbe invece molto più civile, giusto e perfino bello che in Italia ci fosse la libertà d’affetto come in altri paesi europei. Che i famigliari, i figli di quei cittadini che per qualsiasi motivo finiscono in carcere, non venissero criminalizzati, quindi non venissero ridotti i contatti, ostacolate le relazioni affettive, poiché il nucleo familiare continua a seguire il proprio congiunto ed è giusto che debba passare più tempo insieme a questi così come lo stesso Ordinamento Penitenziario prevede.

E’ previsto infatti che particolare cura deve essere dedicata a mantenere e migliorare le relazioni dei detenuti, proprio nel momento che il nucleo familiare vive una separazione drastica, forzata, drammatica come è il carcere.

Prevede quindi che la famiglia sia un valore affettivo da tutelare in qualunque contesto, così come lo impone anche l’art. 29 della nostra Costituzione, quindi anche nel contesto penitenziario. Anzi in quest’ultimo è di più di un valore affettivo, è un elemento del trattamento penitenziario.

Ma come sappiamo bene sono due cose distinte e separate, il diritto scritto e il diritto applicato. A parole l’Italia vuole apparire una nazione civile e democratica. Nei fatti siamo il Paese più condannato dalla Corte Europea non solo in tema di giustizia ma anche in altri ambiti.

Spesso così facendo si inducono i figli dei carcerati a odiare le istituzioni, perché incoerenti, ingiuste e non rispettose delle stesse leggi e principi che reggono il nostro vivere civile. Rispetto ai Paesi europei più emancipati, noi italiani siamo su questo aspetto dei primitivi, non riusciamo proprio ad elevarci ed evolverci.

Di fronte alla tristezza di questi affetti violati, dove si criminalizza il rapporto tra famiglia e congiunti del detenuto. Il mio unico sistema per tenere uniti i cocci in frantumi della mia famiglia è stata la LETTERA. Ho scritto così migliaia e migliaia di lettere. Un fiume di inchiostro. Mi sono sforzato di dare loro una educazione continua e costante. Mentre una educazione discontinua impedisce invece di fissare delle relazioni capaci di dare sicurezza, poiché il figlio sperimenta l’alternarsi di presenza/assenza della madre o del padre, perdendo così ogni riferimento rassicurante.

Su questi pezzi di carta hanno viaggiato i nostri sentimenti, ansie, gioie, dolori, speranze, attenzioni. L’AMORE. La lettera è diventato il filo rosso che ci ha tenuti uniti.

Rispetto ad un genitore libero è stato come nuotare con il mare agitato, avendo le mani legate. A volte per i disagi e le varie problematiche che emergevano, siamo stati anche uno due anni senza vedere i figli.

Con la mia compagna, ci siamo abbracciati fisicamente dopo nove lunghissimi anni. L’articolo 1 del nostro Ordinamento Penitenziario dice: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto delle dignità della persona”. Tutto quello che ho scritto finora dà l’impressione di uno stato democratico civile eppure è anche spesso e volentieri tirannico? Che non rispetta assolutamente questo articolo?

La cosiddetta “sicurezza” deve essere servente della legalità e non essere (come spesso avviene) utilizzate per vessare o inutilmente incrudelire una pena chi è già da decenni detenuto.

Un pasticcere a Catanzaro- ricette di Fabio Valenti

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Fabio Valenti, il nostro pasticcere di fiducia, ci ha inviato alcune ricette natalizie. Oggi ne pubblico due.

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PARFAIT AL CIOCCOLATO

Ingredienti:

base per biscotto morbido alle mandorle,

2 uova intere,

90 g. di mandorle in polvere,

20 g. di fecola,

30 g. di burro fuso.

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Semifreddo:

160 tuorli d’uovo,

160 g. di zucchero,

80 ml d’acqua,

350 g. di cioccolato fondente,

350 g. di panna.

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Disco cioccolata:

80 g.  cioccolato fondente al 70%

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Per decorazione:

cacao amaro q/b

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Preparazione:

1)biscotto: lavorare le due uova con lo zucchero, fino a quadruplicarne il volume. Unite le mandorle e la fecola setacciata. Mescolate dal basso verso l’alto con delicatezza. Infine unite il burro fuso. Imburrate e infarinate una tortiera di 22 cm di diametro. Versateci il composto, livellate e infornate a forno caldo a 180 gradi 10-12 min.

2)semifreddo: montate la panna a metà (semimontata), tenetela da parte. Sciogliete il cioccolato a b/m e tenete da parte. Mettete a cuocere acqua e zucchero e portate questo sciroppo a 121 gradi. Poi versatelo a filo dentro i tuorli con le fruste in movimento, fino ad ottenere una massa gonfia e lucida. Nel cioccolato mettiamo un po’ di panna montata, mescoliamo con delicatezza e poi versiamo un po’ di cioccolato dentro il composto dei tuorli. Mescolare e unire il restante cioccolato. Completiamo con la restante panna. Mescolando dal basso verso l’alto, fino ad ottenere una crema ben amalgamata.

3)disco al cioccolato: disegnate un foglio di carta forno, un cerchio di 22 cm di diametro, sciogliete il cioccolato fondente e versandolo sul foglio realizzate un disco. Mettetelo in frigo a rassodare.

Composizione del dolce: sul fondo di una teglia a cerniera di 24 cm di diametro, posizionate il biscotto morbido, poi versateci sopra una metà del semifreddo. Staccate il disco di cioccolato dalla carta forno e posizionatelo sopra il semifreddo e coprite con la restante crema del semifreddo. Livellate, lisciate e mettete il freezer 4-5 ore. Mezz’ora di servire, tiratela dal freezer, sfornatela e guarnite col cacao amaro e decorate a piacere.

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CROSTATA CON NOCI E MARMELLATA DI ARANCIA

Ingredienti:

250 g. di farina,

50 g. di mandorle ridotte in polvere,

150 g. di burro,

100 g. di zucchero,

1 presa di sale,

la buccia grattugiata di un limone,

1 uovo,

1/2 cucchiaino (3 g.) di lievito in polvere, 

200 g circa di marmellata di arance,

100 g. circa di gherigli di noi.

Procedimento:

Mettete in una ciotola le due farine, il lievito, il burro a pezzetti e lo zucchero. Lavorate velocemente il tutto fino ad ottenere un composto sabbioso. Incorporate l’uovo intero, la buccia del limone e il sale. Impastate velocemente con le palme delle dita. Avvolgete la pasta nella pellicola trasparente e ponete in frigo per un’ora.

Tirate la pasta nel frigo; toglietene un pezzetto e tenetelo da parte per fare le classiche strisce. Imburrate e infarinate una tortiera da 24 cm di diametro (possibilmente col fondo estraibile). Stendete la frolla dello spessore di 3mm circa e sistematela sul fondo in modo da rivestire tutta la superficie. Realizzate un bordo alto di 2 cm. lungo tutta la parete della tortiera. Bucherellate il fondo con una forchetta; spalmateci sopra tutta la marmellata e poi, in ordine sparso, distribuiteci i gherigli di noci. 

Con la pasta rimanente, tenuta da parte, realizzate delle strisce e sistematele sopra la crostata in modo da formare la classica griglia. Infornate a forno già caldo, 180° x 30-40 minuti.

Con la speranza che possa trovare qualcuno (noi pensiamo che non lo troverà) che gli prepari questo buonissimo dolce per Natale, facciamo al carissimo prof. Alfredo Varano (nato a… il… codice fiscale n… :-)!) i nostri migliori AUGURI DI BUON NATALE, unitamente alla sua famiglia. Facendogli sapere che ci manca molto e speriamo di rivederlo quanto prima (diversamente, ma con calma, ci rivedremo dal “Pellicciaio”, come disse la volpe al momento della separazione dai suoi cuccioli pensando che non si sarebbero che non si sarebbero più visti :-)!).

Lettera di una vita ingiusta con tanti sensi di colpa… di Luigi Della Volpe

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La nostra Alessandra Lucini ci ha inviato questa lettera di Luigi Della Volte, detenuto a Spoleto.

E’ una di quelle lettere che si possono scrivere solo dopo un profondo lavoro interiore.

E che fanno capire che una persona come Luigi è “cosciente” di sé e degli altri… più di tanti altri “a piede libero”.

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Spoleto 17 novembre 2014

Lettera di una vita ingiusta con tanti sensi di colpa

Quand’ero ancora in libertà andavo costantemente alla ricerca di “qualcosa di più” perché il molto che già avevo non mi bastava mai. Credevo di riuscire a vivere una vita all’ìnsegna del giusto, dell’onore personale, del bello. Invece è bastato poco perché tutto si polverizzasse al primo soffio di vento contrario. Quel “tanto” desiderato aveva creato in me il buio totale, aveva nascosto ai miei occhi la verità che sta in ciascuno di noi. Purché essi sappiano aprirci all’amore verso gli altri e ai veri valori della vita. Sono in carcere da quasi venti anni e con un passato carico di errori. Il maggiore era che ero sempre alla ricerca, ora è solo un ricordo. La differenza, la tanta solitudine trascorsa all’interno di un piccolo spazio, il peso e il ricordo di un passato che, ancora oggi, impietoso, mi grida la sua storia, mi hanno aperto la mente e il cuore. Ora riesco a vedere quella luce che altri, con amore generoso, giorno dopo giorno, offrono spontaneamente in dono ai fratelli. A voi, uomini e donne (in particolare a voi ragazzi che vivete in libertà) dico con estrema umiltà: credetemi, non lasciatevi prendere da una logica di vita che riesce ad attrarre, che si presenta in forma diversa ma sempre in maniera aggressiva o dal fascino dei modelli sbagliati. Non mettete in gioco tutta la vita per qualcosa che può darvi solo qualche attimo di piacere. La via dell’illegalità per ottenere quel che si desidera è l’errore più grande. Perché delinquere non paga, ma si paga. Percorrere la via dell’illegalità è come scendere una scala. Si parte dal primo gradino e poi, senza accorgersene, ci si trova a precipitare sempre più in basso, verso qualcosa di cui non si conosce la fine, in una logica dove tutto ci appare giusto e superabile. E’ una discesa che, di solito, porta al freddo e al buio di una cella, dove difficilmente la vita trova un nuovo inizio. La felicità non è nelle cose materiali, ma nel vivere con riconoscenza ciò che abbiamo, che è tanto. Solo se sapremo rendercene conto, in armonia con la natura, nel rispetto delle regole.

Della Volpe Luigi

Carcere di Spoleto

I giorni dell’isolamento… dal libro di Mario Trudu

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Riporto oggi un altro brano tratto dal libro autobiografico del nostro amico Mario Trudu, in carcere dal 1979 e, da poco, “residente” nella Casa di reclusione di San Gimignano.

Il libro si chiama “Totu sa beridadu – Tutta la verità” e racconta di come la sua vita di pastore saldo fu, a partire dal maggio 1979, sconvolta per sempre.

Nell’estratto che pubblico oggi Mario Trudu rievoca alcuni aspetti della quotidianità carceraria dei primi tempi dell’isolamento -succeduti all’arresto- nel carcere di Cagliari.

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Secondo giorno. Avevo dormito di filata fino all’alba senza che nessuno venisse a disturbarmi, ma, anche se sveglio, rimasi ancora a letto. Non avevo motivo per alzarmi preso. Non dovevo mungere o fare un giro a controllare le mucche. In quel luogo avevo il “servo” per conto mio, mi portavano anche il latte in “camera”!.

Dopo un po’ sentii il blindo aprirsi e, anche quella mattina, fu la guardia a chiedermi se volevo il latte, non il lavorante come nelle altre celle, ma non mi preoccupavo più di tanto. Dicevo a me stesso: “Vedrai che si stufano. Anche per me, prima o poi, sarà come per gli altri”. Ma pensavo che non sarebbe finita tanto presto. Mi ero ricordato dei miei amici e paesani arrestati nel dicembre del 1976, che erano rimasti isolati per sette mesi in quel maledetto carcere. Quei lunghi isolamenti erano normali, facevano parte della “politica” di Lombardini. Non c’era altro giudice che in Sardegna applicasse isolamenti così lunghi.

Iniziava un nuovo giorno e pensavo a cosa avrei escogitato per passare il tempo. Pensavo che sarebbe arrivato il giudice a interrogarmi e mi chiedevo se dovevo o no rispondere alle domande. Si dice che quando una persona è innocente non esistano domande che possano metterla in imbarazzo, ma non è vero, soprattutto nella situazione in cui ero io. Accusato di un reato grave come il sequestro di persona, tenuto in isolamento totale dal giudice Lombardini che al mio paese non a caso aveva fama di essere “il boia” da quanto aveva fatto arrestare il prete, don Foddis, con l’accusa di favoreggiamento nei confronti dei latitanti. Quel pover’uomo dopo cinque o sei mesi di isolamento fu scarcerato, ma morì poco tempo dopo per il dispiacere di essersi visto arrestare e imprigionare senza colpe.

Verso le dieci mi fecero fare i minuti d’aria da solo, nello stesso bugigattolo di cortile del giorno prima. Rientrato sentii sotto la finestra il trambusto dei detenuti che stavano rientrando dall’aria. Una voce non tanto alta disse: “Oh! Mariè” (oh Mario). Io chiesi: “Ser Luisu?” (sei Luigi?).  La risposta fu affermativa. Luigi era un mio paesano, si trovava nel carcere di Cagliari per il processo d’Appello per la strage di Lanusei. Da allora ogni giorno aspettavo che arrivasse quel momento per sentirmi chiamare. Durò per tutto il tempo dell’isolamento e, anche se ci dicevamo una sola parola, mi faceva compagnia e mi dava coraggio.

Quando più tardi mi restituirono la gavetta con il pranzo, vidi che non era la mia, faceva schifo, aveva i lati neri e sudici, era affumicata. Forse il proprietario non aveva il fornellino a gas e usava degli stoppini fatti di giornale per riscaldare il cibo. Rovesciai “il pranzo” nel cesso e ricominciai il lavoro di pulizia della gavetta con pezzuola e calcinaci. Mi vengono alla mente le parole di Voltaire che diceva: <<il lavoro allontana la noia e il bisogno>>, e io posso aggiungere “anche il pensiero delle disgrazie”.

Più tardi andai all’aria, mi fecero fare venti minuti e, una volta in cella, mi accorsi che avevano cambiato le lampadine rotte la sera precedente.

Quando mi mettevo alla finestra sentivo la televisione accesa nelle altre celle. Anche se io non ero uno che l’amava molto, non averla mi metteva ansia. Avrei voluto sentire il telegiornale, sapere come stavano facendo apparire un innocente all’opinione pubblica. Ero all’oscuro di tutto, non potevo neppure comprare i giornali e, a tutto ciò che immaginavo avrebbero detto, non avrei potuto replicare.

Ritornò l’ora di cena, il menù era quello della sera prima: le solite due patate, mezza gavetta d’acqua con due chiazze d’olio, e, come la sera precedente, buttai tutto nel cesso, non lavai nemmeno la gavetta. Mi sarebbe piaciuto potermi addormentare e rimanere giorni e giorni senza svegliarmi.

Sul tardi aprirono il blindo e si affacciò una guardia, salutò e si appoggiò al cancello e mi disse: “Non tidha pighis non sses su solu a esseres tratau aici” (non prendertela, non sei il solo ad essere trattato così).

Gli domandai se ci conoscevamo e mi disse: “No, ho aperto il blindo perché credo che una chiacchierata faccia bene. Ho visto tante di quelle persone isolate che credo di sapere cosa voglia dire rimanere giorni senza parlare con nessuno”. Poi iniziò a parlare dei miei paesani che c’erano stati prima di me. Rimase per circa un’ora, poi, sentendo dei cancelli aprirsi, pensò che fossero dei suoi superiori e se ne andò. 

(….)

Mentre percorrevamo il lungo corridoio che conduceva al braccio sinistro incontrammo un detenuto sorretto da due compagni. Lo stavano accompagnando in infermeria, aveva il ventre squarciato, pensai che avesse litigato con qualcuno e fosse stato accoltellato. Tempo dopo compresi e vidi con i miei occhi quanta gente autolesionista c’è in carcere. La maggior parte si taglia quando beve un bicchiere di vino in più. L’amministrazione non aiutava di certo passando il vino alle sei e mezzo del mattino, molti lo bevevano a digiuno e li mandava subito in tilt.

(..)

Tornai in cella  e trovai i soliti due panini e le due mele sulla tavola, mancava la gavetta, sicuramente l’avevano presa per portarmi il pranzo. Mi guardai intorno, dovevo trovare qualcosa da fare o i secondi sarebbero passati come ore. Presi di nuovo i piatti, le posate e il boccale e misi tutto sul tavolo, scavai un po’ di sabbia dal muro e anche se erano puliti li lavai di nuovo, sfregandoli fino a stancarmi, li risciacquai e li rimisi a posto. Finalmente arrivò la sbobba e, come al solito mi avevano scambiato la gavetta, mi sfogai con la guardia dicendogliene di tutti i colori, quello richiuse il blindo e dopo un po’ lo sentii prendersela con qualcuno, credo che fosse il lavorante, e da quel giorno raramente si sbagliarono. Comunque presi la gavetta, rovesciai il contenuto nel cesso e anche quel giorno pranzai con un panino e una mela.

Quella notte accesero il riscaldamento. Mi svegliai che non potevo respirare, con il corpo bloccato, non potevo muovere un solo muscolo, volevo alzarmi ma non ce la facevo, volevo gridare ma non avevo voce, dalla gola mi usciva un rantolo incomprensibile. Mi ricordai delle parole di Villa Santa che mi diceva che mi sarei impiccato in cella. Mi dicevo: “Vedrai quante risate si farà sapendo che mi hanno trovato in cella morto come un topo”. Credo che siano stati quei pensieri ad avermi dato la forza di buttarmi già dal letto e strisciare fin sotto la finestra. Non so quanto temo ci volle, ma il lavoro più arduo doveva ancora venire. Dovevo arrivare a toccare la finestra e le forze stavano diminuendo, ma feci l’ultimo sforzo riuscendo ad aprirla, e mi lasciai andare per terra a gustare quel poco d’aria che lasciavano filtrare la rete e la bocca di lupo. Da quell’episodio sono passati trent’anni e ancora oggi, se mi capita di addormentarmi con la finestra chiusa, mi sveglio di soprassalto e devo aprirla subito o mi sembra di soffocare.

Il quarto giorno, verso le cinque del mattino, mi svegliai con un dolore lancinante alla mano destra. Mentre dormivo avevo dato un pugno al muro che mi causò un gonfiore e dei lividi che durarono parecchi giorni. Nel sonno avevo visto il mio accusatore e avevo confuso il muro con la sua faccia.

Le giornate stavano diventando un copione, ogni giorno il solito tran tran. A tarda mattinata venne la guardia, aveva in mano un rotolo di carta igienica, ne arrotolò un po’ nella mano, la strappò e me la diede, sorridendo gli dissi: “Quanto tempo deve durare'”. “Per 15 giorni” rispose e richiuse il blindo. Contai di quanti fazzoletti era composta la striscia, erano 59. Bene, pensai, mi spettano quattro pezzi al giorno. Mi ricordai che in tutti quei giorni non ero andato in bagno. Forse era la situazione o il nervoso. Più tardi la stessa guardia mi portò una saponetta e un po’ di detersivo, forse erano 50 grammi e dissi a me stesso: “Oe si intendente bundanthiosos” (oggi si sentono generosi).

(…)

Drogati e sedati, ecco come tengono buoni i detenuti… di Damiano Aliprandi

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La questione degli psicofarmaci in carcere è una dei maggiori lati d’ombra del mondo carcerario.

Ne parla il nostro amico Damiano Aliprandi in questo articolo che è uscito anche sul Garantista (http://ilgarantista.it/).

Damiano affronta la questione con una particolare focalizzazione sui detenuti già tossicodipendenti che vedono nello psicofarmaco una sorta di surrogato della droga. Su tutto aleggia la completa “disattenzione” che sul piano curativo vige in carcere e che porta, nei fatti, a un colossale abuso di psicofarmaci, anche perché sono il metodo migliore per “sedare” i problemi.

C’è una sorta di “banalità del male” in tutto questo.

E, a prescindere di tutto, Damiano, in conclusione dell’articolo rammenta quella che dovrebbe essere una ovvietà.. ovvero il fatto che i tossicodipendenti non ci dovrebbero proprio stare in carcere.

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Valium, antipsicotici, antidepressivi, benzodiazepine, ipnotici e oppiacei, questi sono gli psicofarmaci somministrati ai detenuti per contenerli e sedarli. L’istituzione carceraria si serve così della psichiatria per stemperare il conflitto, e garantirsi una maggiore sopportazione, da parte dei detenuti, delle situazioni di degrado e sovraffollamento che sono costretti a subire. Inoltre c’è il sospetto che dietro alcuni suicidi che avvengono al carcere ci sia l’ombra dell’abuso degli psicofarmaci.

C’è il caso di Alessandro Simone, il 28enne bitontino che si è tolto la vita il 28 maggio di quest’anno nel carcere di Bari, è che l’autopsia ha negato la presenza di lesioni e violenze esterne. Il calvario di Alessandro comincia il 13 marzo, quando è associato al carcere del capoluogo pugliese con le accuse di detenzione d’arma (non trovatagli addosso, ma in campagna e ricondotta a lui) e di maltrattamenti familiari (avrebbe picchiato la sua compagna, più grande di lui, che poi ha esporto denuncia). Una volta in carcere, il giovane bitontino viene posto nella sezione dei cosiddetti “sex offender”, cioè il reparto degli stupratori e di chi ha commesso violenze sessuali, ed è sottoposto a regime di sorveglianza h24, perché tenta due volte il suicidio (impiccagione e taglio delle vene) ed è considerato un “soggetto problematico”. Nonostante la sorveglianza, il ragazzo si sarebbe impiccato nel bagno.  Si sono aperte ben due inchieste per far luce su alcune zone ombra, soprattutto sulla sorveglianza che non c’è stata. La famiglia del giovane bitontino, però, vuole andare oltre e capire, per esempio, che ruolo abbiano avuto gli psicofarmaci che Alessandro assumeva in carcere, proprio perché “soggetto problematico”. Secondo la famiglia queste forti assunzioni di psicofarmaci, forse non bene coordinati tra loro, piuttosto che aiutarlo lo hanno indebolito e portato ad atti autolesionistici.

Recente è anche la denuncia di Rita Bernardini, segreteria di radicali italiani, nel corso della scorsa audizione nella commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani presieduta dal senatore Luigi Manconi, ove ha dichiarato che «nelle carceri si risparmia su tutto, anche nel materiale di pulizia della cella, tranne che sugli psicofarmaci, che consentono a persone provate dalla detenzione di poter superare questo stato. È molto alta infatti, intorno al 25% la percentuale di persone detenute che hanno precedenti di tossicodipendenza ». Molte richieste di psicofarmaci, infatti, sono fatte soprattutto dai detenuti tossicodipendenti che cercano di sostituire con essi la sostanza stupefacente.  Le maggiori richieste sono rivolte alle benzodiazepine, i tranquillanti che riuscivano a trovare e che usavano anche prima della carcerazione nei periodi di astinenza. I tossicodipendenti cercano di procurarsene dosi molto elevate. Fingendo di ingoiare la compressa per poi sputarla non appena l’infermiere o l’agente se ne va, riescono ad accumulare più dosi per ottenerne una consistente e quindi più forte, quasi quanto una vera dose di droga. Tutto ciò ha costretto il corpo dei medici penitenziari alla prescrizione di formulazioni farmaceutiche in gocce che, a differenza delle compresse, se assunte davanti all’infermiere, difficilmente possono essere nascoste sotto la lingua.

Per l’esperienza accumulata all’esterno, i tossicodipendenti conoscono i farmaci molto bene. Scrive lostudioso del settore Daniel Gonin: «Il Transene 5 o 10 per esempio gli sembra ridicolo; per loro una vera prescrizione non ha senso che a partire da una compressa di 50 mg”; e frasi come ”La compressa rosa dottore, quella rosa e non la capsula rosa e bianca o tutta bianca” sono assai frequenti». Continua Gonin: «È con i drogati che ho imparato a conoscere i diversi colori delle medicine alle quali prima non sapevo che dare un nome, o attribuire una formula molecolare difficile da ricordare. Ma il valium bianco, giallo o blu, o meglio ancora il Xanax color pesca, li avevo ignorati!». È chiaro quindi che il problema della richiesta di psicofarmaci da parte dei tossicodipendenti è particolarmente difficile: da una parte l’inevitabile sofferenza del detenuto e dall’altra la necessità di tutelare la sua salute e di intraprendere la strada della disintossicazione.

Il ”divezzamento” è fonte, secondo Gonin, di molteplici controversie. Egli si chiede se sia lecito fornire legalmente una droga illecita oppure somministrare una droga di sostituzione come il metadone, che crea minori rischi per la salute dei consumatori, permettendo loro al contempo, di ottenere un discreto inserimento sociale; o se sia più opportuno rimpiazzare la droga con dei medicinali dei quali si diminuirà progressivamente la dose per permettere una disintossicazione senza traumi: questo atteggiamento terapeutico ha il vantaggio di alleviare rapidamente l’astinenza e di procurarsi la riconoscenza del drogato, ma non è privo di effetti di natura tossicomanica. Inoltre risulta estremamente difficile ridurre le dosi dei medicinali prescritti, il che conferma chiaramente l’instaurazione di una nuova forma di tossicodipendenza nel soggetto. Infine l’autore si chiede se non sia più opportuno astenersi, rifiutando qualsiasi prescrizione di una molecola chimica e lasciare che il processo di disintossicazione segua il suo corso, onde evitare di cadere da una consumazione di sostanze tossiche in un’altra.

In Toscana la terapia adottata in carcere per la disintossicazione è costituita dalla somministrazione del metadone cloridrato, uno sciroppo ad alta percentuale di zucchero contenente questa sostanza oppiacea (il metadone) che funziona da ”sostitutivo” coprendo le crisi di astinenza. Al primo ingresso in carcere la terapia viene iniziata con un dosaggio massimo di 30 cc di metadone per 2 o 3 giorni, dando modo all’organismo di assestarsi, per poi cominciare a scalare di 1 cc al giorno. Nel corso di 30 giorni lo scalaggio (il metandone) è più o meno finito. L’articolo 5 del decreto ministeriale (n. 445, 19 dicembre 1990) stabilisce che il trattamento della tossicodipendenza da oppioidi con farmaci sostitutivi è limitato ai soggetti con comprovata dipendenza fisica. I programmi con metadone sono riservati ai soggetti per i quali altri tipi di trattamento non abbiano determinato la cessazione di assunzione di eroina o di altri oppioidi.  Alla fine del trattamento con metadone, il detenuto tossicodipendente può chiedere la somministrazione del Naltrexone, farmaco chimico utilizzato come ”scudo” contro l’eroina. Devono trascorrere 7/8 giorni senza che il detenuto assuma nessuna sostanza, nemmeno il metadone, dopodiché viene somministrato il Naltrexone che impedisce all’eroina di produrre qualsiasi effetto. Tale farmaco deve essere assunto per un minimo di 6 mesi, tutti i giorni.

Il consumo molto elevato di psicotropi in prigione è una caratteristica dell’incitamento alla tossicomania da medicinali (farmacodipendenza), tipica dell’ambiente carcerario. La prigione, che già di per sé causa numerosi disturbi postumi nel detenuto tornato alla vita libera, ”fabbrica” così dei tossicodipendenti da farmaci. Molti sono gli ex detenuti che non riescono più a vivere senza tranquillanti e sonniferi. Il timore di diventare vittime dell’assuefazione viene spesso sentito già durante il periodo della carcerazione; in questi casi è lo stesso detenuto a chiedere al medico che lo psicofarmaco prescritto sia leggero nell’effetto come nella dose e, il suo uso, limitato ad un particolare momento di crisi. Il consumo eccessivo di psicofarmaci all’interno della popolazione carceraria è un problema ancora non risolto, anche se c’è la volontà, rara, di sostituire i farmaci con la psicoterapia. Il ricorso ad essa però è ostacolato dall’organizzazione sanitaria carceraria che prevedendo un solo psichiatra a fronte di centinaia di detenuti, non permette una ”presa in carico” di tutti i pazienti che necessitano di cure psichiatriche. Ma resta il vero problema ancora non affrontato di petto: i tossicodipendenti in carcere non ci dovrebbero proprio stare.

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