Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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A tutti gli amici del Blog… di Marino Ciccone

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Marino Ciccone, detenuto a Sulmona, è una persona di una sensibilità straordinaria.

In vita sua ha sofferto tantissimo, ma ha anche sempre di più affinato la sua sensibilità, che si rivela anche nel modo in cui sa apprezzare gli altri.

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Auguro una buona pasqua a tutti gli amici del Blog, ma in modo particolare a chi presta le sue braccia e la sua mente.

Mi riferisco a chi porta in alto le nostre voci, diramando i nostri pensieri di rabbia, protesta ed anche di menti incarcerate che riescono a mettere in luce i veri problemi. Mi riferisco ad Alfredo, che è l’astro vincente per tutti noi. Lui,quando apre un racconto con le sue prefazioni, sempre toccanti, vive e reali. In quel momento mi capita di soffermarmi su quello che ha scritto, che, a seconda del racconto, ci può essere tutto il carattere di Alfredo. Che in questo mondo è una delle voci più forti e più sibilline che esiste. Poi c’è il resto dell’orchestra. Così si può parlare di Grazia, una donna coraggiosa, con una forte personalità. E’ un sostegno per molti di noi. Pamela, che è una donna tuttofare. Se le chiedi qualcosa, lei si fa in quattro, e ti dà tutte le varianti, come muoverti e agire. Alessandra, gran voce, pensieri e scritti con lo scalpello, lucidi e forti, sempre a darti una carica e così per tutte le altre, che possono sembrare da meno, ma vi assicuro che ognuna di loro ha un gran cuore.

Chi è entrata, scarpe e tutto, nel mio cuore affaticato è Grazia, una donna meravigliosa, che non manca mai, sempre tenera e, allo stesso tempo, forte, al punto di sostenere me ed altri amici di prigionia. Un bel gruppo, tutte menti brillanti, ognuna di loro si diletta in qualcosa di ingegnoso, dotate di intelligenza fuori dal comune. 

Quando trovo persone perbene, come sono quelle nominate, ma anche tanti non nominati che hanno mille qualità.. Quando ci sono è una ricchezza per l’umanità. Queste persone conoscono il carcere meglio di tanti sapientoni che siamo costretti ad ascoltare. Pensando a loro mi ritornano in mente i tantissimi discorsi fatti con il mio avvocato, la dott.ssa Fabiana Gubitoso. E qui impari cosa è la partecipazione, l’aiuto a stare in piedi. Non avrei mai creduto di potere parlare così di un avvocato. Ma con l’avv. Gubitoso è diverso, perché ho scoperto mille cose che mi portano ad essere devoto a questa donna meravigliosa. Che mi ha fatto conoscere delle apprensioni che mi erano estranee. La devo elogiare prima come avvocato. Mi difende con una dignità fuori dal comune, anche se mi è capitato di vederla incavolarsi per dei concetti che il magistrato non voleva comprendere. L’ultima diatriba è successa a marzo, un permesso di necessità impugnato. Arriviamo al tribunale de L’ Aquila e non trovo la Gubitoso che dopo quasi un’ora vedo uscire dall’aula. Il tempo di salutarmi e mi dice: “Cosa hai scritto, vogliono passare gli atti al Procuratore”.

Andiamo in aula e mi zittisce, incominciando un’arringa costruita al momento, andando a braccio, qualche parola farfugliata da me. Ho notato, come altre volte, la vivacità, con voce bassa e quel modo di muoversi. Gesticola con garbo e credo che questa sia un’arma per l’avv. Fabiana Gubitoso. I miei occhi hanno visto negli occhi dei giudici la lealtà verso Fabiana, non ho sentito nessuno che l’abbia interrotta. C’era una situazione di pace, nonostante nel permesso impugnato sia andato fuori di senno. Un’altra cosa che mi ha lasciato sbalordito fu, ad un colloquio al carcere che non mi aspettavo. L’avv. Gubitoso doveva partire per Palermo dove difende Leoluca Bagarella al cosiddetto processo Stato-mafia. Io ero fuori di testa e lei mi dava forza. E lei mi dice “Promettimi che non fai nessuna stupidaggine”, ed io rispondo “Prometto, parola di boy scout”. Dopo quattro giorni mi chiamano dall’avvocato, era lei. Mi chiede come sto ed io le chiedo “perché è venuta?”. Dice “Sono appena scesa dall’aereo da Roma, sono venuta da te, perché quando ti ho visto non ero per niente tranquilla, e tu mi accogli così”. Mi sono sentito l’ultimo degli uomini! Viene mia figlia e mi rimprovera di avere trattato male la Gubitoso. Loro si sentono spesso e questa donna meravigliosa telefona anche a mia figlia per chiederle come sta lei e come stanno i figli. 

Fabiana Gubitoso, se gli porti rispetto, ti segue oltre oceano. Se sgarri con lei, hai chiuso. Da me non ha ancora preso una lira, eppure mi segue da quattro anni. Abbiamo fatto più di dieci camere di consiglio. Adesso teniamo un’udienza preliminare per un processo qui a Sulmona. Non parla mai di soldi, nonostante il terremoto del 2009 le abbia dato una scossa che ancora oggi, quando parla del centro storico de L’Aquila, si intristisce. Ha visto sbriciolarsi al suolo il suo studio, la casa, e quello che c’era intorno. Ha perso persone care e lei, più di questo mi ha parlato. E’ una bell’anima, che mi mette di buon’umore anche quando sono nero. Sa essere convincente, come stesse in aula. La sua flemma è un qualcosa che ti dice “ascoltami, io non ti dico bugie!”. Ed io le credo perché è vera, la sua autenticità la scopri se la conosci. Lei ti dice il vero. Se ti piace continui a ascoltarla, altrimenti smetti di seguirla; oppure sarà lei a dirti di lasciar perdere.

Con questo mi sono allacciato al discorso del Blog, dove Alfredo è sempre disponibile, loquace, attento; anche a sentire Grazie, che è la persona con cui sono più in contatto. La cara Pamela, che proprio oggi mi ha mandato una lettera piccola, ma grande per le parole che ha messo, sa sempre stimolarti e sa manifestare le sue capacità in questo mondo inquinato. Così è per Alessandra, che è stata la prima a scrivere qualcosa con il cuore e darmi coraggio, a mettermi in gioco. La stessa cosa vale per Monica. Così come hanno fatto per tanti altri.

Il cuore di queste persone è grande, come la bontà che alberga nelle loro anime. 

A Fabiana Gubitoso, ad Alfredo, a Grazia, a Pamela, ad Alessandra, a Monica, a Marialuce, alla grande Nadia, a Giuseppe e a tutti coloro che portano tempo, spazio e capacità intellettive e il loro cuore.

Un grande abbraccio con gli auguri più sentiti di una Buona Pasqua.

Vostro sempre affezionatamente.

Marino Ciccone

Sulmona 15 aprile 2014

Una poesia inviataci da Giuseppe Barreca

Cases

Il nostro amico Giuseppe Barreca, detenuto a Spoleto, ci ha donato questa poesia di Tonino Crimaldi, che condivido con voi.

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STORIA AMARA

Un bel giorno

all’Albero dell’arancio

colsi il fiore;

volevo averlo accanto

nelle tristi sere d’autunno

e dimenticarmi

che cos’era la solitudine.

Lo posi con l’acqua

nell’anfora rustica

di creta ben tornita

dalle mani laboriose

dell’artigiano.

Quanti discorsi,

quante promesse:

la felicità era in me.

Un mattino,

così… all’improvviso…

il bel fiore ch0era allora

lo trovai appassito:

volle lasciarmi solo.

Gli occhi si annebbiarono

di lacrime,

la gola strozzata

da singhiozzi:

volevo morire anch’io.

Ma no!…

piangere più non dovrò,

e il fiore d’arancio

lasciarlo al posto suo;

così…

nessuno potrà mai capire

l’essere mio.

(Tonino Crimaldi)

Quello che accade fuori e le gerarchie interne… di Angelo Meneghetti

Fortezza

Ecco un altro pezzo di Angelo Meneghetti, detenuto a Padova.

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Ovviamente, per un detenuto rinchiuso da diversi anni, è difficile sapere con precisione ciò che accade fuori, anche se si segue attentamente la televisione o si legge qualche quotidiano nazionale. 

Anche se settimanalmente fa colloqui con i propri famigliari, può solo apprendere che la nostra società è in piena crisi economica, che tocca tutti, tranne chi è alle dipendenze dello Stato, “lì perlomeno lo stipendio è assicurato”. Va ricordato che i detenuti quando fanno colloquio con i famigliari (quell’ora a settimana), con i loro cari si dicono quelle solite parole, e da entrambe le parti per non appesantire i propri problemi. Il detenuto dice sempre che sta bene “nonostante il posto”, e i suoi famigliari dicono la stessa cosa. E’ come quando una persona è ricoverata all’ospedale, e rassicura i suoi cari, e loro a loro volta gli rispondono che lo aspettano a casa con ansia perché sentono la sua mancanza. 

Ovviamente tutto questo vale per un detenuto che ha un fine pena. Nel caso di chi è condannato all’ergastolo – “fine pena mai” – la percezione è ben diversa e la prospettiva di quello che accade fuori è l’ultimo pensiero. Spera solo che in questo Paese possa migliorare la Giustizia e il sistema carcerario; “che come si sa il nostro Paese si può dire che è paragonato ai Paesi del terzo mondo”.

Bisogna essere precisi. In Italia esistono due tipi di ergastolo. Quello normale che “sarai ostaggio dello Stato per tutta la vita”. E c’è l’ergastolo “ostativo”, dove il detenuto è “destinato a morire, lentamente, fino all’ultimo giorno della sua vita in un’umida e fredda cella”. Quasi tutti gli ergastolani pensano -”anche quando dormono nel loro sogni”- a quei ricordi di quando erano giovani “e in libertà”. Pensano all’ultimo bacio, alle ultime carezze date e ricevute dalla loro compagna o fidanzata, ai loro figli quando erano piccoli, perché con il passare degli anni sono diventati adulti. L’unica prospettiva è la speranza che un domani qualcosa possa cambiare, che non ci sia più l’ergastolo se vogliamo che l’Italia sia un Paese civile. E se così fosse avere la speranza che i nostri cari ci accolgano a casa come quando eravamo giovani, perché dopo tanti anni potremmo essere degli intrusi, essere veramente perché non abbiamo fato parte del progresso del mondo reale, siamo rimasti arretrati anche nel comunicare. Figuriamoci ad attraversare una strada trafficata da automobili. Poi, per chi ha trascorso tanti anni in carcere, esiste anche la paura della libertà; ritrovarsi anziano, un po’ rintronato per non dire rimbambito.

Sono pensieri da ergastolano e l’unica prospettiva per noi è la speranza che qualcosa possa cambiare, e che la cella non sia la tomba per chi è stato condannato al massimo della pena e cioè all’ergastolo.

Al riguardo di gerarchie, non esistono più. All’interno delle carceri italiane comandano gli agenti di polizia penitenziaria. Ogni detenuto, al momento del suo ingesso in carcere, è denudato e controllato, e sei sempre, tutti i momenti, guardato anche dalle telecamere. Forse negli anni passati esisteva qualche gerarchia, specialmente al Sud. Nel Nord dell’Italia ogni detenuto è uguale. Non c’è differenza neanche tra gli extracomunitari. Oggi nelle carceri italiane vigila la povertà e la sofferenza; si vive in celle sovraffollate e c’è il degrado.

Padova, marzo 2014

Angelo Meneghetti

Petizione tra i detenuti per la riconferma del dott. Salvo Fleres come Garante- carcere Ucciardone

Salvo

Da alcune settimane sta girando nelle carceri una petizione che chiede la riconferma del dott. Salvo Fleres come Garante per i diritti dei detenuti della Regione Sicilia.

L’11 gennaio abbiamo pubblicato l’elenco delle firme raccolte nel carcere di Caltanissetta (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/01/11/petizione-tra-i-detenuti-per-la-riconferma-del-dott-salvo-fleres-come-garante-carcere-di-caltanissetta/).

Il quindici gennaio abbiamo pubblicato l’elenco delle firme raccolte nel carcere di Agrigento (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/01/15/petizione-tra-i-detenuti-per-la-riconferma-del-dott-salvo-fleres-come-garante-carcere-di-agrigento/).

Il ventuno gennaio abbiamo pubblicato l’elenco delle firme raccolte nel carcere di Pisa (vai link. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/01/21/petizione-tra-i-detenuti-per-la-riconferma-del-dott-salvo-fleres-come-garante-carcere-di-pisa/).

Il ventisette febbraio abbiamo pubblicato l’elenco delle firme raccolte nel carcere Pagliarelli di Palermo (vai al link..  http://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/02/27/petizione-tra-i-detenuti-per-la-riconferma-del-dott-salvo-fleres-come-garante-carcere-pagliarelli-palermo/)

Il sette marzo abbiamo pubblicato l’elenco delle firme raccolte nel carcere di Catanzaro (vai al link..  http://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/03/07/petizione-tra-i-detenuti-per-la-riconferma-del-dott-salvo-fleres-come-garante-carcere-di-catanzaro/)

Oggi pubblichiamo l’elenco delle firme raccolte nel carcere dell’Ucciardone, di Palermo.

Anche stavolta cito una parte del post dell’11 gennaio per fare comprendere il “senso” di questa raccolta firme.

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“Salvo Fleres è una di quelle (non troppo numerose) persone che non si sono riempite solo la bocca parlando di carcere, ma che hanno messo in gioco se stesse, con impegno costante, e senza guardare in faccia a nessuno. Per persone come Salvo Fleres non esistono carceri “amici”, non esistono sezioni “off limits”, non esistono detenuti “figli di nessuno” e detenuti “figli di papà”.

Nella sua azione non si è risparmiato.. e i detenuti della Sicilia e i loro famigliari se lo sono visti vicino.

Durante il suo mandato (come emerge anche nell’intervista), ha avuto una parte del suo ufficio contro nel tentativo di ostacolare la sua azione e di coloro che collaboravano autenticamente con lui. Quella stagione passò e ripresero le attività dell’ufficio. Ma il 3 agosto il mandato di Salvo Fleres è scaduto, e il regime di “prorogatio” che consente di continuare, per altri 40 giorni, l’attività di Garante, è scaduto il 16 settembre. Da quella data la Sicilia è priva di Garante con grave danno nei confronti dei detenuti, le cui lettere si accumulano sui tavoli dell’ufficio del Garante senza poter ricevere risposta (si è parlato di questo in un altro articolo che abbiamo dedicato all’argomento (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/11/03/la-sicilia-da-mesi-senza-garante-intervista-a-gloria-cammarata/).

Siamo arrivati alla fine di febbraio e la Sicilia continua a restare senza Garante.

Tra i detenuti dell’isola ha cominciato a girare una petizione per chiedere la riconferma di Salvo Fleres come Garante per i diritti dei detenuti.

Questo è il testo della petizione:

“In questi sette anni di attività abbiamo  visto l’impegno costante per i diritti dei detenuti del dottor Salvo Fleres. Da mesi il suo mandato è scaduto, e la Sicilia è senza Garante. Le nostre lettere si accumulano presso l’ufficio del Garante, ma nessuno può risponderci. Tutto questo rende più drammatica la nostra situazione.Noi chiediamo al Presidente della Regione Sicilia che vi sia al più presto la nomina di un Garante e chiediamo che possa essere riconfermato il dott. Salvo Fleres di cui abbiamo toccato con mano capacità e impegno.”

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Ecco adesso l’elenco delle firme raccolte nel carcere dell’Ucciardone:

Aloisi Giuseppe

Di Fiore F. Paolo

D’Amico Pietro

Garofalo Salvatore

Montalto Stefano

Rizzo Claudio

Giustino Rizzo Giuseppe

firma non leggibile 

firma non leggibile

Renna Giovanni

firma non leggibile

firma non leggibile

firma non leggibile

Caciotto Salvatore

Skotnzi Bogustan

firma non leggibile

Alessi Antonio

Vecioli Angelo

Delisi Francesco

Di Mariano Michele

Dantoni Giuseppe

Armando Francesco

Migliaccio Benito

Oliva Vincenzo

Sammartino Andrea

Mustacchia Umberto

Marchese Giuseppe

Chianello Nicola

Fukistan Giuseppe

Gennaro Giacinto

Rizzuto Giuseppe

Scafidi Andrea

Cannavò Antonino

Sapienza Giovanni

Schepis Giovanni

Lo Cascio Giuseppe

Rizzuto Cristian

Orofino Alessandro

Morcante Mario

Sollima Roberto

Mi chiamo Paolo… di Nino Pavone

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Il nostro Piero Pavone, detenuto a Spoleto, ci ha inviato due poesie del fratello Nino, di recente finito in carcere.

Si percepisce molta sofferenza e molta delicatezza in queste poesie.

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Mi chiamo Paolo… di fantasia

a chi importa… che vuoi che sia!!

In questo giorno di pieno inverno

vivo un incubo… un inferno

cantando un canto disperato

nascondo i miei occhi lacrimanti

alla gente che mi passa davanti

ognuno con dentro la propria storia

e c’è chi ha perso la memoria

di tempi lontani ormai andati

di amore persi, di cuori lasciati

li osservo ancora e mi faccio coraggio

pensando a chi di me sta peggio.

E’ sera… mi abbraccio e mi sento mio

volgo il pensiero al nostro buon Dio

lo stringo a petto con le mani

è la speranza del mio domani

e non ho più paura della mia sorte

in questa fredda e cupa notte

ho solo il desiderio di pace e d’amore

vorrei gridarli con tutto il cuore

ma c’è uno strano silenzio nei miei pensieri

pensi a chi sei… a quello che eri

girano le chiavi… si chiude il blindato

penso a te amore mio bramato

e un altro giorno ormai + andato

mi lascio andare e mi abbraccio ancora 

finché il sonno mi riporta all’aurora.

Palmi (RC) 13/02/2014

Nino Pavone

Lettera di Antonio Piccoli (prima parte)

Franz

Alcuni giorni fa mi giunte una lettera di un detenuto che ci scrive per la prima volta, Antonio Piccoli, recluso a Catanzaro.

Dalle parole che scrive si capisce che ha tanto da raccontare.

A partire da una lunga lettera che arriva a toccare anche la sua vicenda e che, per permetterne una migliore leggibilità, ho distinto in due parti. Di cui questa è la prima.

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“Il vero male è l’indifferenza” diceva Madre Teresa

In risposta a quanti non osano ascoltare, ma solo giudicare:

contro ogni barriera e pregiudizio, un confronto è segno di civiltà e una prospettiva di apertura sociale per tutti.

I detenuti, definitivi o in attesa di giudizio,  colpevoli o innocenti che siano; non più malati da circoscrivere e isolare, ma persone cui va garantito rispetto, dignità, partecipazione sociale e pari opportunità in vista di una loro redenzione e reinserimento; valori legati alla tutela più ampia degli esseri umani: “recidere il reo che può essere utile” è medievale.

La conoscenza nasce dal e nel confronto. Voglio condividere e rispettare ogni opinione, critica e disappunto, ma non se dettati dall’ignoranza.

Qualche tempo fa ho avuto modo di leggere (tra i tanti moti di solidarietà e positivi) un commento sul “blog di Corigliano”,  in risposta ad un mio precedente articolo pubblicato sul quotidiano “L’ Ora della Calabria”, ove qualcuno ha scritto che “le carceri non devono essere hotel… ma luoghi di espiazione… che non bisogna lamentarsi… “.

Condivido, non devono essere un premio e una comodità. E se fossero solo umani?

“… sono luoghi malsani e morbosi, dove la gente impara a morire e sottomettersi… dove non possiamo dimenticare la nostra storia… anche di un profondo Sud.. e la nostra Cultura, che sono soltanto altre forme di violenza, dove è facile deridere cose e persone; dove la gente è capace di molto amore, affetto, calore umano e generosità. Ma, mio Dio, quanto sappiamo odiare! Ogni due, tre ore esaminiamo il passato, lo rispolveriamo e lo gettiamo in faccia a qualcuno”.

Ogni male non giustifica atrocità, altrimenti saremmo da biasimare alla pari dell’assassino, se così fosse. E chi di noi non ha mai peccato o sbagliato. Tutti meriteremmo atroci sofferenze, di vivere in un mondo simile al girone dei dannati “dantesco”, ove tutti dovremmo morire per colpe vecchie e nuove.

Rabbia d’egoismo, solitudine e tanto altro ancora. E’ ciò che ci porta a scatenarci, in mancanza di empatia, contro chiunque. Non è l’odio o la ragione che ci portano ad essere aggressivi, in tutte le sue forme (anche verbali), ma il pregiudizio, che altro non è se non degenerazione dell’ignoranza: abbiamo abbandonato la carità nel nostro triste mondo, di questo mondo allo sbando, ove dell’edonismo abbiamo fatto la nostra filosofia di vita, sempre alla ricerca della forma e non dell’essenza, dell’apparire e non dell’essere; ove i valori li cerchiamo nelle cose materiali e non  nello spirito.

Al di là della mia personale condizione e situazione (e se fossi veramente innocente così come mi professo? Chi sta fuori e mi conosce bene, sa. Se fosse vero quanto contestatomi, l’ingiustizia sarebbe ancora più grave, poiché con centinaia di loro ho vissuto e mi sono accompagnato, ho condiviso gioie, speranze e dolori. Tutti questi sarebbero complici o stupidi?).

E’ vero, la galera non deve diventare divertimento: espiazione di pena? Sofferenza? Auotodafé o cosa?

Così com’è pur vero che “nessun uomo è così cattivo da non poter essere salvato”, e non l’ho detto io, benché mi pregi di recitarne la citazione e di condividerne il pensiero; ma Gandhi (uno sciocchino qualsiasi che ha contribuito a fare la storia di una grande Nazione, il cui esempio, la sua lotta, resteranno immortalati nelle menti e nei libri di storia per i tempi avvenire).

D’altronde hanno ragione loro: qui non è peggio che stare fuori, tra i salotti dell’ipocrisia. Qui i muri sono sozzi, lì tutto è sudicio. Qui topi e scarafaggi crescono in terra, lì camminano eretti con forma antropomorfa. Qui siamo troppi in una cella, lì siamo ingombranti, pronti a toglierci lo spazio e soffocare il nostro vicino.

Ho vissuto un tempo di cui non andare troppo fiero, a tratti vergognoso. Una società torbida, ove l’empatia e la carità lasciano il posto all’egoismo e alla perdizione dell’animo, abbandonando ogni virtù e l’insegnamento dei nostri genitori, certamente più saggi di noi. Ma questo è il mondo che ho trovato e che, anche mia colpa, ho imparato ad accettare per comodo. Tutti noi siamo colpevoli del nostro tempo, dei suoi mali, ove la virtù riecheggia nelle nostre anime come il frangersi dei flutti sulla battigia.

Non lasciamo che i nostri poco rifulgenti incarnino gli altrui ideali. Rivendico al Governo, fatto di uomini e istituzioni, la funzione che fu dei nostri padri, didattica educativa. Ma esso è semina di vizi, focolaio di corruzione, ricettacolo di banditi. Un buon Governo fa buoni cittadini, e buoni cittadini fanno grande una Nazione, cui ognuno deve ispirarsi.

Sono figlio del mio tempo e al mio tempo mi sono adeguato con silenzio. Chi direttamente, chi col proprio silenzio, tutti siamo complici e colpevoli. Una parola detta è un silenzio rotto: basta tacere, sempre pronti, col nostro falso perbenismo, a scagliarci contro chiunque, pur ignorandone ogni colpa. Se ciò che fuori ho lasciato è gente  riottosa, pronta a giudicare e mossa da rabbia, allora ho lasciato il male per trovare il meglio: me stesso.

Dimentico della bellezza di una vita morigerata, ho vissuto lascivo e licenzioso, non esente da vizi, ma ciò non giustifica quanto mi sta accadendo. Ho lasciato un mondo che ho trovato e che col nostro silenzio abbiamo fomentato, pronti a giudicare e a sprizzare veleno sulle altrui disgrazie.

Prima di indagare sui mali degli altri, correggiamo i nostri; il giudizio temerario è figlio della superbia e dell’invidia, frutto di superficialità, che fa esagerare i difetti altrui.

Non vi è giustizia che valga il sacrificio di una sola vita innocente: qualsiasi innocente può essere diffamato, ma convinto di reità non può che essere colpevole.

Se chi tanto cinicamente ha puntato il dito, avesse solo ascoltato, ne converrebbe con me che “la pena non è sempre equa; dell’incapacità dei magistrati; dell’incapacità della pena a rieducare; della volontà della legge e dei giudici a punire, non a reinserire”.

Io, “… angaria da un infame e premeditato sopruso. La vergognosa ingiustizia diviene duplice, quando capisci che (viene dalla legge) mi viene negata la protezione della legge. Ma si vuol (si deve) combattere a ogni prezzo simili iniquità giudiziarie e vivere le proprie reazioni come un dovere di fronte al mondo (dovere che dovremmo sentire tutti, colpiti e non). Ciò che  ne consegue è “il senso della giustizia ciò che fa, della vittima, un brigante e un assassino”.

In effetti, “il senso dell’ingiustizia, sopportata ma non riconosciuta, prima ancora che non punita, sta fra le nostre leve interiori più imperiose”.

Io, colpevole di essere innocente, punto il dito e accuso:

Gent.mo lettore, allego due lettere che avevo intenzione quanto prima di fare pubblicare, con le quali voglio esternarle alcuni miei pensieri sul controverso tema della giustizia, e alcune denunce e sentimenti che la mia travagliata e tragica situazione mi impongono.

Da oltre tre anni e otto mesi soffro ingiustamente una misura cautelare carceraria, ma di ciò no vi voglio tediare.

Oggi la paura di vivere ci toglie un tratto di umanità; la paura della legge ci uccide più del male e della fame; il problema è volere capire dov’è e qual’è il male.

Se sapessimo ogni qual volta la cosa giusta da fare saremmo dei saggi.

Voler apostrofare a tutti i costi gli italiani, quei “demoni e santi”, è un ‘offesa alla nostra memoria e alla storia, un vilipendio alla verità: al Sud i demoni, sterminateli.

Così, ancora una volta, dopo oltre un secolo e mezzo, in questa “terra di confine” non si applicano principi costituzionali e democrazia; oggi come allora l’Italia civile è divisa in due. Il Mezzogiorno d’Italia, e la Calabria in particolare, lo si vuole sottomesso e oppresso, senza speranza né futuro. Così come nel Risorgimento e ai tempi del “brigantaggio”; la “Legge Pica” viene applicata da “Magistratura Sabauda”, Tribunali speciali  e processi sommari ci giudicano e condannano: come si può pensare di reinserire e rieducare una vittima di ingiustizia soggetta a soprusi?

Oggi sul fenomeno delle mafie, come allora sul fenomeno del brigantaggio, le verità profuse sono nebulose e vengono incartate da processi farsa ove appare solo un barlume di verità. Ai tempi dell’Unità, se brigante era un meridionale esso era un criminale da trattare alla pari della peste, se brigante era un emiliano, esso era considerato “cortese”, così come definito da Pascoli il brigante Passatore: “il Passatore cortese”; anche la letteratura ci è avversa. Ma la verità non è come la polenta: se la si mangia al Nord è buona, e se la si mangia al Sud è… la verità deve essere unica al di là da chi la si scorga o la si racconti ed accerti.

Non mi stancherò mai di recitare una celebre citazione di Aristotele: “preferire la verità è un dovere morale”, ed io aggiungo che a essa non si deve pervenire che servendosi di vie oneste. Ma la verità spesso viene travisata e propagandata a piacimento dello scrivente sul martoriato Sud Italia.

Ma al Sud sono davvero tutti mafiosi e collusi? Anche chi non lo è? I fatti sembrerebbero non affermarlo, almeno non più di quanto è nel resto del globo, ma ciò poco importa: ad affermarlo e accertarlo, con metodi autoritari, basta la sola volontà dei Giudici. Soppressa la Costituzione va di scena la repressione poliziesca, la caccia all’uomo è scatenata e il luogotenente Cialdini avrà di che deliziarsi.

(FINE PRIMA PARTE)

 

“…

Nuove opere di Pierdonato Zito

Pierdonato Zito è uno di coloro che sono presenti su questo Blog fin dai primi tempi.

Da sempre ha portato le sue parole cariche di un lavoro sulla scrittura, e sul senso, e ancora di più, sul senso profondo di un camminare nel mondo, facendosi sempre più  essenziale fino a ritrovare le radici.

Ha spesso condiviso con noi anche le sue opere. Opere splendide come quelle che pubblico oggi. Di esse quella che preferisco è la quarta. Semplicemente.. un capolavoro..

 

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Le vignette di Ivano Ferrari

Ecco altre vignette del nostro Ivano Ferrari.

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Lettera a Salvo Sottile… di Nellino

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Pubblico oggi questa lettera che Nellino (Francesco Annunziata), detenuto a Catanzaro, aveva scritto a Salvo Sottile, conduttore della trasmissione Linea Gialla, trasmissione che nel frattempo ha concluso il suo ciclo.

La lettera di Nellino si riferisce ad una puntata in particolare della trasmissione dedicata ai pestaggi che sono avvenuti e avvengono nel carcere-fogna di Poggioreale.

Anche se la trasmissione Linea Gialla si è concluso, questa lettera merita assolutamente di essere pubblicata e letta, per le cose di grandissima importanza in essa contenute. La battaglia di dignità civile sul carcere è ancora in gran parte da combattere.

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Egregio signor Sottile,

le scrivo dopo aver ascoltato le fantasiose spiegazioni fornite da alcuni suoi ospiti nella puntata dedicata ai maltrattamenti in carcere e, più in dettaglio, a vari episodi presumibilmente delittuosi. Ovvero, omicidi avvenuti all’interno di varie strutture penitenziarie, in particolare mi riferisco all’episodio di Napoli Poggioreale.

Chi le scrive è un detenuto da ormai 17 anni, trascorsi in regime speciale ed ancora oggi ivi sottoposto nella misura più lieve denominata AS1. Sostanzialmente trattasi di un 41bis non legiferato, con l’importante e fondamentale differenza che i colloqui sono quelli spettanti, cioè 4/6 ore mensili, ma non è questo l’argomento del mio intervento, magari ci ritorneremo, vista la sua grande attenzione nei confronti di questo sistema e il coraggio che ha avuto nel dire chiaramente quello che tutti pensano, dei fatti avvenuti a Poggioreale, Livorno, Asti… Non è da tutti, mi creda, esporsi pubblicamente come lei ha fatto.

Quei signori ospiti della sua trasmissione, non sono abituati ad un confronto alla pari come l’ha affrontato lei.

Quei signori del DAP e del SAPPE credono di essere dio in terra, perché purtroppo, in carcere, il detenuto non ha voce, né diritti.

Questo accade solo ed esclusivamente se non si hanno i mezzi o “conoscenze” … ministeriali… penso al caso, tanto discusso, della signorina che ha potuto telefonare direttamente al ministro per il tramite dei suoi famigliari.

Egr. dott. Sottile, ascoltando attentamente le risposte che le sono state fornite, anche a fronte di numerose testimonianze, mi sono profondamente vergognato per quelle persone che sentono di appartenere a questo Stato italiano retto da funzionari, come quelli che hanno avuto il coraggio e aggiungo la faccia tosta, di presentarsi di fronte alle telecamere di una trasmissione seguita da milioni di italiani, e ritenere questi italiani milioni di stupidi e deficienti, affermando che a Napoli Poggioreale non esistono pestaggi.

Avessero parlato di qualsiasi altro carcere diverso da Poggioreale, allora, magari per dei telespettatori lontani da queste vicende, avrebbe avuto almeno la parvenza di un senso, in quanto la realtà carceraria non è conosciuta dal popolo; ma Poggioreale è conosciuto in tutto il mondo proprio per questi episodi, che sono purtroppo all’ordine del giorno. Ovviamente non muoiono tutti, ma pestati a Poggioreale ce ne sono decine ogni santo giorno; quello è un carcere dove c’è un flusso di persone, in entrata e in uscita, dell’ordine di centinaia al giorno. E le posso assicurare che tutti quelli che entrano le “buscano” sonoramente, non si scappa. Quello è giusto per mettere subito le cose in chiaro di come funziona quel carcere.

Le scrivo anche per informarla, qualora non ne fosse al corrente, di alcune meschinità che si sono dette durante quella puntata, come ad esempio quando, pressati dalle sue domande di spiegazioni su come fosse possibile che su quaranta intervistati, il 100% affermasse che a Napoli Poggioreale gli agenti picchiano e quindi il ragazzo morto era stato sicuramente picchiato, hanno risposto, come avrà notato con una certa sicurezza, che era il caso di attendere l’esito delle indagini e l’eventuale sentenza della magistratura.

Gentilissimo signor Sottile, lei deve sapere che tutta quella sicurezza deriva dalla certezza che anche gli organi inquirenti fanno parte della stessa “banda” e, se così non fosse, quei signori hanno i mezzi e i modi per far si che le cose vadano come vogliono.

Vede, le malefatte di questi signori sono tante e, nel passato, si sono macchiati di veri e propri crimini (Pianosa e L’Asinara per tutte) per i quali erano esecutori di ordini che provenivano dall’alto, quindi oggi, forti della conoscenza dei loro segreti per i quali molte persone che diedero quel tipo di ordini, rischierebbero grosso, si sono garantiti una sorta di impunità.

Pensi ai fatti del G8 di Genova. Quasi quasi finisce che quei ragazzi si sono manganellati da soli! E chi c’era tra le squadre operative? Il “famoso” GOM, Gruppo Operativo Mobile della polizia penitenziaria.

E allora, staremo a vedere la sentenza cosa stabilirà riguardo la morte di questo povero ragazzo.

Ma non si fermi, caro dott. Sottile, come spero non si fermi la mamma di questo ragazzo, perché quella sentenza potrebbe non essere la verità ma solo la loro verità.

Lei giustamente ha chiesto di farvi entrare con le telecamere all’interno di Poggioreale; le hanno risposto di si e poi vi hanno negato l’ingresso ed ha fatto bene a dirlo nella puntata successiva, ma anche se l’avessero fatta entrare, non significa nulla, perché 1) avrebbe fatto una visita guidata solo nei reparti scelti da loro, preventivamente puliti e con detenuti già indottrinati, 2) difficilmente, sapendo delle telecamere, avrebbe trovato qualcuno disposto a parlare dei fatti che accadono all’interno di quel carcere.

Le visite anche senza le telecamere vanno fatte all’improvviso, e i “nostri” parlamentari ne hanno il potere. Allora sì che vedrebbe (sempre in minima parte) ciò che accade all’interno di un carcere, anche se per il tempo che ci vuole per arrivare dalla porta ai padiglioni, hanno già avvisato tutti.

Ogni parlamentare ha potere ispettivo nelle carceri, allora si accompagni ad uno di essi che è disposto a iniziare questa battaglia di legalità, ma non fatevi portare solo nei reparti che dicono loro, chiedetegli di visitare tutti i reparti e vedrete cosa ne verrà fuori.

L’unico modo sicuro per scoprire la verità è farsi arrestare come uno sconosciuto…!

No, non intendo dire che deve farsi arrestare…! solo che ho pensato a un episodio degli anni Novanta quando un tenente dei carabinieri, a seguito di numerose denunce di pestaggi all’interno del carcere di Secondigliano, e dato che ogni volta che entravano per verificare le condizioni del carcere trovavano sempre tutto in regola, mise in scena un finto arresto.

Accompagnato dai suoi colleghi come un normale ladruncolo, sperimentò sulla propria pelle qual era la regola in quel carcere.

Pensi che i carabinieri che lo avevano tratto in arresto non fecero nemmeno in tempo ad uscire dopo averlo lasciato nelle mani della polizia penitenziaria che il tenente dovette subito qualificarsi per non prendere botte, e così fecero il blitz all’interno del carcere e arrestarono numerosi agenti. Alcuni dei quali furono anche condannati.

Il direttore del carcere di Secondigliano dell’epoca, fu inquisito, indagato, ecc. ecc. Quando succede una cosa in un carcere, quello che paga sicuro è il direttore, perché è lui il massimo responsabile. Ebbene, vuole conoscere la punizione inflitta al direttore del carcere di Secondigliano? Fu trasferito alla casa circondariale di Fuorni Salerno, dove immediatamente cominciarono pestaggi ancora più violenti a cui seguirono 50 denunce alla procura della Repubblica di Salerno. Vuole sapere come sono andate a finire quelle 50 denunce? Con un luogo a procedere.

Ora le chiedo: al carcere di Salerno i detenuti sono costretti a trattamenti contrari a qualsiasi legge, e ancora oggi, chi dirige quel carcere? Indovini un po’! Ebbene si, proprio l’ex direttore di Secondigliano.

Poggioreale è un mondo a parte e non se ne verrà mai a capo.

Ricorda tutti quegli ex detenuti che le parlavano del “famoso” ZERO? La cella zero la conoscono tutti i napoletani di tutto il mondo. I funzionari del DAP invece no.

Gent.mo dott. Sottile, non si fermi e continui a mostrare quanto accade all’interno di istituti penitenziari come quello di Napoli e spieghi alla gente comune come questi signori dello Stato ci prendono in giro ogni volta che aprono bocca.

Le persone che sono in carcere, devono scontare una pena perché eventualmente hanno violato una legge. La Costituzione italiana sancisce che le pene non devono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Nessuna legge prevede che un poliziotto come pena aggiuntiva debba picchiare il detenuto. E allora, se proprio coloro che sono preposti a garantire il rispetto della legge, la violano e restano impuniti, chi ne esce sconfitto se non lo Stato stesso?

Lei spesso ci tiene a sottolineare che all’interno del corpo della polizia penitenziaria la maggior parte è sana. Fa bene a metterlo in evidenza, è vero, la maggioranza non ti mette le mani addosso se non riceve un ordine specifico. Sono come le mosche bianche quelli che non eseguono un ordine, anche se lo riconoscono un ordine illegittimo sapendo di non essere tenuti ad eseguire un tale ordine, e anzi hanno l’obbligo di deferirlo all’autorità giudiziaria.

Ecco qual è il punto: quella parte sana perché non denuncia le angherie che accadono tutti i giorni nel 90% delle carceri italiane?

E allora io dico che anche quella parte cosiddetta “sana” è complice, ergo…

Ringraziandola per l’attenzione che rivolge a questi temi e per lo spazio che gli concede e per il modo in cui tratta un argomento molto caldo come quello dei maltrattamenti in carcere.

Grazie.

Francesco Annunziata

Detenuto nella Casa Circondariale di Siano Catanzaro, reparto AS1.

 

 

Ergastolo è pena certa… Vincenzo Andraous

RobertoAlmagno

Oggi pubblico questo interessante testo sull’ergastolo, che ci è giunto tramite la nostra Nadia.

L’autore è Vincenzo Andraous che ha scontato circa quaranta anni di carcere, quattordici con la misura alternativa della semilibertà e da un anno ha potuto usufruire della libertà condizionale.

Tra l’altro oggi Vincenzo Andraous è responsabile sei servizi interni Comunità Casa del Giovane.

PS: l’immagine che accompagna il post è la riproduzione di un’opera di Roberto Almagno.

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ha scontato circa quarant’anni di carcere, quattordici in misura alternativa della semilibertà, da un anno ho usufruito della libertà condizionale, potevo accedervi dopo ventisei anni, con gli sconti di pena, intorno ai venti, ebbene solo ora sono ritornato un cittadino libero.

ERGASTOLO E’ PENA CERTA 

Accade sempre in ogni epoca di crisi e di trapasso; chi sta al fondo del barile, all’ultima fila di sedie, inchiodato alla propria condizione per forza o per necessità, non sarà inteso come persona da trattare, ma un numero da contenere e incapacitare.

Carcere, sempre più carcere per risolvere problemi complessi che mettono in ginocchio una società, come a dire è sufficiente buttare via la chiave, omettendo di ricordare che prima o poi invece si esce da quella sorta di terra di nessuno, a volte con i piedi in avanti, altre con le proprie gambe, ma con lo sguardo che non ravvisa alcuna direzione.

Norme, decreti, leggi di nuovo conio, ognuno a scandire le proprie ragioni, a lanciare strali, è battaglia ideologica disegnata dagli slogans, dalla cartellonistica d’accatto, una dislocazione furiosa di parole contrapposte che avvisano del pericolo carceri svuotate dai criminali, di condoni, amnistie, e chi più ne ha, più ne metta. Eppure alla linea d’arrivo, poco meno di qualche centinaia di detenuti usciranno, non ci sarà alcun sollievo nell’inferno carcerario per nessuna delle sue componenti, non ci sarà possibilità di abbassare la recidiva, non ci sarà formazione né rieducazione, solamente una nuova presa per i fondelli.

A questa ipotesi di prevenzione ubriaca, di sicurezza a pochi denari, occorre aggiungere il capitolo della pena nella sua flessibilità e certezza, tant’è che c’è qualcuno che senza andare troppo per il sottile afferma che il cosiddetto”fine pena mai” non è applicato, addirittura non esisterebbe, anzi, con una ventina di anni di carcere scontati, si è belli e pronti all’uscita, chi se ne frega se addirittura infantilizzati.

Ho seri dubbi che questa boutade corrisponda al vero, mentre non ne ho nel ribadire che una pena che sancisce la fine di un tempo che non passa mai, un tempo che non esiste, che non ti assolve né perdona, un tempo bloccato, non è un’astrazione né una combine della mente, certamente non la pena dell’ergastolo.

Quarant’anni di galera scontata costringono il prigioniero a straripare in universi sconosciuti, un mondo fatto di domani che non ci sono, una negazione che rinvia alla morte di ogni umanità e riconciliazione, non è perdita di memoria come scelta individuale per non vedere e non sentire, è lontananza siderale dall’essere, dalla responsabilità di ritrovare e ricostruire se stessi.

L’ergastolo rappresenta quanto accade fuori nella società libera, dentro è ben più visibile, e rimanere fermi alla medesima stazione di partenza scambiata per arrivo non è un bene per alcuno.

Qualcuno si ostina a dire che il “fine pena mai” non si porta sulle spalle come carico di un lungo e lento viaggio di ritorno, eppure quarant’anni di carcerazione sono ben più di una affermazione da play station, obbligano l’uomo della pena identico alla sua colpa, e se questa non arretra, quella persona è un numero destinato a fallire.

L’ergastolo c’è, non è vero che dopo vent’anni come per incanto le porte blindate  di un penitenziario si spalancano, la legge contempla la possibilità di accedere a questo beneficio, ma la realtà è ben altra, infatti la liberazione condizionale non viene quasi mai concessa nei tempi stabiliti, se non con una aggiunta di dieci o anche venti anni dai requisiti richiesti.

Chi scrive ha scontato circa quarant’anni di carcere, quattordici in misura alternativa della semilibertà, da un anno ho usufruito della libertà condizionale, potevo accedervi dopo ventisei anni, con gli sconti di pena, intorno ai venti, ebbene solo ora sono ritornato un cittadino libero.

Non cito me stesso per fare della polemica spicciola, nutro gratitudine sincera per le istituzioni che mi sono venute incontro, inoltre so bene perché ero detenuto, nulla mi era dovuto.

In tema di punizione, di castigo, di giustizia, all’angolo delle coscienze, c’è sempre il famoso ergastolo ostativo, quel detenuto che per la natura dei reati commessi, e richiamati in sentenza, non potrà accedere ad alcun beneficio carcerario nè ad alcuna misura alternativa,  a meno che l’imputato non accetti di collaborare con la magistratura, di mettere in galera un altro al proprio posto, ultimo ma non per importanza, esser ancora in grado di poterlo fare.

Forse è un bene per i cittadini detenuti ed i cittadini liberi ricordare quanto ebbe a dire Aldo Moro sugli  scopi e utilità della pena: è un giudizio negativo che va dato alla pena capitale, come alla pena perpetua, perché contraddicono i principi costituzionali in tema di pena: trattamenti contrari al senso di umanità e alla finalità rieducative, dunque l’ergastolo tanto è costituzionale e legittimo, in quanto non si applichi effettivamente.

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