Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Un ricordo indelebile (seconda parte).. di Giovanni Arcuri

Oggi pubblico la seconda  e  ultima parte del racconto di Giovanni Arcuri “Un ricordo indelebile”   (per la prima parte del racconto vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/07/14/un-ricordo-indelebile-prima-parte-di-giovanni-arcuri/).

Un racconto straordinario, che ha mietuto consensi e riconoscimenti come… il Premo Speciale della Giuria al concorso nazionale Goliarda Sapienza.. è stato pubblicato nel libro collettivo “Siamo noi, siamo in tanti”.. ha vinto il Premio Fregene anno 2012.

Un racconto basato su vicende realmente vissute da Giovanni Arcuri.. quando in Venezuela finì in un abominevole carcere di Caracas detto “Il Mostro”. 

Una rappresentazione vivida, efficace, potente.

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Arrivammo a Los Flores de Catia e perdemmo circa un’ora  per la prassi delle impronte digitali, le foto segnaletiche, la perquisizione corporale. Niente visita medica, niente domande. I miei due accompagnatori sparirono verso un reparto ai piani alti mentre io fui condotto sottoterra, un lungo corridoio semibuio che conduceva verso una porta tutta arruginita con una catena legata ad un lucchetto gigante, sembrava quasi una botola. Le due guardie l’aprirono e mi spinsero dentro, richiudendo velocemente  quasi fosse un lebbrosario.

<<Buona fortuna!>> mi gridarono dal corridoio, sghignazzando.

Mi ritrovai dietro la porta quasi allo scuro e davanti a me non c’era anima viva. Cercai a poco a poco di abituare gli occhi a quella condizione e mi accorsi che sotto di me iniziava una lunga scala da dove si intravedevano dei falò. Faceva freddo, mentre scendevo incrociavo persone che dormivano sulle scale, alcuni detenuti cucinavano con dei fornelli da campeggio, certi si riscaldavano al fuoco, altri mi guardavano come fossi un extraterrestre . Un odoro nauseabondo di immondizia misto ad urina mi investì immediatamente dopo avere percorso la prima rampa di scale.

Mi sembrava di vivere uno di quei film ambientati nel futuro dopo la catastrofe nucleare tipo Mad Max o giù di lì.

Quando finalmente giunsi alla fine della scala notai un numero indefinibile di persone che erano ammucchiate per terra e stavano ancora dormendo sdraiati sopra dei giornali. Tre detenuti armati  di coltelli mi circondarono e s’impossessarono della mia borsa. Prima che potessi cercare di reagire un detenuto mulatto alto quasi due metri si materializzò davanti a me con un machete in mano e mi chiese perché ero lì.

Gli dissi che ero in attesa di estradizione e e poi, per reazione a ciò che era avvenuto, gli chiesi se potevo recuperare la borsa. Sorrise come per dire di scordarmela e, senza troppi convenevoli, mi disse di seguirlo. Non credo di avere avuto altre alternative ma in quel momento probabilmente era la miglior opzione. Nel lungo e tortuoso cammino simile ad un inferno dantesco l’uomo di colore si faceva rispettare con il machete in mano ed una espressione che avrebbe scoraggiato chiunque avesse avuto cattive intenzioni. I detenuti avevano quasi tutti il telefono cellulare, uomini armati di pistole e coltelli circolavano tranquillamente ed altri facevano la fila per telefonare da un detenuto che vendeva le chiamate dal suo telefono mobile a chi ne era sprovvisto. Circolava denaro contante ed avvenivano loschi traffici ovunque. Più c’inoltravamo in quel labirinto  e più apparivano detenuti. Ci facemmo strada tra giocatori di parquès, domino e guaranà (quest’ultimo un gioco di dadi con sei numeri e un bicchiere) in una bolgia di grida indescrivibili. A quel punto, non mi sarei meravigliato se mi fossi imbattuto nel classico combattimento di galli. Ero in uno stato ipnotico. Alla fine arrivammo di fronte ad una cella dove tre uomini armati davanti alla porta avevano un luogo filo di collo da cui pendevano piccole borse di plastica contenenti polvere bianca, presumibilmente cocaina, che promuovevano e vendevano a gran voce, tipo mercato rionale, ed un magrissimo fumatore di crack, dopo avere pulito con certosina pazienza la carta stagnola della sua piccola pipa, estrasse dai polmoni tutto il fumo che aveva a lungo trattenuto e me lo soffiò in pieno volto. Prima che io potessi reagire la mia “guardia del corpo” gli diede uno spinto di una tale forza che l’ossuto tossicodipendente fece diverse capriole a terra prima di sbattere definitivamente la testa al muro.

<<E’ appena arrivato, è italiano, fatelo parla con El Santero>>, disse il gigante a uno dei “guardiani” fuori la porta. Uno di quelli con le bustine a tracolla entrò ed avvisò l’uomo del mio arrivo.

Prima che potessi dire una sola parola mi ritrovai spintonato all’interno della cella mentre la porta si chiuse contemporaneamente alle mie spalle.

Una voce autoritaria da dentro gridò di non fare passare nessuno fino a nuovo ordine.

La cella era sui sei metri per quattro, alla fine della stanza c’era un lettone immenso molto alto, circondato da tre ventilatori che giravano a media velocità. Sul letto era appoggiato un PC d’ultima generazione collegato ad un cellulare. Alla destra del cuscino c’era una pistola a tamburo calibro 38 a canna corta, probabilmente Smith and Wesson.

Un uomo magro, tutto vestito di bianco e pieno d’oro, con un altro cellulare in mano, mi sorrise da dietro un tavolo e mi venne incontro. Un altare pieno di statue di santi, candele, sigari e qualche frutto in offerta, era situato alla mia destra.

Un televisore con videoregistratore era appoggiato ad uno sgabello e senza volume proiettava un film pornografico.

Sul tavolo erano ammucchiati fasci di banconote e borse di cocaina uguali a quelle che avevo visto appese al collo degli uomini fuori dalla sua cella; c’erano anche dei contenitori di vitamina C pieni di Crack.

<<Sei stato fortunato… il mio gigante mulatto ti ha visto prima dei piranas >>.

<<Chi sono i piranas?>> chiesi sconcertato.

<<Sono i detenuti che vivono sotto le scale dormendo per terra, si nutrono di qualsiasi schifezza, prima ti uccidono e poi ti rubano tutto. A volte si ammazzano tra di loro per dividersi le cose che rubano ai malcapitati. Non sono degli esseri umani. Io li controllo perché non hanno le armi ad eccezione di qualche coltello. Probabilmente è ancora presto e la tua presenza è stata notata. Il mio uomo ti ha visto prima di loro e dovrai fargli un regalo quando sarà..>> disse l’uomo vestito di bianco.

<<Mi hanno rubato la borsa appena sono sceso dalle scale>>.

<<Dimenticala. Come avrai capito nel tragitto per arrivare fin qui, questo luogo ha un tasso di mortalità molto alto e chi non è protetto rischia di lasciarci le “penne” nelle prime ventiquattro ore.

Tu sai chi sono?>>.. mi chiese l’uomo squadrandomi da capo a piedi.

<<No, mi dispiace>>.

In seguito seppi che il  Santero  era un personaggio mitico delle carceri venezuelane.

Era sopravvissuto a molteplici cambi di governo, così si chiamano i colpi di stato interni, che il più delle volte lasciavano dozzine di morti sul terreno. Dagli omicidi con armi da fuoco allo smembramento degli arti con il machete o con il medio brazo, un coltello di circa sessanta centimetri costruito artigianalmente dagli stessi detenuti.

Quotidianamente avvenivano combattimenti degni del Colosseo per il controllo del commercio della droga e delle armi fino ai motivi più futili. La vita umana non aveva alcun valore.

Il Santero era un sopravvissuto.

Si presentò e poi pacatamente mi disse:

<<Bene, non fartene una colpa, non appartieni a questo mondo>>, mi disse l’uomo guardandomi fisso negli occhi.

<<Di che cosa ti occupi?>>

<<Lavoro nel campo del gioco, sono socio di un casinò nell’Oriente del Paese>> risposi titubante e realmente impaurito.

<<E come mai ti trovi qui?>>

Gli spiegai brevemente la faccenda e lui mi disse che in Venezuela con il denaro tutto si poteva risolvere, però nel frattempo dovevo pensare alla mia sopravvivenza interna per uscire vivo quando fosse arrivato il momento.

<<Io posso darti la sicurezza interna, una cella con un materasso, un piccolo televisore e un telefono cellulare per chiamare la tua famiglia e l’avvocato. E cosa più importante: la garanzia che nessuno ti farà del male. In cambio avrei bisogno, diciamo così, di una “collaborazione”… Ho molte spese, le armi, la droga che mi arriva tutte le settimane dalla Colombia, contante per pagare le guardie che mi portano i cellulari, il cibo buono, ecc.ecc. Diciamo che mi accontenterei di mezzo milione di bolivares (all’epoca circa ottomila dollari). Credo che la tua vita li valga, o no?>>

Capii che non avevo scelta. Se volevo sopravvivere nel vero senso della parola avrei dovuto versare la “collaborazione”. Senza aggiungere altro mi diede un telefono cellulare dal quale chiamai mia moglie ala quale spiegai tutto e le dissi di venire a colloquio dopo due giorni passando prima dall’avvocato del Santero lasciando i soldi pattuiti.

Mi fornì quello che aveva promesso e non uscii dalla mia cella per tutto il giorno.

Ero rimasto realmente scioccato dal luogo dove mi trovavo. Un inferno, nessuno in Europa mi avrebbe creduto.

Verso sera si presentò il gigante mulatto con una mia maglietta, un paio di mutande e l’accapatoio che aveva recuperato dai piranasLo ringraziai di tutto e scoprii che quell’omone in fondo era un buono. Gli piaceva giocare a scacchi e trascorrevamo diverse ore nella mia cella dove imparai molte cose di quel suo mondo. Mi raccontò che il Santero comandava la Maxima da alcuni anni e a suo modo aveva dettato regole che davano un certo ordine al disordine. A parte i piranas ognuno aveva il suo ruolo. C’era chi preparava da mangiare  e vendeva i pasti per gli altri detenuti, c’era chi vendeva la marjiuana, chi le telefonate dal cellulare, ecc. Lo spaccio della cocaina era deputato interamente al Santero che aveva una decina di scagnozzi ed altri che potevano arrivare negli altri padiglioni. Una parte del reparto era riservata agli evangelici che non potevano entrare in nessuna attività, ma non potevano essere toccati. Il gigante mi raccontò che una volta trovarono un evangelico che fumava marjiuana e senza pensarci due volte, avedno disobbedito alle regole, anche per dare un esempio, lo uccisero davanti a tutta la popolazione detenuta. La mattina, quando veniva la conta, lasciavano davanti alla porta d’ingresso gli eventuali morti e, come se niente fosse accaduto, il personale preposto li avvolgeva in teli neri e portava via i copri. Se i morti erano più di uno a volte tornavano in forze e rompevano tutto dando bastonate a chiunque si parasse davanti il loro cammino. Probabilmente il Santero aveva un accordo anche con la Guardia Nazionale che ungeva abbondantemente affinché lo lasciassero abbastanza in pace.

I colloqui avvenivano lì dentro, poteva entrare chiunque senza necessità di avere un rapporto di parentela. Ognuno riceveva nella sua cella e chi non l’aveva affittava per un breve tempo quella di qualcun altro per potere stare con la propria donna. Una bolgia incredibile. Dopo il primo colloquio con mi a moglie, le dissi di non venire più. Rimase letteralmente sciocccaa anche se il giorno dei colloqui l’atmosfera era completamente diversa perché vigeva la legge del Santero: massimo rispetto e zero litigi. Dopo le ore 15:00 poteva avvenire di tutto; prima chi sgarrava avrebbe pagato con la vita perché il colloquio era sacro e, cosa ancora più incredibile, molti acquirenti di cocaina preferivano venire ad acquistare in carcere invece che fuori. Sia per qualità sia per prezzo. Molti familiari dei detenuti si rifornivano al Santero che riusciva a vedere oltre un chilogrammo per ogni giorno di colloquio.

I colloqui avvenivano tre volte alla settimana, un giro esorbitante tenendo presente da dove veniva gestito…

Un mese dopo il mio arresto le autorità decisero finalmente di demolire il carcere di Los Flores de Catia e così ci trasferirono tutti in altre carceri. La notizia della demolizione fece il giro del mondo e così furono riportate anche le notizie  circa gli orrori avvenuti  all’interno nel corso degli anni.

Io mi trovai nella lista del carcere al centro della città, il mio avvocato mi spiegò che essendoci una procedura d’estradizione non potette fare nulla per mandarmi nel carcere tranquillo di cui mi aveva parlato, sarebbe stato un precedente e i media avrebbero messo in risalto la cosa esponendo i corrotti.

Il Santero  lo inviarono in un brutto carcere in un’altra regione, però prima della separazione mi diede un biglietto di raccomandazione per un suo amico che comandava un padiglione del carcere dove mi avevano destinato. 

Provenendo dal “Mostro” gli altri detenuti ci guardavano con rispetto e con l’aiuto del gigantone mulatto riuscimmo a farci assegnare nel padiglione dell’amico del Santero.

L’ambiente era molto più umano, più luminoso. C’erano tavoli da ping-pong, sale per giocare a carte e scacchi, un’aria per camminare, cosa che non esisteva nella Maxima da dove venivo.

Mi guardai allo specchio della mia nuova cella, ero giallo. Oltre un mese senza prendere aria, sottoterra…

Capii che in questo carcere avrei potuto dedicarmi interamente alla mia difesa anche se ovviamente non avrei potuto mai abbassare la guardia visto “l’ambientino” che mi circondava. Ogni tanto avveniva qualche combattimento con il coltello con tanto di padrini che misuravano la lunghezza delle lame che dovevano essere uguali per entrambi. Ogni tanto ci scappava il morto o un ferito grave che poi era costretto ad abbandonare il reparto o trasferirsi altrove perché indesiderato.

Il mio reparto era denominato, artesania perché si costruivano vari oggetti che poi si rivendevano ai familiari. Dai peluche alle barche fatte con gli stuzzicadenti, delle vere opere d’arte.

Si giocava  forte i giorni delle corse dei cavalli, e puntavano anche sul baseball che è lo sport nazionale. L’amico del Santero  gestiva le scommesse e mi accolse bene, non dovetti sborsare nulla, gli regalai un cellulare ma tenendo presente come fui trattato era il minimo dovuto.

La mia permanenza nel carcere venezuelano durò oltre un anno.

Alla fine la Corte Suprema di Giustizia rigettò la richiesta di estradizione del governo italiano perché non era sufficiente di un pentito per estradare un cittadino residente.

Ritrovai la libertà, ma la mia vita dopo un’esperienza di quel genere non fu più la stessa. Chi potrebbe credere nel terzo millennio all’esistenza di situazioni del genere? Un film dell’orrore.

Solo attraverso le conoscenze e le esperienze più disparate si può avere una visione chiara e completa della vita ma a volte certe esperienze possono portarci a toccare la follia. L’uomo è un animale che riesce a adattarsi ad ogni situazione ma alcune di queste a volte lasciano tracce indelebili.

Alla fine del 2001 fui costretto a tornare in Italia per motivi familiari e mi arrestarono per quegli stessi fatti per cui avevano chiesto l’estradizione. Tuttora mi trovo detenuto in espiazione pena.

Ogni tanto mi sveglio nella notte e nonostante siano passati così tanti anni ho ancora nelle orecchie quel chiasso e quelle grida che mi rimbombavano nelle viscere all’interno del “Mostro” e rivedo il dolore, i morti, la sofferenza e la violenza espressa alla massima potenza e ringrazio il Signore di essere ancora per poterlo raccontare.

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4 thoughts on “Un ricordo indelebile (seconda parte).. di Giovanni Arcuri

  1. Alessandra lucini on said:

    Ho visto sai l’inferno di cui parli? non personalmente ma in un documentario mentre ero in Sud America e mi pare di avertelo già detto…. bellissimo il tuo racconto anche se molto crudo, c’è una realtà in cui riusciamo a credere soltanto se la vediamo… ciao Giovanni

  2. icittadiniprimaditutto on said:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. Solo un percorso a zig zag , come tu amico mio hai fatto, rafforzando le tue forze dell’anima, nella sopportazione più disperata , vedesi storia vissuta in pieno .Ma la vita e già previsto questo per tutti , passaggi per farci capire quanto è importate viverla … Non sprechiamo il nostro tempo, ma lavoriamo assieme , per correggerci e correggere i nostri errori …in quanto agli altri che ognuno ci pensi bene , la vita è tutta una prova …mettiamo il nostro cuore, ciao Giovanni sei un caro figliolo …

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