Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Un ricordo indelebile (prima parte).. di Giovanni Arcuri

Giovanni Arcuri, detenuto a Rebibbia, è una di quelle persone che ha fatto del tempo e della caduta una occasione per crescere, studiare, aprirsi alla conoscenza, esprimersi e comunicare.

E’ uno degli amici del Blog emerso quest’anno. Ha 54 anni, è quasi laureato in lettere, ed ha scritto tre libri (di cui due pubblicati).

Il racconto di cui oggi pubblico la prima parte è un racconto straordinario.

Un racconto che SI BASA SU ESPERIENZE REALMENTE VISSUTE DA GIOVANNI, che nell’arco del suo percorso ha conosciuto anche il mondo carcerario del Sudamerica. In molti dei contesti latinoamericani il sistema carcerario è molto diverso da quello europeo. Naturalmente tutti noi sappiamo che la situazione delle carceri europee è spesso drammatica. Ma la realtà di alcuni luoghi del Sudamerica (e non solo) è diversissima. Ad esempio, nel modello europeo, specie in Paesi come l’Italia, la tendenza è quella a tenere il più possibile il detenuto in cella e  regolare rigidissimamente le sue uscite fuori cella. Nel contesto di certi carceri sudamericani, invece, gran parte dei detenuti si trovano liberi di scorrazzare per ampie zone del carcere, in una sorta di città sotterranea, terra di nessuno, dove avviene di tutto.. regolamenti di conti per bande con conteggio di morti crescenti, violenze, abusi sessuali, vendita di droga e di armi.

In un certo senso può sembrare un mondo più libero, ma è anche un mondo carcerario dove se non hai le giuste protezioni, puoi essere completamente schiavizzato da altri detenuti, abusato, e ucciso in poco tempo. Ci sono carceri addirittura gestiti dalle stesse bande di detenuti.

Comunque, è un mondo complesso per descriverlo in una semplice premessa, e ci sono tante variabili e considerazioni da fare.. ma era giusto per dire che certe carceri del Sudamerica sono tutto un altro mondo rispetto al modo in cui noi concepiamo e conosciamo il carcere.

Vi lascio ora alla prima parte di questo straordinario racconto di Giovanni Arcuri.

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 UN RICORDO INDELEBILE

Quel lunedì mattina avrai potuto dormire un po’ di più perché l’appuntamento con il Direttore della mia banca era stato fissato per le ore 11.

La notte precedente era piovuto e la sensazione nel rimanere nel letto derivante  dall’aria fresca proveniente dalla finestra socchiusa era ancora più piacevole.

Mia moglie si era alzata  da poco e stava preparandomi il caffè, mentre io ero rimasto  a poltroneggiare nel grande lettone king size.  Erano soltanto le nove, avrei avuto tutto il tempo per farmi la barna con cura e preparare le carte da portare in banca. Da alcuni anni mi ero trasferito dagli Stati Uniti in Venezuela dove avevo la comproprietà di un casinò in una bella e ridente cittatdina sul mar dei Caraibi nell’oriente del Paese.  Le cose andavano abbastanza bene e mia figlia  aveva da poco compiuto due anni. Dovevo andare in banca per aprire una libea di credito per un brogetto di una sala bingo vicina il casinò. Mia moglie entrò con il caffè e i croassant radiosa.

<<Il signore è servito ma non ci si abitui..>> disse sorridente.

Avevamo deciso di comune accordo di vivere in un paese tropicale di fronte al mare dove poter crescere nostra figlia  senza stress e condizionamenti. La nostr vita procedeva tranquillamente, fino a quel giorno…

Ad un tratto, mentre sorseggiavo il caffè, ptato dalla brezza, debole come il ronzio di un insetto in lontananza, giunse il motore di un elicottero, che poco a poco si fece sempre più assordante.

Uscimmo in giardino per vedere cosa stava succedento e in quel preciso istante osservammo calarsi dal grande elicottero alcuni uomini con delle funi tutti vestiti di nero. Sembrava di assistere a un film dei corpi speciali in missione in qualche paese sperduto. In meno di venti secondi eravamo circonddati e sotto la minaccia delle armi.

Rimanemmo impietriti in attesa di qualche segnale.

Un uomo altro con una tuta mimetica grigia e un mini Uzi a tracolla si presentò come il direttore dell’operazione e mi disse di fornirgli una carta d’identità. Terminati per così dire “i convenevoli” l’uomo disse di appartenere al grupo BAE e di avere ricevuto l’ordine di arrestarmi dal comando generale dovuto ad una richiesta di estradizione da parte del governo italiano; mi mostrò i documenti che lo certificavano e si comportò molto educatamente. Il gruppo BAE era il fiore all’occhiello delle forze armate venezuelane ed era specializzato per operazioni ad alto rischio. Non riuscivano nemmeno loro a capire perché erano stati utilizzati per eseguire un ordine di arresto presso una casa con due coniugi, una bambina di due anni i due anni ed una donna di servizio che tra l’altro era svenuta per lo spavento.

Non c’erano guardie del corpo, non c’erano armi a parte il fucile da caccia con il suo regolare permesso, niente che avrebbe giustificato un’operazione di quella portata. In ogni caso gli ordini erano ordini e dovevano essere eseguiti.

Finito il verbale e la perquisizione di routine cercai di capirci di più ma nemmeno loro sapevano esattamente quali erano le ragioni che avevano portato alla richiesta d’arresto in attesa di estradizione, me lo avrebbero notificato a Caracas. Mi fecero chiamare il mio avvocato nella capitale venezuelana che mi disse di restare calmo e che in serata sarebbe venuto nella centrale venezuelana, che mi disse di restare calmno e che in serata sarebbe venuto nella centrale di polizia dove mi avrebbero portato. Mi diedero dieci minuti per preparare una borsa con l’occorrente e salutare mia moglie e mia figlia.

La bambina fortunatamente non si era svegliata nonostante il trambusto e così la lasciai dormire per evitare che potesse piangere vedendomi andare via. La baciai sulla fronte e accarezzai la manina che abbracciava la sua bambola preferita. Mia moglie in lacrime  mi disse che avrebbe preso il primo aereo  all’indomani ma io le consigliai di aspettare istruzioni da parte del mio avvocato e a malincuore accettò

Guardai sparire la mia casa dall’alto dell’elicottero quando non erano neppure le 10.

Tutto era avvenuto in poco meno di un’ora. La mia vita era stata stravolta in un batter d’occhio.

Purtroppo questo era solo l’inizio.

Quando arrivai nella sede della polizia giudiziaria di Caracas c’era già il mio avvocato ad attendermi e mi fecero parlare con lui per circa mezz’ora. La richiesta proveniva dalla procura giudiziaria di Caracas c’era già il mio avvocato ad attendermi e mi fecero parlare con lui per circa mezz’ora. La richiesta proveniva dalla Procura di Roma per reati commessi agli inizi degli anni novanta riguardo un traffico di stupefacenti, nel caso di specie cocaina. Un funzionario dell’aeroporto di Fiumicino di Roma era stato arrestato mentre portava fuori dall’aeroscalo una valigia piena di droga e si era subito pentito rivelando altre malefatte avvenute molti anni prima.

Mi ritenevano l’intermediario d’ipotetiche valigie spedite anni prima e mai sequestrate. La parola del pentito autorizzava un mandato d’arresto internazionale e si sarebbe applicata la procedura per l’estradizione.

<<Ci opporremo, non possono autorizzare un’estradizione verso un cittadino residente che lavora onestamente e ha alle sue dipendenze più di cinquanta persone solo sulla base di una dichiarazione a posteriori di un’inattendibile individuo!>> mi disse l’avvocato Gonzales facendomi presente che il codice anglo sassone su cui si basa la giustizia venezuelana non consentiva iniziative di questo genere e che la Corte Suprema alla fine ci avrebbe dato ragione.

<<Quanto potrebbe durare questa battaglia?>> gi chiesi.

<<La procedura di opposizione non è così facile, mesi, forse un anno. Ora dobbiamo cercare di evitare che ti mettano in un carcere ad alto rischio, qui non so se lo sai, ma la galera è un po’ diversa dall’Europa>>.

<<In che senso?>> ribadii preoccupato.

<<Nel senso che si rischia la vita quotidianamente, è un mondo a parte. Ogni giorno ci sono morti e feriti, le carceri sono in mano ai detenuti che sono armati fino ai denti>>.

<<Stai scherzando?>>

<<No, sto cercando di prepararti  per evitare che tu possa trovarti in situazioni spiacevoli Cercherà di farti trasferire in un carcere tranquillo a un’ora di macchina da Caracas. E’ quello dove portano i politici corrotti ed è l’unico decente…>>.

Continuammo a parlare circa la strategia difensiva e disse che mi avrebbero fatto avere copia del mandato di arresto internazionale  nei giorni seguenti. Poi mi abbracciò dandomi coraggio e sparì  nel grigio e freddo corridoio pieno di agenti della polizia giudiziaria.

Mi portarono in una camera di sicurezza senza bagno dove c’era giaciglio di cemento e mi dissero che nell’arco di due giorni mi avrebbero trasferito in carcere. Non dissero quale.

Quella notte non riuscii a chiudere occhio. La mia mente tornò a un’estate di alcuni anni prima quando mi trovavo in Italia per visitare i miei genitori e conobbi durante la cena un impiegato dell’aeroporto di Fiumicino in confidenza e avendo saputo che vivevo in Sud America mi disse di essere disponibile per fare passare qualche valigia di cocaina in quanto il suo ruolo gli permetteva di non essere controllato. Bisognava solo descrivergli la valigia e dargli il numero dello scontrino. Lui l’avrebbe ritirata dal tapis rulant prima delle ispezioni e poi portata fuori con calma.

In Sud America innumerevoli volte mi era stato proposto, nell’eventualità avessi conosciuto qualcuno come lui, la possibilità di inviare valigie con stupefacente in quanto i trafficanti avevano il controllo dell’aeroporto  di partenza e la valigia non sarebbe stata controllata. Mancava solo il contatto all’arrivo in Europa. Io avrei dovuto solo fare da trait d’union, in pratica l’intermediario, e avrei riscosso una percentuale sugli utili. E così fu. Lavorarono una stagione e poi ognuno per la sua strada. Il funzionario però preso dall’ingordigia continuò a lavorare con altra gente fino al suo arresto e quando avvenne raccontò la sua epopea fin dalle origini  con dovizia di particolari.

Fece i nomi di tutti quelli con cui aveva lavorato.

Questa era la situazione anche se nella realtà non c’erano prove ad esclusione della parola del pentito.

Avrei lottato per evitare l’estradizione, ero cosciente di avere commesso una cosa illegale perché in quel momento avevo delle difficoltà economiche  ma fu una cosa sporadica, non da giustificare ovviamente, ma erano passati tanti anni ed io non ci pensavo più. Non avrei pensato potesse succedere una cosa così. Purtroppo la giustizia è lenta ma arriva sempre. Ora mi trovavo in una cella puzzolente in attesa di essere trasferito in un carcere con le prospettive che il mio avvocato mi aveva appena illustrato.

Il giorno dopo venne un funzionario dell’Ambasciata Italiana, dall’ufficio affari penali, e mi spiegò la situazione. Loro non potevano fare nulla per aiutarmi anche se sapevano che io lavoravo regolarmente in Venezuela a diversi anni e non avevo mai avuto problemi di nessun tipo come risultava dal computer del Ministero degli Interni venezuelano e da quello della polizia. Mi lasciò il suo biglietto da visita. La sua visita in fondo era solo un atto dovuto, una formalità. La mia tensione in quel preciso momento era più concentrata su dove mi avrebbero portato perché sapevo che la mia vita sarebbe stata a rischio. La libertà, la lotta per non essere estradato venivano dopo. Avevo davanti a me il volto i mia figlia di due anni e quello di mia moglie in lacrime che già aveva chiamato due volte per sapere come stavo.

Tutti i giorni sia le televisioni sia i giornali riportavano notizie circa le vere e proprie guerre che avvenivano in tutte le carceri venezuelane che si trovavano nel caos più totale.

In particolare il carcere de Los flores de Catia di Caracas era ritenuto uno dei peggiori di tutta l’America Latina. Da anni dovevano sopprimerlo con la dinamite in quanto la struttura era fatiscente e di gran lunga sotto il livello del rispetto dei diritti umani. Ce n’era un altro nella stessa città più moderno ma anche lì avvenivano fatti inenarrabili. Los flores era comunque qualcosa di veramente terribile e unico. Avevo visto una volta una trasmissione in cui un giornalista era riuscito ad entrarci per un’ora e quello che vide lo lasciò sconvolto. Centinaia di persone ammassate in stanze senza letti, dormendo sui giornali, tutti armati di coltelli e pistole. La Guardia Nazionale entrava solo la mattina alle sette per la conta e poi la sera alle otto. Il carcere era gestito dai detenuti che scorrazzavano  da una parte e dall’altra e imbastivano guerre interne per il controllo dei traffici di droga e di armi.

Una terra di nessuno dove regnava la legge del più forte. Al solo pensiero che sari potuto capitare lì mi veniva la pelle d’oca.

Passò un altro giorno senza notizie, poi il terzo giorno all’alba mi svegliarono di soprassalto e mi dissero di prendere la mia roba, mi stavano trasferendo.

Mi spinsero in malo modo su un blindato insieme ad altri due detenuti e presero la superstrada che conduce all’aeroporto. Il carcere dei colletti bianchi  era dalla parte opposta, quindi dedussi che o mi stavano portando all’aeroporto o stavamo andando verso l’aeroporto o stavamo andando verso il famigerato Flores de Catia.

Il miei due compagni di viaggio erano esperti e mi dissero subito che stavamo andando proprio lì.

<<Vamos pà el Monstruo…>> dissero  seri e impensieriti.

Il “Mostro” lo chiamavano e non era certo un caso. Li sentii complottare su come si sarebbero mossi per farsi inserire in un padiglione dove avevano amici.

Cominciai a fare domande per cercare di capire come meglio muovermi una volta lì.

<<Tu sei straniero in estradizione, ti porteranno a la Maxima…>>

<<Cos’è la Maxima?>> chiesi preoccupato.

<<E’ il reparto di massima sicurezza, ci sono quelli richiesti in estradizione e i delinquenti più pericolosi, i cosiddetti malaconducta. E’ il peggiore, se non conosci nessuno è dura>>.

Nella mia mente cominciai  a produrre uno stato d’allerta massima, ma sapevo che erano realtà al di là della mia immaginazione. L’unico aspetto meno negativo era che parlavo la lingua perfettamente e non mi avrebbero trattato come uno straniero, un gringo , come dicevano loro in senso dispregiativo, quando si rivolgevano ad uno straniero per sfotterlo o per fregarlo.

(FINE PRIMA PARTE)

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4 thoughts on “Un ricordo indelebile (prima parte).. di Giovanni Arcuri

  1. Che triste storia , la tua Giovanni , ma come tutte le storie , c’è il dolce e l’amaro …quel lungo viaggio che si stava preparando , per te quel brutto giorno ….inaspettato , di ha pietrificato , ma non il tuo cuore , nobile amico.
    Dobbiamo combattere questa ingiustizia , che non ha dei regolamenti , perché alla fine fa quello che vuole , ti può eliminare , come ti può dare la vita salva ,ma te la mette in mano ai proprietari di quelle carceri ormai che non sono carceri , ma luoghi sotterranei dove succede tutto…che non verrà mai in luce …perchè non esiste luce hai condannati vivi .
    Si deve cambiare …ma non so quando, perchè chi abita , nei sotterranei non ha più un corpo di un umano , l’attraversamento a distrutto il suo equilibrio trasformandolo in bestie disumana fuori controllo , dove ti devi abituare a diventare un giorno ad essere come loro altrimenti sei perduto .
    La vita provata , ti fa forte ….lavoriamo tutti per questo , togliere questo sistema, voltando pagina , e di questo credo , che ci capiamo entrambi nobili cuori …un sorriso per te per incoraggiarti ;) ;) ;)
    Mi fa piacere rivederti e sentirti amico anche per quello che scrivi , e duro ma serve per rafforzare il cuore , lavorando assieme per un futuro migliore …ciao Giovanni ;)))))))

  2. icittadiniprimaditutto on said:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. Alessandra lucini on said:

    Ho visto anch’io un documentario sulle prigioni del Sud America, mentre ero in Brasile, sì, c’è da inorridire.
    La pelle l’hai salvata e questo lo sappiamo, ma ora sono curiosa di sapere come hai fatto.
    Ciao Giovanni, aspetto con interesse la prossima parte del tuo racconto.

  4. Che sorpresa,sembra il primo capitolo di un romanzo!
    Questa storia che basta la parola di UNA persona a rovinarne un’altra…è allucinante!

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