Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Nemmeno lo Stato può togliere la vita.. di Domenico Papalia

Domenico Papalia è stato forse l’ultimissimo ad entrare in contatto con noi. Recentemente mi è giunta una sua lettera, accompagnata da una serie di suoi articoli, scritti nel corso degli anni, modo che, di volta in volta io ne possa pubblicare qualcuno.

Domenico è un ergastolano, è calabrese, ed è detenuto fin dal marzo del 1977. Attualmente “risiede” nel carcere di Spoleto. L’articolo che leggerete, è del 201o però, quando Domenico stava nel carcere di Livorno.

Ben venuto tra noi Domenico.

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Nemmeno lo Stato può togliere la vita. Riflessioni e curiosità sulla pena i morte

 

A nessuno, neanche allo Stato, è consentito  togliere la vita: è questo il principio morale che anima il movimento crescente di tutti coloro che, da parti diverse e talora contrapposte, chiedono l’abolizion della condanna a morte ancora oggi vigente in altri Paesi del mondo civile.

Se confrontiamo la pena di morte con l’ergastolo, questo ancora è molto più crudele della pena capitale, perché sottopone ad una continua tortura il condannato ed i suoi familiari, come ho avuto modo di scrivere più volte in altri periodici. Anche AldoMoro, in una lezione all’Università de 13 gennaio 1976, parlando ai suoi studenti,  definì l’ergastolo crudele e disumano non meno della pena di morte. Ma in questo articolo intendo soffermarmi sulla pena capitale.

Diciamo subito che le mie riflessioni personali sono contro la pena capitale, soprattutto perché lo Stato non può e non deve mettersi al pari di un criminale, ma anche perché la pena di morte, oltre ad essere inumana e premeditata, si è rivelata inefficiente anche come deterrente. Infatti, chi commette un crimine, in quell’istante non riflette o pensa di farla franca, altrimenti si asterrebbe dal farlo.

La pena capitale è un retaggio che si segue da molti secoli.

La prima sentenza di morte scritta è datata 1850 A.C. E risale ai Sumeri.

Nel corso dei secoli venivano eseguiti vari metodi di esecuzioni: impiccagione, crocifissione, fucilazione, garrota. E la ruota, il cui profilo rotondo simboleggiava il sole e morirci attaccato significava perire di una punizione divina. Ce lo racconta una storia della pena di morte pubblicata a Vienna da Martin Hai Dinger.

Che i condannati innocenti –da Cristo a Sacco e Vanzetti- siano stati innumerevoli, non sembra avere mai scosso più di tanto i loro carnefici.

Nel medioevo quella del boia era una professione tramandata per discendenza familiare che univa il ruolo del boia a quello di medico e lo si esercitava e si esercita senza scrupoli di coscienza interiore. Il ruolo di boia era molto ambito, tanto che nell’Inghilterra a fine Ottocento a un concorso per un posto di boia le candidature furono migliaia.

La Francia conta invece il giustiziere più famoso: Charles Henr Sanson (1739-1806). Dopo trentotto anni di esercizio aveva mandato all’altro mondo 2918 esseri umani, molti dei quali decapitati con la ghigliottina, lo strumento entrato in funzione nel 1792 e presto diventato simbolo della Rivoluzione francese. Con quella Sanson tagliò anche la testa di Luigi XVI. Sanson morì tra le mura domestiche, esortando il figlio  a continuare la tradizione di famiglia.

Per restare in Francia non si può non ricordare Robespierre che, nonostante avesse sostenuto la sua tesi di laurea contro la pena di morte e nella difesa della vita umana, appena salito al potere da cittadino, come amava definire lui i francesi, si diede sistematicamente alla eliminazione e all’annientamento dei suoi nemici ed oppositori per mezzo della ghigliottina, e per ultimo perire egli stesso con lo stesso strumento di morte.

A volte però, detto strumento di morte si rivela crudele anche per lo stesso boia, come per esempio John Woods, esecutore materiale delle condanne al processo di Norimberga, che morì nel 1950, per un incidente di lavoro, mentre stava provando una sedia elettrica. Mentre l’imperatore Menelik II non corse invece questo rischio, entrando in possesso di tre ambitissime sedie mortali; quando le ricevette si accorse dispiaciuto che in Abissinia non esisteva ancora la corrente elettrica.

Gli Stati Uniti invece hanno introdotto l’iniezione letale considerandola un metodo di soppressione “umanitario ed indolore”. Non è stato così per Angel Nieves Diaz, morto dopo una doppia iniezione tra spasmi orribili.

La Cina usa metodi ancora più incivili ed immorali. Infatti, gli organi dei giustiziati vengono preservati, così da poterne fare uso dopo la morte del proprietario.

Questi metodi barbari dovrebbero fare riflettere il mondo civilizzato e fare prendere coscienza del fatto che si tratta di metodi criminali di fare giustizia e che si devono trovare sistemi di punizione più consoni al progresso democratico degli Stati.

Dopo questa breve escursione storica, affido le mie conclusioni e riflessioni che sono cono contro la pena di morte, perché è un metodo inutile e crudele. Uno Stato non può pensare  di risolvere i problemi  di sicurezza vestendo i panni del carnefice, ma dovrà trovare sanzioni punitive in linea con i principi democratici ed umani, e questo  anche per l’ergastolo, che io ritengo  ancora più crudele e sarcastico. Noi italiani possiamo essere orgogliosi sia per avere abolito con la nostra costituzione la pena capitale (ma non l’incivile ergastolo), sia perché è nostra, attraverso la lotta del Partito Radicale, l’iniziativa della moratoria contro la pena di morte. Detta moratoria approvata dall’ONU non è vincolante, ma sarà sicuramente uno stimolo per molti Stati al fine di fare riflettere su questo barbaro strumento di morte. Certo, non possiamo essere altrettanto orgogliosi di mantenere la legislazione dell’ergastolo e 41 bis O.P.

Quindi il nostro Paese (il Governo Prodi nel 2007), il Parlamento e tante organizzazioni non governative, da anni sono in prima fila in questo sforzo, in particolare Marco Pannella e Emma Bonino, è riuscito a fare il primo passo decisivo verso l’affermazione del diritto universale a non essere giustiziati dallo Stato.

Mi auguro che tutti gli Stati facciano propria la moratoria approvata dall’ONU

Livorno, 20/04/2012

Domenico Papalia

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2 thoughts on “Nemmeno lo Stato può togliere la vita.. di Domenico Papalia

  1. Alessandra lucini on said:

    Caro Domenico, lo stato non si mette alla pari del criminale, bensì lo supera in crudeltà ed efferatezza.
    Molto bello il tuo pezzo e tutti noi speriamo che tu ne invvi degli altri.
    Ricevu un abbraccio da chi è contro il carcere come risposta ai reati. Ma è un discorso lungo e magari lo faremo. Ciao

  2. laura marino on said:

    Nemmeno lo Stato può togliere la vita… MA NEMMENO CERTI UOMINI MALVAGI ….MI SPIACE SIGNOR DOMENICO….

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