Eccoci con un’altro intervento nell’ambito della discussione innescata da una lettera giuntaci da parte dei ragazzi di una quinta liceo napoletana.
Quella lettera venne pubblicata il 25 dicembre dello scorso anno (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/12/25/8310/). Essa era stata stimolata da una lettera di Mario Trudu -ergastolano ostativo in carcere fin dal 1979 (salvo un breve periodo di latitanza)- inviata dal Blog a Umberto Galimberti, il quale rispose ad essa dalle colonne del settimanale D. de La Repubblica.
Questi ragazzi vollero dire la loro. E già a partire dalla pubblicazione della lettera che ci inviarono, ne derivò sul Blog una stimolante discussione, che coinvolse molti lettori.
Si è deciso poi di estendere il dialogo con gli stessi detenuti. E abbiamo già pubblicato alcune loro riflessioni in proposito. Le prime sono state quelle di Carmelo Musumeci -detenuto a Spoleto- e di Nellino -detenuto a Catanzaro (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/02/08/lettere-di-risposta-ai-ragazzi-della-quinta-liceo-napoletana/) e successivamente è stata inserita quella di Alfredo Sole -detenuto ad Opera (vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/02/12/alfredo-sole-risponde-ai-ragazzi-della-quinta-liceo-napoletana/).
Oggi pubblico l’intervento di Domenico D’Andrea, -detenuto a Padova- personaggio notevolissimo, che è riuscito a conquistare due lauree e due master (di cui una in criminologia), crea velieri splenditi, e ha una grandissima umanità (per la prima apparizione di Domenico sul Blog, vai al link.. http://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/05/sono-domenico-dandrea/).
Il contributo che ci ha inviato, come riflessione sulle questioni aperte dai ragazzi di Napoli è sorprendente per la sua notevole profondità, per il solido impianto teorico e dottrinario, per l’ampiezza e la convergenza degli argomenti. Credo che sarà un bel contributo al confronto.
Vi lascio alla lettera che Domenico D’ Andrea..
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Alla 5° x del liceo delle scienze sociali di Napoli
Cari studenti
Mi chiamo D’ANDREA DOMENICO e sono uno di quegli ergastolani murati vivi. Vi scrivo dal carcere di Padova e dopo aver letto i vostri pensieri sull’argomento “ergastolo”, “pena di morte” ecc. non ho potuto non percepire le vostre emozioni e le sensazioni che hanno plasmato le vostre riflessioni.
Il mio primo pensiero è stato quello di invitare voi tutti e i vostri insegnanti qui da me, poiché non sarà facile trovare le parole per trattare un argomento così delicato a distanza, tramite lettere o fugaci e-mail che svaniscono già nel tempo che trovano per giungervi.
Comincerei con il raccontarvi che, sia da criminologo ( il blog vi invierà anche il mio curriculum studiorum), sia da detenuto, spesso penso, contro natura, all’idea che determinati soggetti andrebbero trattati, detta alla Lombroso, eugeneticamente per le mostruosità che hanno commesso, quindi su un punto concordiamo, e cioè che determinate persone non devono mai più tornare in società per commettere altri ORRORI. Ciò che manca a tutti noi è l’informazione, sì proprio l’informazione perché l’Orrore non ha nulla a che vedere con l’ostatività di certi ergastoli, ostatività che viene determinata solo dalla legge sulla base di certe esigenze. Vi descrivo questo paradosso con un solo esempio, in modo da non entrare nei cavilli e nei meandri burocratici della dottrina e della giurisprudenza: qui nella mia sezione c’è uno dei serial killer più famosi della storia del crimine. I suoi crimini fanno rabbrividire anche il delinquente più blasonato, hanno fatto gelare il sangue nelle vene dei giudici e hanno squarciato il cuore anche dei più avidi divoratori di cronaca nera. 17 omicidi barbari (quasi tutte donne) e 13 ergastoli. Un vero mostro umano isolato per lungo tempo e non vi racconto altro per non farvi vomitare. Beh forse voi non mi crederete ma i suoi orrendi crimini non sono ostativi, ne per la legge, ne per lo stato. Dopo 8 anni di gattabuia può, anzi potrebbe, chiedere permessi ed essere inserito in società, al legge glielo permette. Capite? Dopo 8 anni.
Mentre poco distante vi è allocato un altro ergastolano, uno di quelli che non uscirà mai più dalla galera pur non avendo materialmente mai ucciso nessuno. La legge prevede, per esempio, l’ostatività per il “sequestro di persona a scopo di estorsione”, art 630 c.p. Anche uno stupido scherzo finito in tragedia dopo che la vittima perde la vita per cause naturali, ma per colpa del sequestratore, produce un ergastolo ostativo. Un uomo che non ha mai ucciso nessuno, ma che resterà murato vivo per tutta la vita. Questo è uno dei tantissimi paradossi del carcere? Sì, uno dei tantissimi.
Ma ora facciamo un passo indietro.
Le idee bizzarre e strampalate di Cesare Lombroso, molte delle quali condivido, anche e soprattutto dopo 15 anni di esperienza sul campo, spesso cozzano con i pensieri razionali ma altrettanto contestati di E. Durkheim circa il suo convincimento che il crimine in se fosse un “fatto sociale” e che “rappresentava qualunque sistema o fenomeno che fosse generale in tutte le società di un tipo particolare, a un particolare stadio del loro sviluppo”. Nella vostra lettera leggo … “ non a caso, chi è sottoposto ad una pena ha violato i principi di giustizia democratica cha la maggior parte dei cittadini si impegna a rispettare, per cui chi ha sbagliato, in un modo o nell’altro deve scontare una pena …”, senza dilungarmi sul fatto che tutti trasgrediscono le regole sociali e che molte trasgressioni sono però tollerate (per es. esiste una norma che impone di mettere le cinture di sicurezza, cosi, per curiosità, quanti di voi hanno violato sapendo di violare questa regola sociale?) veniamo subito ad un principio cardine del nostro ordinamento previsto dall’art. 575 del codice penale: chiunque cagioni la morte di un uomo è punito con la reclusione da tot a tot. La morte di un uomo si può cagionare con le azioni e le omissioni. A questo punto cari studenti, anche la chiesa uccide tutti i giorni impedendo l’uso del profilattico in zone a rischio a.i.d.s., anche lo stato uccide tutti i giorni omettendo l’assistenza a molti ammalati o per altre mille negligenze che potete solo immaginare.
La morte di un uomo è la morte di un uomo ed eticamente parlando non si dovrebbero fare distinzioni, infatti lo stesso principio ci dice CHIUNQUE CAGIONI LA MORTE DI UN UOMO e non “come” la cagioni o perche la cagioni.
Ma questi sono solo dei piccoli punti di vista che potete o non potete condividere con me, sono riflessioni che si sono sempre perse e si perdono nel tempo, quindi le rimetto al tempo e alle coscienze di ogni uno di voi. L’orrore è un altro.
A prescindere che non so se un uomo può veramente giudicare e condannare a morte un altro uomo, se fossimo tutti convinti di questo dovremmo prima interrogarci se siamo o non siamo veramente cristiani, cattolici, buddisti, mussulmani, ecc. ma non so se vi siete mai posti la domanda di quanti ergastolani veramente innocenti ci sono in carcere. Se tenessimo conto delle stesse statistiche: su circa 70 mila detenuti quasi la metà sono in attesa di giudizio, oltre la metà di questi in attesa di giudizio vengono poi assolti perché risultati innocenti. Molti risultano innocenti dopo aver scontato 20 anni di galera. Quindi una buona parte degli oltre mille ergastolani potrebbero essere veramente innocenti.
Non so se avete mai sentito parlare della famigerata legge sui pentiti: detenuti senza scrupoli che si sono venduti la mamma per scampare ad un solo giorno di galera. Beh in seguito a questa legge gli ergastolani sono passati da 60 a oltre 1.000, vi assicuro, molti dei quali non hanno mai ucciso nessuno e, permettetemi il lusso di gridarvelo “in faccia”, il più delle volte è proprio lo stato, garante di tutti quei principi che avete decantato nella vostra lettera, a barattare l’ergastolo di un uomo che ha commesso crimini orrendi in cambio di informazioni utili per sentenziare ergastoli ad altri uomini. Alcune persone hanno sciolto i bambini nell’acido e sono fuori per aver aiutato ad infliggere ergastoli a chi solo sapeva e taceva per paura, lo stato lo ha voluto, ha trattato e barattato ergastoli come se fossero caramelle.
Ragazzi miei non deve essere l’uomo ad essere condannato all’ergastolo solo perché UOMO, ma l’ergastolo va dato agli orrori che l’uomo può commettere.
Teniamo anche presente che, ormai da tempo l’intero sistema penale è in crisi e che la critica socio giuridica del diritto penale e dell’istituzione carceraria ha messo in luce l’infondatezza empirica e l’inefficacia dei tre principi cardini della funzione della pena: RETRIBUZIONE, PREVENZIONE E RIEDUCAZIONE. Nel caso specifico la durata della pena di un ergastolano non dipende più dall’ergastolo stesso, cioè da un fine pena mai, ma soprattutto diventa rilevante la qualità dello status sociale del condannato, dal capitale sociale di cui può disporre, dal suo stato di salute e dalla sua età. Dipende anche dalla fortunata allocazione del tipo di istituto a cui è destinato. Quindi è una pena che non determina la gravità del reato commesso poiché dipende dalla concreta durata della vita del soggetto.
Il fatto che non si esca più dal carcere, che non si possa mai più vivere nel mondo libero, se costituisce il punto di forza e il tratto comune di questa forma di pena, non può costituire di per se sufficiente garanzia di parità di trattamento e di gravità di condanna a fronte della pari gravità del reato commesso. Cosi come vorrebbe il principio fondamentale della funzione RETRIBUTIVA della pena.
Mentre per quanto riguarda la funzione RIEDUCATIVA, anche qui molte criticità che si fondano soprattutto sull’alto tasso di recidiva che si verifica statisticamente soprattutto in quei soggetti che non hanno mai usufruito di misure alternative. L’assoluta inadeguatezza delle risorse del trattamento, la coattività, quindi la non volontarietà dell’esperienza rieducativa imposta, le ambiguità e le emozioni negative che caratterizzano il rapporto tra detenuti e operatori del trattamento, le oggettive difficoltà di reinserimento e la stigmatizzazione sono solo alcuni dei fattori che notoriamente spiegano la recidiva, insieme all’illusione della funzione rieducativa della pena. Ma per la pena dell’ergastolo ogni ambiguità sembra sciogliersi insieme ad ogni pretesa di successo. Non essendo dato, in linea di principio, l’obbiettivo di reinserimento nella società, come riscontro dell’efficacia della pena, la questione della rieducazione neppure si pone, tanto che si pone anche una questione di compatibilità costituzionale. Paradossalmente, però, viene concessa la liberazione anticipata anche all’ergastolano, (45 giorni per ogni semestre di buona condotta).
È evidente come l’ideologia punitiva venga a prevalere sull’evidenza empirica dei fatti, fino al punto da rivedere il concetto stesso di rieducazione che non si intende più in termini di risocializzazione e di reinserimento, ma semplicemente come conversione, frutto solo dell’intensità dell’espiazione sofferta.
Cari studenti, altrettanto solidi e acquisiti son anche gli argomenti contro la funzione PREVENTIVA E DETERRENTE della pena. Con tutti questi ergastoli non sono certo diminuiti gli omicidi nel nostro paese, anzi, l’80 % di questi delitti si consuma proprio in famiglia. Poi c’è da dire che anche in presenza di alcuni presupposti (il primo dei quali è che se fai il ruffiano esci anche se sei pericolosissimo, io ti premio non sulla base della tua pericolosità ma sulla base delle tue ruffianate), si possono ottenere misure alternative, ma basta qualche piccola infrazione, più che prevedibile in un tempo cosi prolungato e afflittivo, e tale prospettiva si vanifica, facendo ricadere il soggetto in un vissuto negativo privo di ogni speranza. Quindi vista la vostra fedeltà ai valori del nostro ordinamento, se i principi che in ogni società dovrebbero reggere le pene afflittive fanno essi stesso emergere l’infondatezza e la scarsa utilità (per non dire il danno che provocano), per ergastolo, i paradossi non solo si confermano con maggiore evidenza , a causa dell’estrema gravità della sanzione, ma risultano estremizzati al punto da produrre evidenti, quasi paradossali rovesciamenti di senso. Quindi? Se è evidente che l’ergastolo non può essere proporzionale, non funziona come deterrente, esso si propone solo come afflizione pura, come annientamento dell’individuo a vita, per ciò che ha commesso, o ancora più banalmente parlando, con l’ergastolo non si sconta una pena ma si cerca solo di annientare, di annichilire e di distruggere una persona sia fisicamente che mentalmente e questo tipo di pena non è prevista dal nostro ordinamento e si impone quindi solo come vendetta sociale, come annullamento e neutralizzazione di un individuo. Ripeto individuo e non PERSONA.
Nessuna norma del nostro ordinamento chiede di accanirsi sulla persona, semmai sarà il contrario poiché tutte le norme condannano il reato, il fatto e non la persona. Non ci sono norme che prevedono la tortura, non ci sono norme che prevedono lunghe agonie o omicidi dell’anima. Anzi in tutto il mondo le stanno eliminando, anche nel nostro ordinamento.
Non vorrei annoiarvi citandovi tutte le patologie riscontrate in coloro che superano già i 10 anni di galera, sono troppe. Queste testimoniano quanto sia verace la convinzione di molti che l’ergastolo sia veramente una lunga agonia. Gli ingredienti (le patologie) della lunga agonia ci sono tutti. La fretta e la noia, pur in contrasto tra loro, costituiscono due caratteristiche fondamentali degli ergastolani che paradossalmente vivono una percezione del tempo molto diversa rispetto alla società, determinando una dimensione ansiogena di disorientamento e di continua inadeguatezza. Insieme ad una percezione di perdita di controllo sulla quantificazione del tempo che passa e delle corrispondenti quantità e intensità delle energie erogate. Questa non è un tortura?
Non a caso veniamo sempre mandati a morire lontani dalle nostre famiglie e il pieno e il vuoto sono sempre in continua tensione. Il risultato è la proiezione dell’ergastolano in un “non luogo”.
E poi cosa dire delle configurazioni discorsive? Chi vive perennemente nell’ozio parla tutti i giorni delle stesse cose, tutti i giorni, in una maniera convulsiva e inconsapevole, fino a diventare logorroico e spesso patologico. Questa è un’altra forma di depauperamento che definisco tortura.
Qui siamo in una zona dove domina la mentalità leghista, potete solo immaginare le reazioni verso chi ruba una bici. Tempo fa il mio docente di sociologia fece un breve sondaggio sull’ergastolo ponendo questa domanda al campione selezionato: è giusto infliggere la pena dell’ergastolo a chi si è macchiato di reati di sangue? Beh potete solo immaginare la reazione degli intervistati …”al rogo” …”va buttata la chiave” … “ci vuole la pena di morte, ecc.
Pregai il professore di ritornare dallo stesso campione riformulando la domanda in quest’altro modo: “ se un tuo caro parente, fratello o padre o sorella si macchiasse di un reato di sangue quale pena sarebbe più adeguata per lui? Quei pochi recuperati e che qualche mese prima invocavano la pena di morte per gli altri hanno tutti risposto che il nostro ordinamento prevede il recupero e il reinserimento sociale per tutti perdendosi poi in un mare di “se”, “ma”, “forse” ecc. ebbene cari studenti quello che è capitato a me, un tranquillo padre di famiglia, gioielliere, mia moglie insegnante, con due bambini stupendi poteva capitare anche a uno di voi, a vostro padre, a un vostro fratello. Anch’io dicevo “no” a me non potrà mai capitare. La doppia reazione degli intervistati non vi fa pensare all’ergastolo come una forma di vendetta sociale?
Biblicamente parlando vorrei confutare una frase di Confucio il quale sosteneva di non fare agli altri quello che non vorresti venisse fatto a te. Cristo invece affermava, con parole più dolci, che bisogna fare agli altri ciò che desideriamo venisse fatto a noi. E non credo proprio che ciascuno di noi voglia solo immaginare un figlio o un padre murato vivo.
Ricordo quando studiavo all’università di Bologna “sociologia e scienze criminologiche per la prevenzione e la sicurezza” lessi di un bel discorso tra Gabriel Tarde e Lombroso circa la pena di morte. Se non ricordo male Tarde sosteneva che il rapporto tra stato e cittadino era retto dal c.d. contratto sociale. Cioè una sorta di contratto nel quale il cittadino stesso determinava, tramite i loro rappresentanti, quali dovevano essere le regole sociali e le relative punizioni, e che secondo Tarde nessun uomo ha contrattualmente desiderato e desidera una punizione cosi tremenda per se stesso qualora quando commettesse un errore. Credo che gli stessi principi generali vadano applicati ora. Senza tornare sulle idee di Durkheim circa il fatto che noi nasciamo che già troviamo regole confezionate, compreso l’ergastolo quindi.
Se no erro fu’ proprio Beccaria che diceva: è meglio tenere cento colpevoli fuori che un solo innocente in galera, e queste due pagine di premessa non mi sono bastate forse per dirvi che molti murati vivi potrebbero essere veramente innocenti e nel dubbio, nell’ormai arcinoto caos che domina sulla giustizia italiana e sulle nostre carceri, credo che tutti, innocenti e colpevoli, debbano avere una possibilità di recupero.
Per quanto riguarda i dubbi di costituzionalità. Avendo accertato che l’ergastolo produce una sofferenza ancora più grande della pena di morte dovremmo chiederci se siamo veramente alle soglie della modernità. Se la sostituzione della pena di morte con la pena dell’ergastolo è servita solo per mettere al riparo le coscienze di tutti dal senso di colpa di annientare una vita umana, se evita il conflitto con il necessario rispetto della vita, la condanna a vita appare, da un lato disegnare una nuova forma di afflittività, dall’altro rappresenta uno sfogo necessario ad un incomprimibile ed irrazionale bisogno di vendetta sociale. Non ti uccido ma ti lascio morire lentamente, scusatemi, ma dov’è la differenza?
Per tutti questi aspetti, l’ergastolo nella sua sostanza si avvicina più alla pena di morte che all’idea classica della “dolcezza delle pene” voluta dai nostri padri della costituzione. Ed è proprio questa centralità che deve essere recuperata e riaffermata se si vuole dare coerenza e fondatezza al nostro sistema giuridico, sottraendolo alle ambiguità e agli strumentalismi con il solo riferimento ai valori dell’opinione pubblica. Se, infatti, è la centralità della tutela dell’essere umano a giustificare l’abolizione della pena di morte, la stessa centralità dovrebbe risultare incompatibile con il mantenimento dell’ergastolo.
Ricordiamoci anche dell’art. 2 della costituzione: “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo che che …”. La pena dell’ergastolo, che oggi si concretizza in una sorta di eliminazione della persona da parte dello stato, non può non risultare in contrasto con la costituzione.
Assolutamente NO alla pena di morte, l’orrore nell’orrore, anche perché molti ergastolani murati vivi, come me sono ancora vivi e germogliano forti e continue speranze, producono opere, amano, e lottano per la vita, lottano per la libertà che altri uomini hanno voluto conquistare con la propria vita e hanno ancora tanto da dare a questa società sempre più distorta che vi rende tutti come marionette. Molti murati vivi provano ancora tante emozioni. Credo che chiunque abbia aiutato anche una sola persona a sperare, questo chiunque non sarà vissuto invano.
Due anni fa quando circolava l’idea nelle carceri di chiedere la pena di morte (pena sostituita poi dall’ergastolo) io mi opposi con tutto me stesso e non partecipai all’iniziativa, però proposi alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di ottenere IL DIRITTO DI POTER MORIRE. Una sorta di eutanasia intesa come facoltà cosciente che ogni ergastolano avrebbe potuto avere come alternativa all’ergastolo e la poteva scegliere in ogni momento quando ormai si era stancato di vivere. Quindi non la pena di morte a tutti ma la dolce morte a chi la preferiva all’ergastolo (cerca nel blog il mio saggio “relazione perversa tra diritto e società” 2008).
Per quanto riguarda le vittime, concordo con voi circa la loro, spesso, scarsa considerazione. Le attenzioni delle istituzioni si concentrano più su chi ha commesso il crimine che non sulle vittime. Infatti i detenuti hanno diritto allo psicologo, a cure mediche gratuite, al reinserimento, ecc. mentre le vittime restano sempre in ombra. Questo non è il mio caso poiché non ho mai smesso di scrivere lettere ai familiari della vittima del reato che mi vide coinvolto 15 anni fa ma anche questo aspetto, permettetemelo, è solo un’altra negligenza dello stato, degli operatori e della scarsa informazione, perché esiste uno strumento giuridico, anche post giudiziario, che è qualcosa di miracoloso ed eccezionale, ma paradossalmente ignorato. Questo strumento è la MEDIAZIONE tra vittima e autore di reato.
Esiste, presso il ministero della giustizia un apposito osservatorio tra vittima e autore di reato, un osservatorio che costa allo stato fior di milioni, ma nessuno lo sa. Funzionari da 20.000 euro al mese che aspettano segnalazioni, ma nessuno conosce questo osservatorio e mentre questi funzionari aspettano richieste di mediazione, le vittime dei reati continuano a contorcersi nel dolore, continuano a portare rancori, continuano ad odiare e a vivere nella paura. Al contempo gli autori di certi crimini per anni si contorcono nel rimorso e dopo anni cominciano anche loro ad odiare e l’odio porta solo alla stigmatizzazione. Provate solo ad immaginare quanti sentimenti potrebbe scatenare l’incontro di una vittima con il suo carnefice. Cosa potrebbe suscitare nel cuore di un reo nel vedere gli occhi disperati e tristi della sua vittima, non comprenderebbe meglio il danno che ha causato? e cosa potrebbe suscitare nel cuore della vittima lo sguardo di un criminale pentito che si attanaglia nel suo rimorso? Credo che non ci sarà mai una vera giustizia fino a quando la stessa giustizia partorisce l’odio e la morte e credo che ogni vittima, lo stato e tutti i cittadini potrebbero avere giustizia solo quando due persone che si odiano si stringeranno la mano. È stato accertato che l’incontro tra la vittima o i suoi familiari, nelle varie fasi della mediazione, attenua enormemente le loro ansie, i loro dolori e le paure. È stato accertato anche che nessun reo che ha incontrato la sua vittima in mediazione è ritornato a commettere lo stesso reato. Lo stesso vale per chi ha ucciso, tenerlo in carcere significa solo stigmatizzarlo e con il tempo il carcere, sempre più lo specchio della nostra società, non fa altro che partorire mostri che poi rivomita sui vostri figli.
Stranamente la mediazione non viene diffusa anche se i costi sociali sono di gran lunga ridotti rispetto ad un processo. Questa occultata possibilità non vi fa pensare ad un ergastolo come forma di vendetta sociale?
Tutte queste parole per dirvi che l’ergastolo non è legittimo sia dal punto di vista costituzionale, sia dal punto di vista morale, che etico e religioso.
Incontro spesso e volentieri i mie colleghi dei vari master post laurea, facciamo delle lezioni qui al due palazzi. Se lo desiderate possiamo organizzare un incontro in modo che voi potete toccare con mano il gelo che vige in questi luoghi. Sono disposto ad incontrarvi se lo desiderate.

E non cessa di stupirmi il modo in cui molti detenuti si pongono……. c’è tanto da imparare, e si impara molto di più da chi ha sbagliato che da chi ha sempre vissuto rispettando le regole per paura o soltanto perchè la vita gli ha dato opportunità migliori. Ciao Domenico, la tua lettera di risposta è bellissima e tocca dei punti che già conoscevo ma che detti da te, vanno a toccare qualcosa di molto più profondo. Un caro abbraccio
una lettera come la tua andrebbe discussa nelle scuole e ovunque ci sia bisogno di capire le differenze tra pene, detenuti, processi e quant’altro succeda intorno a un tema così delicato e importante della giustizia e l’applicazione di essa, ma come ben sappiamo è e sara un blog, qualche associazione e chi ha volontà di dare voce a voi detenuti a portare alla luce quello che è realmente il carcere. grazie Domenico delle tue spiegazioni .. sicuramente mi danno modo di riflettere ulteriormente..
ciao Z. quando leggo di te… capisco perchè siamo amici
Zione si raccomanda al Governo e a Berlusconi: “ Presidente, per carità tenga duro; principalmente per tutta la povera gente Umile, Derelitta e già in sofferenza per un amaro Destino; che se e quando tutto va bene deve essere grata solo alla FORTUNA di non passare un guaio “Giudiziario” con certi ignobili figli di putrefatte Baldracche; ciò accade anche per il solo e semplice fatto di essere chiamati a “deporre” (e ci si va per sentito Dovere, anche se a malincuore, per la relativa rottura dei marrun, o molluschi che dir si voglia); questo purtroppo capita pure per qualsivoglia Bischerata o futile Minchiata senza nessuna rilevanza Penale, ma da cui possa derivare anche un benchè minimo beneficio, alla trama dei Compari e Picciotti tribunalizi che complottano contro la Nazione.
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Ciò succede spesso, perché qualche Marrano, quando pure non è per occulti motivi, tradendo il suo compito non va a sentire i Carcerati (che forse lui stesso ha sistemato …) i quali senza sapere neanche perché, languono DIMENTICATI per mesi e anni nelle fetide Galere; evidentemente qualche Tenia ritiene più sollazzevole e non pericoloso, il trastullarsi con albagia e sicumera col Popolo (Pirla ?), che secondo loro è nato apposta per sopportare, perché sanno che lo Stesso non si può difendere e nè tantomeno può contrastare in nessun modo la Giudiceria Organizzata; per cui se molla Lei che ha i sacrosanti motivi, la forza e sente il giusto Dovere di combatterla (pur avendo i mezzi e tutte le ragioni per vivere beatamente e invidiato …), allora Laborioso Cavaliere, può anche darsi che si sveglia Masaniello o “La Madame”, che Dio non voglia …”.
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Nel triste ventennio della blasfema, partigiana e famigerata Crociata Tangentopoli da parte di Impuri, ecco la Genesi dei senza Dio del GIUDICIUME, politico e TERRORISTICO, supportato dalla Complicità di qualche servile, interessato e Turpe Sgherro dal Banditesco fare, che nella nefasta alba della nascita delle disonorate Mani Luride, incominciò a germogliare a danno dei Compagni Socialisti di Orbassano, col Ludibrio dello Scellerato processo Farsa all’assessore Mario Longobardi, Operaio e Meridionale … (più eccelse Infamie ad altri, a seguire …); quella bubbonica Peste, che con grande strepito di grancassa da imbonitore di Fiere paesane, vigliaccamente, imbrogliava , illudendo i Grulli e facendo falsamente intendere che avrebbe cambiato la Storia.
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Invece la troppo Privilegiata e mai abbastanza Maledetta Casta dei Giudicioni, i prevaricatori e Usurpatori della paziente e Onesta Magistratura, ha sempre fatto in modo da non far colare il grasso dal suo abbondante Truogolo, facendo girare il testimone delle decisioni delle loro associazioni di Furfanti soltanto per i propri Adepti di pusillanimi, infingardi e Cialtroni; ha finito così di immiserire il Popolo Italiano, ha conseguito grossi benefici di Carriera a scapito di chi ne avrebbe avuto il Diritto per laboriosità, morigeratezza e Sapienza Giuridica, ha messo all’ingrasso qualche Suino di insaziabile fame, ed ancora e peggio di allora, AMMORBA il Consorzio Civile coi suoi miasmi; dei quali e disgraziatamente non se ne scorge la fine.
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“Ma come osi, Mascalzone Farabutto; ma come ti permetti di non dirmi tutto quello che Io e a modo mio Voglio sapere, scostumato che non sei altro; adesso ti faccio vedere IO chi sono e come bisogna rispondere col dovuto rispetto all’Autorità; ora ti cazzeggio e ti faccio mettere subito ai topi …” gridò paonazzo quello squallido spaccamontagne Rodomonte del p.m. Fellone chiamando i feroci Sbirri, quando si rese ben conto che il pur rispettoso e timoroso TESTIMONIO (che in quel momento rappresentava lo STATO …), era però anche refrattario agli arrusi, ai fitusi e ai suoi subdoli tentativi di Coartazione, di Calunnie e alle folli minacce di “arresto” (Sequestro di Persona …).
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Allora tutto incazzato, scoppiò di bile il Miserabile Verme, che in quella fetida Cloaca tribunalizia della bella e sfortunata Torino la faceva da PADRONE, col beneplacito di una eccellentissima Corte di Emeriti BUFFONI, che da valenti Mafiosi glielo consentivano e coi quali disinvoltamente defecava sui Sacri Libri della Legge; e tutto per colpa di quel brutto arnese, un povero Cristo, del pedante popolaccio Bischero, forse appena alfabeta ma già Sovversivo …, che per sua (ma anche e ancor di più per la di Lui) disgrazia, gli era capitato fra le grinfie quel maledetto giorno; ma ci avrebbe pensato lui a raddrizzarlo per bene e a farlo ragionare, come si conviene a un convocato dalla Giustizia e a fargli vedere la luce da una “bocca di lupo”.
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Al che lo Sventurato, frastornato, smarrito e accerchiato dall’Aggressione della Brigantesca accozzaglia, chiese al tizio che Barbaramente infieriva, se oltre ad essere una Potenza del Cielo, lo stesso fosse anche un indigeno di questa Terra; immantinente, il superbo e ignorante Giudicione asserì che lui era un Uomo; questa inattesa e sconvolgente risposta subito sbalordì il misero Tapino; ma dopo un attimo di riflessione il Povero Cristo nel saggio intento di evitare le conseguenze di un altrui annegamento, trovò la forza di deglutire un Ciclopico sputo che gli sgorgava dal cuore, ma anche il coraggio di rispondere a quel grandissimo Cornacopia, degno Figlio del Demonio e perciò gli disse: “Nun saccio o nomm tuojo, STRUNZ, e allor si è over ca tu sì n’omm, nun fa o Rinal; parl cu l’OMM e nun parlà che pann …”; e fu così, Boja Fauss, che per la prima e l’ultima volta (da Uomo Libero) confessò alle superiori “Autorità” le sue colpe, un Oltraggiato Cittadino, che subito svanì nel Nulla …
Gentile sig. D’Andrea,
Sono la docente dei ragazzi della quinta liceo di Napoli. Le scrivo, oltre che per accogliere il suo invito al confronto, per ringraziarla del dono che ha fatto a me e ai miei ragazzi. Mi riferisco alla sua lunga e straordinaria testimonianza su di un problema di cui noi tutti sappiamo essere un elemento che disonora la comunità civile tutta: il problema delle condizioni degli istituti di pena. Essere al corrente di qualcosa non è però la stessa cosa che viverla, e purtroppo vi sono alcune cose che soltanto vivendole si comprende appieno fino a che punto può arrivare l’orrore e la capacità dell’essere umano di infliggere il dolore ad una altro essere umano. Lei con la sua lettera ci ha reso partecipi di un dramma, ci ha coinvolti nel suo problema che soltanto chi vuole illudersi, può pensare che è un problema che riguarda i carcerati, soltanto chi è superficiale può pensare che certe cose a lui non possano accadere. Hanna Harendt ci ha insegnato che non esiste nessun bene di cui non siamo compartecipi e nessun male di cui non siamo corresponsabili. L’umanità che è dietro le sbarre non è un’altra umanità, è la nostra umanità, quella a cui apparteniamo tutti. Le sbarre del carcere vorrebbero rappresentare una barriera : fuori i buoni, dentro i cattivi, fuori il bene dentro il male. La storia , quella del passato, e la nostra attualità ci dicono che non è così. Con questo non si vuole affermare che chi ha commesso un delitto non debba pagare il proprio debito alla società, ma la società nel far pagare questo debito non può e non deve degradare l’essenza umana. La società odierna ci ha abituati a identificare l’individuo con l’azione che egli compie. Non abbiamo mai capito la lezione di Giovanni 23° quando disse che occorreva distinguere l’errore dall’errante. A qualcuno potrebbe apparire comodo questo ragionamento, ma la verità è che chi conosce la realtà della giustizia in Italia e la situazione degli istituti di pena sa molto bene che quanto più ci si accanisce sull’errante, tanto più si occulta l’errore. Se veramente avessimo a cuore la lotta alle nefandezze che il cuore umano può compiere, le strategie messe in campo sicuramente non sono quelle descritte da lei. Cesare Beccaria, nei delitti e nelle pene non ha mai sostenuto l’abolizione della pena, anzi. Ma la pena non è lo scopo della giustizia, la pena è uno strumento, un mezzo per redimere chi ha sbagliato. Il filosofo Hegel parla di necessità della pena non per rieducare bensì per restituire la razionalità all’ordine che è stato violato. In ogni caso è un mezzo. Il fine è il ristabilimento della ragione. Commettere un crimine è smarrire la ragione. Non può la comunità umana alimentare lo smarrimento della ragione rispondendo alla disumanità con altrettanta disumanità , anzi con più disumanità, perdendo di vista la pietas, la compassione, il valore del bene. Nella sua lettera io ho letto sicuramente risentimento e rabbia, ma anche tanta compassione e chi riesce a commuovere e a commuoversi nonostante l’inferno, penso che si sia già in gran parte riscattato. Io credo che sarebbe bello pensare che i familiari delle vittime potessero incontrare coloro che hanno causato la morte dei loro cari e avessero la capacità di guardarsi negli occhi dimodochè ognuno potrebbe prendere contatto e accogliere l’inferno dell’altro. Soltanto quando capiremo che l’inferno dell’altro è il nostro inferno, che l’altro è un pezzo di noi, allora forse avremo fatto un passo avanti nella conoscenza di noi stessi. Ringrazio lei, il signor Trudu che ci ha consentito di cominciare questo viaggio e tutti i detenuti che non hanno perso la speranza di vedere la fine del loro inferno. Noi dal canto nostro non possiamo che aprire il nostro cuore a chi ha tanto bisogno di sentire il calore umano e la forza della solidarietà. Accogliamo il suo invito a vederci, faremo il possibile per venire a trovarla. A presto. Olimpia Ammendola