5 Risposte a “Domenico D’Andrea risponde ai ragazzi della quinta liceo napoletana”


  1. 1 Alessandra lucini
    febbraio 18, 2012 alle 7:03 am

    E non cessa di stupirmi il modo in cui molti detenuti si pongono……. c’è tanto da imparare, e si impara molto di più da chi ha sbagliato che da chi ha sempre vissuto rispettando le regole per paura o soltanto perchè la vita gli ha dato opportunità migliori. Ciao Domenico, la tua lettera di risposta è bellissima e tocca dei punti che già conoscevo ma che detti da te, vanno a toccare qualcosa di molto più profondo. Un caro abbraccio

  2. 2 lagazzaladra
    febbraio 18, 2012 alle 9:58 am

    una lettera come la tua andrebbe discussa nelle scuole e ovunque ci sia bisogno di capire le differenze tra pene, detenuti, processi e quant’altro succeda intorno a un tema così delicato e importante della giustizia e l’applicazione di essa, ma come ben sappiamo è e sara un blog, qualche associazione e chi ha volontà di dare voce a voi detenuti a portare alla luce quello che è realmente il carcere. grazie Domenico delle tue spiegazioni .. sicuramente mi danno modo di riflettere ulteriormente..

  3. 3 angela
    febbraio 19, 2012 alle 3:00 pm

    ciao Z. quando leggo di te… capisco perchè siamo amici :-)

  4. febbraio 19, 2012 alle 10:06 pm

    Zione si raccomanda al Governo e a Berlusconi: “ Presidente, per carità tenga duro; principalmente per tutta la povera gente Umile, Derelitta e già in sofferenza per un amaro Destino; che se e quando tutto va bene deve essere grata solo alla FORTUNA di non passare un guaio “Giudiziario” con certi ignobili figli di putrefatte Baldracche; ciò accade anche per il solo e semplice fatto di essere chiamati a “deporre” (e ci si va per sentito Dovere, anche se a malincuore, per la relativa rottura dei marrun, o molluschi che dir si voglia); questo purtroppo capita pure per qualsivoglia Bischerata o futile Minchiata senza nessuna rilevanza Penale, ma da cui possa derivare anche un benchè minimo beneficio, alla trama dei Compari e Picciotti tribunalizi che complottano contro la Nazione.
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    Ciò succede spesso, perché qualche Marrano, quando pure non è per occulti motivi, tradendo il suo compito non va a sentire i Carcerati (che forse lui stesso ha sistemato …) i quali senza sapere neanche perché, languono DIMENTICATI per mesi e anni nelle fetide Galere; evidentemente qualche Tenia ritiene più sollazzevole e non pericoloso, il trastullarsi con albagia e sicumera col Popolo (Pirla ?), che secondo loro è nato apposta per sopportare, perché sanno che lo Stesso non si può difendere e nè tantomeno può contrastare in nessun modo la Giudiceria Organizzata; per cui se molla Lei che ha i sacrosanti motivi, la forza e sente il giusto Dovere di combatterla (pur avendo i mezzi e tutte le ragioni per vivere beatamente e invidiato …), allora Laborioso Cavaliere, può anche darsi che si sveglia Masaniello o “La Madame”, che Dio non voglia …”.
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    Nel triste ventennio della blasfema, partigiana e famigerata Crociata Tangentopoli da parte di Impuri, ecco la Genesi dei senza Dio del GIUDICIUME, politico e TERRORISTICO, supportato dalla Complicità di qualche servile, interessato e Turpe Sgherro dal Banditesco fare, che nella nefasta alba della nascita delle disonorate Mani Luride, incominciò a germogliare a danno dei Compagni Socialisti di Orbassano, col Ludibrio dello Scellerato processo Farsa all’assessore Mario Longobardi, Operaio e Meridionale … (più eccelse Infamie ad altri, a seguire …); quella bubbonica Peste, che con grande strepito di grancassa da imbonitore di Fiere paesane, vigliaccamente, imbrogliava , illudendo i Grulli e facendo falsamente intendere che avrebbe cambiato la Storia.
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    Invece la troppo Privilegiata e mai abbastanza Maledetta Casta dei Giudicioni, i prevaricatori e Usurpatori della paziente e Onesta Magistratura, ha sempre fatto in modo da non far colare il grasso dal suo abbondante Truogolo, facendo girare il testimone delle decisioni delle loro associazioni di Furfanti soltanto per i propri Adepti di pusillanimi, infingardi e Cialtroni; ha finito così di immiserire il Popolo Italiano, ha conseguito grossi benefici di Carriera a scapito di chi ne avrebbe avuto il Diritto per laboriosità, morigeratezza e Sapienza Giuridica, ha messo all’ingrasso qualche Suino di insaziabile fame, ed ancora e peggio di allora, AMMORBA il Consorzio Civile coi suoi miasmi; dei quali e disgraziatamente non se ne scorge la fine.
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    “Ma come osi, Mascalzone Farabutto; ma come ti permetti di non dirmi tutto quello che Io e a modo mio Voglio sapere, scostumato che non sei altro; adesso ti faccio vedere IO chi sono e come bisogna rispondere col dovuto rispetto all’Autorità; ora ti cazzeggio e ti faccio mettere subito ai topi …” gridò paonazzo quello squallido spaccamontagne Rodomonte del p.m. Fellone chiamando i feroci Sbirri, quando si rese ben conto che il pur rispettoso e timoroso TESTIMONIO (che in quel momento rappresentava lo STATO …), era però anche refrattario agli arrusi, ai fitusi e ai suoi subdoli tentativi di Coartazione, di Calunnie e alle folli minacce di “arresto” (Sequestro di Persona …).
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    Allora tutto incazzato, scoppiò di bile il Miserabile Verme, che in quella fetida Cloaca tribunalizia della bella e sfortunata Torino la faceva da PADRONE, col beneplacito di una eccellentissima Corte di Emeriti BUFFONI, che da valenti Mafiosi glielo consentivano e coi quali disinvoltamente defecava sui Sacri Libri della Legge; e tutto per colpa di quel brutto arnese, un povero Cristo, del pedante popolaccio Bischero, forse appena alfabeta ma già Sovversivo …, che per sua (ma anche e ancor di più per la di Lui) disgrazia, gli era capitato fra le grinfie quel maledetto giorno; ma ci avrebbe pensato lui a raddrizzarlo per bene e a farlo ragionare, come si conviene a un convocato dalla Giustizia e a fargli vedere la luce da una “bocca di lupo”.

    Al che lo Sventurato, frastornato, smarrito e accerchiato dall’Aggressione della Brigantesca accozzaglia, chiese al tizio che Barbaramente infieriva, se oltre ad essere una Potenza del Cielo, lo stesso fosse anche un indigeno di questa Terra; immantinente, il superbo e ignorante Giudicione asserì che lui era un Uomo; questa inattesa e sconvolgente risposta subito sbalordì il misero Tapino; ma dopo un attimo di riflessione il Povero Cristo nel saggio intento di evitare le conseguenze di un altrui annegamento, trovò la forza di deglutire un Ciclopico sputo che gli sgorgava dal cuore, ma anche il coraggio di rispondere a quel grandissimo Cornacopia, degno Figlio del Demonio e perciò gli disse: “Nun saccio o nomm tuojo, STRUNZ, e allor si è over ca tu sì n’omm, nun fa o Rinal; parl cu l’OMM e nun parlà che pann …”; e fu così, Boja Fauss, che per la prima e l’ultima volta (da Uomo Libero) confessò alle superiori “Autorità” le sue colpe, un Oltraggiato Cittadino, che subito svanì nel Nulla …

  5. 5 Olimpia Ammendola
    febbraio 23, 2012 alle 9:28 pm

    Gentile sig. D’Andrea,
    Sono la docente dei ragazzi della quinta liceo di Napoli. Le scrivo, oltre che per accogliere il suo invito al confronto, per ringraziarla del dono che ha fatto a me e ai miei ragazzi. Mi riferisco alla sua lunga e straordinaria testimonianza su di un problema di cui noi tutti sappiamo essere un elemento che disonora la comunità civile tutta: il problema delle condizioni degli istituti di pena. Essere al corrente di qualcosa non è però la stessa cosa che viverla, e purtroppo vi sono alcune cose che soltanto vivendole si comprende appieno fino a che punto può arrivare l’orrore e la capacità dell’essere umano di infliggere il dolore ad una altro essere umano. Lei con la sua lettera ci ha reso partecipi di un dramma, ci ha coinvolti nel suo problema che soltanto chi vuole illudersi, può pensare che è un problema che riguarda i carcerati, soltanto chi è superficiale può pensare che certe cose a lui non possano accadere. Hanna Harendt ci ha insegnato che non esiste nessun bene di cui non siamo compartecipi e nessun male di cui non siamo corresponsabili. L’umanità che è dietro le sbarre non è un’altra umanità, è la nostra umanità, quella a cui apparteniamo tutti. Le sbarre del carcere vorrebbero rappresentare una barriera : fuori i buoni, dentro i cattivi, fuori il bene dentro il male. La storia , quella del passato, e la nostra attualità ci dicono che non è così. Con questo non si vuole affermare che chi ha commesso un delitto non debba pagare il proprio debito alla società, ma la società nel far pagare questo debito non può e non deve degradare l’essenza umana. La società odierna ci ha abituati a identificare l’individuo con l’azione che egli compie. Non abbiamo mai capito la lezione di Giovanni 23° quando disse che occorreva distinguere l’errore dall’errante. A qualcuno potrebbe apparire comodo questo ragionamento, ma la verità è che chi conosce la realtà della giustizia in Italia e la situazione degli istituti di pena sa molto bene che quanto più ci si accanisce sull’errante, tanto più si occulta l’errore. Se veramente avessimo a cuore la lotta alle nefandezze che il cuore umano può compiere, le strategie messe in campo sicuramente non sono quelle descritte da lei. Cesare Beccaria, nei delitti e nelle pene non ha mai sostenuto l’abolizione della pena, anzi. Ma la pena non è lo scopo della giustizia, la pena è uno strumento, un mezzo per redimere chi ha sbagliato. Il filosofo Hegel parla di necessità della pena non per rieducare bensì per restituire la razionalità all’ordine che è stato violato. In ogni caso è un mezzo. Il fine è il ristabilimento della ragione. Commettere un crimine è smarrire la ragione. Non può la comunità umana alimentare lo smarrimento della ragione rispondendo alla disumanità con altrettanta disumanità , anzi con più disumanità, perdendo di vista la pietas, la compassione, il valore del bene. Nella sua lettera io ho letto sicuramente risentimento e rabbia, ma anche tanta compassione e chi riesce a commuovere e a commuoversi nonostante l’inferno, penso che si sia già in gran parte riscattato. Io credo che sarebbe bello pensare che i familiari delle vittime potessero incontrare coloro che hanno causato la morte dei loro cari e avessero la capacità di guardarsi negli occhi dimodochè ognuno potrebbe prendere contatto e accogliere l’inferno dell’altro. Soltanto quando capiremo che l’inferno dell’altro è il nostro inferno, che l’altro è un pezzo di noi, allora forse avremo fatto un passo avanti nella conoscenza di noi stessi. Ringrazio lei, il signor Trudu che ci ha consentito di cominciare questo viaggio e tutti i detenuti che non hanno perso la speranza di vedere la fine del loro inferno. Noi dal canto nostro non possiamo che aprire il nostro cuore a chi ha tanto bisogno di sentire il calore umano e la forza della solidarietà. Accogliamo il suo invito a vederci, faremo il possibile per venire a trovarla. A presto. Olimpia Ammendola


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