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gen
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La lettera… di Giovanni Arcuri

Giovanni Arcuri, detenuto a Rebibbia, è l’ultimo arrivato tra gli amici del Blog.
Abbiamo già pubblicato qualcosa di suo, come lo stupendo (assolutamente da leggere) Contingenza annunciata.
Oggi pubblichiamo un testo con il quale Giovanni ha vinto il premio per la solidarietà Emanuele Casilini, arrivando al primo posto.
E’ un testo molto intenso, il cui architrave è la dolorosa, coraggiosa, difficilissima, e per certi aspetti liberatoria.. dinamica della riconciliazione.
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LA LETTERA
Comincia presto la notte negli istituti di pena. Il guardiano di uomini arriva puntuale a chiudere il blindato verso le 22. Si presenta con la sua grossa chiave ottonata, tre mandate che hanno un rumore sordo, forte come un pugno allo stomaco che ti coglie all’improvviso. E’ la sensazione che la tua libertà non sia più tua, ma nelle loro mani, e tu inerme non puoi fare nulla, se non subire questo stato di privazione e di mortificazione.
Un’altra lunga notte attende Roberto.
E’ proprio nella notte che si entra nella dimensione interna della sofferenza, dei rimorsi, dei rimpianti. E’ nella notte che la mente si mette in moto e, come in un film, ti trasmette quegli impusli che di giorno, distratti da altre cose, non vengono colti.
Un maledetto venerdì di alcuni anni prima Roberto aveva deciso di andare in discoteca con un gruppo di amici della sua età, ragazzi sballati, pronti alla trasgressione e all’uso di sostanze per rendere la serata più movimentata. All’epoca aveva solo 22 anni. Oggi stava per compierne 28 il sabato successivo.
Sei lunghi anni erano trascorsi da quella notte di baldoria che si era trasformata per lui in una tragedia, in cui aveva privato della vita un ragazzo della sua età.
La serata era cominciata con parecchi bicchieri di vodka e poi in discoteca avevano comprato delle pasticche di extasy che, unite ai superalcolici, ebbero un effetto devastante. Dulcis in fundo, prima di uscire all’alba dal locale un pusher gli vendette a prezzi stracciati anche delle dosi di cocaina, le cui analisi farmacologiche, durante il processo, dimostrarono essere stata tagliata con una potente anfetamina.
Quando si mise al volante della macchina di papà c’era un mostro, non un essere umano; un individuo che non era nemmeno in condizione di dire il suo nome.
Un semaforo rosso non fu nemmeno visto e un ragazzo in bicicletta fu letteralmente falciato dalla potente autovettura. Un giovane essere umano che si era alzato presto per andare al lavoro nei campi, mentre lui tornava da una notte di trasgressione. Due coetanei con vite diverse, con priorità differenti. Non si rese nemmeno conto dell’impatto, la sua mente annebbiata e la forte velocità lo confusero con un cane o un cartone. Era stravolto e continuò la sua corsa verso casa. Dopo alcune ore un paio d’ore grazie a un paio di testimoni fu rintracciata  la macchina e i Carabinieri lo andarono ad arrestare tra lo stupore dei suoi genitori. Il ragazzo era morto sul colpo.
Solo dopo alcuni mesi dall’arresto, Roberto riuscì a realizzare l’accaduto nel vero senso della parola. La condanna a sette anni e mezzo per omicidio colposo lo consapevolizzò definitivamente.
Durante la sua detenzione aveva compreso molte cose. Aveva compreso che la vita alla sbando non aveva alcun senso e cercò, anche grazie all’aiuto di uno psicologo, di analizzare la sua esistenza passata.
Oggi era un uomo nuovo, consapevole degli errori commessi e profondamente pentito per tutto quello che aveva causato sia per sé sia per la sua vittima. Aveva spezzato una giovane vita e aveva lasciato due genitori con un dolore insostenibile. Il tutto per una serata di trasgressione e follia.
Erano già due anni che ogni venerdì, dopo le 22, si sedeva sul suo sgabello e cominciava la lettera da scrivere a quel ragazzo che avrebbe avuto oggi la sua stessa età. Cominciava sempre con un Caro Daniele, ma poi si rendeva conto che forse lui on aveva nessun diritto di chiamarlo “caro” e così iniziava a correggere frasi di pentimento che alla fine della lettera gli apparivano di circostanza e vuote.
Era troppo il male fatto, forse non esistevano davvero le parole adeguate. Aveva visto i genitori della vittima il giorno della sentenza di primo grado e poi l’anno dopo in quello della sentenza d’appello che ridusse la pena di alcuni anni, in relazione alla giovane età e all’incensuratezza. La sua agiata famiglia riuscì, non si sa come, a trovare anche un testimone che sostenne che il ragazzo aveva attraversato con il semaforo rosso, così alla fine il processo si chiuse con una condanna a sette anni e mezzo di reclusione.
Gli occhi di quella madre tra le lacrime esprimevano dolore e rabbia, e ora Roberto sapeva che non poteva di certo biasimarla. La riconciliazione, se accettata, sarebbe stata una soluzione liberatoria per il suo io, ora consapevole. Ogni tanto durante la scrittura si fermava a fissare il muro bianco e si chiedeva se tutto ciò non fosse una follia:<<Con che coraggio posso scrivere al ragazzo morto e chiedergli perdono? E perché mi dirigo a lui e non ai suoi familiari?>> si domandava perplesso.
Ci furono dei momenti in cui lo sconforto giunse a un livello preoccupante, quasi al limite del suicidio. E quell’avvilimento, non derivava solo dal fatto di avere distrutto la sua vita e quella dei suoi genitori, ma il pensiero centrale era quello di avere ucciso un essere umano che aveva avuto solo la sfortuna di passare davanti a lui quel maledetto sabato mattina. Nulla aveva senso.
Ora davanti ai suoi occhi non c’era solo la tristezza della cella. Si trovava solo con se stesso e con quel dolore che non poteva esternare di giorno. Lo elaborava metabolizzando il rimorso che cresceva in proporzione al tempo, che passava lentamente. Lo scrivere a Daniele gli provocava sollievo. Chiedere perdono al ragazzo che aveva ucciso, aveva un non so che di folle, ma il farlo alleviava le sue pene ed il suo senso di colpa. La stessa detenzione assumeva un aspetto quasi tollerabile. Il pentimento era reale come la sua sofferenza, che non l’abbandonava nemmeno per un giorno. Era un sentimento che veniva dal profondo, e il suo dolore era infinito.
Quello stato di disperazione quella notte, fu interrotto dalla breve accensione della luce centrale. Il guardiano di uomini deve passare ogni ora per la conta, o meglio, per controllare che nessuno compia l’atto estremo, poiché è nella notte che spesso questo accade. Pochi istanti gli bastano al suo occhio esperto per vedere che tutto sia a posto e può così continuare il suo giro per il braccio della sezione.
Così, subito dopo l’interruzione, Roberto continua con i suoi pensieri, con la lettera sempre dinanzi illuminata dalla luce della piccola lampadina in dotazione nelle celle singole per leggere o scrivere.
Pensa al tempo che è scivolato furtivamente dalla sua vita, agli affetti, alla sua famiglia, al ragazzo che oggi forse avrebbe avuto una moglie, dei figli…
Con gli occhi umidi sbaglia riga, sbaglia l’ortografia, non importa, continua a scrivere e finalmente, dopo due anni di tentativi andati a vuoto, riesce a terminare la lettera da spedire a Daniele. In quell’atmosfera rarefatta guardò nascere il sole dalle sbarre della sua cella e finalmente si sentì più leggero per avere terminato ciò che da due anni aveva tentato instancabilmente senza risultato. Con la lettera appoggiata sul tavolo chiusa e affrancata, Roberto ascolta in silenzio il cinguettio  dei passeri, che con le loro melodie contribuiscono a formare l’insieme invisibile ma palpabile della vita, la vera vita che scorre lontano.
In fondo avrebbe voluto trasmettere a Daniele il suo rimorso autentico e ringraziarlo  per avergli dato uno scopo durante i lunghi anni di detenzione.
La lettera a Daniele era in realtà una lettera a se stesso, una lettera in cui il percorso di ricostruzione dalle ceneri della sua vita aveva creato un uomo nuovo. Il mese successivo avrebbe ottenuto la libertà, grazie al buon comportamento e ai giorni della liberazione anticipata. Una nuova vita era ad attenderlo fuori del carcere, ma perché questo potesse avvenire sarebbe stato indispensabile un confronto finale.
Un mese dopo, alla porta della famiglia di Daniele apparve un ragazzo che aveva parcheggiato diligentemente la sua bicicletta davanti al portone. Era Roberto: <<Volevo sapere della lettera…>> disse emozionatissimo alla signora che lo guardava stupita dall’uscio.
La lettera era stata ricevuta e messa in un cassetto dalla madre del ragazzo, senza essere stata aperta, in un gesto quasi automatico pieno di risentimento. Anche il padre lo vide, ma non era intenzionato a farlo entrare.
<<Come si permette di presentarsi qui da noi proprio oggi!>> esclamò con le lacrime agli occhi.
Dopo un momento di grande commozione e rabbia dovuto alle implorazioni del giovane, decisero di farlo entrare.
Era l’anniversario della morte di Daniele e gli diedero cinque minuti, non uno di più.
La signora andò a prendere la lettera e titubante la consegnò a Roberto che l’aprì e cominciò a leggerla:
 
Caro Daniele,
sono il ragazzo che ti ha privato della vita, il pazzo che, sconvolto dall’alcool e dalle droghe, ti ha travolto mentre andavi a lavorare con la tua bicicletta alle sei del mattino di quel nefasto sabato di giugno.
Durante la mia lunga detenzione non c’è stato un giorno in cui non ho maledetto quel mio modo di vivere, non c’è stato un giorno in cui non ti ho pensato. In alcuni momenti di sconforto speravo di non svegliarmi, per non continuare questa mia agonia e pagare in modo definitivo per il male fatto. Poi decisi di scriverti, anche se eri morto, e dentro di me sapevo che avresti capito, che avresti compreso i miei errori di ragazzo viziato e senza valori. La tua invisibile presenza mi ha dato la forza per sopravvivere e per comprendere, per trasformarmi nell’uomo che sono oggi.
Non posso pretendere che i tuoi genitori mi perdonino, è troppo il dolore causato, e se ciò non avverrà saprò comprenderlo. Se la felicità esiste, è forse il raggiungimento di un equilibrio, ed il mio l’ho raggiunto grazie a te. Sono un uomo nuovo che vuole dare un senso alla sua vita, e la tua eterea presenza mi sarà sempre di grande aiuto. So che eri un ragazzo buono e semplice, un esempio per i giovani della tua età.
Forse penserai che sono diventato pazzo, che ti sto scrivendo per liberarmi di questo macigno che ho sul cuore, che ho bisogno di un alibi per sentirmi bene e che in fondo potrebbe essere un altro aspetto del mio infinito egoismo. Non so risponderti con certezza, quello che posso dirti è che Roberto oggi è Daniele, e che la tua morte mi ha trasformato durante la detenzione in un uomo nuovo, capace di amare e di comprendere la giusta strada da percorrere. In questi anni ho sofferto molto, sono stato trattato come il peggiore dei criminali, ho sopportato in silenzio provocazioni di ogni tipo.
Perdonami, dovunque sei ora, perché questo mio sentimento  è autentico, e sono convinto che potrai comprendere. Non vale la pena aggiungere altro, se non meditare seriamente su queste realtà e pensare a quanti sono ancora in attesa di ricevere un perdono dalle loro vittime.
 
Roberto
 
Terminata la lettura, il padre si alzò e, senza dire una parola, abbracciò Roberto con gli occhi pieni di lacrime, in un silenzio immenso saturo di mutua solidarietà. Avevano compreso e tutti erano riusciti a liberarsi da quell’oppressione che avevano mantenuto sul cuore per anni. Prima che Roberto fosse uscito, la madre di Daniele sfiorò la sua guancia e disse con gli occhi lucidi:
<<Addio ragazzo, grazie di avere avuto la forza di venire a casa nostra, non ce ne rendevamo conto ma ne avevamo molto bisogno anche noi…>>
Il giovane montò sulla sua bicicletta e sparì all’orizzonte.
Aveva piovuto e stava timidamente formandosi nel cielo un arcobaleno che si mise in luce proprio nel momento in cui Roberto raggiunse il semaforo, lo stesso di quella tragica notte.
La luce era rossa e così, mentre una leggera brezza lo avvolse, poté osservare quel magnifico spettacolo all’orizzonte. Gli parve di vedere una luce brillante, una nuvola a forma di volto sorridente che lentamente scorse davanti a lui, per poi scomparire tra i colori dell’arcobaleno.
Forse era l’invito di Daniele che lo spronava a tornare a vivere, un segnale…
Ritornare a vivere è come rinascere dall’ombra di un passato che ormai non conta più,a vendo compreso i propri errori e ritornare semplici nella felicità delle piccole cose.
E costruire ogni attimo il proprio domani, consapevoli.
Ritornare a vivere e credere nell’amore e nel perdono e sentire che anche il dolore dell’anima può essere sanato. Non è facile, ma è possibile.

3 Risposte a “La lettera… di Giovanni Arcuri”


  1. 1 Alessandra lucini
    gennaio 26, 2012 alle 7:13 am

    Cominciare la giornata con gli occhi lucidi dalla commozione, questo è quello che mi succede oggi.
    Grazie Giovanni, e in barba a chi si ostina a chiedere pene severe e lunghe, noi scopriamo che l’animo umano è molto veloce nel capire e nel rendersi consapevole.
    Bisognerebbe trovare il coraggio di ammettere che anche chi sbaglia ha un cuore, ma c’è gente che si ostina a voler pensare il contrario.
    ciao e grazie di cuore per questo pezzo che ho salvato e stampato e che leggerò durante le serate di lettura in biblioteca. C’è bisogno di riflettere ………ciao

  2. gennaio 26, 2012 alle 9:52 am

    Mi sa che stamattina e proprio giornata , preparata , per un diluvio, e troppo forte sentire un anima ,
    come questa , che si confronta , con se stesso , in un momento dove , nell’oscurità , quando i rumori
    si spengono ,e resta solo quella piccola luce interiore ,che accompagna, e da sostegno ,alla vita.
    In quella luce ,mistica ,si intravede ,un passato , che di certo non e stato , bello, una trasgressione ,folle
    che spesso succede , e che poi finisce in tragedia , la vita e bella , ma in questo caso , un incidente ,
    di un folle , ma di un essere umano , che perdendo il controllo , gliela portata via …
    E troppo profondo il pensiero ,svegliarsi , d’un tratto , accettare , e restare in silenzio , col proprio cuore ,
    consapevole oggi , di essere un uomo nuovo …
    La tua lettere e veramente riflessiva , da suggerimenti , hai nuovi giovani , di non cadere , in tranello ,
    per poi trovarsi …legato per sempre , non solamente nei rimorsi ,ma imprigionare la propria anima , che
    ama esseri libera , di volare , di colorare, lasciando che tutto sia in armonia ,come vedere un bel quadro ,
    con tanto di firma , del suo capolavoro ,risorgi d’accapo …e tutto e chiarito , hai firmato , e quella firma
    e venuta fuori spontaneamente dopo anni di riflessione , per sanare le proprie colpe e liberare l’ anima .
    Eccezionale ,e meraviglioso gesto d’amore …

  3. 3 lagazzaladra
    gennaio 26, 2012 alle 1:17 pm

    quello che ho letto è semplicemente meraviglioso e mi conferma che la “colpa” di ciò che è stato diventa la consapevolezza di quello che si diventa attraverso la pena e l’introspezione di se stessi.. le tue sono parole
    dell’ anima che hanno toccato l’anima di quei genitori e hanno dato a me e a chiunque ti legge spunti di riflessione continua.. grazie sempre Giovanni di condividere i tuoi scritti, le tue riflessioni, i tuoi desideri grazie perchè con il tuo esempio fai capire e vedere che tutti abbiamo diritto a un’altra possibilità, che per quanto grave è la colpa sta a noi dimostrare il cambiamento esteriore ed interiore e alle autorità preposte accertarlo… e qui è la nota dolente.. visto il silenzio e l’indifferenza delle istituzioni.. ti auguro ogni bene.. ciao


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