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“Un bambino cresciuto troppo in fretta” di Gino Rannesi, 12° Capitolo

Siamo arrivati oggi al penultimo capitolo del romanzo di Gino Rannesi. Tra qualche giorno pubblicheremo anche l’epilogo, il 13° e ultimo capitolo di questo avvincente racconto

12°Capitolo.

Mentre voci sempre più insistenti davano come imminente un colossale blitz delle forze dell’ordine che avrebbe investito moltissimi malavitosi della città Montezumese e provincia, il ribellino non dormì mai più nella  stessa abitazione.

Non smise mai di dire alla sua pupa di farsi la sua strada, ma puntualmente ogni sera uscivano insieme. – Pupa, ho un brutto presentimento. Farò una brutta fine, per questo ti dico lasciami perdere, per questo ti dico fatti un’altra vita.

Il ribelle temeva  di essere arrestato, e viste le voci che correvano su possibili confidenti, lui aveva di che temere. Il ribellino nella sua carriera criminale aveva compiuto innumerevoli rapine in banca. Era forse questo che lo preoccupava?

Non di certo, la sua preoccupazione derivava invece dall’incredibile numero di bersagli che lo stesso aveva colpito, oltre un centinaio. Se condannato, certamente si sarebbe beccato l’ergastolo.

Anche se non vivevano più insieme questo non smise mai di vedersi con la sua pupa e mentre lui continuava a dirle di farsi la sua strada, puntualmente ogni sera uscivano insieme. Ma ecco che scattò il primo tanto temuto blitz delle forze dell’ordine. Oltre  un centinaio gli ordini di cattura, di questi polizia e carabinieri ne poterono notificare  solo una decina. Infatti, i malavitosi non si fecero cogliere impreparati, quasi tutti “scamparono” alla cattura, da mesi ormai vivevano in uno stato di latitanza, e tra questi vi era anche il ribellino. Banda armata dedita a traffici illeciti quali il contrabbando di sigarette. Questa fu l’accusa iniziale, i mandanti di cattura furono emessi grazie alle dichiarazioni di alcuni “pentiti” malavitosi di mezza tacca.

So, ho saputo, mi hanno detto, ma i guai grossi sarebbero arrivati più in là. Intanto la polizia e  carabinieri avevano un gran da fare, erano tutti alla ricerca dei latitanti, di tanto in tanto qualcuno riuscirono anche ad arrestarlo.

Il ribellino dopo essersi consultato con il suo avvocato, sparì dalla circolazione. Infatti, questo lo mise in guardia circa il fatto che nelle circostanze emesse, vi erano molti, troppi, omissis, era un segno inequivocabile che quegli omissis, riguardassero fatti gravissimi. Al momento si giocava a carte coperte, pare che la procura avesse il c.d. asso nella manica.

Improvvisamente la caccia ai latitanti da parte delle forze dell’ordine si fece più serrata. Le cose si mettevano male per tutti, anche per taluni soggetti appartenenti alle forze dell’ordine. Infatti, un presunto grosso confidente pare che tra le altre cose ebbe a dichiarare: -Tra le forze dell’ordine vi sono parecchi soggetti che prendono mazzette dai malavitosi, questi in cambio li avvisano delle operazioni in corso. I malavitosi sanno in anticipo come, dove e quando.

Il ribelle partì, era troppo lo stress, si recò in un piccolo stato Europeo, lì, insieme a suo compare Vittorio, e a suo figlioccio Andrea, passò qualche mese in tranquillità.

Questo resistette alla tentazione di chiamare la sua pupa, ma non a quello di ritornare nella sua città. Rientrati a Montezuma il ribellino ricevette una buona notizia da parte del suo avvocato. La Cassazione aveva accolto il suo ricorso, la custodia cautelare venne dunque revocata. Le indagini sarebbero andati avanti senza che per questo lo stesso dovesse essere arrestato. A meno di non ricevere un’altra  custodia cautelare, il ribellino era “libero”. Ma lui non poteva e non doveva dimenticare tutti quegli omississ che quella custodia cautelare conteneva.

 E mentre qualcuno tramava su come ammazzare il ribelle, lo stesso venne tratto in arresto. Infatti, accadde che il ribellino unitamente a suo figlioccio Andrea “incapparono” in un fermo di polizia.

Questi erano puliti, ragion per cui non erano per nulla preoccupati, non avevano nulla da temere, ma dopo il rito degli accertamenti: -Dovete seguirci in caserma.

A bordo delle volanti a sirene spiegate furono condotti in caserma, fra lo stupore dei due  questi festeggiarono:-Li abbiamo presi, li abbiamo presi.

Ma chi cazzo avevano preso? I due non erano ricercati, ne tantomeno erano stati trovati in possesso di chicchessia di illecito. Furono fatti accomodare nelle cellette di sicurezza dove passarono la notte. La mattina seguente i due adesso molto arrabbiati chiesero spiegazione del perché fossero stati trattenuti. Alle loro numerose richieste di spiegazioni rispose il questore in persona, il quale, per l’occasione, si era scomodato: -Porto abusivo di arma da fuoco.

Il ribelle: -Non facciamo scherzi ah! Di quali armi state parlando?

Il questore mostrò loro una grossa pistola automatica: -Ecco di quale arma stiamo parlando, la pistola che voi alla vista delle forze dell’ordine avete buttato via dal finestrino. Andrea:  Senta! Ma lei con chi crede di avere a che fare! Le pare che se fossimo armati ci saremmo fermati a quel posto di blocco?…

Il guaio era che il questore sapeva bene con chi stava parlando, e non solo lui.

I casi erano due, o quella pistola la gettò via qualcun altro, oppure…

-Tra poco sarete passati al carcere, se volete potete lavarvi la faccia e pettinarvi. Quante premure, i due potevano lavarsi la faccia e pettinarsi, ma tra poco scopriremo il motivo di quelle attenzioni che i militari ebbero per gli arrestati.

Dopo una bella ripulita i due poterono fare colazione. Rifocillati e pettinati furono ammanettati, il grosso portone della caserma si spalancò, circondati da una moltitudine di militari i due furono condotti fuori, lì ad attenderli numerose pattuglie pronte a condurli in carcere, ma non solo quelle, tutt’intorno era un brulicare di giornalisti, i due accorgendosi del fatto che stavano per essere esibiti come trofei di caccia, nonostante fossero ammanettati e circondati da una moltitudine di militari, si scagliarono contro i giornalisti. Questi ultimi furono colpiti da un paio di calci, ragion per cui le telecamere volarono per aria. I militari sorpresi da quella reazione fecero una figura di merda. I due furono infilati a forza all’interno delle volanti e condotti in carcere.

Adesso nessuno rideva più, i due per tutto il tragitto riempirono di parolacce quei militari che, a dire il vero, nel condurre quella che sarebbe stata un semplice operazione, non ebbero a tenere un comportamento consono alla divisa che indossavano. Infatti, questi nel voler esibire i due come trofei da caccia, misero a repentaglio l’incolumità dei giornalisti. È notorio come i malavitosi ritengono che i giornalisti siano degli sciacalli.

Ribellino e figlioccio potevano anche accettare il fatto di essere stati arrestati per una pistola che loro non avevano mai visto, ma quell’affronto proprio no, piuttosto si sarebbero fatti ammazzare.

Arrivati in carcere furono condotti nel reparto celle di isolamento, queste facevano schifo: due metri e mezzo per due, senza finestre, buie e squallide, un cesso alla turca da dove di tanto in tanto si affacciavano grossi topi di fogna.

Dopo tre giorni furono interrogati dal giudice. Ribelle dal magistrato. Questo circondato da una moltitudine di agenti della polizia penitenziaria, fu condotto innanzi al magistrato. La stanza era piena di gente, gruppi speciali appartenenti alle forze dell’ordine assistettero all’interrogatorio. In mezzo a questi l’avvocato, questo appariva piccolo, piccolo e impaurito.

Il magistrato: -Lei è accusato di concorso in porto abusivo di arma da fuoco. Intende rispondere?

-Certo che sì, intendo rispondere.

-I militari hanno dichiarato che dalla macchina di cui lei era alla guida, la persona che gli sedeva accanto alla vista di questi ultimi, ha lanciato un involucro fuori dal finestrino. Recuperatolo hanno potuto accertare che lo stesso conteneva una pistola che per l’appunto le viene contestata.

Il ribellino: -Io non ho visto nulla di tutto questo, inoltre ero alla guida di una piccola utilitaria, ragion per cui se per qualche motivo avessi avuto l’esigenza di girare armato, sarei stato alla guida di una macchina ben più potente.

Qualcuno dei militari presenti sorridendo annuì. Questo, infatti, sapevano bene che il ribelle quando si spostava armato lo faceva a bordo di macchine potentissime o di moto di grossa cilindrata, furono tante le volte che fece loro mangiare la polvere.

Ma il ribellino unitamente al figlioccio doveva essere arrestato e condannato punto e basta. Il ribellino resosi conto che quell’interrogatorio era solo una farsa, si alzò dalla sedia e disse:

-Signor giudice, non ho più nulla da dire, inoltre non risponderò più a nessuna delle sue “domande”.

Tornato in cella sopra il lettino trovò un giornale, La Gazzetta, qualcuno volle che lo stesso fosse informato di quanto i media stessero scrivendo e dicendo sul suo conto e sul conto del suo amico:

<Arrestati due elementi di spicco della malavita Montezumese, gli inquirenti ritengono che questi si siano resi responsabili di almeno un centinaio di omicidi, inoltre, che il ribellino fosse ritenuto uno dei killer più spietati  della regione.>

Brutto segno quello, i due erano stati arrestati a torto o a ragione per un porto abusivo di arma da fuoco, dunque perché quelle affermazioni su omicidi che questi avrebbero commesso?

Questo fatto non faceva presagire nulla di buono. Infatti, un confidente la cui identità non era ancora stata resa nota, tra gli altri ebbe a parlare anche del ribelle, questo lo definì un pericolosissimo killer, oltre che elemento di spicco della malavita Montezumese, inserendolo nel cartello dei Caio.

La fine era vicina, molto vicina. Processati per direttissima i due furono condannati ad anni 7 di reclusione. Mai il tribunale di Montezuma aveva inflitto una condanna così dura per una pistola.

Adesso polizia e carabinieri avevano tutto il tempo per proseguire le indagini che avrebbero potuto vedere il ribellino indagato e processato per numerosi omicidi. Naturalmente i due fecero ricorso alla Corte di appello.

Passati tre mesi dall’arresto i due erano ancora tenuti in stato d’isolamento, niente giornali, niente televisione, nulla.

Una mattina i due, incazzati neri, chiesero di parlare con il comandante del carcere. Questo li chiamò subito, li ricevette nel suo ufficio. Andrea: -Senti, pezzo di cornuto, siamo tenuti in stato di isolamento da oltre tre mesi, questo è un abuso, se entro domani non ci metterete a regime normale, vedrai quello che ti combino. Il ribellino: -Sin tanto che lei non ci spiegherà il motivo per cui siamo tenuti ancora in stato di isolamento, con tutti i disagi che questo ci comporta, la riterrò personalmente responsabile di questi continui e ripetuti atti vessatori.

Il comandante del carcere sbiancò in volto, era stato duramente attaccato e minacciato davanti a quelli che erano i suoi subalterni.

Questo consapevole del fatto che i due non stessero affatto scherzando, da un cassetto della sua scrivania tirò fuori un pezzo di carta con su scritto, Ministero di Grazia e Giustizia:-Ecco, leggete voi stessi.

Il comandante mostrò ai due quel documento affinché questi potessero verificare come fosse stato il Ministero ad indicare alla direzione del carcere le modalità con cui avrebbero dovuto gestire i due e non certo la direzione di quell’istituto.

In un religioso silenzio i due rientrarono nelle rispettive celle, dopodiché distrussero, tavolo, sgabello, lavabo: furono ridotti in piccolissimi pezzi, tanto piccoli che poterono passare attraverso le inferriate del cancelletto che chiudeva quelle nicchie:- Dite al vostro capo che questa guerra non l’abbiamo voluta noi, da questo momento reagiremo ad ogni parvenza di vessazione.

La mattina seguente i due furono spostati in altre due celle, queste facevano meno schifo delle precedenti, inoltre erano muniti di televisori. Gli fu comunicato che da quel momento avrebbero potuto acquistare giornali, riviste, ecc. Ma che comunque dovevano rimanere ancora per un po’ in quella sezione.

Passati quattro mesi esatti dall’arresto, ecco che i due furono condotti davanti ai giudici della Corte di appello. Dopo un’udienza movimentata, un colpo di scena. Su iniziativa degli avvocato, un perito balistico venne a riferire in aula quanto segue: La pistola in questione non poteva sparare in quanto rotta, inoltre la stessa è sprovvista del percussore. Bingo! Per la legge Montezumese una pistola che non è in grado di sparare deve essere equiparata ad un ferro vecchio. La corte, dopo una brevissima consultazione, emise: Assolve gli imputati  per il porto abusivo di armi da fuoco perché il fatto non sussiste. Condanna gli imputati alla pena di mesi tre per detenzione illegale di munizioni di arma da fuoco.

Il ribellino e il figlioccio ancora increduli si abbracciarono. Dalla sala una voce di Donna ha gioito. La pupa del ribellino che per quattro mesi non aveva fatto altro che piangere, adesso era felice. Il suo uomo stava per tornare in “libertà”.

Dopo la sentenza come da prassi i due  furono ricondotti in carcere. Esigenze burocratiche che sarebbero state espletate in poche ore.

Il ribellino così come anche il figlioccio con fare frenetico misero in un sacco le cose che prima di uscire avrebbero dovuto riconsegnare al magazziniere, coperte lenzuola ecc.

Il ribellino fremeva, faceva avanti e indietro in quel piccolo tugurio. Temeva un qualche scherzetto da parte degli investigatori. Gli omississ, ecco a cosa pensava. In teoria il ribellino poteva rischiare di essere raggiunto da un nuovo mandato di cattura.

Ore 14, al culmine dello stress, il ribellino accese la tv: Omicidio nel Montezumese, ucciso un pericolosissimo pregiudicato che gli inquirenti ritengono essere stato un esponente dei Caio, Carlito Ficarra. Raggiunto da due killer che viaggiavano a bordo di una moto di grossa cilindrata è stato freddato ad un semaforo presso il quartiere delle ginestre.

Il ribellino rimase impietrito. Cazzo! Carlito è stato ammazzato. Il ribelle sedette sul pavimento, si portò le mani sui capelli: Figlioccio!Hai sentito?… -Che cosa?.. Il tg, hai sentito il tg?… No, perché che c’è?…No niente di particolare. Ma ecco che un rumore di chiavi si faceva sempre più vicino. Trak, trak, lei è liberante. Sacchi in spalla i due si avvicinarono verso l’uscita, un lungo corridoio li separava dalla “libertà”. Quando ormai mancavano pochi metri dal portone principale il ribellino bisbigliò qualcosa all’orecchio del figlioccio: Hanno ammazzato Carlito.

Andrea sbiancò in volto. Ma ecco che il portone si aprì, il ribellino si aspettava che fuori ad aspettarlo vi fossero amici e parenti, invece no, ad attenderli due moto di grossa cilindrata, alla guida di queste due persone che il ribellino e Andrea conoscevano bene. I due liberanti presero posto dietro, in un baleno i quattro si dileguarono. Entrati in un garage del loro quartiere il ribellino rivolto a  suo compare Vittorio chiese: Compare, ma che cazzo sta succedendo?

Ho appena saputo che Carlito è stato ammazzato. Vittorio: Ribellino,qualche giorno fa sono spariti Gastone e un suo compare, come ben sai questi erano molto vicini a Carlito. I loro familiari temono che siano rimasti vittime della lupara bianca. Non so che cazzo stia succedendo, ma pare che il tutto sia scaturito dall’uccisione di Sette bellezze. Poco fa è stato ammazzato anche Carlito.

Il ribellino: Ma che centra tutto questo con l’uccisione di Sette bellezze?

-Io, sono stato io a farlo fuori…compare, è proprio per questo che siamo venuti a prenderti davanti al carcere a bordo di moto e armati. Sono stato io a dire ai tuoi di non farsi vedere.

Il ribelle, frastornato come non mai, provò ad immaginare i motivi per cui Carlito unitamente ai suoi luogotenenti erano stati eliminati.

Al ribellino risultava difficile pensare che forse l’ordine di eliminare l’amico Carlito fosse partito dallo stesso Caio. Ma fu proprio così. Carlito era un malavitoso accreditato di grande prestigio, il suo carisma rischiava di mettere in ombra il Caio. Tuttavia, il Caio in passato anche se mal volentieri, era sempre stato un amico leale.

Pur tuttavia non perdonò a Carlito il fatto che questo aveva difeso il ribellino con veemenza. Il capo di tutti i capi non poteva essere ridicolizzato davanti a tutta la malavita locale e regionale. Il ribellino andava eliminato.

 

Ecco che ancora una volta sulla testa di quel bambino cresciuto troppo in fretta pendeva una condanna a morte. Stavolta nessuno l’avrebbe aiutato. Con il Caio ridicolizzato da quest’ultimo proprio davanti al Tizio, e con il Tizio che non vedeva l’ora di punire quell’impertinente che ebbe l’ardire di ribellarsi sparando addosso ai killer che l’avrebbero fulminato, non avrebbe avuto scampo.

Usciti dal garage il ribellino a bordo di una moto di grossa  cilindrata si recò a casa della sua pupa.

Questa durante la detenzione del suo uomo era tornata  ad abitare a casa della propria madre.

La pupa lo stava  aspettando, era sicura del fatto che il suo uomo non appena fosse stato scarcerato si sarebbe diretto subito da lei.

Tra i due un lungo abbraccio. Poi un lunghissimo bacio. La signora Nina tolse il disturbo, andando via chiuse la porta alle sue spalle lasciando così la figlia in mano a quella cosa fitusa.

 I due per un paio di giorni rimasero rintanati in quella casa. Il Tg: Assolti per il porto abusivo di armi da sparo, il ribelle e Andrea Rossi, sono stati scarcerati.

Quella notizia mise in allarme la malavita Montezumese. Dunque, il ribellino inaspettatamente era tornato libero prima del previsto.

 Il Tizio: Bisogna pensare a come farlo fuori, questo è un figlio di puttana.

Il Caio: Dunque è uscito e non è ancora venuto a salutare gli amici?

Col cazzo che l’avrebbe fatto! Dopo aver appreso della morte di Carlito e di quanto gli ebbe a dire Vittorio, il ribellino capì. Era nel mirino.

 Ma ecco che il Caio tornò ad ammirare quel bambino cresciuto troppo in fretta. Chiamando a sè i propri luogotenenti disse: Che nessuno dei Caio tenda la proprio mano armata contro il ribellino. Lasceremo campo libero ai Tizi, voglio proprio vedere come faranno a fotterlo.

Ma, e i Semproni? Non era forse per questi che il ribellino accecato dall’ira ebbe ad eliminare Sette bellezze senza che gli amici di Montezuma fossero stati avvisati preventivamente?

In realtà il capo dei vichinghi durante un incontro avuto con il Caio con riferimento al ribellino ebbe a fare una affermazione che fece irritare ancora di più il Caio: ll ribellino ha sbagliato. Non doveva togliersi il casco…

Preso atto di quello che era la situazione, il ribellino incontrò tutti i suoi compagni, quelli della cella 137, e quelli del suo quartiere. A questi spiegò in modo accuratissimo quella che allo stato era la situazione:  Vogliono farmi fuori. Ho agito d’impeto ammazzando un magnaccia che per la sua cupidigia ha mandato al macello tre poveri ragazzi.

Qualcuno dei presenti fece osservare che anche in passato ribellino e compagni avevano agito in modo autonomo. Certo,vero era, ma il contesto era differente, allora c’era una guerra in corso, inoltre il ribellino non aveva forse accettato l’investitura che il Caio ebbe a proporgli?

Quell’investitura gli aveva consentito di avere tanti privilegi, tanti diritti. Questa, infatti, gli  aveva fatto guadagnare tanti soldi, gli ebbe a dare onorificenze di tutto rispetto. Ma questo imponeva anche dei doveri. E su tutti vi era quello di non agire mai in modo belligerante nei confronti di chicchessia senza che la questione fosse stata prima vigilata a tavolino con tutti i vertici dell’organizzazione, a maggior ragione nel caso di specie se si fosse trattato dell’eliminazione di un grosso esponente della malavita.

Il ribellino: Spero di essere stato chiaro. Il gruppo si scioglie. Ognuno vada il più lontano possibile da Montezuma. Anche se a malincuore tutti i presenti presero atto che non vi era altro da fare. Cosa potevano fare loro, un gruppetto di bravi ragazzi che sarebbero stati spazzati via in pochissimo tempo? Andarono via tutti. Accanto al ribellino il figlioccio Andrea e il compare Vittorio… Andrea: Pattrozzu, dove andiamo?… -In Australia, ho dei parenti, inoltre i soldi li abbiamo, ci sistemiamo là e chi si è visto si è visto. I tre si lasciarono per poi rivedersi fra una settimana esatta.

Il tempo di preparare i documenti e mettere a posto alcune cose. Bene, il ribelle prospettò alla sua pupa quanto da lui progettato, sarebbero andati a vivere in Australia. Lei sarebbe stata ben felice di seguirlo anche in capo al mondo.

Passati alcuni giorni da quei fatti il ragazzo desiderava di riabbracciare i suoi. Infatti dall’uscita dal carcere non si era ancora recato a casa dei suoi genitori. Temeva di essere colpito.

 Stava pensando ad uno stratagemma da usare per recarsi a casa dei suoi, quando d’un tratto il Tg diede un aberrante notizia: Agguato in pieno centro della cittadina Montezumeze. Un pregiudicato è rimasto ucciso mentre un altro è rimasto ferito gravemente, quest’ultimo era stato scarcerato solo pochi giorni fa. Cazzo! Appresa la notizia il ribelle cadde sulle ginocchia. Con le mani tra i capelli imprecò contro se stesso. Vittorio era stato ucciso, mentre Andrea versava in gravi condizioni.

In ginocchio e con la testa bassa, ecco che il ribellino era sconfitto. La sua pupa si inginocchiò accanto a lui e disse: Andiamo via da questo inferno, facciamolo subito. E non imprecare contro te stesso. Se i tuoi amici sono morti la colpa non è tua.

Invece sì, la colpa era anche sua e lui questo lo sapeva bene. Il ribelle ormai domato non sapeva che fare. Intorno a lui il vuoto. Il ragazzo non si era mai del tutto ripreso per la morte del compare Vito, adesso che anche Vittorio era stato ammazzato, e con il figlioccio Andrea in fin di vita, lui si sentiva veramente finito.

-Esco, vado a casa dei miei, mi mancano, voglio rivederli, voglio parlare ai miei fratelli…

-No, non farlo, ti ammazzeranno. Se esci, allora io verrò con te.

Il ribelle impugnò la sua pistola, l’istinto gli suggerì di portarsela in bocca e spararsi un colpo. Lui non era vigliacco. Pistola in mano aprì la porta e uscì di strada, la pupa lo seguì: -Vuoi andare a  casa dei tuoi?…Andiamo con la macchina di mia madre, ti prego, ascoltami, non sei in grado di guidare la moto.

I due,  a bordo della macchina della signora Nina, si avviarono. La pupa al volante guidò come mai aveva fatto prima. Giunti in prossimità della casa dei propri genitori il ragazzo scese dalla macchina e proseguì a piedi. Non sia mai che questo potesse essere sorpreso in compagnia della sua Donna.

Anche se nessuno a Montezuma sino a quel momento aveva mai sparato a chicchessia se questo si fosse trovato in compagnia di una donna. Ma il ribellino era consapevole del fatto che lui per la parte avversa non sarebbe stato considerato un obiettivo qualunque. Era risaputo come questo fosse abilissimo nel maneggiare le armi. Poco dopo il ragazzo arrivò davanti al portone di casa, questo era già aperto, fece il suo ingresso in quella abitazione, la stessa che l’aveva visto bambino vivace ma buono. Dopo che il ribellino ebbe ad abbracciare tutti i suoi cari, chiamò a se il bonaccione e gli disse: Bonaccione, tu sei l’unico a sapere dell’esistenza del mio nascondiglio. Se mi dovesse accadere qualcosa, va, prendi i soldi che vi si trovano nascosti e consegnali alla mia pupa.

Tutto il resto distruggilo e buttalo nelle fogne. Il bonaccione annuì. Aveva capito. Lui era definito un bonaccione, ma di fatto era uno con le palle, ragion per cui non fece nessuna domanda, non era necessario.

Bene, le donne tutte in cucina, gli uomini tutti nel salotto. Alfio: Sei uscito da parecchi giorni e ti sei fatto vedere solo ora?

-Papà, sono nei guai, ho deciso di andare a riparare in Australia, che dici?

-Dico che potevi pensarci prima. Ho sentito quello che è accaduto a tuo compare Vittorio e ad Andrea tuo figlioccio…

Non era necessario dilungarsi, in quella casa tutti avevano capito come stavano le cose. Il ribelle era nei guai.

Per qualche mese il ribelle visse da recluso in quella casa. La vita continua, come di consueto Alfio unitamente al bonaccione tutte le mattine si recavano  a lavoro. La pupa faceva la spola tra la casa di sua madre e quella dei genitori del ribellino. Una mattina mentre questa si trovava a casa della signora Nina, qualcuno suonò alla porta. Era la madre di Andrea, la signora Caterina: Di’ al ribellino che suo figlioccio è fuori pericolo, se Dio vorrà al più presto potrà tornare a casa, digli che gli manda un bacio.

Finalmente una buona notizia. Il ribellino nell’apprendere che suo figlioccio era fuori pericolo ne gioì. Realizzò che non era più solo.

Fine 12°capitolo.


4 Risposte a ““Un bambino cresciuto troppo in fretta” di Gino Rannesi, 12° Capitolo”


  1. gennaio 26, 2012 alle 9:35 pm

    certo , che la storia diventa sempre , più , appetibile , la triste relazione con pupa che costringe , il ribellino , a
    insistere di restare lontano , la sua vita è in pericolo , e cosi si separano , le comprende , e ritorna a
    casa sua dai suoi …certo la felicità , porta sofferenza …
    Intanto continuano a rimane nascosti , lui sa che è sotto tiro …e prima o poi , verrà catturato ,o ammazzato .
    quando decidono che ti devono eliminare , sai che è un destino che devi accettare , a meno che non ti ficcavi
    in quel casino e ci dovevi pensare , prima .
    Ecco che il caso a voluto , di quella pattuglia che li ferma ,erano in due ribellino e suo compare Vittorio, portati
    in caserma , gli dicono che sono accusati di possesso di armi …qualcuno li voleva incastrare …questo si sa ..
    succede , sempre ., quando ti cacci nei guai ,ribellino ormai era un soggetto pericoloso , la condanna
    la portava dietro …un additato …e dopo un breve tempo in carcere , dato che l’avvocato , mette al corrente la magistrature che l’arma era arrugginita , era rotta .. cosi vengono scarcerati … che gioia , salti di allegria …
    che durano poco tempo , molti vengono ammazzati ., e alla fine , suo compare , triste , fine , era appena uscito
    da carcere … che tristezza …ma ribellino va dalla sua donna , trascorre un po di giorni ..con lei , e poi via ,
    va a trovare , la sua famiglia , e la parlando con suo padre , gli confida che vuole andare in Australia , per un po ,
    certo deve fuggire …la vita che si era cacciato era difficile …i guadagni gli davano un finto benessere , ma
    se tutto si sapesse prima …si farebbero meno errori ….
    E un momento tranquillo, tutti svolgono le loro menzioni ,i personaggio che fanno parte , della vita di ribellino quando , giunge la notizia che il figlioccio era fuori pericolo …Adesso si che il bambino cresciuto in fretta non si sentiva più solo …
    Ti ringrazio amico …alla prossima puntata….un abbraccio , da Pina tua amica :) :) :)

  2. 2 lagazzaladra
    gennaio 26, 2012 alle 11:05 pm

    Buonasera inoltrata Gino :-) sempre intenso il tuo racconto.. è stata la prima cosa che ho letto aprendo il pc.. Mi dispiace per questo ragazzo vivace ma buono che si trova in una condizione di svantaggio ma mi piace il suo non arrendersi, il suo preoccuparsi per coloro che non l’hanno lasciato mai.. non so cosa sperare per questo ragazzo.. sicuramente che viva, che si goda la sua famiglia che lo ha aspettato sempre.. E da come la famiglia lo ha atteso, capisci il profondo rapporto che li lega, capisci che il legame va al di la di quello che il ribellino dice, fa o disfa e capisci che la famiglia di una volta difendeva i suoi figli sempre e comunque… Riguardo alla fine di questo racconto spero che ci sia per il ribellino una possibilità di riscattarsi emigrando e mettendo a frutto la sua precedente esperienza nel commercio.. lo spero perchè, la sfortuna di essere nato e cresciuto in un tessuto sociale difficile, non deve obbligarlo per tutta la vita a una vita così rischiosa.. ma staremo a vedere con il prossimo capitolo che spero arrivi presto.. Sono curiosa di sapere come va a finire per lui, come va a finire per Pupa e come andrà a finire per il suo compagno Andrea… :-) a prestissimo.. un abbraccio e buonanotte :-)

  3. 3 Alessandra lucini
    gennaio 27, 2012 alle 10:44 am

    Azz…….. Ribellino, cento bersagli sono davvero tanti……….. mannaggia, bello come sempre il capitolo, ho dovuto leggerlo due volte, perchè Tizi Cai e Semproni mi confondono un po’ le idee, ma devo dire che è appassionante davvero… cento bersagli…..non riesco a immaginarmeli…..ciao e aspetto finalmente la conclusione.

  4. 4 Emma
    gennaio 28, 2012 alle 6:59 pm

    Ciao Gino,
    ti chiedo una cosa, ma la vita del Ribellino ti assomiglia un po’? Spero’ di no, Cosa ne pensi??


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