Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Appello per un detenuto in depressione

 
Pasquale De Feo è un altro di quei detenuti che non riescono  a vivere con le mani in mano, ma cercano sempre di canalizzare il loro impegno. Un altro di quei detenuti che potremmo definire “consapevoli”, e che hanno  cuore la loro condizione e quella dei loro compagni. Mi ha inviato del materiale sequestrato, esposti soprattutto, che, al momento opportuno, pubblicheremo.. e poi questo (sempre un esposto) intervento recente.
E’ un causa che merita venga resa nota.
E’ una lettera collettiva di tutta la sezione dove è collocato Pasquale De Feo.. sicuramente tutti ergastolani sottoposti a regimi particolari.. che hanno a cuore le condizioni di un loro compagno.. Vincenzo Di Bona, ormai sprofondato nel buco nero della depressione. I detenuti chiedono ciò che non andrebbe neanche chiesto. Non si dovrebbe neanche arrivare al punto di chiedere. Chiedono che non venga lasciato in un luogo dove non solo non possono curarlo ma che è anche concausa della suo tracollo psichico, e nelle sue modalità disumanizzanti contribuisce a radicalizzarlo piuttosto che a produrre un miglioramento.
In questo caso la voce dei detenuti è la voce dell’umanità. Dell’essere vicini e sensibili al dolore e alla vita di chi ci troviamo davanti.
Malesseri profondamente interiori come questo non possono che trovare ambienti adeguati mille miglia dal carcere, che già è durissimo per persone di grande forza psichica e morale. Ma per ché cade nel buio interiore può essere addirittura letale.
C’è una ragionevolezza in ciò che dicono i detenuti che è immediatamente comprensibile eppure stona con la prassi concreta messa in atto in troppi casi da istituzioni e operatori. Dicono che non serve “istituzionalizzare” una persona del genere o buttaro in qualche Ospedale Psichiatrico Giudiziario.  Che i farmaci al massimo possono essere parte di un intervento globale MAI il solo intervento.  Che per uscirne fuori è decisiva una diversa modalità di vita… movimento, passioni, interessi… soprattutto VICINANZA UMANA E AFFETTO.
Sembrano cose ragionevoli. Eppure non si contano quanti sono parcheggiati in strutture grigie, tristi e anonime e sono imbottiti di psicofarmaci.
Uscire fuori da un tracollo psichico, da tutte quelle patologie che investono in primo luogo la mente e i processi interiori e relazionali. Ci vuole tutto un recupero vitale.. e tanto impegno e amore interno a sé.
Anche questo chiedono i detenuti per il loro compagno.. perché lo hanno a cuore.
  
Perlomeno una cosa è certa. Con queste cose il detenuto “che soffre mentalmente”  non starà peggio e sicuramente migliorerà.
A volte le cose sono semplici. Hanno il piacere dell’immediata comprensione come un mattone che ti cade in testa, e sta certo che lo “comprendi” subito.
E il succo è solo uno.. quella persona non deve stare dentro.. non possiamo lasciare una persona con quel dolore mentale dentro un carcere..  ne accettare un sistema dove questo può accadere. Un sistema che, a prescindere dal carcere, tratta la malattia mentale degli appartenenti a classi sociali basse in modo “rapido” e distratto.. rinchiudendo, drogando (con psicofarmaci), dimenticando.
La lettera esposto è preceduta da una serie di “attori” istituzionali ai quali è indirizzata. Credo che a loro non sia giunta ancora, dato che Pasquale mi chiede di farla giugnere alle persone citate, che possono essere in grado di fare qualcosa. Comincerò  a vedere di rintracciare qualcuna di queste e chiedo anche a voi di darmi una mano nel contattare qualcuno di questi soggetti, o anche di altri, ai quali sottoporre questa vicenda per ottenere un intervento o un interessamento.
Vi lascio alla lettera..
————————————————————————————————————————————-
° Ministero della Giustizi Ufficio D.A.P. Dott. Franco Iont.
° Presidente Tribunale di Sorveglianza di Bologna Dott. F. Maisto.
° Senato della Repubblica Sen. Albertina Ialiani.
° Provveditorato Regionale Dott. Nello Cesare.
° Magistrato di Sorveglianza Dott.ssa Nadia Buttelli.
° Magistrato di Sorveglianza Dott.ssa Manuela Mirandola.
° quotidiano Gazzetta di Parma.
° quotidiano L’informazione di Parma.
° Associazione Liberarsi via Tavanti 20 – 50134 Firenze.
° Direttore Generale dell’A.S.L. di Parma Dott. Massimo Fabi.
 
I sottoscritti detenuti nella sezione AS-1 del carcere di Parma informano affinché intervengano per dare la possibilità al detenuto Di Bona Vincenzo, che la depressione gli ha oscurato il cervello, di essere ricoverato in una struttura esterna dove i famigliari con il loro affetto e impegno possano riportarlo indietro dal buco nero in cui è caduto. La depressione è una vera malattia, e il malato per essere più recettivo alle influenze curative, ha bisogno di una vicinanza benevola che lo stimoli e lo inciti sia a curarsi con i medicinali e con sedute dal psicoterapeuta e sia a muoversi, fare attività ginnica e avere interessi, per farlo uscire dal tunnel in cui vive.
Il carcere, gli O.P.G., non possono curare questa patologia, perché non hanno le strutture adeguate. Inoltre è proprio il carcere che crea le condizioni per andare fuori di testa, perché distrugge nelle persone ogni speranza, ogni progetto e ogni cosa per cui vale la pena di vivere. Continuare a mantenere in carcere persone che vegetano, è solo un senso vendicativo della pena. Chiediamo agli Uffici competenti di intervenire per concedere al detenuto Di Bona Vincenzo la possibilità di curarsi con l’aiuto dei famigliari in una struttura adeguata.
Nelle condizioni attuali è caduta ogni pericolosità. Fiduciosi nell’accoglimentto dell’appello umanitario, porgiamo distinti saluti.
 
De Feo Pasquale
Padipliassiti Santo
Marziano Giovanni
D’Alessandro Giovanni
Roberto Reitano
Romeo Antonio
Antonio Calabrese
Antonio Perrone
Benigno Salvatore
Carmelo Tripodi
Lo Nigro Cosimo
Casciana Filippo
Restuppia Sebastiano
La Groppa Leonardo
Sorrento Antonio
 
 
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3 thoughts on “Appello per un detenuto in depressione

  1. LUIGI MORSELLO on said:

    Le infermità psichiche sopravvenute nel detenuto condannato in via definitiva con sentenza irrevocabile di condanna hanno la loro disciplina nella legge penitenziaria e nell’art. 178 del codice penale.
    La parola depressione è qualcosa che mi trova particolarmente sensibile. il sito http://www.ristretti.it tratta in modo esauriente l’argomento. Trascrivo solo la parte relativa al problema che affligge Vincenzo Di Bona: ” L’art. 11 della legge 354/75 oltre a stabilire che il servizio sanitario degli istituti penitenziari deve disporre dell’opera di almeno uno specialista in psichiatria, aggiunge che “nel caso di sospetto di malattia psichica sono adottati senza indugio i provvedimenti del caso, col rispetto delle norme concernenti l’assistenza psichiatrica e la sanità mentale”.
    L’art. 148 del c.p. prevede il caso della infermità psichica sopravvenuta al condannato, stabilendo che “se, prima dell’esecuzione di una pena restrittiva della libertà personale o durante l’esecuzione, sopravviene al condannato una infermità psichica, il giudice, qualora ritenga che l’infermità sia tale da impedire l’esecuzione della pena, ordina che questa sia differita o sospesa o che il condannato sia ricoverato in un ospedale psichiatrico giudiziario ovvero in una casa di cura e custodia. [...]“.
    La Corte Costituzionale, con sentenza n. 146/1975, ha poi dichiarato l’illegittimità dell’art. 148 c.p. nella parte in cui prevede la sospensione della pena nei casi di ricovero nelle strutture di cui sopra. Ne consegue che il periodo di ricovero rientra nel computo della pena.
    L’art. 99 del D.P.R. 431/76 (Regolamento di esecuzione della legge 354/75), stabilisce che l’accertamento delle infermità psichiche sopravvenute nei condannati è disposto dal magistrato di sorveglianza ed è espletato nel medesimo istituto in cui il soggetto si trova o in un altro della medesima categoria o, per motivi particolari, presso un O.P.G. o una casa di cura e custodia o in un istituto o sezione per infermi o minorati psichici ovvero presso un ospedale civile con le forme previste dagli artt. 6-8 della legge 180/78 e dagli artt. 34 e 64 della legge 833/78.
    Per l’infermità sopraggiunta in persona sottoposta a misura di sicurezza vale la norma di cui all’art. 212 c.p. e per quanto concerne la pericolosità sociale eventualmente accertata ai sensi dell’art. 203 c.p. è previsto il riesame di essa (art. 208 c.p.), poiché cessazione della pericolosità non equivale a cessazione della causa psicopatologica di essa, bastando in tal caso una modificazione o un’attenuazione del disturbo mentale.
    In pratica, quindi, ai condannati a pena superiore a tre anni ai quali sopravvenga un’infermità psichica, si applica l’art. 148 c.p. che prevede il ricovero in O.P.G. o in casa di cura e custodia. Per i condannati a pena inferiore a tre anni, non esistendo più il manicomio civile cui si riferisce ancora il predetto articolo, si ricorre al servizio psichiatrico della struttura pubblica. L’accesso a questa è però subordinato all’ipotesi di cui all’art. 47 ter della legge 354/75 che limita la detenzione domiciliare, quando la pena della reclusione non supera i tre anni, riservandola, fra gli altri, a coloro che per le condizioni di salute particolarmente gravi in cui si trovano, richiedono costanti contatti con i presidi sanitari territoriali.
    Tutto ciò, se da un lato è l’ennesima conferma di una maggiore attenzione (teorica) alla salute mentale del condannato, dall’altro ci mostra che le misure alternative con finalità di cura sono spesso subordinate alla durata della pena per cui, a parità di disturbo mentale, il condannato può fruire o meno di cure adeguate. Ciò a causa di un conflitto che viene a crearsi fra il diritto dell’individuo alle cure e il dovere del sistema penale di subordinare quel diritto al grado di minaccia sociale desumibile dalla gravità del reato, la cui misura è indicata dal periodo di detenzione stabilito con la sentenza.
    Il problema tecnico dell’individuazione della malattia mentale e della pericolosità sociale è meno complesso nel condannato di quanto non lo sia nell’imputato in attesa di giudizio. Nel primo è meno difficile ricostruire la progressione lenta e cronica del disturbo mentale, provocato da almeno qualche anno di detenzione. Nel secondo invece non solo si tratta spesso di comportamenti ricattatori, ma altrettanto spesso si tratta di reazioni psicogene, causate dal brusco passaggio dalla libertà alla detenzione, dal faticoso adattamento ad uno stile di vita “innaturale”, dalla stressante attesa del processo e dell’esito del medesimo.”.
    Non credo che questo appello sortirà un effetto positivo.
    Se il Di Bona non ha un legale bravo che lo segue, necessario per tutte le spinte propulsive atte ad affrontare e,eventualmente, a risolvere il grave problema della depressione, appello come questo temo restino lettera morta.

  2. As, each case is unique they treat it attentively and carefully.
    Who knows, you just may end up making your current financial situation far better
    as the result of preparing for a recession. I kept reading the negative stories about how bad and evil I
    was for what I said. If these symptoms are severe or continue for a few
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